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In
questa pagina diamo libero accesso a racconti di vita vissuta tra i
connazionali in Libia, le loro esperienze, i loro racconti, gli
aneddoti, le poesie, e tutto quanto è utile far conoscere alle nostre
generazioni future. Per non dimenticare
Per questioni di spazio mi riservo
il diritto di condensare, eliminare ripetizioni superflue, correggere eventuali errori di battitura, tutto ciò ovviamente senza
stravolgere il senso di quanto narrato dall'autore il quale, sollevandone lo
staff del sito, si assume ogni responsabilità di quanto scritto,
L'articolo apparso mercoledì 23 giugno 2010
sul
quotidiano di Vicenza relativo all'incontro
tra tripolini
del 19 giugno presso il ristorante D'Ambros
a via
Anconetta 123
Storie, emozioni e sogni di amici anche vicentini che 40 anni fa
furono costretti a lasciare tutto Cicero: «Un tuffo nel passato»
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Mercoledì 23 Giugno 2010
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CRONACA,
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pagina 22 |
C'è chi ha lasciato lavoro e ricordi di
una vita intera. Chi è riuscito a scappare in anticipo, avendo
strani sentori. E chi, oggi, dopo quasi mezzo secolo, non ne
vuole proprio sapere di tornare a casa sua. Loro sono i
tripolini. Gente che quarant'anni fa fu costretta ad abbandonare
le proprie case e i propri averi su ordine del colonnello
Gheddafi. Una “cacciata", come la definiscono loro. Era il 1970,
e da quel giorno quasi tutti persero di vista parenti, amici e
conoscenti. Sabato, però, molti di loro si sono potuti
ritrovare. No, non in Libia, ma a Vicenza. Al ristorante D'Ambros
dove Luciano Genovese, grazie a Paolo Cason,
un vero e proprio punto di riferimento per tutti i tripolini, li
ha fatti sedere attorno a un tavolo per una grande cena.
Cason. Sì, perché Paolo Cason li
conosce tutti, o quasi. Li chiama “ragazzi" i suoi amici
tripolini. Perché è così che li ha lasciati quarant'anni fa.
Erano ragazzi, e ragazzi per lui lo sono ancora. «Ritrovarsi è
sempre una grande emozione - racconta Cason,
che tramite il suo sito www.paolocason.it
è riuscito a mettere in contatto tra di loro vecchi amici che
avevano perso le proprie tracce - perché noi siamo un popolo
molto unito. Ho avuto l'idea di creare il sito sfogliando alcune
foto e pensando: perché non far mettere in contatto i tripolini
e raccogliere le loro storie».
LA FUGA. E di storie, tra il centinaio di tripolini presenti a
cena, ce ne sono veramente tante. Come quella di Silvana Forner,
fuggita da Tripoli un mese prima che Gheddafi costringesse gli
italiani ad andarsene. «Mio marito aveva amici dentro
l'ambasciata - racconta - e ricordo che un giorno venne a casa
dicendo: dobbiamo scappare subito, mi hanno confessato che tra
poche settimane succederà qualcosa di brutto. Così abbiamo fatto
le valigie, siamo passati a scuola a prendere nostra figlia
durante la lezione e ce ne siamo andati immediatamente». Casa,
averi, lavoro. Tutto lasciato a Tripoli. O meglio, tutto in
fumo. Come in fumo sono andati i sogni di Angela Marchese, e di
chi, come sua figlia non voleva andarsene. «Quando abbiamo detto
a nostra figlia che dovevamo scappare è scoppiata a piangere -
afferma Angela Marchese - e ricordo la disperazione nel dover
scegliere le poche bambole da portare con sé. Bambole che,
purtroppo, al porto furono aperte in due dai militari, che
dovevano controllare che all'interno non ci fosse nulla. È stata
una scena terribile vedere gli occhi e la disperazione di mia
figlia». Non solo bambole dovette lasciare la famiglia Marchese
a Tripoli, ma anche un lavoro. «Avevamo tre officine - continua
- e ce ne siamo scappati senza prendere una lira». Confiscate.
Sparite dai loro averi.
IL RITORNO. E quelle officine a Tripoli ci sono ancora. «Sì -
aggiunge Angela Marchese - e riportano la scritta:
“Elettromeccanica Marchese". Il problema è che non sono più
nostre». Ma lì Angela non ci vuole tornare: «Assolutamente. Il
desiderio c'è, ma la rabbia e il ricordo di come siamo stati
cacciati è troppo forte. Non tornerò. Ci sono tanti altri posti
da visitare». Poche parole. Basterebbero queste per raccontare
la sofferenza di migliaia di persone costrette a lasciare la
terra dove sono cresciuti e dove hanno messo le radici. Una
terra che oggi è diversa, ma che nasconde al suo interno le
memorie di tutti i tripolini d'Italia. Lo sanno bene Giuseppe
Costabile e Cosimo Trimboli, che proprio pochi mesi fa sono
tornati nel paese d'origine. Un ritorno particolare il loro.
«Sapevo che non avrei trovato quello che avevo lasciato - spiega
Trimboli - tuttavia andavo alla ricerca di qualcosa di diverso.
Quando sono andato via, infatti, mi stavano per spingere in
acqua con una baionetta. E ad ottobre, quando sono tornato dopo
quarant'anni, mi hanno accolto festeggiando. Ecco, questo è
quello che cercavo. Essere ripagato di un torto subito».
Sentirsi nuovamente a casa. «Tornare a Tripoli è stato da pelle
d'oca - racconta Costabile - sono nato lì ed ho vissuto fino a
28 anni. Quando sono tornato, ho ritrovato una città cambiata,
ma ho potuto incontrare vecchie conoscenze e soprattutto
l'ospitalità».
I RICORDI. Certo, ritornare lì, dopo quarant'anni, non cancella
il ricordo e il dolore. «Come ci sentiamo? Faccia conto - dice
Trimboli - di essere costretto ad allontanarsi dall'Italia o da
Vicenza, paese dove è nato e dove ha sempre vissuto,
all'improvviso. Così, senza nessuna possibilità di recuperare
quanto costruito».
Difficile immaginarlo. Impossibile provarlo. Ma loro, i
tripolini sono ancora più uniti. E tra uno Sharba, carne di
agnello con pastina, e il Cous cous, il piatto tipico, ridono,
scherzano, e ricordano i tempi passati. «Ritrovarsi tutti
insieme è molto emozionante - afferma il consigliere comunale
Claudio Cicero, che poco più di un mese fa è tornato nella sua
Tripoli -. Qui viene fuori l'italianità che ci contraddistingue
sempre, e che forse in Italia emerge solo quando gioca la
Nazionale. Siamo un gruppo unito, e quando ci vediamo è come
tornare indietro nel tempo». Indietro, sì. Ma molto prima di
quarant'anni fa. Perché il dolore e la sofferenza, almeno per
una sera, sono messi nel cassetto. E da lì escono i sogni. L.

Mi corre l'obbligo, peraltro piacevole, di
aggiungere a quanto sopra che l'ottimo e sorprendente risultato
della serata è dovuto al sacrificio di tempo ed economico dei
tripolini Gianfranco Martellozzo e Luciano Genovese quest'ultimo
proprietario del locale dove è avvenuto l'incontro, un
ringraziamento particolare oltre che alle persone sopra menzionate
va alle persone addette in cucina che hanno dato il massimo in breve
tempo per farci godere il palato con pietanze dedicate come le
foglie di vite ripiene di riso e carne, le tartine di crema di
melanzane, le salsiccette dette margas e l'ottimo cuscus speziato,
accompagnato da dolcetti di fattura araba e datteri, un grazie
particolare anche al personale che serviva ai tavoli che nonostante
la confusione che tutti noi con il contributo delle ballerine di
danza del ventre abbiamo provocato sono stati tempestivi ed
efficienti, una organizzazione perfetta che raramente si riscontra
in incontri con così numerosi partecipanti,
Grazie Luciano, grazie Gianfranco, grazie a tutti,
siete stati "grandi"!!! Paolo Cason

Esperienze vissute tornando a Tripoli
10/7/2010 Sono nato a Tripoli nel 1948. Sono venuto definitivamente in
Italia nel 1962. Grazie a Paolo Cason e agli amici della Germa Travel sono
tornato nella mia citta' natale. Ho ritrovato il palazzo dove abitavo di
fronte al cinema Rivoli la casa al 3° piano, la stanza dove sono nato. E'
stata una emozione fortissima, quante lacrime, lacrime di gioia come diceva
l'amico Namek, la nostra eccellentissima guida. Mi rendo conto perfettamente
che per molti e'difficile tornare, in special modo per tutti coloro che sono
stati cacciati. Ma credetemi le cose sono cambiate e i vecchi rancori devono
essere definitivamente cancellati. Ovunque ho trovato ospitalita' e
cordialita'e penso di ritornare. Un caro saluti a tutti gli amici che hanno
partecipato al viaggio a Tripoli dal 24.04.2010 al 1°Maggio 2010.
Salvatore Blandini 
23/5/2010 Ciao
a tutti, sono passati 30 giorni da quando sono rientrato da Tripoli; un
viaggio tanto desiderato e devo dire che l'attesa ha reso più straordinario
il mio ritorno. Sembrava che tutto si era fermato a quel 17 Settembre del
1970 perchè per me tutto è rimasto come l'ho pensato per migliaia di volte
in questi anni. Devo ringraziare l'amico Paolo Cason, Gianfranco Martellozzo,
tutti gli amici dell'agenzia che si sono dimostrati ottimi ciceroni;
ringrazio anche tutti gli amici vecchi e nuovi con cui ho condiviso questo
viaggio. Mi trovo già a voler pensare al mio prossimo viaggio a Tripoli che
mi auguro avvenga quanto prima. Disco Duilio

23-4-2010:
il Viaggio comincia. Un viaggio nello spazio e nel tempo, ritorno a Tripoli
dopo 40 anni! Per fortuna ci sono con me mio marito e mia figlia, che mi
aiutano a restare ancorata all'oggi, perché all'inizio lo sbandamento è
forte: mentre cammino per le strade i miei sensi ritrovano odori, colori,
suoni perduti e mi gira la testa... Ma pian piano la tensione si allenta.
Come quando ho rivisto dopo 35 anni alcune delle mie compagne della scuola
media: inizialmente un senso di smarrimento e di sorpresa, perché l'immagine
dei miei ricordi, ovviamente, non corrispondeva alle donne di mezza età che
avevo di fronte. Poi, dopo un po' che ci eravamo abbracciate e parlate,
ritrovavo con gioia lo sguardo, il sorriso, i gesti e anche la voce delle
ragazzine di allora.
La gioia, questo è stato il sentimento prevalente di questo
mio viaggio, così grande da superare anche la commozione: con mia sorpresa -
e di Paolo Cason- non ho mai pianto, ho sempre riso felice.
Ripercorrendo le vecchie strade, ho imparato a conoscere non
solo la Tripoli di ora, ma anche quella di 40 anni fa, che non conoscevo
realmente. Noi "piccole" non si girava da sole per
le strade, e si era "piccole" fino alla terza media! Ho potuto ricostruire
"i passettini", cioè il percorso che facevo fino all'età di 6 anni, tenendo
mamma per mano, per raggiungere i luoghi che frequentavo prima di lasciare
la "casa vecchia" di Sciara Iefren; ed ho scoperto che la mia vita si
svolgeva in poco più di 100 metri quadri! Il caffè di Corso Sicilia dove mio
padre giocava a biliardo, il mercato coperto (identico ad allora), la Chiesa
della Madonna della Guardia, la casa della nonna vicino alla piazzetta della
ghiacciaia, il Cinema LUX dove le zie facevano le cassiere, la Scuola
Roma...
Tripoli, questa vecchia signora, non è poi cambiata così
tanto: si è dilatata, certo, ha molte rughe, ma nel centro ha mantenuto i
suoi lineamenti, il suo fascino, il suo profumo. E' ancora bella, e lo
confermano mio marito e mia figlia, che la vedono per la prima volta.
E da parte di molti abitanti - soprattutto anziani - abbiamo
ricevuto espressioni di benvenuto: il giorno del nostro arrivo un libico
amico di Paolo, incontrandoci in centro, ci ha accolto dicendoci
"Benvenuti nella mia città e nella vostra città" ed ha offerto a tutto il
gruppo il tè alla menta in un bar all'aperto vicino all'ancora bellissima
fontana della Gazzella. In fondo è naturale
condividere l'amore per la stessa città, senza per questo volerla
"possedere" in modo esclusivo.
Forse questo sentimento non è altrettanto diffuso nella generazione dei
libici di 40-50 anni, ma i ragazzi, le nuove generazioni, dimostrano nei
confronti di tutti gli stranieri un'accoglienza allegra che fa ben sperare
nel futuro.
Tornerò presto.
Adriana Parlagreco

Caro Paolo Ti invio testimonianza del nostro viaggio a
Tripoli …….
Tripoli 24 aprile - 1° maggio
2010.
Sabato 24 aprile
finalmente si parte,dopo molti giorni di preparativi e qualche preoccupazione
per i visti che nell’ultimo periodo sembrava avessero qualche problema nel loro
rilascio…sono le 6 del mattino quando partiamo da Vicenza nostra città adottiva
da quarant’anni a questa parte…destinazione aeroporto di Milano Malpensa la
giornata è uggiosa….oltre a me c’è mia moglie Paola (vicentina) mia sorella
Letizia mia cugina Silvia con suo marito Gigi tutti nati a Tripoli eccezion
fatta per mia moglie. All’aeroporto ci aspettano il mio amico Marino e altri due
tripolini Salvatore da Milano e Mario da Bologna, simpaticissimi che si sono
aggregati al nostro gruppo…esperite le formalità di rito ci imbarchiamo
sull’aereo della Libyan Airline un modernissimo e confortevole CRJ900 della
Bombardier con destinazione TRIPOLI…dopo appena due ore e qualche minuto
atterriamo a Tripoli sono le 14,20 e l’emozione sale…quando scendo dalla
scaletta dell’aereo non resisto a baciare il suolo con la mano quasi a
ristabilire il legame con la terra natia dopo (faccio fatica quasi a scriverlo)
quaranta anni….siamo accolti da un "personaggio" che definire "mitico" è poco…si
chiama Namek che è il responsabile della Germa Travel, un signore distinto
simpatico da morire con un’enorme cultura che parla correttamente la nostra
lingua e non solo…con lui troviamo anche Egle che assieme a Gianfranco
Martellozzo fa parte del team di PAOLO CASON, un nome una
garanzia……trasferimento all’hotel bello e confortevole e qui la prima sorpresa…è
vicino a casa mia…ci precipitiamo al decimo piano dove dalla terrazza ci godiamo
uno spettacolo immenso: ecco TRIPOLI una veduta mozzafiato su corso Sicilia e la
immutata Fiera Campionaria condita dal mare all’orizzonte con le nuove
costruzioni che emergono dalle vecchie che rimangono la maggioranza nel centro
storico..per fortuna. Il mio sguardo punta subito verso la zona di casa mia alla
ricerca del condominio di tre piani dove abitavo e che per mesi ho scrutato con
l’ausilio del computer utilizzando Google Earth …triangolando comincio a
convincermi che la mia casa è ancora lì ma non ne ho la certezza assoluta…non
vedo l’ora. Partiamo in gruppo e ci sciroppiamo qualche chilometro verso il
centro…trovo il negozio di barbiere che era del sig.Dama..la chiesa oggi
sconsacrata della Madonna della Guardia (intatta) dove mi sono cresimato..e dopo
tanti ricordi arriviamo nell’ex piazza Italia con la bella fontana dei cavalli e
il castello con le due colonne alla cui costruzione partecipò mio nonno Paolo
Caruso…proseguiamo fino alla fontana della Gazzella e alle Poste e ex Cattedrale
oggi moschea.
Devo aspettare
l’indomani per andare a vedere quello che desideravo da tanti anni..ci
incamminiamo e dopo due incroci e due "zanchette" siamo in sciara Puccini…prima
vediamo la casa di mia cugina Silvia poi eccola apparire….è lei la mia casa
ESISTE ancora …e grazie al mio album di foto dell’epoca mi confronto con un
gruppo di residenti e negozianti del posto davanti al negozio di Santino…e
scopro con il cuore che aumenta i battiti che la bambina che abitava sul mio
pianerottolo …abita ancora li al primo piano ci precipitiamo, entro nell’androne
delle scale che è rimasto immutato… penzola ancora un pezzetto di fune da una
carrucola che utilizzavamo per aprire il portone dal terzo piano…Namek ci
presenta al marito di quella bimba che giocava con mia sorella Cristina che è
rimasta a Vicenza…dalle foto che gli faccio vedere conferma… sua moglie è la
bambina della foto..l’emozione ci prende per mano e ci porta a varcare la soglia
di casa…dopo 5 minuti entra Lei la bambina diventata donna e mamma.....Nadia!!
ci abbracciamo e piangiamo…quaranta anni non sono pochi. Saliamo nel terrazzo
quanti ricordi…
Poi seguono altri giorni di emozioni irripetibili…la
visita alle scuole delle Suore Francescane e dei Fratelli Cristiani al mare dove
grazie alla mia testardaggine ho ritrovato il mio "scoglietto" della spiaggia
che non c’è più di ElSulfurei…Un’incontro emozionante ed inaspettato con
Bubaker che conosceva mio padre quando aveva il negozio di alimentari in sciara
Derna…e poi la fetsa per il mio 49° compleanno celebrato nel ristorante "Le
Lanterne" rimasto intatto nel tempo…Sabato 1° maggio si riparte soddisfatti e
pieni di voglia di ritornare…
Grazie Paolo, sei
stato per me la "PENICILLINA" sulla ferita che si è rimarginata subito e poco
importa se rimarrà una cicatrice…ora la ferita è definitivamente chiusa.
Cicero Claudio

23/30 aprile 2010: Il sogno si è
avverato.... e grazie a Paolo che mette tutto il cuore per farci rivivere e
soprattutto ritoccare con mano quel sogno svanito 40 anni fà. E' stato un
viaggio emozionante e... ritrovare Tripoli così come noi l'abbiamo lasciata
un po più "vecchia" ma sempre la nostra amatissima città è stato bellissimo,
come è stato bellissimo far conoscere alle mie figlie e a mia moglie i
luoghi che per anni avevo ricordato nelle lunghe ore passate al mare,
raccontando di un mare diverso e lontano, sono riuscito a trovare la nostra
casa a Collina Verde e siamo stati accolti con grande gentilezza ed invitati
ad entrare per prendere un tè, un ospitalità eccezionale nei nostri
confronti, evidentemente abbiamo lasciato un buon ricordo di noi... comunque
in 40 anni i proprietari di casa hanno cambiato solo la porta del bagno
tutto il resto è rimasto uguale, potete immaginare l'emozione e qualche
lacrima (non mi vergogno). grande emozione il ritorno della mia mamma al
villaggio di Oliveti dove dopo aver fatto delle foto abbiamo parlato con un
vecchio signore il quale ha voluto sapere il numero del podere e quando la
mia mamma gli ha risposto " numero 68" il vecchietto dopo un attimo di
riflessione ha detto: "Macchiarulo" ovviamente storpiandolo in arabo,
elencando tutti i nomi della famiglia.. Rita.. Peppino.. Pasquale.. Lisetta..Damiana..
"Damiana sono io" "Tu Damiana? ma tu non ricordare me? io sono Alì giocavo
con Fonzino" così è chiamato il fratello più piccolo di mamma (Alfonso).
Qui mi fermo perchè l'emozione è troppo forte solo ripensandoci, questa è in
parte la nostra emozione, ma è stato bello anche ascoltare le storie delle
persone che erano con noi nel gruppo, storie di chi ha ritrovato vecchi
amici ma soprattutto il modo in cui ci si è ritrovati.
Tripolini io vi auguro di poter visitare la città in cui abbiamo vissuto e
chi come me ci è nato, qualcuno pensa che è un ritorno al passato ed è male
vivere di ricordi, beh! non è proprio così vi posso garantire che fare un
salto nel passato, nei ricordi, è una grande gioia e lascia dentro
l'emozione che ti dà la spinta per il futuro, perchè sai, che quello che
abbiamo lasciato esiste ed ora possiamo toccarlo con mano tutte le volte che
vogliamo. Grazie Paolo
Chichiriccò Marco e famiglia

RITORNO A TRIPOLI
13
Ottobre 2009 Sono tornato a Tripoli. Questa è stata una esperienza che non potrò mai più
dimenticare. E' cominciato tutto da questo sito che mi ha dato la possibilità di
ritornare, attraverso testimonianze e informazioni che Paolo ha saputo darmi.
Mia moglie Gianfranca mi ha accompagnato in questa avventura e, parole sue, è
riuscita a percepire l'emozione che traspariva in noi Tripolini, vivendola lei
stessa. Ho ripercorso 18 anni della mia vita e camminato per le strade e
marciapiedi della mia gioventù. Da casa, dove abitavo, alla Cattedrale, dove
andavo a messa e dove sono stato battezzato, alla scuola di via Roma, dove ho
studiato, alle scuole del Fratelli Cristiani, dove ho fatto i 5 anni di
elementare e conosciuto tanti e poi tanti cari ragazzi, alla Madonna della
Guardia dove ho frequentato l'asilo dalle ""Suore Bianche"", al negozio
laboratorio tecnico di Fichera dove ho imparato i primi rudimenti di riparatore
radio tv, al laboratorio di Nicosia dove con un caro vecchio compagno di lavoro,
Verderame Luciano, ho imparato ad installare antenne tv per tutta Tripoli e,
ricordo, in molte case ci invitavano a mangiare il tanto amato KusKus, alla casa
della mia tanto amata ""maestra Scianna"" dove ho imparato a suonare la
fisarmonica e raffinato le tecniche di canto e conosciuto tanti amici e amiche e
poi tanti e tanti altri percorsi della mia gioventù.
Ho trovato, nel popolo Libico, una vera e calda accoglienza sia per le strade,
dove molte persone ci invitavano nelle loro case per offrire da bere e
sopratutto nella casa dove ho abitato, sono stato accolto con sorpresa e
cordialità. In questa mia avventura, ho avuto modo di ritrovare vecchi amici
Tripolini e riallacciare con loro una amicizia che si era persa in questi anni
di attesa di un ritorno a Tripoli, cosa che ho sempre sperato.
Sono contento di avere vissuto questa esperienza che ripeterò senz'altro
accompagnando, questa volta, i miei figli che desiderano conoscere i luoghi dove
ho vissuto la mia infanzia.
Questo è un augurio che faccio a tutti voi, cari amici Tripolini, perchè, per
quanto mi riguarda, non si può vivere solo di ricordi ma toccare con mano tutto
quello che si è vissuto lasciando alle spalle rancori e vicissitudini che i
nostri genitori hanno passato.
Con affetto Gianfranco Martellozzo

VIAGGIO A TRIPOLI
13 ottobre 2009
Finalmente è arrivata la data della partenza. Ci siamo incontrati con tutto il gruppo a Milano Malpensa. Alle 12.45 l’aereo è decollato e subito sono iniziate le prime emozioni. Alle 14.30 si vede la costa: un paesaggio molto emozionante. Alle 14.45 si atterra e appena scendiamo dall’aereo respiriamo l’aria natia. Fuori dall’aeroporto abbiamo trovato Namek,
la guida libica molto gentile che ci ha seguito per tutto il tempo. Si parte verso il centro di Tripoli, lungo la strada tutto è cambiato: è pieno di edifici in costruzione e altri che sembrano incompleti. Alle 16.30 arriviamo in albergo, dove si gode di una bellissima vista sul mare. Dopo cena andiamo in centro per vedere la Piazza Verde (Le ex P.zza Castello
e Piazza Italia ora unite), Corso Vittorio, la Cattedrale (adesso diventata una
bella Moschea) e la casa in cui io e mio marito abitavamo dopo il matrimonio: un emozione ed
un po di delusione, non esiste più il nostro portone.
14 ottobre 2009
Alle 8.30 siamo partiti per fare un giro nella città di Tripoli: visitiamo il museo, la città antica con tutti i suoi colori e profumi di spezie, i negozi di ori e argenti e le botteghe con gli articoli tipici dell’artigianato locale. Dopo pranzo siamo partiti con il pullman per Sabratha: è stato bellissimo attraversare l’ex corso Sicilia, passare davanti alla chiesa della Madonna della Guardia (adesso adibita a palestra), e poi davanti alla mia ultima casa prima di sposarmi; indicandola a mio marito scopro che anche un’altra signora sul pullman del gruppo di Roma abitava li: non ci eravamo riconosciute, ma abitavamo proprio nello stesso piano dello stesso palazzo. Che gioia averla rivista dopo 40 lunghi anni! Proseguiamo il viaggio e arriviamo agli scavi di Sabratha, che tra il cielo e il mare limpido mi sono sembrati ancora più belli di come li ricordavo.
Al ritorno troviamo molto traffico, le strade sono lunghe e caotiche, la via che da Tripoli va a Sabratha è tutta piena di costruzioni.
La sera abbiamo cenato nel ristorante “Le Lanterne”, dove abbiamo mangiato molto bene e dove abbiamo festeggiato il compleanno di Paolo Cason.
15 ottobre 2009
Al mattino abbiamo visitato il Cimitero Cristiano: è molto più piccolo di come lo avevamo lasciato, ma è davvero molto ordinato e pulito. Con alcuni compagni di viaggio abbiamo preso il taxi per andare alla ricerca
della zona delle “Case Operaie”, dove sono nata e vissuta fino all’età di
16 anni. Ho fatto da guida all’autista: sarà stata la voglia di rivedere il
posto, ma ci sono riuscita, nonostante quella zona di Tripoli sia molto
cambiata, con strade nuove e palazzi. Quando stavamo per arrivare mi sono venuti
i brividi in tutto il corpo: la strada l’ho riconosciuta subito, sono scesa e
corsa verso la casa, che purtroppo non c’è più, è rimasto solo il cancello del
passo carraio, poi al posto della bellissima siepe fiorita c’è un muro alto,
come avevo sognato prima di partire. Il cancello era aperto, ho guardato dentro,
ma non c’erano più le piante del giardino, neppure la grande pianta di gelsi, ma
tutto cemento e una palazzina a due piani in costruzione. Ho voluto fare le foto
lo stesso. E’ stato un giorno bellissimo e per me indimenticabile. Poi siamo
andati col taxi alla ricerca della casa in cui mio marito abitava da piccolo con
la sua famiglia. Purtroppo non esiste più, è diventata una zona nuova con nuovi stradoni, palazzi e grattacieli, il tutto molto caotico. Poi abbiamo cercato un’altra abitazione in cui avevano abitato successivamente, ma anche quella non esiste più.
Per il pranzo ci siamo riuniti al gruppo principale nella Piazza Verde e siamo
andati in un ristorante tipico vicino all'ex Cinema Lux e nel pomeriggio abbiamo visitato il Suk e fatto shopping fino a sera. Abbiamo incontrato diverse persone anziane che ci hanno parlato in italiano e che sono stati molto gentili con noi; si ricordavano di noi italiani e ci hanno salutato gentilmente augurandoci un bentornati a casa e buon viaggio.
16 ottobre 2009
Gita a Leptis Magna, a 125 km da Tripoli. Sulla strada abbiamo attraversato numerosi paesini rimasti quasi come erano una volta. Il paesaggio era molto verde, pieno di palme cariche di datteri, ulivi, mandorli, tutto tenuto molto ordinato al contrario di altri posti.
Arrivati a Leptis Magna, abbiamo visitato il museo con una guida che parlava in arabo e un’altra che traduceva in italiano. Al pomeriggio abbiamo visitato gli scavi con Namek, davvero molto bravo e coinvolgente. Non si può descrivere quanto è bella Leptis Magna. Mentre Namek si apparta per pregare, noi ci dirigiamo da soli verso il mare, sebbene ci avesse detto che ci avrebbe accompagnati lui. Il mare era talmente bello che non abbiamo resistito e siamo entrati con i piedi dentro l’acqua: che sensazione bellissima toccare e sentire sotto i piedi quella sabbia! Sembrava di seta, non sarei più andata via da lì. Ma Namek dopo un po’ ci richiama per continuare il giro in mezzo a quegli scavi bellissimi e preziosi. Con quelle persone stupende che abbiamo incontrato durante il viaggio sembrava che ci conoscessimo da sempre, tutte molto simpatiche.
Il ritorno per Tripoli è stato accompagnato da un forte acquazzone con lampi e tuoni.
17 ottobre 2009
Gita a Garian, famosa per i fichi e le ceramiche, e a Termissa, antico villaggio
berbero contornato da montagne, che la guida ha definito una fruttiera perché vi
si producono mele, pere e pistacchi. Lungo il percorso ci sono i lavori in corso per portare l’acqua alle case, si scava nella roccia calcarea, un lavoro grandioso e un cantiere continuo. Sui bordi delle strade si trovano i venditori di miele amaro della Cirenaica, che
può essere mangiato anche dai diabetici. Siamo passati da Rishban, una città abitata da un popolo berbero, dove i figli ancora hanno soggezione a guardare in faccia il padre. Attraversiamo poi Zintan, circondata da terreni coltivati a ulivi e abitata anch’essa da popolazioni berbere, qui le case vengono costruite con tante punte sui tetti,
con la credenza di tenere lontano il malocchio. Termissa: antico villaggio berbero, sito ancora vergine, non frequentato da turisti, siamo stati tra i primi ad averlo visitato. Appena arrivati ci attaccano sulla fronte alcune foglie masticate di cappero selvatico e ci dicono che fa passare il mal di testa. Alcuni ragazzi si sono esibiti arrampicandosi sulla roccia e poi saltando da una parte all’altra: sembravano degli scoiattoli. Abbiamo visitato anche un piccolo museo dove venivano conservati attrezzi da lavoro. Una donna berbera messa al riparo dal vento in un angolo di una roccia, stava preparando la farina per la zammita (con 8 tipi di cereali diversi). Era tutta avvolta nel baraccano e
non gradiva farsi fotografare. Il posto era molto bello e suggestivo; ci hanno offerto un po’ del loro pane senza lievito cucinato sulla pietra, assomiglia vagamente alla nostra piadina. Prima di ripartire abbiamo fatto una foto di gruppo che poi i berberi avrebbero messo nel museo.
Abbiamo pranzato con sciorba, rishda e frutta a Garian in una casa troglodita scavata sotto il livello della strada: una tipica casa araba con il cortile al centro e le stanze intorno. Siamo stati accolti con la musica e con una danza molto allegra e coinvolgente; però si esibivano solo gli uomini. Veramente una gita indimenticabile.
18 ottobre 2009
Giornata libera. Siamo andati a vedere la zona coloniale della città di Tripoli, dove stanno costruendo lungo tutte le strade. Sono zone un pò trascurate, ma nonostante ciò ci ha fatto molto piacere ritornare nei nostri posti. Nel pomeriggio siamo andati nel villaggio turistico di Zanzur, dove qualcuno del gruppo ha fatto il bagno. Poi abbiamo cenato all’araba, ma seduti su delle poltroncine basse: molto bello. Dopo cena ci siamo seduti fuori sotto le stelle a chiacchierare e raccontare barzellette.
19 ottobre 2009
Giornata dedicata alla visita della città e alla ricerca dei datteri gialli, che non abbiamo trovato. In corso Sicilia abbiamo incontrato un signore anziano che era cresciuto dalle Suore Bianche della Madonna della Guardia; si è commosso e voleva invitarci a mangiare il couscous a casa sua; era dispiaciuto di non averci incontrato prima, ma ci ha dato il numero di telefono per chiamarlo nel caso in cui tornassimo a Tripoli.
Dopo aver fatto un giro nel suk e nel mercato rionale, abbiamo pranzato in un chiosco sul nuovo lungo mare e dopo un’altra passeggiata siamo tornati in albergo a preparare le valige per il rientro in Italia.
E’ stato un viaggio bellissimo e pieno di emozioni, che dopo 40 lunghi anni non avrei mai pensato di provare, specialmente quando ho rivisto la casa in cui sono nata. Un caro saluto a tutti,
coniugi Titone

Il "Padre
nostro" tradotto in arabo dal professor Aldo Guardì
Abana-lladhi
fi ssammàuàti
Abana-lladhi fi
ssammàuàti: liyataqaddusa-smi
Padre nostro che sei nei
cieli: sia santificato il Tuo nome
Liya'ati Mulkutuka,
litaku n mashi-atika kamà fi-ssamà- i kadhalika 'alà-l'ardi
Venga il Tuo Regno,
sia fatta la Tua volontà, come in cielo così in terra
Ahtina hubzana
kufata yauòina ua Agfira Lana dhnubana ua hatayana
Dacci oggi il nostro pane
quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti
kama nahnu nagfiru
lima asa-a ilayna, ua la tudhilna fi-ttagiarib
come noi li rimettiamo ai
nostri debitori e non ci indurre in tentazione
lakin naggiana
min-assciariri.
ma liberaci dal male
Amin
Amen

Il
silenzio dopo la "Kasciara della zahma"
Carissimi
amici miei, come sempre non ci sono parole per ringraziarvi per i momenti
d'allegria che mi avete, come sempre, donato. Meritereste un grande regalo
tutti quanti, nessuno escluso per il clima di gioia che riuscite a creare in
quei giorni. Siete Lontano dagli occhi (ma non dal cuore) e allora l'unica
maniera per farvi un regalo è quello di scrivere qualcosa che mi avete
ispirato, delle parole che mi avete strappato dal cuore. Quando la carovana
delle vostre auto ha lasciato Paderno, io e quei pochi amici rimasti ci siamo
guardati in faccia: eravamo commossi e ci sentivamo vuoti. E in quei momenti
così emozionanti, anche uno stupido poeta come me, sa trovare le parole
giuste per rappresentare la malinconia. La poesia s'intitola: Non amo questo
silenzio . e a voi la voglio inviare subito. Vi tocca di diritto leggerla per
primi. No, dico: siete stati o no gli ispiratori della poesia?Allora vi
spetta la precedenza assoluta. Franco Macauda
Non
amo questo Silenzio
Non
amo questo Silenzio
che che
dal Monte Grappa scende
a valanga
e invade il Parcheggio
lasciato
vuoto
dalle macchine dei miei amici.
Quelle
macchine che,
con
le poltrone comode e ripiene d'Affetto
e con
il rumore impazzito delle loro marmitte,
mi
corteggiavano e m´invitavano a seguirle d´istinto,
ovunque
andassero,
soddisfacendo
il mio bisogno d´Amicizia.
Non
amo questo Silenzio
che
partorisce ombre di Tristezza
sul
Parco e sulle nostre panchine,
dove
prima il Sole e la Luna vigilavano
affinché
i nostri dolori quotidiani
restassero
fuori, per un momento,
dai
nostri cuori in odore di felicità.
Non
amo questo Silenzio
che,
adesso, dall´asfalto si
alza come nebbia
e
nasconde alla mia vista i
visi ormai lontani
dei
miei allegri compagni,
allontanando
da me il fragore delle loro risa,
che
già esce troppo velocemente
Franco
Macauda
Vittime e non carnefici
Caro Diario, mi chiamo Maria Luisa Torricelli, seguo da tempo il tuo splendido
sito ma, solo oggi, ho trovato la forza emotiva per scriverti e per tirare
fuori quell´enorme groviglio di emozioni e sentimenti che ha un solo nome:
TRIPOLI. Il solo nominare la Libia, Derna
la città dove sono nata, il 10 maggio 1940, e Tripoli dove ho vissuto fino al
1952, genera in me una ridda di emozioni così forti ed uno struggimento tale
che...
Sono sicura, comprenderai benissimo. Non ce la facevo proprio a parlare
della mia meravigliosa infanzia perduta, dei miei nonni, di mio padre e dei
suoi fratelli che vissero in Libia per 37 anni. Se chiudo gli occhi rivedo
la mia casa alle Incis di Città giardino,la scuola di Via Lazio, la
Cattedrale
dove feci la Prima Comunione e la Cresima, tutti i miei amici e compagni
di giochi spensierati! E gli amici dei miei genitori,i coloni, i concessionari
gli impiegati,i commercianti, tutta gente che lavorava alacremente, che dava
tutta se stessa ad una terra arida e arsa dal ghibli,con grande dedizione e
sacrificio, che aveva creato dal nulla,da "un enorme scatolone di
sabbia" lo stato più
moderno ed avanzato dell´intero nord-africa..
Ecco perché, oggi, in me è scattato qualcosa: risarciamo la Libia per i
"danni coloniali" e "chiediamo scusa". E´ veramente il
colmo!! Così mi sono messa davanti al computer ed ho scritto una lettera a
"Il Giornale",pubblicata in data 10 Settembre 2008, a pag. 38 dal
titolo "Libia risarcita, Italiani oltraggiati" E´ stata
"tagliata" qua e là ,ma la cosa più importante l´hanno
pubblicata. Un´altra lettera l´ho scritta a "La Sicilia" di
Catania, dove mi hanno dato più spazio e che è stata pubblicata il 7
Settembre 2008, a pag.38, dal titolo "L´accordo con la Libia e le colpe
(?!) degli Italiani" . Ho chiesto rispetto, il più grande rispetto per
tutti noi Italiani di Libia ed anche per far sapere la nostra verità a quanti
,ancora oggi, sconoscono la storia dei loro compatrioti e parlano a vanvera e,
soprattutto ai giovani, ai tanti giovani plagiati da una cultura strabica e
sinistrorsa ,che si riempiono la bocca di parole come "diritti
umani", "dignità del lavoro" e non posseggono né le
conoscenze storiche, né la correttezza intellettuale per sentenziare su
episodi molto dolorosi della nostra Storia, che ci vedono sicuramente vittime
e non carnefici.
Il mio è solo un piccolo contributo, me ne rendo conto. Dovremmo essere molti
di più ed agire tutti insieme in modo molto più incisivo. Tuttavia ho voluto
dartene
notizia, oltre ad esprimerti tutto il mio apprezzamento per il tuo sito e le
tue iniziative.
Se vuoi, pubblica questa mia sul tuo sito, in modo che anche gli altri
tripolini lo sappiano.
Spero , fra non molto, di potere trovare il "coraggio" di chiedere
notizie dei miei vecchi
amici mai più rivisti... Per ora l´ha fatto mia figlia Erika Pinieri di cui
hai già pubblicato l´
appello nella rubrica " ritrovarsi". Un caro abbraccio
"tripolino". A presto
Maria Luisa Torricelli

Lettera
ad un’amica
“Questa
notte, in un sogno, ti ho svegliato per chiederti: vuoi venire con me? Ti farò
conoscere la mia Africa!
-
Ma
insomma, a quest’ora di notte!
-
Non
t’interessa?
-
Certo!
M’interessa molto! Dev’essere un luogo meraviglioso, ma ne parliamo
domani….
-
Dimentichi
il proverbio dei nonni africani: “ Gli amici veri dividono il pane e i
sogni.”
-
E
va bene! Ti ascolto! Andiamo….
E
come accade in un gran sogno, chiudiamo gli occhi e voliamo verso il mare….
All’arrivo, su una pietra levigata dal vento, quasi ravvolta nella
sabbia e dimenticata dal tempo, leggiamo:
“Tripoli
(Libia) – 18 Settembre 1961 - Ore 07.30, sulla duna nasceva un altro
granello di sabbia... “
E
mentre esplori affascinata la linea dell’orizzonte che si dischiude
prevedendo l’incantesimo, ecco sorgere la mia Africa accompagnata dalle
sfumature del sole nascente…
Alla
luce di tanto splendore ti guido verso ogni segmento dei miei ricordi di
bambina, su ogni orma o traccia dei miei pensieri, per dirti con voce commossa
che…..nulla vale la dolcezza della terra natìa.
L’Africa
ha una bellezza incomparabile. Cerco spesso di ricordarne i colori.
Li
amo perché m’incantano, provo piacere a distinguerli dentro di me: mi
alleviano la nostalgia ed il bisogno di rivederla. Allo stesso modo i canti
dell’Africa…irraggiungibili da un animo che non li ha vissuti con la mia
stessa intensità. Li ricordo come la colonna sonora della mia infanzia.
Il
cielo del giorno è sempre tinto da un azzurro specchiante e di rado venato
dalle nuvole, pieno di verve quando le mille tortore lo attraversano. Una luce
molto differente dalla nostra; è come se il cielo volesse accarezzare in modo
diverso i colori del paesaggio circostante per rilevare una terra ai confini
del paradiso.
Una
terra di forte carattere, irriducibile, misteriosa, affascinante.
Non
ci si stupisce dinanzi ad una cerimonia mortuaria, perché non vi è frattura
fra la vita e la morte. I morti sono le radici dell’albero del quale noi
siamo i rami viventi.
Laggiù
anche le stelle sono più luminose. Di notte ad un tramonto riesci a vedere
molto più lontano rispetto ad un’altra parte del mondo. E’ facile persino
sognare….che al risveglio il sogno si avvera.
Si
vive costantemente nell’abbagliante luce del sole, attorniati da un
incredibile dolcissimo silenzio, rotto solo dal ronzare degli insetti, da una
folata di vento, dal rumore di un animale sconosciuto o dalla corsa veloce di
uno scorpione che scompare fra i sassi.
E’
incantevole camminare su spiagge deserte e bianchissime, dove le onde sembrano
danzare, la brezza che soffia tra le palme ondeggianti in mezzo a gruppi di
eucalipti sempre fioriti dove il pensiero cede il passo all’infinito.
Qualunque
cosa farai, ovunque andrai amerai l’Africa, ed anche l’Africa ti amerà.
Ricordo
i villaggi di argilla, la luna sul dorso degli animali, la sabbia rossa e
impalpabile, una carezza per la mia piccola mano, le corse sempre a piedi
nudi, la gazzella che rubava la verdura nell’orto, le dune, un’idea per le
mie capriole.
Il
silenzio della notte fredda e mai così buia, le voci convulse degli operai al
lavoro nei campi e le donne ai pozzi per attingere l’acqua.
Mi
ricordo all’ombra del melograno a comporre i compiti di scuola.
Ricordo
il palmeto sotto la luce sempre incandescente del sole, i villaggi poveri sì
all’esterno, ma dall’interno riuscivano a regalarmi serenità e amore.
Ricordo, che dall’alba al tramonto anche il più leggero alito di vento
accompagnava ovunque l’odore del fuoco sempre acceso, l’aroma del the alla
menta, l’odore intenso delle noccioline che abbrustolivano nella padella sui
carboni. Ricordo, ancora, quei giorni in cui raccoglievo (di nascosto) i
datteri e le banane con gli amici arabi.
Ricordo
il sapore indimenticabile del latte di capra e del pane con il burro di
cammello preparato dall’araba nella sua capanna, il couscous che in ogni ora
del giorno emanava i profumi delle spezie nell’aria sempre calda e, ancora,
ricordo ogni angolo di strada che percorrevo a piedi per andare a scuola.
Ricordo
il canto d’amore delle cicale tra i rami del gelso nel giardino di casa, il
vento intriso di sabbia che mi avvolgeva come in un abbraccio, la carovana di
cammelli che partiva dall’oasi lì vicina per raggiungere le zone
petrolifere, sentire me stessa parte del mio piccolo paradiso in un deserto di
solitudine che lenivo con la sola forza dell’inconsapevolezza o del mio
conciliante e naturale sorriso di bambina.
E’
al mare e al vento africano che confido i miei sogni. Da sempre.
Ma
l’Africa conosce il mio canto? Si ricorderà di me? I miei piccoli amici che
ho lasciato si guarderanno ancora in giro per cercarmi? Incontravano difficoltà
a pronunciare il mio nome, inizialmente rimediavano con Ingranata poi con Inco.
L’Africa
è divenuta col tempo un sogno. Un sogno che l’atteggiamento di un Governo
rivoluzionario, ha violentemente e artificiosamente interrotto.
Parlarti
della mia Africa rappresenta per me un’opportunità meravigliosa, poiché
attraverso il ricordo della magia dei suoi colori, dei suoi contrasti,
dell’intensità della sua luce e soprattutto del calore e della genuinità
della sua gente, evoca in me una profonda, struggente e dolorosa nostalgia.
L’Africa
è stata la mia culla, la mia casa.
L’Africa
è la vita che mi porto dentro, è un sogno vissuto che mi è gradito dividere
con te che sei l’amica più cara.”
Incoronata
Vivolo

CRONACA
DI UNA GIORNATA
AL
6° INCONTRO dei “CRISPINI”
Campobernardo – SALGAREDA (TV) 8.6.2008
Caro
Diario, ho partecipato all'incontro che annualmente gli ex abitanti del
Villaggio Crispi di Libia organizzano oramai da sei edizioni, ho voluto
conoscere queste persone così attaccate alla loro memoria di coloni vissuti o
nati in un paese che hanno visto crescere dal nulla e che hanno lasciato nel
nulla dopo aver speso una vita per renderlo fertile e produttivo, domenica
mattina ci rechiamo di buon ora in una frazione di Salgareda in provincia di
Treviso e precisamente a Campobernardo dove in un grazioso ed ampio
ristorante
veniamo accolti da uno sparuto gruppo di persone
dedite a visionare decine di
foto di grande formato esposte sotto un'ampia veranda

Questo
sparuto gruppo di persone ben presto si trasforma in una quantità di persone
che occupa tutto lo spazio disponibile, e inizio a fare la conoscenza
innanzitutto del signor Pivetta ottimo organizzatore dell'incontro e poi mi
accorgo parlando con loro che molti sono a conoscenza del sito e che hanno
piacere di incontrarmi di persona, sono persone simpatiche e piene di calore
umano e mi coinvolgono in racconti vicini e lontani nel tempo, ascolto
esclamazioni di gioia o di sorpresa quando si incontrano tra loro amici che
non si vedevano da almeno un anno, ma altri da molto di più

Viene
officiata la messa e tutti si ritrovano come 40 anni fa insieme, oggi nella
parrocchia del paese e allora nella piccola chiesa del Villaggio Crispi, i
volti sono maturati, ma le emozioni, le sensazioni e i ricordi sono rimaste
quelle di allora, poi una volta fuori sul sagrato la foto di gruppo

Giunge
così all'ora del pranzo e assisto ad una simpatica e collettiva baraonda
nel prendere posto a tavola dove ognuno vorrebbe accanto a se l'amico o il
conoscente che ha ritrovato
il
professor Paratore accoglie tutti con un breve discorso e fatica molto a
acquietare i rumorosi ospiti che con l'esuberanza dei non più vent'anni
vociano allegramente ma poi si fa il silenzio e il discorso viene ascoltato
attentamente interrotto qua e la da qualche sentito applauso
Viene
poi consegnata una piccola pergamena ricordo dell'incontro al sindaco che
affettuosamente ringrazia orgoglioso di avere come cittadini persone temprate
da mille avversità che oggi pur lontani dalle terre che hanno dissodato sono
parte integrata in una realtà diversa

ed
infine tutti si apprestano a consumare il cibo che solerti ragazze portano ai
commensali i quali fanno ottima accoglienza alle varie portate tra lampi di
flash e ronzii di telecamere che molti usano per portare a casa un ricordo di
una giornata emozionante

poi
nel tardo pomeriggio tutti fuori a godere del sole e della compagnia degli
amici con scatti di foto da portare a chi è rimasto lontano per altri impegni
o motivi
giunge
l'ora dei saluti, c'è chi viene da lontano, chi da Roma, chi da Terni e chi da
Londra, il sole è ancora alto e splende ma inizia a piovere quasi a
suggellare con quelle gocce di pioggia una giornata fortunata, sicuramente
fortunata per me che mi ha permesso di conoscere oltre 200 nuovi amici e che
sarò orgoglioso di ritrovare il prossimo anno, ciao amici,
da un "Crispino" di adozione!

Ho amato una gazzella
Ho
visto
un
mondo diverso
con
i tuoi occhi
bellissimi.
Ho
palpitato
dentro
il tuo petto,
ora
tumultuoso,
ora
dolcissimo.
Ho
suggerito,
ho
consigliato...
vivendo
la tua vita.
Perché
l´ho fatto?
Non
avevo capito
la
tua vera essenza
di
gazzella libera
in
spazi infiniti.
Il
tempo è fuggito
portandoti
con sè :
non
ho potuto fermarti
.....o
non ho saputo.
Talvolta
ti sento
vicinissima,
i
miei pensieri
incrociano
i tuoi.
Nel
buio della mia anima,
per
un attimo infinito,
si
riaccende
una
calda fiammella.
Ti
amerò, mia dolce gazzella,
finchè
questa fiammella
non
si spegnerà per sempre,con
me.
Salvo
Grungo

"La
saga....di un profugo"
Capitolo
1
Negli
scritti di noi rimpatriati dalla Libia si parla molto spesso di quello che e'
accaduto prima della nostra cacciata. Poco si dice su quella che e' stata la
vita e come e' cambiato il futuro di ognuno di noi, sia pur anziano o giovane
fanciullo, che e' stato estirpato da quello che era il nostro vivere
quotidiano. Ci siamo dispersi, anzi ci hanno volutamente disperdere, perchè
non potessimo essere più, uniti, una minaccia al quieto vivere dei nostri
politicanti. Nessuno si e' mai preso la briga di farci reintegrare e partecipi
della vita italiana. Ci hanno dato quattro soldi, che non sono valsi neppure
un decimo di quello che abbiamo perduto, ma non ci hanno ridato la nostra
dignità e il rispetto che ci meritavamo. Per anni abbiamo sofferto, come
cittadini di seconda classe, il nostro stato di quasi inferiorità ,senza
magari essersene accorti. Chi è che non ha patito, seppure in silenzio, il
delitto più grande che ci e' stato fatto vivere, il distacco da quella terra
che i nostri padri e genitori hanno lavorato con grande fatica anche a costo
della propria vita. Diciamolo onestamente ai nostri governati, di destra o di
sinistra, che ci hanno usato, spremuto e poi disperso, come foglie secche che
non hanno più alcun senso. Grazie Paolo Cason, il tuo sforzo e la tua bravura
hanno fatto sì, con il tuo sito, che da quelle foglie secche germogliasse una
pianta che può dar vita ad un vero movimento dei rimpratriati dalla Libia.
Non quello della associazione, legata politicamente alle poltrone del potere,
a volte destrorso e a volte sinistrorso. Noi che non abbiamo mai fatto
politica, non sapevamo neppure il significato della parola e se non ce l'ho
avessero insegnato a scuola, saremmo stati apolitici per il resto della nostra
vita.
Chi e' che non ricorda quei momenti drammatici del così detto rimpatrio, da
una terra che ci aveva dato i natali, alla terra dei nostri antenati, ma che
almeno ci ha dato solo un'etichetta," Italiani". Mentre in Italia ci
hanno identificati con la qualifica di Profugo. Immaginate, la condizione di
profugo veniva riforgiata nella parola qualifica.
Pensate a quanto ci hanno fatto soffrire, ma non parlo dei libici e di
Gheddafi, ma dei nostri politicanti che ci hanno trattato come merce da
baratto. Ci e' negato persino il sacrosanto diritto di ritornare nella terra
dove siamo nati, magari sdraiarci sotto una palma a goderci l'odore delle
spezie e del mare mediterraneo.
Non possiamo guardarci indietro, non l'abbiamo potuto fare per anni, oltre 30,
ci hanno fatto perdere il senso dell'orientamento,come quegli animali
spauriti, rinchiusi nella gabbia di uno zoo. Si perche' ci hanno rinchiusi nei
vari zoo delle città italiane e ci hanno etichettato come profughi. Ricordate
quando nei primi tempi della nostra acclimatazione in terra Italiana, ci
siamo, anzi ci hanno fatto sentire stranieri, quasi rigettati. Ricordo che
studiavo all'università e i miei compagni di corso, quelli più benevoli, mi
chiamavano; il libico, l'africano o l'arabo, mentre quelli più agguerriti o
di sinistra mi chiamavano "fascista".
Avevo sentito più di una volta quell'aggettivo da mio padre quando ci parlava
del periodo fascista, ma non pensavo di esserne uno, solo perchè ero nato in
una colonia italiana. Ritengo che la nostra cacciata ha certamente influito
molto sulla nostra vita, sul nostro futuro e sulla nostra carriera
professionale.
Per molti già adolescenti l'inserimento e' stato difficile se non quasi
impossibile e forse quella storia che vi racconterò e che leggerete qui di
seguito e' solo una risultante di tutte le storie che abbiamo noi individualmente
vissuto dopo ed a seguito della cacciata dalla Libia. Questa storia si
riferisce solo ad una parte della vita di mio fratello Carlo Alberto, deceduto
a Roma, il 20 maggio 2007, alle ore undici circa, davanti al giudice della
Corte Penale del Tribunale di Roma.
Tutto cominciò quando rientrammo, Carlo aveva deciso di stabilirsi vicino a
Roma con la moglie ed il figlio, ad Aprilia precisamente. Pensava di fare il
commerciante, aveva appena 22 anni, moglie e un figlio. Mio padre l'aiuto' ad
aprirsi un negozio di forniture idrauliche. Sono ancora sbalordito dall'idea,
vedere Carlo, fare l'idraulico era proprio un'immagine che non avrei mai
potuto mettere a fuoco. Lui che a Tripoli era sempre ben vestito, tutto
tirato, il ciuffo alla Tony Renis, non non ci avrei mai creduto se non
l'avessi visto con i miei occhi. Quando l'andai a visitare per la prima volta,
mi resi conto della metamorfosi che aveva avviluppato ognuno di noi, profughi,
eravamo proprio cambiati. Non riuscivo comunque a comprendere bene quello che
accadeva perchè nella mia condizione di studente, non riuscivo a a vedere la
diversità nella vita. Per me era come una trasferta per studio e non era poi
tanto male, vivere mantenuto dai genitori, in una città piena di studenti da
tutto il mondo, come quella di Pisa. Non ero poi tanto diverso dagli altri
studenti lontani da casa, dalla terra dove avevo vissuto la mia infanzia e
prima gioventù. Non mi rendevo conto ancora, per me e' stato meno duro il
distacco, ma per i miei fratelli e per mio padre credo che abbiano sofferto
sino dal primo giorno che hanno messo piede in "Patria".
Comunque Carlo si dava da fare per mantenere la famiglia ma credo che allo
stesso tempo era sempre alla ricerca di quell'ancora di salvezza che ognuno di
noi cerca nei momenti di sconforto. Cosi quasi per distrarsi e alleviare il
dolore della nostalgia, si e' dato alla vita spensierata della Roma notturna.
Con questo non intendo giustificarlo, ma sono convinto che sarebbe stato
diverso se, il rimpatrio non fosse stato forzato, ma volontario.
Col passare degli anni, era gia' il 1978, si invaghi di una giovane donna
Americana, ricordo solo il nome "Joni". Aveva deciso di lasciare la
sua famiglia e rifarsi un'altra vita con questa sua amante. Ricordo che
rientrando dalla Sardegna, dove già lavoravo da qualche anno, in transito per
Fiumicino, all'aeroporto Leonardo Da Vinci,mi venne a trovare e mi presento la
sua amica. Lo presi da un lato e gli dissi se era matto, nostro padre ci aveva
cresciuto con dei principi ferrei, in particolare per quanto riguarda il
rispetto della moglie, dei figli e dell'unita' della famiglia. Ero sposato
solo da poco meno di un anno e non potevo concepire assolutamente la
separazione ed il divorzio, per me erano tabù incomprensibili. Gli chiesi
come poteva pensare di andare a vivere con un'altra donna con la prospettiva
di allontanarsi da suo figlio che all'epoca aveva poco più di dieci anni. Mi
guardò, sorrise, si voltò e si incamminò verso la donna che lo attendeva
non molto distante. Quella era l'ultima volta che vidi mio fratello Carlo
prima della sua partenza per gli Stati Uniti.
Capitolo
2
Venni
a sapere da mia madre che Carlo era andato a farle visita per salutarla
perchè aveva deciso di partire per gli USA con la sua nuova compagna Joni.
Era la fine del 1978, verso novembre, quando mio fratello Santino mi disse che
Carlo si era definitivamente trasferito in California. Mi disse che si erano
sentiti per telefono e che Carlo gli aveva detto che si era sistemato con il
lavoro e che presto ci avrebbe invitato a raggiungerlo. In quel periodo stavo
lavorando in Arabia Saudita, a Riyadh, precisamente in un cantiere per la
costruzione della nuova Università di quella città. Ricordo una notte,
mentre stavo dormendo, squilla il telefono, mi sveglio di soprassalto e vado a
rispondere. Dall'altra estremita' del telefono sento una voce che riconosco,
è Carlo che mi dice " Gianfranco ? Ti ho mica svegliato? Stavi
dormendo?" "Certo che stavo dormendo - gli risposi- Non sai che ci
sono 11 ore di differenza di fuso orario tra l'Arabia e la California?"
Solo Carlo poteva fare la scenata dell'ignaro. "Non lo sai che qui sono
le due della notte? " gli ribadii. " Ad ogni modo cosa vuoi? Ora che
mi ha svegliato me lo vuoi dire" continuai. "Volevo solo salutarti e
dirti che sto bene e che mi manchi....fratellino mio" mi rispose.
Conoscevo bene Carlo e solo nei momenti di sconforto o di nostalgia acuta era
solito usare il diminutivo di fratello. Solo quando si sentiva solo e forse
perduto. Mi e' accaduto diverse volte di trovarmi in situazioni di solitudine,
ma io ho sempre reagito con meno esternazione dei miei sentimenti. Era già da
quasi un'anno che lavoravo in Arabia, un paese lontano, dalla nuova casa e
famiglia in Italia. Infatti mi ero sposato nel giugno del 1977 con Stefania,
una giovane studentessa di filosofia conosciuta nel mio nuovo paese di
residenza, Montecatini Terme. Comunque a sentire quella espressione dalla voce
di Carlo, mi venne un nodo alla gola, quasi non riuscivo a parlare. Con voce
strozzata gli dissi " Devo salutarti perchè la mattina quì iniziamo a
lavorare alle cinque"
L'abuso che abbiamo sofferto, quello della cacciata, ci ha cambiato
all'interno ed ha cambiato le sorti della nostra vita futura. Per quel Natale
1978, rientrai in Italia, a Montecatini. Passai i pochi giorni di vacanza con
mia moglie, che era in attesa della nostra prima figlia e con mia madre e mio
padre. Abitavo con mia moglie in un appartamento di una palazzina multipiano,
nella quale abitava anche mia sorella Antonietta con il marito Vincenzo La
Porta, proprietario dello stesso stabile. Carlo durante quelle festività lo
sentimmo solo una volta che ci chiamò la sera di Natale. Ricordo che fece
parlare Joni con mia madre e mia sorella, non si intendevano molto ma
certamente ridevano con mera soddisfazione. Il giorno dopo l'Epifania, dovetti
partire nuovamente per l'Arabia per continuare il mio contratto di lavoro.
La nascita della primogenita era attesa per la metà del mese di febbraio e
quindi programmato il mio rientro in Italia per un periodo che andava dal 10
al 18 di Febbraio 1979, sperando di essere quantomeno presente il giorno della
nascita di mia figlia.......
Capitolo
3
Ricordo
che mi pesava moltissimo rientrare in cantiere a Riyadh, lasciando mia moglie
proprio vicina ai giorni dell'attesa nascita. Non avevo avuto scelta il mio
turno di lavoro mi vedeva rientrato appena subito l'anno nuovo 1979. Arrivai
il 6 gennaio in Arabia, da subito mi buttai a capofitto nel lavoro sperando di
rendere meno dura la mia permanenza in quel paese. Non ci stavo male, essendo
nato in un paese arabo, il legame con la cultura, la lingua ed il cibo
mediorientale, che si avvicinano molto a quella arabo africana, resero la vita
nella lontananza più tollerabile. Era l'8 febbraio quando ricevetti una
telefonata da mia moglie che mi chiese di rientrare perchè sentiva che il
momento si avvicinava. Avevo già il passaporto,con il visto d'uscita dal
paese, pronto. Presi la macchina e mi recai all'aeroporto convinto di accellerare i tempi della partenza. Arrivai al banco della Saudia Air Lines,
l'unica compagnia che collegava Riyadh a Roma con volo diretto, pregavo che mi
concedessero
d'imbarcarmi sul volo diretto quasi immediatamente, partiva dopo un' ora,
purtroppo non mi riusci e dovetti ritornare il giorno dopo. Ricordo che quasi
non dormii tutta la notte, avevo chiamato casa almeno una decina di volte e ad
ognuna Stefania, mia moglie, mi scongiurava di fare presto. Il giorno dopo
andai a lavoro, con la valigia in macchina, pronto a partire. Alle 15:00 mi
congedai dal mio capo e mi recai all'aeroporto. Giunto in aeroporto l'unico
posto disponibile era quello su di un volo da Riyadh per Jeddah con la labile
possibilità d'imbarcarmi su di un volo Alitalia da Jeddah a Roma. Decisi di
tentare la sorte e cambiai il mio biglietto diretto con quello con transito a
Jeddah. Quando mi recai al gate d'imbarco mi resi conto che quello era un volo
pieno di pellegrini che si recavano alla Mecca e mi guardai in giro e vidi che
c'era soltanto un'altro come me vestito in abiti occidentali, tutti gli altri
circa 400 passeggeri erano avvolti nel classico barracano. Non mi scoraggiai e
quando si apri' la porta mi avviai verso l'imbarco
Era gia' passata un'ora abbondate e gli sbalzi dell'aereo si facevano sempre
più forti e minacciosi.
Ad un certo momento, successe il pandemonio, un vuoto d'aria ci fece
precipitare per circa credo 50 o 100 metri. La caduta sembrava inarrestabile,
poi finalmente un botto tremendo, come un'esplosione avvenuta al disotto della
carlinga e l'aeromobile riprese quota senza più scossoni. Molti passeggeri
gridavano e c'erano giovani che piangevano, io ero scosso e quasi immobile,
non riuscivo neppure ad immaginare il colore del mio volto, ma passandomi una
mano sul volto mi resi conto che ero bagnato di sudore. Avevo certamente
sudato freddo anche perchè all'interno dell'aeromobile la temperatura era
abbastanza bassa. Quando mi ripresi vidi un' uomo anziano alzarsi, aveva la
barba bianca, il capo coperto, dal quale spuntavano i folti capelli, bianchi
anche quelli. Teneva in mano un fascio di rametti marroni, poi capii che erano
radici seccate al sole. Gli arabi le usano per strofinarsele sui denti e
succhiarle come una liquirizia. Era la prima volta che li vedevo e toccavo.
L'uomo mi si
avvicino, estrasse un rametto dal mazzo, e me lo porse ed in un inglese un po'stentato
mi disse " Take it, good for your heart" . Lo ringraziai e mi misi a
succhiare quella radice fino al momento dell'atterraggio. Solo quando stavamo
sbarcando mi accorsi che avevo distrutto quel rametto e l'avevo ridotto ad un
mozzicone tutto fradicio. La paura era stata tanta ma finalmente la prima
parte del viaggio era terminata, mi avvicinavo sempre più all'Italia. Le
speranze d'imbarcarmi sul volo Alitalia per Roma era ancora labili ma non
volevo perdermi d'animo. Entrando all'aerostazione mi accorsi che avevo scelto
proprio il giorno sbagliato per viaggiare, ma non avevo scelta dovevo giungere
a Roma e poi a Pisa prima che mia figlia nascesse. Il terminal era
completamente occupato da pellegrini che si recavano e o rientravano dalla
Mecca. Era impossibile quasi spostarsi all'interno trainandosi dietro un
bagaglio. Finalmente arrivai al banco dell'Alitalia, c'era una coda tremenda,
cercai di fare
compassione raccontando la mia storia e il perchè
Arrivato quasi ultimo con altri otto passeggeri fummo messi in lista s'attesa.
Fui l'unico che lasciarono a terra, ma fui fortunato perchè l'addetto dell'Alitalia,
mi fece imbarcare su un volo per Ginevra, che sarebbe partito un'ora dopo. Da
li sarei andato alla volta di Milano e finalmente Pisa. Arrivammo a Ginevra
alle 7 della mattina dell'11 febbraio, fui fortunato mi imbarcai quasi
immediatamente su quello di Milano che partiva alle 8:20. Quando giunsi a
Linate, mi diressi correndo verso l'imbarco per Pisa, dove finalmente l'aereo
atterro' alle 11:30 circa. Presi un taxi e giunsi in ospedale che erano
passate le 12 da un bel po', ormai non guardavo più l'orologio. Giunsi
davanti alla porta della camera l'aprii lentamente e entrai. Erano tutti lì,
mia madre, mia sorella, mia suocera e subito mi voltai verso il letto dove
Stefania supina teneva mia figlia Cristina Maria, nata poche ore prima. Tutta
la stanchezza era scomparsa e sovrastata dalla gioia e emozione di essere
divenuto
padre.......
Capitolo 4
Rientrammo
a casa con la bimba, a Montecatini, e qui rimasi solo alcuni giorni, 5 in
tutto. Dovevo rientrare in cantiere a Riyadh e quindi una mattina,
precisamente il 16 prenotai il solito taxi che mi venne a prendere alle 4
della mattina per portarmi all'aeroporto di Pisa da quale sempre iniziavo i
miei viaggi all'estero. Pisa mi e' sempre rimasta nel cuore, ho speso alcuni
degli anni piu' belli della mia esistenza. Ritornarci ogni volta, anche solo
per poche ore in occasione di arrivi o partenze mi pareva come se ritornassi a
casa. Dopo aver preso il volo ATI che partiva alle 7:00 da Pisa per Roma
giunto al Leonardo Da Vinci, Fiumicino, mi recai subito al check-in per Riyadh
della SAUDIA. Dopo ben quasi 12 ore di viaggio, tra voli e soste, finalmente
arrivai a Riyadh e come al solito mi venne a prendere Luigi Pisu e Michele
Castronovo, il primo sardo ed il secondo siciliano trapiantato in Sardegna.
Ricordo bene erano quasi le nove della sera quando finalmente dopo aver
passato la dogana, ci recammo al parcheggio per andare a prendere l'auto.
L'azienda per cui lavoravo, Installazioni Sarde Spa, di proprieta' di mio
fratello Santino e soci, ci aveva autorizzato l'acquisto di una vettura, oltre
ad altri automezzi per lavoro, ed avevo scelto di acquistare una FIAT 131
Supermirafiori. Luigi mi disse "vuoi provarla Gianfranco" e fece
cenno a Michele di darmi le chiavi. Michele che per noi era n po' il fac-totum
dell'azienda, quasi di malavoglia mi allungo le chiavi. Credo che sia giusto
raccontare un po' la storia della vita di Michele Castronovo, che non vedo da
molti anni, quasi 20 e del quale ho qualche ricordo anche un po' buffo
narrare. Conobbi Michele, quando ancora nel 1973/74 nei periodi di vacanza
estiva, per guadagnarmi qualche soldo lavoravo per l'azienda di mio fratello.
Era un uomo, di non grande cultura, ma certamente di grande esperienza di
vita. Mi racconto' che da giovane era andato a lavorare in Belgio, nelle
miniere di carbone, era finito anche in qualche problema e quindi aveva deciso
di rientrare in Italia e stabilirsi in Sardegna, ad Iglesias, un paese anche
questo, nel non lontano passato, di minatori.
Lavorammo insieme, alla Ruminaca, grossa raffineria petrolifera, alla
periferia di Cagliari cosi' come a Porto Torres, vicino Alghero, altra
raffineria del gruppo SIR al nord della Sardegna. Michele lo usavamo per molti
servizi, ci acquistava materiali di usura che giornalmente ci necessitavano e
talvolta attrezzature che il magazzino dell'azienda non riusciva a inviarci in
tempo utile. Era un uomo sempre disponibile ed era anche un'abile cuoco. Per
questo e vari altri motivi, nel 1977, quando mi trovavo di servizio in Arabia,
decisi di chiederne il suo trasferimento presso il cantiere dove lavoravamo
alla costruzione della centrale servizi ed alloggi per l'universita' di Riyadh.
Comunque quella sera, seppure stanco decisi che avrei guidato, tanto il
tragitto da percorrere, per arivare al campo alloggi era di soli 10 km circa.
Stavo guidando, parlavamo di lavoro, Luigi seduto di fianco a me, mi
aggiornava sull'avanzamento dei lavori e nel frattempo ascoltavamo la musica
delle cassette che avevo appena portato dall'Italia. Ad un certo momento,
viaggiando in una strada buia della periferia della citta" intravidi di
fronte all'auto a poche decine di metri una barriera che, senza illuminazione,
sbarrava completamente la corsia sinistra sulla quale procedevo. Detti un
colpo di sterzo e mi tuffai nella corsia di destra. Allo stesso momento diedi
un'occhiata allo specchietto retrovisore e mi accorsi che un pick-up che
viaggiava dietro alla nostra auto a velocita' spedita ci stava venendo addosso
e quantomeno ci avrebbe tamponato procurandoci un enorme danno. Grazia volle
che l'autista di quel camioncino, anche lui diede un colpo di sterzo, ma anziche
finire su di un altra corsia, lo vedemmo salire su un marciapiede e sobbalzare
come un canguro. La scena era comico tragica, perche' quell'uomo, il cui
copricapo gli
cadeva sul volto bloccandogli la visuale, aveva un'espressione di terrore
sulla faccia ma allo stesso momento comica da farci quasi sorridere. Ancora
adesso, quando ci penso mi vengono i brividi, potevamo farci tutti del male
veramente. Continuammo per la nostra strada, senza fermarci, ma sapevo che
avremmo dovuto fermarci anche per vedere se quell'ouomo si fosse fatto male.
Arrivammo al campo, scesi i bagagli, li depositai dentro casa e ritornai verso
l'auto. C'erano ancora Luigi e Michele che stavano parlando, gli dissi che
volevo ritornare indietro e vedere cosa fosse successo a quell'uomo ed al suo
pick-up. Mi dissero se ero matto, ma risposi che quello era il minimo che
potevo fare e cosi visto che non riuscivano a convincermi di non andare
decisero di seguirmi.
Quando arrivammo in prossimita' dell'incidente, cominciammo a vedere luci
lampeggianti della polizia, ambulanza e pompieri. "Mio Dio" dissi
"qui e successo un disastro". Luigi rivolgendosi a me
disse"Gianfranco fai inversione o qui finiamo tutti e tre in galera"
Non mi convinse, volevo accertarmi cosa fosse successo al nostro uomo con il
pick -up. Mi avvicinai al punto dove era successo l'incidente e subito mi resi
conto che nel fosso, con le transenne senza illuminazione, era finito un
pick-up, piu' grande di quello del nostro salvatore. Questi lo vidi ancora con
il camioncino sul marciapiede che sberciava alla polizia in arabo, dicendogli
che a momenti lui sarebbe finito in quel fosso. Forse non si ricordava, che
quella sera, noi tre Luigi, Michele ed io ci siamo salvati da sicura morte,
primo perche' abbiamo evitato il fosso che era largo piu' di due metri e
profondo almeno cinque o sei, infatti del secondo pick up spuntava solo la
coda da quel buco, e secondo perche' questo santo
uomo anziche' tamponarci a velocita' elevata ha avuto l'illuminata idea di
salire sul marciapiede evitando di schiantarsi contro la nostra nuova 131
SuperMirafiori.
Ricordo che quando tornammo al campo e finalmente mi sdraiai sul letto, non
presi sonno per quasi tutta la notte. L'adrenalina scatenata dalla paura aveva
fatto il suo effetto. Quell'episodio mi e' rimasto impresso per sempre ed ogni
volta che lo racconto ancora mi colgono i brividi di freddo. Ero quasi vicino
a morire senza neppure rendermene conto. Sei giorni prima padre e quella notte
quasi miracolato, non riuscivo, supino sul letto, a fermare le lacrime che
sgorgavano dai miei occhi quasi ininterrottamente.
Capitolo
5
La
vita a Riyadh pur essendo quasi monotona casa lavoro casa, trascorreva
velocemente infatti mi ritrovai a due settimane dalla partenza senza nemmeno
accorgemene. Cosi una mattina presi con me i passaporti di coloro che
avrebbero dovuto partire da li a pochi giorni mi recai nel´uffico dello
sponsor. Ogni compagnia straniera che opera in Saudi Arabia deve avere uno
sponsor che garantisca la presenza dei suoi dipendenti, per lo piu´ quando si
tratta di personale straniero. Come al solito lo sponsor, Sheik Omar, era
sempre disponibile a ricevermi, quando per qualsiasi necessita´ burocratica,
mi recavo da lui a visitarlo.
Aveva un ufficio al terzo piano di un´edificio al centro di Riyadh, la parte
nuova della citta´, il traffico era sempre caotico a qualsiasi ora del giorno
ed era difficle trovare parcheggio. Mi ricordo un giorno che mi recai con
Gianni Tantillo, carissimo amico di Santino, mio fratello, e mio. Gianni quel
giorno mi accompagno´, erano circa le 12 e giungemmo in uffico dallo sponsor
il quale ci fece entrare ed accomodare, come al solito, sulle due poltrocine
di fronte la sua scrivania. Lui parlava con me in Inglese, con Gianni invece
parlava in Arabo. Ogni volta quando ci incontrava ci faceva sempre le stesse
domande. Se eravamo contenti di lavorare in Arabia e se ci sarebbe piaciuto
restare, forse per sempre diventando magari cittadini. Si, ci aveva offerto
piu´ di una volta di convertirci all´Islamismo, lui poi si sarebbe interessato
a trovarci una moglie con una montagna di quattrini e noi saremmo vissuti
felici e contenti. Ci diceva sempre che c´era bisogno in Arabia di uomini come
noi, tecnici che sapessero il loro mestiere e che sarebbero stati di aiuto all´economia
del paese stesso. Sia Gianni che io mostravamo almeno apparentemente di essere
lusingati della sua offerta e terminavamo ogni volta con la frase " Ci
penseremo, e vedremo magari Ti daremo una risposta quanto prima. Abbiamo
moglie e figli, non e´ facile prendere una decisione simile su due
piedi". Ma lui ci rispondeva che sarebbe stato legittimo per il suo paese
divenire poligami. Forse per un Saudita puo´ essere una allettante prospettiva
avere piu´ di una moglie, ma per noi Italiani una ci sembrava gia´
abbastanza. Una delle volte che ci recammo, Gianni ed io, a visitare lo
Sheicco Omar, ricordo che Gianni scendendo le scale mi disse " Sai
Gianfranco convertirmi non sarebbe una cattiva idea, anche per il fatto delle
varie mogli, ma che io me ne debba tagliare un pezzo, quello sara´ una
tragedia perche sono sicuro che poi ne rimane ben poco" Ridemmo per tutto
il viaggio di ritorno al campo. Non ho mai raccontato a mia moglie questa
storia.
Capitolo
6
Quella
sera stessa dopo un´estenuante giornata alla ricerca del passaporto perduto
non mi era rimasta altra scelta che riferire al Corsi che il suo documento di
viaggio era andato smarrito allo stesso tempo gli dissi " Non ti
preoccupare perche´ potremo sempre richiederne un´altro al consolato
Italiano in Riyadh cosi´ in pochi giorni potrai partire". Quando mi
rivolgevo a lui con quelle parole allo stesso momento pensavo che non sarebbe
stato cosi´ facile. Per un´ attimo mi ritornarono in mente i momenti passati
a Tripoli, negli ultimi giorni della nostra permanenza in Libya, alla ricerca
di un visto per l´uscita senza ritorno. Furono come flash nella mia mente le
immagini delle file davanti agli uffici del gas, della societa´ elettrica,
dell´ospedale per richiedere il nulla osta che ci avrebbe dato la possibilita´
di avere il visto sul passaporto e quindi espatriare. Quanti ricordano e
quanti forse hanno dimenticato, l´umiliazione e le sofferenze di quelle
attese per lunghissime ore
. Gli uffici governativi che chiudevano all´orario stabilito e la fila della
gente che si accumolava davanti alle porte gia´ dalla mezzanotte in attesa
che nuovamente si aprissero i battenti di quegi ufficic e per poi vederci
magare respingere la richiesta perche´ non era completa. Non ricordo quale
autorita´ straniera intervenne, se fu forse lo stesso ambasciatore italiano
che ci libero´ da quell´incubo e potemmo ottenere il visto d´uscita senza i
famosi nulla osta.
Talvolta nella nostra vita gli episodi si susseguono con una certa frequenza
che quasi ci sembra di rivivere la stessa esperienza piu´ di una volta, deja
vu. Vidi comunque dalla smorfia sul volto del Corsi che non aveva creduto
molto alle mie parole e non sapendo cosa aggiungere mi congedai.
L´indomani mattina, iniziavamo a lavorare presto alle 5 per via del caldo, lo
vidi venirmi incontro e mi fermai, si avvicino e mi disse " Caro
Gianfranco, non intendo riprendere a lavorare e staro´ in camera ad aspettare
che il mio passaporto venga ritrovato"
Quel giorno dopo aver organizzato il lavoro come consuetudine con l´aiuto di
Gianni Tantillo riusci a lasciare il cantiere per ricarmi in citta´ e
cominciare una nuova giornata di ricerca. Giunto in ufficio la prima cosa´
presi e telefonai alle autorita´ consolari per chiedere cosa avremo potuto e
dovuto fare per risolvere la questione e quindi dare a quell´uomo un nuovo
passaporto. Dall´altra estremita´ della cornetta la voce mi disse
"Prima che si possa rilasciare un nuovo passaporto, le autorita´
italiane devono essere sicure della identita´ del titolare e delle modalita´
in cui e´ entrato nel paese, presumento che sia entrato legalmente" La
questione non si prospettava alquanto rosea e certamente le mie speranze di
risolvera in pochi giorni erano gia´ svanite. Prima che attaccasse chiesi al
mio interlocutore " Cosi mi consiglia di fare e da dove posso
incominciare. Sono sicuro che possiamo provare l´identita´ del Corsi e in
quanto all´arrivo ho solo il biglietto di viaggio con il
tagliando per il ritorno" La voce mi rispose " Se fossi in lei ,
comincerei dall´aeroporto, dal vettore con il quale il Sig. Corsi ha
viaggiato, Alitalia, Saudia o cosa´altro. Se riesce a dimostare con un
documento ufficiale quando questo signore e´ entrato nel paese le cose si
faciliteranno"
Lo ringraziai ed riattaccai il telefono. Per un momento stetti a pensare, poi
decisi di andare direttamente in aeroporto all´ufficio Alitalia e presi con
me il biglietto di viaggio.
Erano circa le 12 del mattino, parcheggiai l´auto avanti al terminal, e mi
diressi all´ufficio della compagnia Alitalia, con il quale il Corsi era
giunto a Riyadh sei mesi prima. La porta dell´ufficio era aperta, questo era
un buon segno, ma sembrava non esserci alcuno degli impiegati. Poi mi accorsi
che in un´altra stanza c´era un signore giovane, italiano che mi sirivolse
chiedendomi in ingelse cosa poteva fare per me. Gli risposi in italiano e
continuammo la corvezione nella nostra lingua. Mi fece capire che la mia unica
speranza era quella di rivolgermi alle autorita´ della polizia di frontiera
aeroportuale e che forse con il loro aiuto avrei potuto risalire al talloncino
d´ingresso che veniva staccato dalla carta di sbarco ogni qualvolta si pasava
l´ispezione di frontiera.
Cosi feci e mi rivolsi al primo agente che vidi il quale mi indico´ dove era
l´ufficio dove custodivano tutte le carte di sbarco di coloro che erano
giunti nell´ultimi sei mesi in Arabia Saudita via Riyadh. Finalmente giunto
nell´ufficio giusto trovai un´altro agente a cui spiegai il problema e fu
molto gentile, mi disse di seguirlo e mi fece percorrere un paio di corridoi
per poi giugere davanti ad una porta che una volta aperta mi fece di nuovo
ricadere nella frustarzione piu´ nera. Indicando col gesto della mano che
percorreva il panorama difronte ai miei occhi mi disse in un perfetto inglese
" Questo e´ archivio dove teniamo tutte le carte di sbarco di coloro che
sono giunti negli ultimi sei mesi a Ryadh dall´Europa. Faccia pure e buona
fortuna".
Mi lascio chiudendomi la porta alle mie spalle. Quello che si presentava
davanti ai miei occhi era un scenario poco rassicurante. Montagne e montagne
di scatoloni bianchi erano accumolati uno sopra l´altro ed ognuno di questi
compresi subito dalla scritta in arabo rappresentavano il numero di persone
che erano giunte dall´Europa in un solo giorno. Facendo un conto veloce, cosi
detto della serva, avevo davanti a me oltre 180 scatoloni, dai quali avrei
dovuto estrapolare quello fortunato con la carta di sbarco del Corsi.
Ero demoralizzato ma non avevo altra scelta. La cosa importante era ritrovare
lo scatolone con la data del 12 gennaio 1979.
Mi misi subito al lavoro cercando di capire innazitutto quale poteva essere il
criterio di arciviazione delle carte per poi risalire finalmente a ritrovare
il fatidico scatolone. Dopo essermi girato intorno per un po´ compresi che
non era stato usato alcun criterio di archiviazione e che gli scatoloni
venivano solamente depositati dove veniva piu´ conveniente e dove senz´altro
si trovava del posto. Alquanto presto compresi che avrei potuto cercare per
qualcosa che non era piu´ li´ e che forse era stata spostata in un archivio
centrale, del quale gia´ mi immaginavo lo scenario.
Decisi comunque di mettermi alla ricerca ed ero deciso di non lasciare quello
stanzone fino a quando non avrei trovato lo scatolone con la data fatidica.
Lavorai per ore alla ricerca, ma senza successo, ero stanco, assetato ed
affamato. Diedi un´occhiata all´orologio erano le 17.55 . Avevo speso la
bellezza di circa 5 ore a rovistare mi sentivo tutto appiccicoso, impolverato
e disfatto. In quel momento di sosta si apri´ la porta, era l´agente che mi
aveva accompagnato che cortesemente mi diceva di lacsiare quella stanza poiche´
da li a momenti si sarebbe riempita di altri scatoloni con il nuovi arrivi. Lo
ringraziai e incamminandomi verso la porta lo sguardo mi cadde su uno
scatolone che era sul pavimento tutto solo che veniva nasconsto dall´anta
della porta quando questa si apriva. Quasi un miracolo e subito mi resi conto
che quello era lo scatolone che stavo cercando infatti teneva scritti in
grassetto i numeri 12/1/1979. Non mi accorsi per tutto il tempo che spesi li
dentro perche gli voltavo le spalle ed io ero concentrato a cercare tra le
montagne di scatoloni mentre questo se ne stava solo accostato al muro accanto
al montante
della porta. Chiesi all´agente se potevo almeno guardare un´attimo dentro
quella scatola e fu ancora piu´ gentile, mi fece cenno di prenderla e di
seguirlo. Mi fece entrare in un ufficio era vuoto e c´era solo una scrivania
e due sedie, mi fece un po di effetto quando mi accorsi che alle finestra c´erano
le sbarre di ferro come ad una prigione e la porta si chiudeva con un
chiavaccio dall´esterno. Credo che comprese il mio pensiero e fu cosi gentile
da lasciare la porta spalancata, anzi subito dopo ritorno con una bottiglia d´acqua
e un panino con il tonno e la salsa piccante "arisa".
Lo ringraziai ancora e subito mi misi a lavoro, certo non dopo avermi divorato
il panino e rigurgitato la bottiglia d´acqua. La ricerca fu alquanto breve,
trovai una busta con la scritta Alitalia, in arabo ed il numero del volo e l´orario
d´arrivo. Ad una ad una lessi quasi tutte le carte di sbarco fino che quasi
all´ultima, cosi succede sempre, non solo nei film, mi ritrovai in mano con
quella di Corsi.
Sopra questa carta ci stava un timbro che indicava il numero di matricola dell´agente
e del protocollo sulla quale sarebbe stata registrata e cosi´ fu. Quasi
correndo mi recai alla ricerca dell´agente che quando mi vide comprese subito
che avevo trovato cosa stavo cercando. Nuovamente mi scorto in un ufficio dove
questa volta c´erano alri agenti che registravano su enormi libroni tutti i
tagliandi delle carte di sbarco. Si rivolse ad uno di loro spiegandogli la
questione e porgendogli il tagliando gli disse di rilascirami copia del
protocollo del registro delle persone entrate quel giorno tra le quale
appariva ad una certa pagina il nome del Corsi.
Finalmente eran quasi le 19 lascia l´aerostazione e mi recavo a casa con il
foglio in mano che attestava che il Sig.Corsi era entrato legalmente in Arabia
Saudita il giorno 12 gennaio 1979, con volo Saudia in pool con Alitalia sino a
Jeddah.
Giunto a casa, se cosi´ si puo dire, mi buttai sul letto e mi addormentai per
poi svegliarmi la mattina dopo di buon ora come al solito.
Il giorno dopo rividi il Corsi e gli dissi dei progressi che stavamo facendo
per recuperare il suo passaporto, ma non lo trovai molto entusiasta. Mi
confermo´ ancora una volta che non intendeva lavorare e che l´azienda
avrebbe dovuto pagargli tutte le telefonate che a sua discrezione avesse
ritenuto di fare ai suoi famigliari. Gli risposi che non c´era problema e che
stavo facendo tutto il possibile per farlo partire quanto prima.
Come al solito, ero molto entusiasta e positivo nel mio pensare e nel mio
agire ma allo stesso tempo mi rendevo conto che non sarebbe stata una cosa
facile. Tanto per cominciare avevo dovuto rimandare anche la mia partenza,
perche´ non ritenevo giusto lasciare il problema in mano di altri e non
volevo che il Corsi pensasse che non mi sarei interessato.
Intanto gia´ lo stesso giorno inoltrarmmo le pratiche per un altro passaporto
e mi dissero che avremo dovuto attendere una settimana prima di riceverne uno
nuovo. Passarono quasi due settimane ed ormai dopo la prima ogni giorno
telefonavo alle autorita´ consolari italiane cheidendo notizie e la risposta
era sempre la stessa: dovevamo avere pazienza. Per quanto mi riguardava di
pazienza ne avevo abbastanza ma era il Sig. Corsi che la stava perdendo, non
usciva piu´ di camera che solo per mangiare e si era lasciato crescere la
barba come quasi fosse in captivita´ forzata e criminale.
Ricordo che era il 27 luglio, undici gironi dopo il mio compleanno, che avrei
dovuto celebrare in Italia a casa con la mia famiglia, quando ricevetti una
telefonata dal nostro sponsor e dallo stesso Tayari i quali entrambi dicevano
di avere una buona notizia per me e che mi aspettavano immediatamente in
ufficio.
Andai quel giorno con Michele, perche´ non volevo perdere tempo a
parcheggiare e quindi lo avrei lasciato in macchina ad attendermi se ce ne
fosse stata la necessita´. Giunto davanti all´edificio lasciai l´auto a
Michele e mi diressi verso l´ufficio salendo per le scale, non volevo
attendere l´ascensore, anche se erano 4 piani da arrancare.
Quando arrivai davanti all´ufficio aprii la porta e mi diressi subito verso
quello dello Shiek Omar. Questi era seduto dietro la sua scrivania e con lui c´era
anche Mahammed Tayari, tutti e due mi fecero cenno di entrare e sorridenti mi
indicarono di sedermi. Diedi un´occhiata a giro e mi accorsi subito che sulla
scrivania dell´Omar c´era un passaporto verde, era un passaporto della
Repubblica Italiana.
Skeik Omar lo prese e me lo porse e con un sorriso grande da cerimonia
ufficiale, mancavano solo i giornalisti ed i fotografi, mi disse " Questo
e´ il passaporto del Sig. Corsi, mio figlio Abdallah lo ha ritrovato all´ufficio
immigrazione" Cosi dicendo chiamo´ Abdallah che tutto sorridente entro´
e si sedette nella poltrona accanto alla mia e mi comincio´ spiegare come era
riuscito a ritrovare il passaporto. Non avrei voluto attendere dell´altro
tempo sprecandolo inutilmente, volevo dare la buona notizia al Corsi, ma ero
curioso di ascoltare la storia della scomparsa e riapparizione di quel
passaporto, cosi decisi di attendere per ascoltare cosa Abdallah mi avrebbe
raccontato.
Comincio´ dicendo " Sono andato piu´ volte all´ufficio ed ho sempre
potuto parlare tramite lo sportello, solo questa mattina ho incontrato un
amico Hamed che lavora in alla immigrazione e mi ha fatto entrare dentro gli
uffici. Dopo aver chiesto a giro, questi si e´ rivolto ad un´agente che
seduto ad una un tavolo timbrava i passaporti apponendogli il re-entry visa (
visto di rientro). C´erano una montagna di passaporti sul tavolo e lui
continuava a guardarli e a timbrare." Mentre diceva questo alzando le
mani mi figurava la montagna di passaporti. Fino a qui la storia non mi sembro´
molto interessante e continuando disse " Hamed si chino´ e tolse da
sotto una gamba di quel tavolo che zoppicava un passaporto e rivolgendosi all´agente
gli disse " o fai riparare questo tavolo o cambi il passaporto, che metti
sotto la gamba almeno una volta alla settimana". L´agente alla scrivania
alzo gli occhi e prese il passaporto dalle mani di Hamed e poi ne prese un´altro
dal mucchio che stava sull
a scrivania, si chino´ e lo pose sotto quella gamba corta. Quindi mise il
timbro sul passaporto che Hamed aveva tolto da sotto la gamba della scrivania
e glielo porse tenendo lo sguardo basso sul tavolo. Fu allora che mi resi
conto che era il passaporto del Sig. Corsi, finalmente con apposto il timbro
del visto." Quando Abdallah fini´ di raccontare sollevando entrambe le
spalle fece una smorfia con la bocca, come a dire che cosa ci vuoi fare. Nel
frattempo io ancora incredulo e frastornato stentavo a comprendere come
vicende di questo genere possano accadere. Storie come queste non si inventono
si vivono ed a volte in un mondo civile ci si dovrebbe chiedere se e´ lecito
che accadano, ma chissa´ perche´ per un´attimo forse frastornato e ancora
confuso ho pensato che quella storia l´avevo gia´ vissuta o l´avevo sentita
raccontare da qualche profugo di Libia. Erano appena le 11 della mattina, dopo
aver ascoltato quella storia mi sembrava di essere invecchiato di vent´anni,
ero comunque
felice per il Sig. Corsi che quella sera stessa condussi all´aeroporto e
finalmente si imbarco con un volo da Riyadh diretto a Roma. Ritornando dall´aeroporto
mentre guidavo per andare all´alloggio rivolgendomi a Michele Castronovo, che
mi aveva fatto compagnia quella sera, gli dissi " Mi auguro che l´altro
passaporto che ha sostituito quello di Corsi sotto il piede del tavolo, non
sia uno verde di qualche altro lavoratore italiano, che e costretto ad andare
all´estero per guadagnare da vivere per se e per la sua famiglia"
Capitolo
7
La mia permanenza in Arabia Saudita duro' per quasi un´anno intero e quando
furono terminati i lavori per il quale contratto eravamo stati mandati in quel
paese rientrai in Italia. A Riyadh avevo conosciuto un capo cantiere che
lavorava per una grande azienda di costruzioni con seda a Roma che mi disse
"Gianfranco, ho capito che Ti piace lavorare e che non Ti molesta il
sacrificio della lontananza dalla famiglia. Se hai bisogno di un impiego
quando sei in Italia questo e´ il mio numero di telefono di casa, chiamami
certamente trovero´ una posizione che tu possa coprire nei miei prossimi
progetti" Gli risposi ringraziandolo e gli porsi un biglietto sul quale
avevo scritto il numero di telefono di casa mia.
Dopo pochi giorni di permamenza a casa a godermi la mia piccola Cristina un
nuovo impiego richiedeva la mia presenza in Siria presso la citta´ di Homs.
Ricordo che parti' di li a pochi giorni e giunsi a Damasco con un volo diretto
da Roma. Era la prima volta che andavo in quel paese arabo ma sin dall´arrivo
in aeroporto mi pareva di essere ritornato in Libia, a Tripoli. La gente, le
facce gli odori sono sempre gli stessi nei paesi arabi e difficilmente ci si
dimentica della mistica atmosfera che ci circonda quando ci si trova in quelle
terre. All´aeroporto di damasco mi vennero a prelevare, il reponsabile di
cantiere e il suo assistente, ed in auto percorremmo circa duecento kilometri
per poi giungere alla citta´ di Homs dove la mia compagnia aveva preso in
affitto una villetta che avremo usato come foresteria. Arrivammo che era quasi
sera, il paese pareva deserto le strade strette ed a mala pena transitavano
due auto quando da uno dei due lati ve ne era un altra parcheggiata. Mi rico
rdava tanto uno di quei villaggi all´interno della Libia, Ulivetti, Bianchi e
anche la citta´ vecchia a Tripoli, cosi detta´ citta´ castello.
Il giorno seguente mi svegliai molto presto, faceva gia caldo´, ed erano solo
le cinque del mattino. Mi feci un bell´espresso con la moka ed ero pronto ad
affrontare quello che sarebbe stato un´altro giorno di lavoro come gli alri
vissuti lontano da case dagli affetti famigliari, non per costrizione ma certo
per scelta volontaria che pero´ veniva condizionata dalla nostra condizione
di profughi, di senza terra´ e senza patria. Si perche´ forse per tanti
anni, pur sapendo che non era vero, ho rinnegato il desiderio di tornare nella
terra dove siamo nati e vivere liberi in un mondo libero. Putroppo la
forzatura che ci viene imposta dalla politica, che si fa baluardo della
xenofobia, difficilmente si riesce a far capire al nostro interlocutore, che
per ragioni giuste o errate, non puo far pagare ai singoli individui le colpe
dei capi politici che hanno gestito la res-pubblica talvolta con sprezzo della
gisutiza e della uguaglianza tra gli uomini prescindendo dalla razza, colore e
credo
religioso.
Come ogni altro giorno anche quella mattina dovevo non pensare a cosa avevo
lasciato di importante a casa concentrandomi su quello che mi attendeva sul
cantiere. Eravamo in Siria per realizzare l´ampliamento di un´impianto per
la manifattura di della barbabietola e la produzione e raffinazione dello
zucchero. Erano un progetto che avermo dovuto eseguire in meno di tre mesi e
certamente l´impegbo sarebbe stato stressante. Percorrendo la strada verso la
fabbrica, che distava quasi quindici kilometri da Homs, ci imbattemmo in un
battaglione di fedayn che marciavano al centro della strada a passo dell´oca.
L´auto dovette fare una manovra e fermarsi sul ciglio sterrato. Mi guardai
attorno mentre questi uomini armati di kalascnicov ci venivano incontro e
potevo vedere quasi all´orizzonte che non c´era alcuna costruzione o
roccaforte militare dalla quale questo battaglione appiedato sarebbe
provenuto. Per me e´ rimasto sempre un mistero, da dove veniva quegli uomini
armati, forse da una fo
rtezza nascosta e interrata nel deserto, per la cronaca eravamo nel maggio del
1980.
Quando giungemmo davanti al cancello della fabbrica, che si trovava a pochi
kilometri dal confine con il Libano, all´orizzonte si stagliavano le montagne
con le guglie bianche che separano il Libano dalla Siria. Uno spettacolo quasi
da Svizzera mediorentale, con le palme che altre e svettanti completavano la
misticita´ di quel panorama.
Il cancello era chiuso, due uomini avvolti in un barracano di lana e armati,
sempre con il solito Kal, uno a chiascun lato dell´entrata, ci fecero cenno
di fermarci. Quando riconobbero il capo cantiere che era con noi sull´auto
bussarono al cancello e chiesero che dall´interno venisse aperto per
permetterci di proseguire. Entrammo e subito l´autista parcheggio l´auto
davanti la palazzina uffici dove sicuramente si trovava il personale che
gestiva l´impianto ed ancor di piu´ il direttore della fabbrica. Entrammo
dalla porta centrale e ci incamminanmmo lungo il corridoio e fu qui che il
capo cantiere mi disse che saremmo andati ad incontrare il direttore. Mentre
camminavo il mio sguardo attraversava quelle porte aperte degli uffici e
subito notai che quasi tutti gli impiegati erano in divisa da militare dell´esercito
siriano. Mi venne in mente l´episodio di quando ragazzo a Tripoli , dopo l´avvento
del colonello Gheddafi, venni portato in una caserma di Bab Ben Gascir, con
altri comp
agni perche´ avevamo tenuto una festicciola tra giovani studenti come si era
sempre usato da che mondo e´ mondo.
Notai inoltre che su quasi tutte le scrivanie c´era poggiato, pareva
dormisse, il famoso Kal, pronto a essere imbracciato e fare fuoco sul nemico.
Provai un brivido di freddo che mi percosse tutto il corpo, non sapevo se
voltarmi e ritonare su miei passi verso la macchina oppure continuare verso la
porta chiusa, dell´ufficio del direttore dello stabilimento, che avava in
bella mostra un cartello con la scritta in arabo Mudir.
Il capo cantiere, Bassi, si chiamava mi disse " Signor Gianfranco non si
innervosisca davanti al direttore, e´ una persona veramente squisita ma tiene
sempre la mitraglietta sulla scrivania. Qui e´ consuetudine camminare armati,
sa con i tempi che corrono" "Capisco - gli risposi - non si
preoccupi, ho capito che dovro´ farci l´abbitudine se dovremo lavorare
insieme in questo progetto".
Bassi busso, e sentii subito una voce in perfetto inglese provenire dall´interno
che disse "Come in the door is open" . La porta si apri´ e di
fronte a noi stava seduto dietro una scrivania un militare, compresi dopo che
era maggiore dell´esercito siriano, che ci fece cenno con la mano di entrare
e accomodarci. Furono fatte le presentazioni di rito e fu spiegato dal Bassi
il compito che avrei avuto in quel cantiere che sarebbe stato quello
praticamente di mantenere i rapporti con la commitente ed il cliente e quindi
finalizzare gli stati di avanzamento. Il nome del maggiore era Mabrouk,
sembarva alquanto interessato e contento del fatto che ero nato in Libia e
potevo parlare arabo, anche se talvolta il siriano dal libico sembrano due
lingue diverse. Rivolgendosi comunque in un perfetto inglese, in quanto sapeva
che il Bassi non parlava arabo, mi disse che sarebbe stato un piacere lavorare
insieme e terminare quanto prima l´ampliamento della fabbrica perche´ da
questa dipendeva molto
l´approvigionamento di zucchero a quasi tutta la Siria. Quando parlava pur
ascoltando cosa dicesse con lo sguardo, con discrezione, avevo fatto una
panoramica dell´ufficio e non solo vidi che aveva il solito Kal sulla
scrivania, ma anche che in una libreria aperta, facevano bella mostra una
pistola, presumo Beretta ed una montagna di caricatori per fucile automatico
che non riusci ad individuare. Comunque di li a poco ci concedammo e subito ci
recammo sul cantiere del nuovo impianto dove gia´ si montavano le strutture
che avrebbero sostenuto i macchinari di tutto il processo della lavorazione
della barbietola, dal lavaggio della stessa alla centrifuga della melassa per
l´ottenimento dello zucchero raffinato.
Quel giorno lavorammo sino alle 15,30 , io avevo famigliarizzato con i disegni
e avevo cominciato a comprendere le vari fasi di montaggio del nuovo impianto
che doveva essere non altro che una estensione del vecchio.Rientrammo in auto
ad Homs, e le strade erano popolate di gente che passeggiava, uomini e donne,
giovani per lo piu´ vestiti all´europea e qualche anziano vestito con il
famoso barracano. Alcuni vecchi stavano seduti attorno a tavolini di fronte ad
un caffe´ e sorseggiavano il te´ nel famoso bicchiere di vetro, proprio come
a Tripoli.
Notai subito che molti giovani ostentavano una catena d´oro al collo con
pendendete un crocifisso, compresi che erano cristiani. Il Bassi mi disse
infatti che in quel paese la popolazione era tutta cristiano ortodossa e che
sia gli ebrei che i mussulmani non erano certamente i benvenuti. Si in Siria,
ancora oggi esiste una forte comunita´ cristiano ortodossa che viene lasciata
vivere in pace come esiste ancora una comunita ebraica, forse molto diminuita
dopo la nascita dello stato d´Israele.
Comunque, ero rimasto molto colpito da quella gente che non aveva paura di
mostrare in pubblico la propia fede d´apparatenenza. Mi venne di pensare a
quell´episodio di un´operaio italiano, che teneva sotto la camicia appena
sbotonata un piccolo crocifisso quasi invisibile agli occhi di un passante in
Europa, ma non a quelli di una matawa a Riyadh che bastono´ a sangue l´infedele
difronte agli occhi di molti passanti compiaciuti dalla scena. Ricordo che
quell´operaio fu fatto rientrare in Italia per paura di ulteriori
complicazioni. Quando giunse a Fiumicino, in fila davanti al posto di polizia
per il controllo passaporti, picchio´ un´uomo solo perche´ questi dai
tratti somatici e dal parlare si riconosceva essere arabo. Assistetti all´episodio
in un mio vaggio di rientro dall´Arabia e chiedendo spiegazioni compresi che
quello era l´operaio che era stato picchiato dal matawa a Riyadh. L´uomo fu
arrestato dalla polizia di frontiera italiana e non seppi piu´ niente del
proseguo della s
ua disaventurosa vicenda di emigrato per lavoro.
Ancora una volta la storia si ripeteva, questi italiani che mai smetteranno di
emigrare, piu´ per bisogno che per spirito di avventura, e per i quali i
nostri governati sempre piu grassi e grossi e attacati alle poltrone non hanno
alcuna comprensione e tanto meno compassione.
Comunque gli episodi d´intolleranza non sono mai giustificabili e ammissibili
per chi vive e rispetta l´altrui persona e diritti. Se potessimo cambiare il
modo di pensare della gente nel mondo e fare si che ci fosse rispetto
reciproco e amicizia anziche' odio e violenza probabilmente riusciremmo a
vivere piu´ felici. Certamente la colonizzazione non e´ stato lo strumento
giusto per portare a popolazioni meno proggredite il progresso delle nazioni
moderne, ma altrettanto scellerato e´ stato abbandonare quelle nazioni al
proprio destino lasciandole crescere e proggreddire senza regole e senza leggi
che sono la base di una civilta´ moderna e rispettosa dei valori della vita
umana. La democrazia , non si impone, la si illustra e si insegna nelle scuole
e universita´. E´ un seme che non viene piantato ma come il polline vola
nell´aria e si poggia sui fiori che lentamente si trasformano in frutti.
Al mio arrivo in Italia quando arrivai a casa trovai la lettera di un´azienda
d´ingegneria di Milano che mi richiedeva di presentarmi per un colloquio per
una posizione di assistente alla costruzione di una centrale idroelettrica in
Iraq.
Capitolo
8
Decisi
cosi di recarmi a Milano per il colloquio, un intervista di lavoro, cosi
giunsi negli uffici del GIE e mi fecero riempire alcuni moduli introduttivi e
di presentazione alla persona che mi avrebbe esaminato.
Terminato il colloquio mi fu chiesto di attendere e dopo quasi mezzora la
persona che mi aveva intervistato mi confermo che avevano deciso di assumermi
e che avrei dovuto partire destinazione Tikrit in Iraq la prossima settimana.
Appena il tempo di acquietarsi con alcuni responsabili dell´azienda e poi
avrei dovuto fare i bagagli, una volta ritornato a casa, pronto a partire per
l´Iraq.
L´offerta era buona, un buon salario, una buona assicurazione e devo dire che
forse essere nato e cresciuto in una famiglia benestante da adolescente, non
sarei mai riuscito a vivere da impiegato in un´ ufficio comunale Italiano con
lo stipendio da miseria. Si perche´ noi che abbiamo vissuto in Libia, specie
quelli della mia generazione, abbiamo goduto, negli anni della nostra
adolescenza e gioventu´, quello di cui i nostri genitori non hanno potuto
negli anni del dopoguerra.
Quindi trovarsi in Italia, negli anni 70 - 80 e dovere accontentarsi di un´impiego
da profugo privilegiato, alle poste o magari al comune di residenza non cero
si addiceva alla mia indole di indipendente e intraprendente insoddisfatto
giovane arrivista. Si mi sono sempre considerato un´arrivista, perche´ nulla
mi ha mai accontentato ed e riuscito a colmare quel vuoto lasciatoci dalla
lontananza della nostra terra natale.
Cosi decisi di accettare l´offerta e di avventurarmi in questo nuovo viaggio
verso il Nord dell´Iraq. Lo stato d´animo che intrattenevo ogni volta che
dovevo affrontare un viaggio di lavoro verso un paese arabo era quasi per me
quasi un ritorno a casa. Negli ultimi quaranta anni la mia casa e´ stata
quella dove viveva la mia famiglia, la moglie ed i figli ma la casa natale,
quella che ci ha visto fare i primi passi e assaporare i primi sapori di una
cucina che di italiano talvolta sapeva poco, quella casa rimane sempre nei
nostri pensieri e nei nostri sogni. Si perche´ talvolta, mi sogno di essere
ritornato a Tripoli, in Sciara Bagdad 35 al secondo piano e piu´ di una volta
quei sogni si sono trasformati in incubi che mi hanno fatto svegliare con le
palpitazioni e tutto facido di sudore.
Non so se molti di noi provano la mia stessa sensazione ma come ho gia´ detto
all´inzio di questo mia racconto, la nostalgia e´ talmente forte che ce la
portiamo dietro per tutta la nostra esistenza. Chi e´ che non ha mai pensato
se ci dicessero che possiamo ritornare alle nostre case ed ai nostri legami
con quella terra, di prendere il primo aereo senza neppure voltaci indietro
volare verso la nostra fanciullezza. Si forse sono un nostalgico e un
sognatore ma non ci posso fare niente il desiderio di sedermi all´ombra di
una palma vicino al mare e´ tanto forte che mi da ancora la forza di sperare
che forse un giorno tornero´ a Tripoli.
Si proprio come la canzone che possiamo ascoltare nel sito di Paolo Cason non
e´ altro che una delle tante espressioni della nostra insoddisfazione e
continua ricerca del bene perduto.
Ricordo che durante l´intervista mi fu detto che se avessi desiderato portare
con me la famiglia, a quel tempo mia moglie Stefania e mia figlia Cristina, l´azienda
avrebbe provevduto al viaggio e all´alloggio purche´ avessi acconsentito ad
estendere la permanenza, da 110 a 220 giorni. Risposi subito che non mi
interessava e neppure lo menzionai a mia moglie perchè non avrei voluto che l´idea
le fosse andata a genio.
Dopo la Libia, seppure vissuta con la famiglia, genitori e fratelli, o sempre
diffidato dei paesi arabi in particolare di quelli in cui governavano
dittature tipo quella di Saddam Hussein. Non mi sarei voluto trovare nelle
condizione di dover evacuare per una delle mille situazioni che possono
verificarsi in questi paesi, preoccupandomi principalmente della integrita´
della mia famiglia, moglie ed una figlia di appena 4 anni e poi della mia.
Cosi avevo deciso di partire da solo come sempre e completare il mio ciclo di
permanenza minima di 110 giorni sul cantiere.
Giunsi cosi in aereo a Bagdad da Roma, arrivammo che erano le sei della sera,
era gia buio e l´aeroporto non era molto illuminato poiche´ in quel periodo
l´Iraq era in guerra con l´Iran e certamente le illuminazioni erano bandite.
In quel periodo della mia esistenza, avevo ancora una capiglitura folta e
scura e portavo due grandi baffoni alla Stalin. Quando giunsi all´aerostazione
di Bagdada, mi accorsi che alcuni poliziotti e militari mi guardavano e
parlottavano fra di loro. Poi mi resi conto alzando la sguardo alla parete
centrale che c´era un gigantesco ritratto di Saddam Hussein, era la prima
volta che mi rendevo conto che tra me ed il dittatore c´era una somiglianza
impressionante.
Chissà perche´ subito, il poliziotto a cui diedi il passaporto si rivolse
subito a me in arabo, gli risposi in inglese, non volevo stare a spiegare
tutta la mia esistenza passata e come mai un´italiano conoscesse bene il loro
idioma. Fui fortunato, l´agente mi fece passare dopo aver apposto il timbro d´entrata
sul mio passaporto senza aver dovuto rispondere a molte domande come in molti
dei casi succede.
Continua
G. Ventre

ALLUCINAZIONI
Caro Diario, ti
racconto non un sogno ma un fatto reale e curioso occorsomi l'agosto
scorso, ero arrivato con la vettura in una piazza e mi accingevo a
parcheggiare lungo il marciapiede nella via dove a distanza regolare erano
piantati alberelli dal fogliame lucido, il luogo mi ricordava qualcosa, la
giornata era bella e assolata e passeggiare per il centro della città era
piacevole ma arrivava alle nari odore di salmastro e di dolci fritti, mi
ricordavo qualcosa, così mi diressi istintivamente verso l’acqua, le palme
dondolavano pigre i loro ventagli, due passi costeggiando la balaustra che
dava sull’acqua mi sciolsero i muscoli anchilosati dal viaggio in auto, poi
mi diressi ancora verso il centro, passai davanti alla grande chiesa puntando
diritto sotto i portici dove notavo la pavimentazione di cemento tipo antico,
cosiddetta "a mattonella di cioccolato", cercavo fresco sollievo
data l’ora, erano le 11.00 del mattino e la folla sciamava nel Corso dopo la
messa domenicale, continuando a cercare di capire quel qualcosa che mi
affiorava sbiadito alla mente sostavo davanti alle vetrine con curiosità,
assaporavo con l’olfatto i vari effluvi dei caffè serviti sui tavolini
davanti ai numerosi e affollati bar, dando un occhiata sbadata ai titoli delle
riviste appese fuori all’edicola dei giornali, tre arabi parlottavano tra
loro venendomi incontro tra la folla di ragazzi e ragazze che bighellonavano
civettando tra di loro, i commessi della pasticceria incartavano vassoi di
paste e cannoli, non mancavano le auto che passavano e fermandosi al semaforo
lasciavano uscire dai finestrini aperti il suono dell’ultima canzone dei
Pooh, mi beavo di tutto questo rifacendo la strada su e giù più volte
pensando agli amici, ma non vedevo nessuno di loro tra la folla, strano, erano
sempre al Corso alla domenica, ma era giunta l’ora di andare a pranzo e
lentamente le persone si allontanavano, anche io desideravo recarmi a pranzo
ma qualcosa mi tratteneva sotto i portici, quell’aria di casa, di luogo già
vissuto, di familiarità con i volti olivastri degli arabi presenti, decisi di
allontanarmi ma volevo ritornare in quel Corso e così istintivamente cercai
la lapide di marmo che denominava la via dove lessi…"Corso Vittorio
Emanuele" allora ricordai immediatamente dove avevo pensato di essere ma
la realtà mi riportò sul luogo dove in effetti ero, a Sabaudia in
provincia di Latina, ero tornato nel presente, nell'agosto 2007…
Rumi

Caro
Diario, ti raccontiamo come si è svolto il
“V° INCONTRO 35 ANNI DOPO”
A OSTIA DOMENICA 29 LUGLIO 2007
L’appuntamento era fissato per le 9 ma già alle 8.30 la
gran parte dei partecipanti era sul posto.
L’impatto è quello di sempre: ad ogni incontro ci si abbraccia, ci si
saluta, si rimane un attimo interdetti quando ci si trova di fronte a qualcuno
che si presenta per la prima volta. E qui scatta il momento magico: "chi
è?", "mi sembra di conoscerlo!", assomiglia a….",
"ma è lui!" Anche questa volta, grazie ad estenuanti contatti siamo
riusciti a trovare, in giro per l’Italia, altri vecchi compagni della
seconda B.
Siamo tanti, si sono aggiunti altri e altri ancora potevano esserci
ma mancano per motivi diversi.
E non siamo solo noi, tanti altri amici si sono uniti a
noi, hanno voluto partecipare a questo incontro e alle 9 siamo già oltre 60
persone. Gran parte provengono da Roma e da Ostia ma c’è anche chi è
arrivato da Trieste, Milano, Rapallo, Cremona, Viareggio e Spoleto.
Sotto l’aspetto organizzativo non è stata una bella
giornata. Il pullman che deve portarci all’attracco del battello col quale
è prevista una navigata sulla foce del Tevere, arriva con un’ora e mezza di
ritardo per la rottura del motore. Ma il piacere di ritrovarsi, il senso di
civile solidarietà e una proverbiale pazienza, ci salvano da qualsiasi
giustificata protesta. Finalmente si parte;
a detta di tutti la traversata è
interessante e piacevole. Successivamente lo sbarco avviene a Ostia Antica
dove ci aspettano delle guide per una rapida visita ai luoghi più
interessanti degli scavi.
Qualcuno mi dice: "…mi sembra di essere a
Leptis Magna o a Sabratha…".
Il tempo passa veloce e quindi si riparte
verso le 14 con il pullman per il ristorante dove si rimane tutti insieme fino
alle 18 circa.
Alla fine io e Franco Macauda (collaboratore instancabile …)
riceviamo i ringraziamenti da parte di tutti e assistiamo al ritorno a casa
dei nostri cari amici.
Francamente, da parte mia e anche di Franco, i
ringraziamenti spettava a noi farli perché in effetti tutti hanno mostrato
tanta pazienza e benevolenza nei nostri confronti e poi perché è sempre
entusiasmante vedere tante persone che, a distanza di tantissimi anni, danno
ancora un grandissimo valore all’Amicizia e hanno una eterna voglia di
ritrovarsi come se in effetti gli anni non fossero mai passati.
E così, come ho detto a quelle persone che ho rivisto dopo
37 anni, il mio piacere e la mia gioia è stata il doppio della loro: primo,
per il piacere di ritrovarmi con loro e poi perché da organizzatore, così
facendo, posso godere di una sensazione ancora più forte e cioè quella di
mettere di fronte persone, amici, compagni di classe che si rivedono per la
prima volta dopo decenni e decenni! Solo guardando il momento dell’
incontro, la sorpresa, l’abbraccio, mi si accappona la pelle.
Ecco perché 35 anni dopo, noi ci siamo sempre.
Un abbraccio a tutti,
Roberto Femia

PARLAMI
DI OEA,
Or
che gli occhi tuoi stanchi e l’ingrigito pelo
ti
han concesso il privilegio di rivederla ancora
or
che i tuoi passi incerti han calcato riarse vie
e
i suoi viali dai nostri agili e lievi passi vissuti
fermandoti
sotto gli archi arditi e le persiane sue
a
rimirar le foto che ti ho dato per com’era allora
ora
che hai fissato le labbra rosse dei suoi tramonti
e
i profondi e azzurri occhi del suo cielo e il mare
e
le sinuose coste hai sfiorato con sguardo sensuale
tu
che carezzato hai le scure chiome delle sue palme
e
i dolci datteri suoi ramati che alle labbra mie golose
portavo
come furtivi baci di un cupida amante
tu
che alle nari hai ancor portato i suoi speziati effluvi
tu
che rivisto hai monili arcaici di millenarie mura
come
Sabratha e Leptis che Settimio fece magna
tu
che di me le hai parlato e del mio amor perenne
le
hai detto il mio desio di tornar tra le sue braccia?
perchè
or tornato ti avvicini e mi guardi
muto?
attendo
ansioso, parlami di Oea, è ancora bella?
nuove
rughe d’asfalto segnano il levantino volto?
alita
ancora il passionale ghibli tra le sue labbra?
parlami
di lei e dell’amor che ha per me lontano
il
suo desiderio di specchiarsi negli occhi miei!
Ma
le crude tue parole profferite per graffiarmi l’anima
rivelan
che il mio ricordo in lei ormai è oscuro oblio
e
vago è il ricordo mio che ancor le palpita nel cuore
lo
so tu menti, geloso di quanto amor ancor ci lega
ma
racconta, parlami ancor di Oea, so che mi attende ancora
Rumi

Un ricordo di Padre Marcello
E' con tanto dolore che ho appreso la scomparsa del
nostro padre Marcello, una figura splendida. Con lui se ne va una parte della
nostra vita: la nostra stupenda infanzia, lui ci amava anche quando lo
facevamo arrabbiare, ricordo con nostalgia quella volta che io, mio fratello Enzo
e mio cugino Ciro Dama un pomeriggio di gran caldo e ventilato siamo andati a
sparare qualche uccellino davanti la chiesa di S.Antonio, su quelle palme
piene di nidi,(cosa che ora non farei mai) e dopo siamo andati in sacrestia a
spennare gli uccellini,immagina le piume che andavano da tutte le parti lui ci
ha preso per un orecchio e sin che non le abbiamo raccolte tutte non ci ha
mollato, pensa che per prendere quelle più piccole ci bagnavamo le dita con
la saliva. Avrei voluto incontrarlo l'anno scorso a Paderno, quando ho chiesto
di lui mi hanno risposto che non stava bene. Ciao Padre Marcello.
Annetta Fusconi

UNA GIORNATA CON PADRE MARCELLO
Miei cari tutti, per prima cosa vi parlo delle foto che vi allego. Nella prima potete vedere da sinistra mia sorella Maria Rosa, Gianni Mariscotti, che vive a Udine, mia mamma e Padre Marcello e nella seconda Gianni e il nostro indimenticabile frate. Io ho scattato queste foto per questo non mi vedete. Adesso vi racconto brevemente di quella indimenticabile giornata. Due mesi fa, esattamente il 6 maggio, ho fatto una bellissima sorpresa a Padre Marcello andando a trovarlo (naturalmente l'avevo avvisato una settimana prima)al Convento di Cividino con mia mamma, mia sorella e un tripolino di nome Gianni Mariscotti dopo ben 37 anni di lontananza. Gianni Mariscotti era il figlio di Nicola che rilevò ai Bagni Sulfurei il ristorante del mitico Cardelicchio (chi non ricorda la rotonda sul mare col suo Juke-Box, che diffondeva le canzoni indimenticabili degli anni ‘60?). Io avevo avuto la fortuna di incontrare Padre Marcello lo scorso 22 Ottobre a Brescia e proprio a Brescia, il nostro caro frate mi aveva detto che aveva tanta voglia di rivedere la mia mamma e questo ormai adulto Gianni (anni 59), ma per lui sempre il suo piccolo Gianni. Quel 6 maggio è stata una giornata indimenticabile: Padre Marcello era in perfetta forma, felice ed era davanti al portone del convento che ci attendeva con gli occhi che luccicavano. Era bello, dritto come un fuso, nonostante la sua età. Dopo gli abbracci e una chiacchierata ci ha condotti a vedere il Convento, con un passo veramente spedito. Ha gradito molto i regali che gli abbiamo portato e poi tutti insieme siamo andati a pranzo in un ristorante da lui consigliato. Quanti ricordi abbiamo riportato alla luce, e che memoria ha dimostrato di avere Padre Marcello su dei particolari del vissuto della mia famiglia che avevo dimenticato. Soprattutto ha ricordato le belle mangiate che ha fatto a casa nostra insieme anche al piccolo Gianni, che aveva perso la mamma quando aveva solo 11 anni. Io ricordo una frase tipica che Padre Marcello diceva a conclusione di ogni pranzo e cioè: -La bocca non è mai straca finché non sa de vaca- Voleva dire che amava concludere ogni bella mangiata gustando un pezzetto di formaggio. Naturalmente questa frase l'ho detta a fine pranzo quel giorno e lui ha sorriso confermando quanto ricordavo di lui. Mitico Padre Marcello, grande. Siamo rimasti insieme fino alle ore 18,00 e solo al momento del distacco abbiamo notato che un velo di tristezza scendeva sul suo volto. Ci disse: -Ormai sono vecchio, non so quanto potrò durare ancora- Purtroppo il 10 u.s. se ne' andato. Tutti siamo tristi, tutti l'abbiamo amato e tanto. Ci mancherà il suo sorriso. Grazie Padre Marcello. Cari amici, quando ho saputo della sua morte, sono rimasta affranta, impietrita, non volevo credere, continuo a pensarlo e non lo dimenticherò mai. Ciao a tutti. Luisa Marchetti

Volando
verso quarant'anni indietro
Sai,
sono quelle promesse che fai a caldo, qualcuno ti dice che ci sarà una festa
e subito dai conferma della tua presenza, “Ci sarò, promesso”, poi passa
il tempo, le situazioni cambiano,
cerchi di trovare delle scuse per sottrarti all’impegno, per pigrizia, per
mille motivi, quasi nessuno valido, poi, qualche giorno prima,
all’improvviso decidi e ci vai, e così è successo a me, l’amico Ely
Seror mi aveva inviato da Tel Aviv del materiale da inserire nel sito e tra
questo, una locandina dove si annunciava che per il 7 di giugno si sarebbe
tenuta una grande festa a ricordo dei quaranta anni della cacciata degli ebrei
dalla Libia, infatti coincideva proprio con l’anniversario della guerra
detta dei sei giorni con la conseguente espulsione di tutta la comunità
ebraica ancora presente in Tripolitania e in Cirenaica.
Avevo promesso ad Ely la mia presenza alla ricorrenza, così pochi
giorni prima del 7 giugno decisi di partire, recatomi all’agenzia per
prenotare il volo trovai posto solo per il 30 maggio e posto per il ritorno
non prima del 10 giugno, detto fatto, il 30 mattina sono in volo verso
Israele, mille pensieri e mille ricordi mi occupano la mente durante il
viaggio, penso a chi incontrerò dopo 40 anni, come saranno cambiati, se si
ricorderanno di me, come mi accoglieranno, molti nomi di compagni di scuola o
di lavoro mi vengono alla mente, molti dei loro volti si affacciano sorridenti
al balcone della mia memoria, sorrido anche io e i pensieri vengono riflessi
nei sorrisi delle graziose e premurose hostess.
Poi il fatidico annuncio formale del comandante che siamo in territorio
israeliano e che tra poco atterreremo all’aeroporto Internazionale Ben
Gurion di Tel Aviv,
la temperatura al suolo è di circa 29 gradi, l’annuncio mi scuote dai
pensieri e mi affaccio al finestrino, vedo distese di bianche rocce attorniate
da sabbia e da arbusti e attraversate da solitarie strade, nastri neri
sull’infinito giallo, viste
dall’alto mi ricordano molto i miei viaggi in deserto libico quando lavoravo
per le compagnie petrolifere e
sorvolavo distese di sabbia e rocce simili a quelle, immediatamente il
pensiero torna alla Libia, ma dura poco, atterraggio perfetto, applauso di
prammatica e immediato trasferimento al terminal di arrivo, sbrigate le
formalità di rito, e accolto da una ragazza
della sicurezza dagli occhi e capelli nerissimi con un cordiale “Benvenuto
in Israele” mi accingo a ritirare i bagaglio peraltro già pronto nel nastro
ed esco nel colossale atrio degli arrivi,
centinaia di persone sono in attesa degli amici o dei parenti ed Ely
puntuale mi sta attendendo, un forte e prolungato abbraccio ci lega per
diversi secondi siamo contenti di rivederci ed immediatamente ci trasferiamo
in città, Ely guida sicuro nelle autostrade che ci portano verso il centro
città e ci dirigiamo a Or-Yehuda, piccolo sobborgo di Tel Aviv dove abitano
molti ebrei libici e dove ha sede il museo della comunità ebraica di Libia,
entriamo dentro il museo e sono immediatamente accolto da abbracci e frasi di
sincera cordialità, sono circondato da numerose persone, tra cui ricordo con
affetto, Naim Zion, Yacohov Haggiag Liluf, Avi Pedazzur, Meir Cahlon, Nahum
Gilboa, Davide Mimun tutti membri del direttivo del museo e la simpaticissima
ed efficiente segretaria Osnat, tutti fanno decine di domande, tutti in gara
per farmi sentire a mio agio e ci riescono benissimo con una quantità di
leccornie, tra cui dei deliziosi datteri, e di caffé alla turca, passo
l’intera giornata a visitare il museo e ad assistere a delle
rappresentazioni teatrali con donne vestite con i costumi tradizionali ebraici
in Libia,
si pranza in un caratteristico locale vicino dove uno svelto garzone
frigge dei saporiti ed abbondantemente ripieni “Burek” è un altro tuffo
nei sapori dell’adolescenza, la giornata passa veloce, la serata è calda ma
si dorme bene, sarà la stanchezza e le emozioni della giornata, il giorno
dopo nuovo incontro con gli amici, nuove sensazioni di già visto e nuovo
tuffo in un luculliano pranzo a base di cuscus,
minestre con fagioli e spinaci, caponata, le non dimenticate “Burek” con
uova o patate, creme di melanzana e di tahini (sesamo) humus, (crema di ceci e
spezie) tirsci, (crema di zucca e spezie), spiedini di agnello e insalatina,
il tutto accompagnato da me con dell’ottima birra locale e da tutti con un
bicchierino di Arak speziato con cannella e chiodi di garofano, inizio a
preoccuparmi di quanto peserò tornato in Italia!
I
giorni seguenti li dedico a visitare i luoghi caratteristici e con Ely ci
rechiamo a piedi dal lungomare di Tel Aviv sino a Jaffa,
a pochissimi
Km dal centro, una città antichissima e molto ben conservata, sede di musei e
del convento di S. Pietro, mi inoltro nei vicoli calpestando pietre
perfettamente levigate dal passaggio prima di me di milioni di persone, vicoli
che sono gallerie d’arte all’aperto dove tutti espongono le loro opere
,cammino curiosando poi nel mercato delle pulci che è il cuore pulsante della
città con i suoi caffé, ristorantini e centinaia di negozietti che vendono
letteralmente di tutto all’ombra di una torre dell’orologio perfettamente
restaurata che ricorda Piazza Orologio di Tripoli.
Il
quarto giorno prendo un pullman
per Gerusalemme, una città che copre pigramente alcune colline con una enorme
coltre bianca di case, vista dall’alto della promenade, abbaglia per il suo
biancore avorio, inoltrandosi attraverso le vie che conducono alle mura della
città vecchia si ha l’impressione che nulla sia cambiato, poi ci si ricorda
che si è a Gerusalemme e non in Libia, ma il paesaggio è identico a quando
arrivavi a Garian, arrivato presso la porta che conduce al Muro scendo dal
Pullman e mi dirigo, dopo i severi controlli della sicurezza, a visitare sia
il Muro sia le grandi Moschee poste nella spianata sovrastante poi mi inoltro
nei vicoli dei mercati dove l’odore delle spezie si mescola con l’acre
odore delle coperte di lana e quello del cuoio, un ubriacatura di odori e
sensazioni, mi inoltro poi nella via Dolorosa, mi sembra impossibile di
ripercorrere i passi di Nostro Signore e senza intenzioni blasfeme faccio un
confronto con il caldo che fa oggi
e sicuramente allora e il mio zaino e la sua croce…Gerusalemme, una città
dove la solennità delle Sinagoghe, i richiami del muezzin e il suono delle
campane si fondono in un solo atto di unione, di fede, ma allo stesso tempo di
divisione profonda.
Ritorno
a Tel Aviv, ancora abbacinato dal biancore di Gerusalemme e già programmo il
secondo itinerario aiutato da Liliana, la bella moglie di Ely e pratica
organizzatrice e il giorno dopo mi reco nuovamente alla stazione dei pullman e
parto per un giro che toccherà il centro nord di Israele, prima
fermata a Nazareth e visita alla chiesa dell’Annunciazione con i suoi
meravigliosi mosaici provenienti da tutto il mondo e raffiguranti
la Madonna
, poi si riparte e vedo dal pullman il monte Tabor, attraversiamo le città di
Cana’a, Magdala, Cafarnao, arrivando sino al Giordano dove un edificio molto
suggestivo indica dove probabilmente Gesù è stato battezzato, poi proseguo
verso l’antico monastero di Tabgha e il
lago Tiberiade, vedo la collina dove è avvenuto il miracolo della
moltiplicazione dei pani e dei pesci, poi il lento ritorno a Tel Aviv passando
per scenari naturali impressi nella memoria di una vita precedente, sabbia,
rocce, sole, poi ad interrompere questa sequenza di colori monotoni ma sempre
diversi, distese di piantagioni di banane, pesche, palme, vigne, olivi e
melograni, è allora che cerchi di comprendere cosa sono i miracoli, le banane
in mezzo al deserto!
Altro
viaggio organizzato dalla solerte Liliana coadiuvata dalla cugina Vally, il
nord di Israele, le alture del Golan, la visita ad alcuni Kibbutz dove
assaggio prodotti naturali come l’olio di oliva e la crema di tahini
(sesamo), o acquisto saponi e creme e assaggio sorprendenti vini prodotti con
il melograno! una giornata intensa di sapori e di emozioni!
Arriva anche il giorno della ricorrenza, presso l’università di Bar-
Ilan all’auditorio Whol, sono stati invitati ottocento membri della comunità,
quelli giunti sono certamente di più, tutto si svolge secondo il programma,
proiezioni di filmati, testimonianze drammatiche di quei giorni terribili,
consegne di diplomi tra cui quello consegnato alla moglie di Omero Orsi, che
nel ’67 si prodigò per salvare la vita a numerosi ebrei a Tripoli e il
tutto è interrotto solo pause per il caffé o il pranzo e la cena con il cus
cus e gli ipercalorici dolci a base di miele e mandorle e dove tutti pare mi
conoscano e si complimentano con me per il sito e per tutti i fili che ho
riallacciato tra gli amici dispersi, tutto termina
con un gradito spettacolo della cantante Miriam Meghnagi
che ha presentato un vasto repertorio di canzoni popolari,
insomma un bello spettacolo, degno delle promesse fatte.
Ma l’avventura continua,
un'altra mattinata passata a visitare l’enorme Suk Ha Karmel, mercato simile
ai Suk el Turk e Suk el Muscir di Tripoli messi assieme e il vicino mercato
degli artigiani con splendide opere in filigrana d’argento e di innumerevoli
altri materiali, poi con Ely visito il quartiere antico di Tel Aviv, il nucleo
iniziale attorno al quale si è andata espandendo l’attuale città, e sopra
i tetti delle case a due piani svettano grattacieli moderni di acciaio e vetro
sedi di alberghi, ministeri o
società varie, poi nel pomeriggio visita al centro sportivo di Holon, la città
di sabbia, dove assisto a gare di pattinaggio artistico da parte dei ragazzi
delle scuole elementari e partecipo al seguente picnic pomeridiano su uno dei
verdissimi prati del centro, che lasciamo per andare a
Herzeliya marina, uno splendido porto a nord di Tel Aviv, dove oltre
alle centinaia imbarcazioni da diporto e gli innumerevoli ristoranti sul mare
vi è un colossale centro commerciale a più piani, è impossibile visitarlo
tutto e dove un veramente maxi schermo da in diretta partite di pallone, fine
serata in uno splendido sito costruito sull’ex porto di Tel Aviv
completamente rivestito in legno simile al ponte di una nave e dove i docks
sono stati trasformati in favolosi
e caratteristici ristoranti, discoteche, pub, boutique, cioccolaterie,
riscattando una zona oramai divenuta fatiscente come lo possono essere le zone
che
circondano un porto, in un meraviglioso posto di divertimento e svago e dove
ho gustato assieme agli amici Ely , Liliana o Daniel,
saporiti pesci e contorni orientali oltre a passeggiare per ore
chiacchierando lungo i pontili, poi il ristoro della notte.
Nuovo giorno e decisione di andare a visitare Haifa, città importante
e più ancora importantissimo porto situato a nord, vicino al confine con il
Libano, Haifa ci accoglie con una giornata splendida che ci permette di vedere
i famosi Bahai Garden
giardini curatissimi e variopinti che si stendono su una
collina che dal mare sale sino ad un altezza elevata e dalla via centrale
costeggiata da case medioevali appartenute ai Templari e ancora perfettamente
conservate si può ammirare una splendida veduta di questi giardini a
terrazze, poi proseguendo si arriva al monte del Carmelo dove ho visitato la
grotta di S. Elia
situata sotto l’altare della
chiesa del convento dei Frati Francescani e dove ho potuto assistere alla
devozione degli arabi cristiani abitanti
nella zona, con l’offerta dei propri neonati portati sull’altare e unti
con un
segno di croce con l’olio santo presente in una ciotola. una cerimonia
privata, semplice, senza l’intervento di alcun officiante, ma carica di
patos e di solennità dove diviene difficile scattare foto o disturbare con la
propria presenza superficiale di turista, all’esterno, in una piazza vicina,
una superba colonna sostiene una statua della Madonna e il richiamo modulato
del muezzin, fa da contralto al suono delle campane cristiane, poi si prosegue
per Akko, l’antica S. Giovanni d’Acri , ultima roccaforte dei
Crociati e Templari, le possenti mura, opera gigantesca arricchita dai
lavori delle truppe Napoleoniche ne fanno una città fortezza, il
caravanserraglio, il porto, la città vecchia, i mercati coperti, i vicoli
dove arabi ed ebrei convivono in una simbiosi che non trovi in altri posti in
Israele ed i magnifici e numerosi ristoranti sul mare ne fanno un luogo da
visitare senza indugio.
Poi il ritorno a Tel Aviv a sera inoltrata, l’aereo parte alle cinque
del mattino ed Ely da splendida persona quale è, si presta ad accompagnarmi
all’aeroporto Ben Gurion tre ore prima della partenza, ci salutiamo, ci
abbracciamo, poi velocemente ci allontaniamo in direzioni opposte io entro nel
terminal, lui sale in auto, nessuno dei due deve vedere la commozione
dell’altro nel luccicore degli occhi, ciao Ely, ciao Tel Aviv, ciao amici di
quando avevamo cent’anni di meno, non aspetterò altri quarant’anni per
tornare a trovarvi!

UN AVVENTURA SEGRETA
Ricordo sin da quando ero bambino e cominciavo a
comprendere le cose dei grandi ero molto appassionato dai racconti di caccia.
Infatti mio padre era un appassionato della caccia alla lepre ed al fagiano
che con i suoi racconti e le sue prede ad uno ad uno aveva entusiasmato tutti
e tre i fratelli. Santino che era il più grande sin dall'età di 8 anni
accompagnava sempre mio padre nelle sue battute di caccia. Quando tornava,
anche seppur stanco, era sempre sorridente e pieno d'entusiasmo, si sedeva e
mi raccontava cosa era accaduto e quante lepri avevano cacciato. Quasi ogni
fine settimana, nel periodo della apertura della caccia, loro partivano per l'avventura
di caccia. Si perchè era sempre un'avventura quando si addentravano nelle
campagne nei pressi di Tahruna, vicino alle famose montagne. Mio padre da buon
meccanico aveva messo insieme, da due Jeep Willy residuati della guerra, una
vero ed efficiente fuoristrada che nulla fermava sul deserto pietroso
dell'interno della Libia, ricordo anche che con la stessa Jeep la domenica ci
portava tutti a fare un giro sul lungomare a gustarci quella brezza marina del
mare nostruum. Come ho detto dovetti aspettare sino all'eta' di 9 anni perchè
mio padre con l'assenso di mia madre mi portasse con se nella prima battuta di
caccia della mia vita. La notte precedente non riuscivo a dormire tanto ero
contento. Mio fratello Carlo, anche lui appassionato, ma già "veterano",
piu' grande di me di due anni, invece dormiva come un ghiro nel suo letto
della nostra comune cameretta. Ad una cert'ora il sonno sopravvenne e ricordo
che fui svegliato da uno scossone, era mio fratello Santino, che scuotendomi
cercava di svegliarmi. Saltai subito dal letto, corsi in bagno a lavarmi, uno
spintone a mio fratello Carlo, che come al solito anche quando doveva andare a
caccia si aggiustava il ciuffo, alla Tony Renis, e si incantava ad adularsi
davanti allo specchio. Lui era sempre ben vestito, ben tirato, un monte di
vaselina sui capelli che luccicavano e tanto Old Spice sul viso e sulle
braccia.
Giunti sul posto prestabilito, parcheggiata l'auto in uno spiazzo fuori
strada, mi padre ci disse di scendere e di seguirlo perchè gia' cominciava la
battuta di caccia. Dopo aver seguito mio padre in fila indiana, come tre oche
che seguono la madre, ed esserci fermati, quasi immobili ad ogni cenno del
passaggio di una lepre, che prima d'allora non avevo mai visto viva, cominciai
a sentire la stanchezza. Mi avvicinai a mio padre e gli dissi che ero stanco e
che avrei preferito tornare a riposare sull'auto. Mio padre mi guardò, quello
sguardo significava tutto: stai attento, non combinare guai e non toccare
nulla. Mise la mano in tasca, tiro fuori le chiavi dell'auto e me la porse.
Con le chiavi in mio possesso mi sentivo padrone del mondo, non vedevo l'ora
di sedermi al posto di guida dell'auto e pretendere di guidare, la stanchezza
tutta d'un tratto era svanita. Avevo provato gia altre volte con la complicità
di Carlo a guidare la Jeep, quando mio padre faceva il pisolino dopo pranzo.
La Jeep era robusta e poi le piccole ammaccature che gli avevamo procurato non
si notavano poi tanto. Giunto alla vettura, aprii la portiera dal lato guida e
mi sedetti abbracciando quasi il volante. Mi fratello Carlo non mi aveva
seguito, aveva deciso di rimanere con mio padre e Santino continuando nella
battuta di caccia. Mi guardai attorno, non c'era nessuno, introdussi la chiave
e tirai il pomello dell'accensione. Il motore si avviò, la macchina prese
subito a muoversi e di li a pochi metri si tuffo col muso dentro un fosso,
hups!!! Mi ero scordato di pigiare la frizione e metterla in folle prima di
avviare il motore.
L'avevo combinata grossa, già pensavo a cosa mi sarebbe successo, mio padre
mi avrebbe preso a fucilate, faccio per dire. Scesi dall'auto e vidi che le
ruote anteriori erano tutte dentro al fosso, allora cercai di andare davanti e
spingere con tutta la mia forza. mentre cosi facevo sentii un rumore mi voltai
e vidi un contadino che teneva alle redini un cammello e mi guardava ridendo.
ero già fuori di me figuriamoci se stavo li a farmi prendere in giro da quel
contadino. Ma poi mi venne un' idea e chiesi a quell'uomo di aiutarmi a tirare
fuori l'auto con il cammello. Cosi fu e poco dopo aver legato una corda alle
staffe del paraurti posteriore riuscimmo a trarre la vettura fuori dal fosso.
Lo ringraziai e lui si allontanò salutandomi. Sono stato davvero fortunato.
Quando i cacciatori, si fa per dire, ritornarono dalla battuta di caccia non
si accorsero di nulla perchè nel frattempo avevo pulito il fronte
dell'auto da tutta la sabbia che si era attaccata durante l'impatto. Quella fu
la mia prima avventura di caccia che mai scordero' perchè ho rischiato
grosso. Nessuno seppe niente, nessuno si accorse e per timore di ricatti non
dissi nulla ai miei fratelli. Era un segreto che mi sono tenuto dentro per
quasi 50 anni, peccato avrei potuto raccontarlo almeno ai miei fratelli,
Santino e Carlo che purtroppo non sono più qui con me.
Questa storia e dedicata alla vita meravigliosa ed avventurosa dei miei due
fratelli.
Gianfranco Ventre

IL DIALETTO SICILIANO
Tripoli anni 1948…1951, un gruppetto di siciliani si incontravano
presso il Caffè Commercio, al Gambrinus,al Caffè
del Corso o alla
Bomboniera e siccome tutti si sentivano artisti nella recitazione specialmente in dialetto siciliano,
decisero di fondare una compagnia
teatrale, così nacque la "FORMAZIONE DIALETTALE “ di Boccadifuoco-Auteri.
Tra
di loro, Giuseppe Nicastro di Caltagirone,
che lavorava al Municipio di Tripoli, Ufficio Anagrafe, che scriveva le commedie brillanti in due…tre atti e dirigeva
al meglio la suddetta compagnia e che ebbe tanto successo…!!
Le commedie venivano rappresentate presso il teatro
del Circolo Italia e se ricordo bene, anche al Cine-Teatro Alhambra
e per
poter “re
cita
re” bisognava ottenere il nulla osta dalle
Autorità Britanniche cioè dalla B.M.A. (British
Military Administration)
e
quasi sempre veniva concesso.
Visto
che tutte le commedie erano re
cita
te in stretto dialetto siciliano…mi chiedo ancora oggi, come facevano
quelli della BMA
a
dare il nulla osta, se non capivano assolutamente nulla,
sia
della trama che del dialetto siculo..?????
Spero che qualche concittadino colà residente possa darmi una
risposta..!!! Giacomo
(Gino) Campagna
Copie
delle autorizzazioni le potete vedere qui sotto


LA
MIA
BENGASI
Lo scorso autunno, mi trovavo in casa di mia sorella Teresa, ("Sina",
per i familiari) e sfogliando distrattamente alcuni vecchi numeri dell'Oasi,
il notiziario trimestrale degli Ex Allievi Lasalliani, mi sono riconosciuto
con stupore ed emozione in una vecchia foto pubblicata nel n. 3 di
Settembre-Dicembre 1993, che ritraeva tutti gli alunni della prima elementare,
nel 1932. Ho
provato sorpresa ed un'intensa emozione, e incredulo, ho voluto avere la
conferma del riconoscimento dai miei tre figli: Donatella,Emanuele e Anna, e
tutti e tre, unitamente a mia moglie Graziella, senza esitazione hanno puntato
il dito su quel bimbetto che accovacciato a terra, "all'araba", al centro della prima fila, con il perenne
ciuffetto ribelle sugli occhi, guardava la macchina fotografica.
Ero
io a cinque anni d’età, assieme a tanti altri amici Fratelli Cristiani, la
cui scuola era in Via Torino a Bengasi. E' stata per me una gran gioia
rivedermi bambino. E poi, sfogliando ancora, rivedere alcune foto di Bengasi,
la città che è rimasta nel mio cuore. E così sono andato a rivedermi tutti
i numeri arretrati che ho potuto reperire, leggendo avidamente gli articoli
che la riguardavano, emozionandomi, quando descrivevano luoghi e fatti a me
tanto familiari.
Successivamente,
per la ricorrenza del Santo Natale, la mia adorata sorella, vedendomi così
interessato, mi ha regalato due libri meravigliosi:" LA MIA LIBIA"
di Paola Hoffmann e "LA LIBIA" di Torquato Curotti. Libri
interessantissimi, che ho letto immediatamente in pochi giorni e che tutti i
profughi o meglio tutti i discendenti di "Italiani di Libia"
dovrebbero leggere, per comprendere che
cosa significa, il "Mal d'Africa".
Un male
sottile, pieno di nostalgia, che nessuno può capire se non ha vissuto in
Libia, e che cosa esso rappresenti per noi anziani, ancora oggi, a distanza di
cinquantaquattro anni, da quando siamo stati costretti ad abbandonarla.
"LA
MIA LIBIA" ha dato nome e collocazione storico-ambientale a strade e
fatti che si erano persi nella mia memoria.
Le descrizioni
precise e dettagliate di luoghi e fatti a me noti hanno all'improvviso fatto
riemergere nella mia memoria, come tanti flash-back, episodi e particolari
dimenticati o meglio, che credevo dimenticati e che ora invece si rincorrono
velocemente uno dietro l'altro nella mia mente, mentre scrivo questi appunti.
Mio padre, dopo anni di duro e tenace lavoro, aveva finalmente costruito
tra il 1930 e il 1939, una bella casa a due piani, con prospetti in Viale
Regina n. 43-45-49 e 51, Via Zarrugh Raed n. 1-3 e 5 e Via Luahi n. 1-3-5 e 9,
(poi parzialmente distrutta durante la seconda ritirata), nella quale abitavo
al primo piano, assieme alle mie sorelle Rosa ed Agata ed ai miei fratelli
germani Giovanni, Pino e Sina Giudice, figli del primo marito di mia madre,
morto in guerra nel 1919.
I
miei genitori Emanuele Nicosia e Grazia Liotta gestivano, autonomamente, due
attività commerciali al piano terra dello stabile. Un locale bar con annessi
sala biliardi e sala giochi, e un locale per generi alimentari, tra loro
intercomunicanti, siti sul Viale Regina quasi di fronte al Comando Truppe del
Generale Nasi, mentre nei locali di Via Luahi n. 9, i miei fratelli Giovanni e
Pino Giudice, gestivano una fabbrica per la produzione di "seltz"
e di bibite gassate in bottigliette di vetro, (quelle che avevano come tappo
una pallina di vetro che si abbassava con la pressione del dito), e un
deposito di vino che mio padre importava dalla sua città natia, Vittoria, in
Sicilia.
Sono vissuto,
quindi, in un ambiente di lavoro e di varia astrazione umana e sociale, tra
italiani, arabi, maltesi, ebrei, somali, eritrei, etc, dando anch'io alla
famiglia un modesto contributo di lavoro come cassiere (a tempo perso) durante
la siesta dei miei, leggendo i miei giornaletti preferiti: il Monello,
Mandrake con il suo fido servo Lotar, Cino e Franco con il cane Rin Tin Tin,
Gordon e altri di cui non ricordo il titolo.
Crescevo
così coccolato per la mia tenera età, a contatto con gli avventori abituali
che giocavano al biliardo, la sera, nei due saloni avvolti dal fumo delle
sigarette, oppure al bar. Militari somali e ascari eritrei del vicino Comando
Truppe, che la sera mangiando uova sode e vino si ubriacavano, litigando
spesso, seduti attorno ad un tavolo. mentre
io imparavo tutti i piccoli trucchi del mestiere dal banconista arabo Milud
Ben Farag, mio mentore e dal suo giovane aiutante sudanese Iadin (Eden) Zaret
e dal cameriere Ahmed.
Vivevo anche a
contatto con i nativi, miei coetanei, con i quali avevo fraternizzato, avendo
facilmente imparato alcune frasi essenziali in arabo, quelle più comuni per
capire ed essere capiti e per difendermi, rispondendo a tono. Parole e frasi
purtroppo, oggi, in parte dimenticate.
Sono
note riguardanti strade, negozi e ambienti che molti lettori forse non
individueranno o gradiranno leggere, ma che potrebbero rievocare ad altri
bengasini nostalgici, emozioni e cari ricordi come è successo a me leggendo
il libro della Hoffmann,.
E per questo mi
dilungo a scriverle, corredandole anche di fatti strettamente personali, perché‚
spero che possano leggerle anche i miei due teneri nipotini Roberta e Angelo,
quando saranno in età per poterlo fare. Forse quando io non ci sarò più,
per raccontare loro a voce, come fanno tutti i nonni, episodi allegri o tristi
della propria vita.
Dal
1928 al 1941, ho passato gran parte della mia vita in casa di mio zio Diego,
fratello maggiore di mio padre, in un grande edificio a due piani, con
esercizio di bar e sala biliardi a piano terra e con l'abitazione al primo
piano. La casa estesa tra
la Via San
Francesco d'Assisi e Via Zuara, faceva angolo acuto con il Corso Italia e
parte di questo angolo, occupato dal bar, era coperto con un ampia terrazza,
antistante il salotto "buono"
dell'abitazione.
Sembrava il
ponte di comando di una nave! era il mio regno incontrastato, dal quale
giocando, potevo osservare tutto quello che succedeva di sotto, sulle strade:
Il
Circolo degli Ufficiali, tra Piazza
Cagni e Via Torino, con il via vai continuo dei giovani ufficiali agghindati
nelle loro bianche uniformi e accompagnati da leggiadre signorine, che
arrivavano, mollemente sedute nelle nere carrozzelle;
Le accese
partite di calcio che si svolgevano nella grande palestra scoperta
dell'antistante scuola elementare Giosuè Carducci e il passaggio frenetico
degli automezzi militari che spesso si scontravano con fragore con altri mezzi
di trasporto.
Proprio
assistendo ad uno di questi incidenti, quando avevo quattro anni, è legato
purtroppo, un triste ricordo della mia vita: una carrozzella distrutta e un
cavallo disteso per terra, in una larga pozza di sangue. Spaventato dal rumore
delle ferraglie e impressionato dal repentino spettacolo di morte, mi sono
accasciato lentamente a terra, svenuto, con le mani avvinghiate alle sbarre
della ringhiera.
Sono
rimasto così, sotto il sole per un bel po’ di tempo, sino a quando la
moglie del Commissario Orecchio, vicina di casa, non provvide a farmi
soccorrere dai miei, che vennero preoccupatissimi a sollevarmi.
Non ricordo quanto tempo rimasi a terra, quel giorno, ma so che da
allora, quando vedo sangue, la
scena del mancamento, puntualmente si ripete.
La
prima strada da me frequentata, è ovvio, è stata
la Via San
Francesco d'Assisi, meglio nota come Via Torino.
Era la strada dei più moderni negozi d’abbigliamento gestiti quasi
esclusivamente da italiani, e della Chiesa più frequentata dai bengasini,
la Chiesa
di San. Francesco d'Assisi.
Di fronte,
sull'altro lato della strada, c'era una sala cinematografica, la Sala Italia,
in cui io avevo libero accesso, in cambio di qualche caffè, sorbito a sbafo
dal bigliettaio, al bar di mio zio Diego.
Era
una sala piccola ma graziosa, con pochi posti, sia in platea, che in tribuna
la quale aveva due gallerie laterali dove
io, dopo aver visto i film western con Tom-Mix sul suo cavallo bianco e con il
largo cappello da cow-boy in testa, oppure quelli muti di Charlot, sonorizzati
da un pianista che strimpellava sul pianoforte collocato sotto lo schermo, mi
addormentavo regolarmente, rannicchiato nella poltroncina di ferro in prima
fila. A fine spettacolo, qualcuno del bar veniva a prelevarmi.
In questa sala
ho visto un film che è rimasto impresso nella mia memoria, perché segnò una
svolta indelebile della mia
fanciullezza: "I ragazzi della Via Paal".
Adiacente
al bar c'era lo studio fotografico del Cav. Gaetano Nascia e Figlio, il più
attrezzato della città, dopo quello di Dinami, con i suoi fondali sceneggiati
color seppia, le poltroncine di vimini con l'immancabile bouquet di fiori su
un trespolo di legno e il parco lampade. Era uno studio molto frequentato, e
le sue fotografie stampate su uno spesso cartoncino con i lati frastagliati e
la classica firma, campeggiano ancora sulle pareti di casa nostra e ritengo
d’altre famiglie bengasine.
Poi,
percorrendo la strada più avanti, c'erano i negozi di vini del
sig. Antonino Russo, all'angolo di una stradina coperta, e del sig.
Porromuto. Il negozio del sig. Francesco
Senia, quello del tappezziere Macaluso, il negozio di pelletterie "Alla
Città di Napoli", la pizzeria del sig. Mezzasalma
che tra l'altro, faceva delle favolose frittelle, le "crispelle"
di riso con il miele o con le alici, che erano una delizia E c'erano tanti
altri negozi d’abbigliamento: l'emporio del sig. Rosario Russo pieno di
giocattoli, tessuti, pianoforti, articoli per regali, c'era pure l'Albergo
Torino, il ristorante Centrale e una farmacia.
Ed
infine, ricordo, c'era un negozio di generi alimentari, che esponeva nelle sue
vetrine meravigliosi piatti di pietanze già pronte, che in molti gustavano
con gli occhi e col naso incollato al vetro, (cosa che di tanto in tanto,
piccolino, facevo anch'io).
Non
è che mi mancava allora l'occasione di gustare pietanze simili, in casa di
mia zia Grazia, ma era la sapiente preparazione del piatto esposto, che
attirava la mia attenzione. A casa nostra, di solito, si mangiava in modo più
frugale sia a causa dell'attività commerciale esercitata dai miei, che
lasciava poco tempo per queste cose, sia perché‚ "loro",
pensavano al risparmio. Conservare in cassaforte tanti "filus",
quei bei bigliettoni da cento lire, grandi come fazzoletti da naso, era
l'aspirazione di tutti gli italiani d’Africa, allora!.
Sicuramente,
non era come ai giorni d'oggi, che si ricorre spesso alle pizzerie o ai
fast-food !. Raramente si andava al ristorante ! E le pietanze a base di carne
si mangiavano, di solito, soltanto la domenica, quando il pranzo era fatto a
base di casalinghe tagliatelle in brodo di gallina con piccole palline di
carne macinata, e poi gallina disossata ripiena di riso con fegatini macinati,
e frutta e dolce fatto in casa.
Una domenica,
però, non mangiai la solita gallina! successe, infatti, che, approfittando
dell'assenza delle mie cugine Rosa, Nellina e Franca che erano andate a messa,
m’impossessai di tutti i cioccolatini che la più grande di esse, Rosa,
prepotente e autoritaria, (se lo poteva permettere perché‚ aveva tredici
anni più di me che ne avevo cinque, allora), teneva conservati gelosamente in
un cassetto.
Per
consumare il frutto della marachella, senza essere visto, mi nascosi sotto il
suo letto. Un letto di ferro, con le spalliere arcuate dipinte con motivi
floreali e delimitate da due pomoli di rame che aveva una rete appoggiata su
alti cavalletti di ferro, i cosiddetti "trispiti".
E per maggior sicurezza mi sdraiai tra la parete e una grossa e bassa
cassapanca di legno, che c'era sotto il letto, dove la cara cugina, che dopo
alcuni anni sarebbe diventata mia cognata, raccoglieva il suo corredo nuziale.
A
tavola la mia assenza non destò meraviglia o preoccupazione perché io ero
aduso a queste improvvise sparizioni. Infatti, quando le cose non mi andavano
per il verso giusto, in una delle due "mie"
case, io prendevo i pochi indumenti personali, li raccoglievo in un ampio
tovagliolo e salutando imbronciato, mi trasferivo nell'altra casa stringendo
nella mano "la truscia"
(fagotto), sotto l'occhio divertito dei familiari, ormai abituati a questo mio
sdegnoso modo di agire.
Guardarono
sotto tutti i letti, compreso quello dove ero nascosto io, malauguratamente
senza scorgermi, perché ero più corto della cassapanca che mi occultava
interamente. Poi, cominciarono a cercarmi nei vari posti che solevo
frequentare, al porto, dove io ero solito andare in compagnia di altri ragazzi
più grandi o dietro la stazione ferroviaria nella Sebcha, dove spesso con
loro, andavo a caccia con la fionda o con le trappole.
Ma tutte le ricerche condotte, anche da amici e vicini di casa, furono
vane e si cominciò a pensare al peggio.
Io allora, ero il più piccolo,
amato e unico rappresentante maschio di una "famiglia" siciliana che angosciata per la mia lunga assenza, si
riunì nel salotto della casa di mio zio, piangendomi per morto.
Certo, non era
tempo di sequestri, come sarebbe avvenuto da noi oggi, ma l'idea che mi fosse
capitata qualcosa di grave cominciò a serpeggiare in famiglia, mano a mano
che passava il tempo, infruttuosamente. E ogni parente che
veniva per consolare mia madre, i suoi lamenti si facevano sempre più
alti: "figghiu, figghiu miu",
diceva lei, struggendosi nel pianto. E furono proprio quegli alti lamenti a
farmi svegliare di soprassalto !.
Mia
madre aveva un carattere forte e non l'avevo mai sentita piangere, prima di
allora, né dopo per la verità, sino alla morte di mio fratello Giovanni, e
quel pianto che mi giungeva dalla stanza accanto attraverso il sottile muro a
cui io ero addossato, che ci separava, mi sconvolse.
Uscito dal mio
nascondiglio, mi presentai carponi nel vano di porta dell'attiguo salone, e
piangendo anch'io, chiesi il perché di quelle lacrime collettive. Quello che
accadde di lì a pochi secondi, non posso descriverlo.
In un attimo mi furono tutti addosso, felici, e contenti, sollevandomi,
abbracciandomi, baciandomi e chiedendomi in coro il motivo della mia lunga
assenza da casa.
La
Via San
Francesco d'Assisi, ultimava nella zona dove prima c'era il vecchio Cimitero
Arabo, ad angolo con
la Via Roma
e col Palazzo delle Poste, vicino
al quale c'era una libreria con vendita di giornali e il negozio di generi
alimentari gestito anni prima da un altro fratello minore di mio padre,
Salvatore. "U zu' Turiddu" con sua moglie Marietta e le tre figlie
Rosetta, Franca ed Elsa.
A
dieci anni, la mia attività ricreativa preferita era, la pesca, che io
praticavo utilizzando una canna preparata con le mie mani. Partivo per le mie
scorribande in bicicletta, (allora si poteva fare!), e mi dirigevo verso il
porto, dove andavo a pescare sull'antemurale, dopo
la Dogana
e
la Stazione Marittima
, nel luogo dove attraccavano le maone, grandi barconi a motore che
trasbordavano a terra i passeggeri dalle navi, che arrivando da Siracusa,
allora, non potevano attraccare al molo, per il suo basso fondale.
E durante il
tragitto spesso mi fermavo per entrare o osservare alcuni locali pubblici, per
lo più bar, che erano quelli che maggiormente attiravano la mia attenzione.
All'angolo
tra il Viale Regina e
la Via Gasr
Ahmed, ricordo, c'era una moderna tabaccheria di proprietà dell'ex Brigadiere
Troia, ben assortita di tanti tabacchi e dove io compravo le sigarette
preferite da mio padre, le "Macedonia Extra"; nella stessa strada
c'era l'appaltatore d’opere edili, il sig. Stefano Fugardi, marito della
modista sig.ra Fugardi, e il laboratorio per la produzione e riparazione di
carri dei fratelli Cusumano. Poi continuando sullo stesso lato del Viale
Regina, c'era un bar dove vicino abitava il Dott. Fusco, medico di famiglia,
di fronte alla Caserma dei Carabinieri, dopo, all'angolo di Via Bazar, c'era
un grande emporio di prodotti per l'edilizia, e di ferramenta e colori di
proprietà del sig. Pietro Ruffatto.
Il Viale Regina
terminava all'angolo con Via Aghib, su un grande slargo trapezoidale. Era
la Piazza Generale
Cagni, con tanti fabbricati moderni sui lati ed un monumento sito al centro a
mò di spartitraffico.
Sull'altro
lato della piazza, c'era il Palazzo Prosdocimo, con un fornitissimo negozio di
generi alimentari, poi il grande bar Zizzo, e subito dopo il negozio di
cappelli della sig.ra Gina Modafferi, quello del sig. Menta e quello del sig.
Papouchado.
Dai
lati opposti della piazza, si dipartivano due larghe strade: una alberata, che
si chiamava Viale della Stazione, conduceva alla Berka, passando davanti alla
Stazione Ferroviaria e alle case popolari I.N.C.I.S., l'altra chiamata Corso
Italia, finiva nella zona del porto. Questa era la strada più bella della
città, con le sue palme altissime sui marciapiedi, con i suoi cento negozi di
articoli vari, e con gli studi dei professionisti più noti , tutti residenti
in palazzi costruiti di recente dagli italiani, confinante con il quartiere
arabo retrostante.
Proprio
all'inizio del Corso Italia, a sinistra, c'era un bel palazzo in stile
coloniale a due piani, (come quasi tutta l'edilizia bengasina), in cui aveva
sede il Circolo degli Ufficiali, con i suoi ampi saloni sempre brulicanti di
militari e con i rossi campi da
tennis, sull'area retrostante.
Una
sede, che era l'ambita meta di tutte le ragazze e anche d’alcune signore
della borghesia, che aspiravano di partecipare al braccio di qualche giovane
ufficiale, alle periodiche feste che ivi si tenevano.
Di
fronte al circolo c'era il negozio d’articoli da regalo della sig.ra Santa
Raimondi, suocera del Dott. Beccali che aveva sposato la figlia Rosetta e i
cui figli Giorgio e Mario erano nati in un appartamento sito nel nostro
palazzo di Viale Regina. Ricordo
che il padre di Rosetta, Nunzio Ammirata, aveva una fabbrica di candele in Via
Mercato Nuovo, mentre lo zio Angelo Raimondi con la moglie Concetta Fontana,
aveva un negozio d’articoli da regalo in Corso Italia, vicino alla modista
sig.ra Fugardi. Dopo lo sfollamento da Bengasi, questi due negozi furono
trasferiti dai proprietari, a Palermo, in Corso Vittorio Emanuele.
Dopo
il Circolo degli Ufficiali, c'erano le Scuole Elementari e le Scuole Medie,
due grandi edifici con ampi spazi a verde, in uno dei quali io ho
completato gli studi elementari, iniziati presso i Fratelli Cristiani. C'era
pure una grand’area recintata di fronte le scuole, in Viale Giacomo De
Martino, dove c'erano due palestre coperte e un campo di calcio, sede di
epiche battaglie a calci negli stinchi, che mi hanno lasciato il segno.
Di quel periodo
scolastico,ricordo poche cose, forse perché marinavo spesso le lezioni: il
cucchiaio colmo di olio di fegato di merluzzo con gocce di limone che ci
obbligavano a prendere ogni mattina per migliorare la "razza";
il grembiule nero con il colletto
bianco e il fiocco azzurro; i nomi di alcuni miei compagni: Emanuele Carfì,
oriundo di Gela, (diventato Deputato del P.C.I. e morto alcuni anni fa, Angelo
Jacobucci di Palermo, Massimo Magnani e la sorella, oriundi di
Cerignola e il cognome di una mia maestra, "Buongiardino", zia di un
mio fraterno amico di nome Nino Rosano, (mi sembra oriundo da Siracusa), che
abitava in Viale Regina, vicino casa mia. Suo padre faceva il calzolaio e il
cortile di casa sua era il ritrovo d’altri comuni amici tra i quali ricordo
solo: Aldo e Gilda Giardinella, Lillina Sisto, Lina Cusimano, Lucia e Maria
Bellavia, figlie di "Ciccia" e "Peppino" Bellavia, miei
compaesani di Agira. Questi
gestivano, insieme con Filippo Bruno (detto Pacione), una piccola fabbrica di
pasta fresca vicino casa nostra.
Un uomo
affabile e simpatico, Peppino Bellavia, dal perenne cordiale sorriso fra le
labbra, ereditato anche dalle due sue care figliole. Lucia e Maria che vive in
Belgio, a Bruxelles, assieme al marito Luigi Musumeci, nato ad Agira come me.
Di
fronte alle scuole c'era la casa di mio zio Diego all'angolo di Via San
Francesco d'Assisi, di cui ho già scritto prima.
E adiacenti
alla casa, lungo il corso, c'erano alcune fornite cartolerie e librerie e
sopratutto per noi scolari che ci andavamo spesso c'era, una salumeria fornita
di ogni ben di Dio, sempre affollata: mi sembra si chiamasse Bocconi.
Altro
negozio che attirava la mia attenzione era quello di biciclette e di vari
articoli sportivi, di proprietà di Valentino Maganza, sito all'angolo di Via
Santa Barbara, vicino al bar di mio zio Salvatore.
A questo punto,
la strada si allargava e ricordo c'era il Ristorante Bella Napoli e una serie
d’edifici moderni, in cui avevano le loro sedi le istituzioni religiose e
politiche più rappresentative della Colonia, mentre il lato destro era
occupato quasi totalmente da negozi e bar al piano terra e da abitazioni al
primo
. Lungo
il corso, c'era un lungo palazzo con porticato, sede del Convento delle Suore
di Ivrea o di San Francesco, in cui andavano a scuola le mie cugine, ( come si
conveniva per le famiglie della buona borghesia), e c'era pure la Sede del
Vescovato, l'Unione Militare, la libreria del sig. Guido Vitale, il negozio di
articoli sportivi del sig. Mario Pappalardo e un grande negozio di carne
macellata del sig. Giulio Viciani, vicino al negozio di generi alimentari del
sig. Epifani.
Un
ricordo preciso, legato a questa piazza, è rappresentato da un mezzo
corazzato inglese, un carro armato Mark 2, catturato dagli italiani nei primi
mesi di guerra, sul fronte egiziano ed esposto per lungo tempo, come trofeo,
alla curiosità del popolo e di noi ragazzi che tutti attorno, soddisfatti e
fieri, tastavamo le pareti d'acciaio, forate e completamente ricoperte da una
patina di sabbia rossiccia.
A destra,
girando dal Corso, c'era l'albergo ristorante Italia e il Bar del
sig. Malvicini. Certamente il bar
piu’ snob tra i tanti della città, con il largo marciapiedi antistante
sempre pieno di tavolini all'ombra di larghi ombrelloni bianchi, dove un
giorno mio zio Diego sorprese, scandalizzato, le sue figlie e le mie sorelle
che sorbivano l'aperitivo, sedute attorno al tavolinetto, con le sigarette in
bocca e le gambe accavallate.
Vergogna !!!!.
disse e dopo averle indotte ad alzarsi, se ne andò sdegnato, per quell'atteggiamento
poco usuale nelle nostre famiglie.
Sull'altro lato
della piazza a destra, c'erano il Palazzo del Littorio, il Palazzo del
Governo, il Palazzo Sichemberg e il Circolo dei Commercianti.
A sinistra invece, c'era il bar pasticceria Savoia, il Tribunale, il fioraio
Crocivera, la C.I.T., la Cassa di Risparmio della Cirenaica, dove lavorava un
nostro inquilino il Dott. Luigi Beccali, e altri fabbricati sedi di Banche,
Agenzie di viaggio e Consolati esteri.
Sul
quarto lato, a chiusura della piazza, si erigeva imponente l'alta mole del
Teatro Municipale Berenice, con la sua ampia scalinata e l'alto porticato di
marmo, in cui ricordo prima della guerra, fu esposta al pubblico su un
palchetto in legno, la prima autovettura di piccola cilindrata, prodotta dalla
Fiat, la mitica Topolino.
Dalla Piazza
del Re, girando a destra si andava verso il Municipio, percorrendo la Via
Roma, una moderna strada con palazzoni, alti e in parte porticati.
Gli
edifici più rappresentativi, per le loro linee architettoniche, erano il
Palazzo della Banca d'Italia a sinistra e il grande Palazzo delle Poste, ad
angolo con la Via S. Francesco d'Assisi, vicino al quale c'era il Mercato
coperto di recente costruzione, che aveva occupato il vecchio Cimitero arabo,
quindi, un po’ defilato sulla destra, c'era il Mercato coperto del pesce.
Percorsa l'ampia Via Roma, la
strada si restringeva notevolmente perché entravamo nel quartiere arabo della
città.
In questa
strada, chiamata Via Generale Briccola, rammodernata di recente con grandi
palazzi porticati, c'erano i negozi più forniti di Bengasi, gestiti in
massima parte da ricchi ebrei e da commercianti indiani, che ostentavano le
loro mercanzie, le loro stoffe di seta cinese, gli avori, i tappeti, e quanto
di meglio si poteva trovare in commercio allora proveniente dalle Indie.
Ricordo
alcuni nomi di grandi empori, primo tra tutti quello di Angelo Aprile, poi
quelli di Cardinale e Belleli, Franz Fiorentino, Cosimo Scarpaci, dei fratelli
Legziel, e il negozio di argenteria di Fortunato Costa.
La
Via Generale Briccola, finiva in un’ampia piazza, dove aveva sede il
Municipio. Una costruzione, che occupava tutto il lato sinistro della piazza,
contornata da altri edifici coloniali, con bassi porticati bianchi in cui i
nativi seduti su sgangherate sedie attorno ai tavolinetti di ferro,
sorseggiavano il caffè alla menta con le arachidi o fumavano nei loro narghilè.
Ricordo che
c'era un fornitissimo bar di proprietà del sig. Parlato e la tabaccheria più
antica di Bengasi, la n. 1, gestita dal fratello Giovanni Parlato, la farmacia
del Dott. Rinaldi, la torrefazione di caffè del sig. Giovanni Costa ed infine
il gran bazar "Cirenaica" del sig. Giacomo Papouchado.
Di
fronte c'era
la Moschea
el Chebir, con il suo snello minareto che svettava in alto, in cui il Muezzin,
la sera, intonava la sua dolce cantilena di preghiere.
A destra della
moschea, iniziava una stradina stretta e coperta come una galleria, che
diventava ancora più impercorribile per le mille cose che erano esposte
disordinatamente a terra e per il gran numero di nativi che gesticolando,
t’invitavano ossequiosi a comprare le loro cose, toccandoti con le mani gli
abiti.
Era il Suk el
Dlam con i suoi mille negozietti piccoli e stracolmi di mercanzie: stoffe di
cotone o di seta vivacemente colorata, barracani, spezie, (il pepatissimo
filfil), tappeti, oggetti di cuoio, ceste di datteri neri, droghe, profumi
inebrianti e tinture rosse e densamente profumate, l'"henna",
con la quale le donne arabe si tingevano le mani e il viso, e poi tanti dolci.
Dolci di mandorla, il gustoso "halgum",
la "halua" e mille, mille
cose buone ancora.
Il gran mondo
arabo, nell'espressione più genuina.
Addentrandoci
oltre questo stretto percorso, e percorrendo altre stradine del quartiere
arabo, si raggiungeva, passando dalla Piazza dell'Erba,
la Via Osman
Bahchek e da qui si raggiungeva la zona dei Fondugh e, in Viale Regina, il
Comando Truppe della Colonia, allora retto dal Generale Nasi.
Questo poligono
stradale, racchiudeva la gran parte della città vecchia, che si estendeva
ancora, con cento strette e contorte stradine, verso nord, nella zona dei
Sabri.
Percorrendo il
Viale Regina, a sinistra della Via Sciuechat, s’incontrava dopo
la Piazza Fondugh
, il grande arco d’ingresso allo Stadio comunale, teatro d’epiche partite
a calcio, di parate militari con le truppe di colore cammellate e di
spettacoli equestri offerti dai cavalieri berberi durante le visite del Re e
del Duce a Bengasi.
In Viale
Regina, c'era il panificio del sig. Salvatore Breccia e c'era un altro
esercizio commerciale gestito da
un mio parente, lo zio Pietrino Gulino e da sua moglie, sorella di mio padre
di nome Teresa ( ma chiamata "Zia Trisina" dai parenti), unitamente
ai figli, Titta, Giovanni e
Angela.
Il
Viale, terminava con la Porta Sabri, l'antica porta d’accesso alla città,
subito dopo il nuovo grande Fondugh.
Ai lati di tale
porta, c'era a sinistra una grand’area recintata con muri altissimi,
comprendente gli edifici dell'Ospedale Coloniale.
Grandi
padiglioni di stile coloniale, in cui avevano sede i vari reparti, sempre
affollati d’ammalati.
In quel luogo,
nel 1939, unitamente a mia sorella Sina, (che fece poi da balia al nascituro),
sono andato a fare visita ad una mia parente, moglie del Maresciallo Francesco
Arena, di nome "Ciccina" che aveva partorito prematuramente il
figlio primogenito, Enzo.
Questi era così
piccolino, così paonazzo che io, impressionato da quell’insolita visione,
mentre gli facevano il bagnetto, sono svenuto, accasciandomi per terra, tra lo
sgomento dei parenti.
A
destra di Porta Sabri c'era il Lazzaretto, davanti al quale sostavano spesso
con aspetto trasandato e malaticcio, vecchie meretrici arabe, le cosiddette
"mabruke", anziani beduini ammantati nei loro laceri barracani
di lana, assaliti da nugoli di mosche, e vicino a loro, piccoli, scalzi,
bambini arabi, con l'eterno moccolo giallo pendente dal naso sempre incrostato
e sporco.
Fuori porta,
invece, aveva inizio una grande estensione di terreni pieni di verdi
rigogliose palme, tra la strada che conduceva a Tocra e una spiaggia
splendida, sul mare. Era il palmeto dei Sabri, dove, dopo i primi
bombardamenti, abbiamo trovato temporaneo rifugio in alcune case arabe.
Più
in la, a destra della strada, c'erano le fornaci di calce dei sigg.
Giardinella, dove io mi recavo per prendere lezioni private di latino, da
Lucia.
Lucia era la figlia maggiore di
Giuseppe Giardinella e di sua moglie, la "sig.ra Peppina" che
assieme a Sarino, Iolanda, Emilio, Aldo e Gilda, vivevano in una moderna casa
a due piani, in Via Zarrugh Raed, poco lontano da casa nostra. In quella casa
io sono cresciuto come un figlio, assieme agli altri, dopo l'immatura
scomparsa del sig. Giardinella, avvenuta nel 1934. E ricordo ancora oggi, con
commozione, che la piccola Gilda, che allora aveva quattro anni, chiamava
familiarmente e con affetto, i miei genitori, "papà Nenè" e
"mamma Grazietta".
Era
un'abitazione bella e spaziosa ad un piano, tutta bianca, con una sola porta
d’ingresso. All'interno c'era un ampio spiazzo quadrato porticato, con tante
camere tutt'attorno.
Queste,
prendevano luce dalle porte e da strette finestre protette da fitte griglie di
legno, le "musciarabieh" e
le belle donne arabe circolavano liberamente senza il velo sul viso,
com’erano costrette a fare quando uscivano per strada.
Ricordo i pranzi luculliani che erano preparati in questa casa per
festeggiare la fine del digiuno, imposto dalla loro religione, per il "Ramadan".
Altro
percorso che io facevo spesso, in bicicletta, era il periplo della Sebcka, un
vasto spiazzo di terreno lagunare
collegato con il mare del porto grande, che serviva da idroscalo per
l'idrovolante di Italo Balbo.
Partivo sempre da Via San Francesco d'Assisi e quindi, percorrevo il Viale
Giacomo De Martino, passando davanti alle scuole elementari Giosuè Carducci,
poi più avanti, a destra c'era la fabbrica d’alcolici della ditta Xuereb,
che ricordo, produceva tra l'altro, una squisita "anisette",
e poi c'era, verso
la Sebcha
, una clinica privata di proprietà del Dott. Prosdocimo: mi sembra si
chiamasse
la Quisisana.
A metà strada c'erano tante case unifamiliari con graziosi giardinetti
fioriti, ben tenuti e recintati tutt'attorno, con alte cancellate di ferro
battuto.
Dietro queste ville a sinistra, c'era il grande
Palazzo della G.I.L., un edificio di colore oscuro, imponente, con una
enorme piazza antistante, dove noi, Giovani Italiani del Littorio: balilla,
avanguardisti, piccole italiane etc, etc, incolonnati e coperti per tre,
marciavamo impettiti e felici !!!, (contrariamente a quello che per tantissimi
anni hanno detto molti italiani.)
Più
avanti ancora, a destra, iniziavano gli stabilimenti industriali tra i quali,
ricordo, quello della Ditta Igino Palla e di Adolfo D'Andrea, con tanti
barconi in ferro affondati, semisommersi dall'acqua, proprio dove aveva inizio
il ponte in ferro che conduceva alla Giuliana.
Ponte
che fu parzialmente demolito durante la guerra, per lasciare ammarare
agevolmente gli idrovolanti Savoia Marchetti, che avevano la loro base nella
Sebcha.
Alla spiaggia della Giuliana sono
legati i ricordi più belli della mia fanciullezza.
Infatti,
tutte le estati, io trascorrevo le vacanze al mare, sempre ospite di mio zio
Diego che aveva una bella villetta lungo la strada prospiciente la spiaggia o
dei sigg. Giardinella, e percorrevo giornalmente la lunga striscia di sabbia
finissima, passando e ripassando e a volte soffermandomi a guardare le cabine
dello stabilimento balneare del sig. Carlo Trevisani, il ristorante a mare dei
Malvicini ,
La Sirena
e gli altri chalet in legno, colorati vivacemente, con i terrazzini recintati
e coperti di stuoie di palme, sempre affollati di allegra gioventù in costume
da bagno.
Lo chalet del Governatore, e quello degli Ufficiali, invece erano sempre
presidiati da giovani militari in divisa bianca, candida, con la pistagna del
colletto rigido, che vigilavano le terrazze a mare, gremite di muscolosi
giovanotti e giovani damigelle con costume castigato, all'ombra di bianchi
ombrelloni.
Assieme ai miei
soliti amici, giocavamo al "chiodo",
lanciandolo roteante in aria per farlo infiggere con la punta nella sabbia
bagnata del bagnasciuga, a Jo-Jo, a tamburello, con le cinque pietruzze da
lanciare in aria, e sopratutto ci divertivamo un mondo con le altalene.
Queste,
collocate lungo la spiaggia, erano realizzate con travi di legno alte circa
cinque metri, con una coppia di sedili autonomi appesi ad un'asse di ferro e
su cui noi ci dondolavamo allegramente e velocemente, sfidandoci a chi andasse
più in alto dell'altro. C’era pure l'altalena, ad un solo sedile, e su
questo, spesso, ci mettevamo in due persone contrapposte, spingendolo con i
piedi, una volta ciascuno, abbassandoci sulle ginocchia.
Oltre
questi gioiosi ricordi, però, c'è un altro, macabro questa volta!
Un pomeriggio
dell'anno 1935, mentre ero intento a pescare sugli scogli, vicino al
Monumento a Mario Bianco, primo soldato italiano morto a Bengasi il 19 Ottobre
del 1911, durante lo sbarco delle truppe italiane per l'occupazione della
Cirenaica, ho rinvenuto nascosto parzialmente dalle alghe, il cadavere di un
uomo, nudo, con le orbite degli occhi e altre parti molli del corpo mancanti e
pieno di minuti crostacei appiccicati su gran parte della pelle.
Una
visione raccapricciante!
Allontanatomi velocemente, diedi
l'allarme ad alcuni militari che erano in servizio, nella zona e che
accompagnai sul posto. Mi dissero
che si trattava, sicuramente, del corpo di un marittimo imbarcato sulla nave
da carico "Attilio", che molti giorni prima, salpata da Bengasi, era
stata sorpresa al largo da una violenta mareggiata. La nave, virando per
ritornare in porto, si era rovesciata su un fianco, affondando, a causa dello
spostamento del carico di grano, trasportato sciolto nelle stive.
Non ci furono
superstiti!.
Continuando il periplo della Sebcha, girando a sinistra, dopo il ponte, prima
di arrivare alla spiaggia della Giuliana, si passava davanti al Cimitero
Italiano e dopo le Saline, c'era l'aeroporto, sempre affollato, dall'inizio
della guerra da aerei da combattimento e di giovani piloti con il casco di
pelle morbida in testa.
All'aeroporto A. De Bernardis della Benina è legato un altro caro episodio
della mia gioventù. Io, allora avevo tredici anni, e frequentavo la casa
d’alcuni miei parenti e in casa loro, in Via Suliman Tebel, ho avuto il
piacere di incontrare uno di questi giovani ufficiali piloti, un ragazzo di 22
anni di nome Menotti Ippolito, che era il fidanzato della primogenita.
Con interesse, affascinato dal suo portamento alto e signorile e dalla sua
divisa bianca, con l'aquila d'oro appesa sul petto, stavo sempre ad
ascoltarlo, quando mi parlava del suo aereo da caccia e del suo mondo.
E in seguito,
suggestionato, volli tentare anch'io di apprendere le prime nozioni di
pilotaggio e acquistai i tre volumi pubblicati dal Ministero
dell'Aeronautica:"Nozioni teoriche per gli allievi piloti". Edizione
S.A. Poligrafica Italiana, Anno 1940, che ancora conservo gelosamente.
Purtroppo,
Menotti, "nell'adempimento del
dovere verso
la Patria
", il 16.01.1942, lasciò vedova mia cugina, con un batuffolo rosa di
tre mesi in braccio, di nome Ines, e io, profugo in Italia, non ho avuto,
dopo, l'opportunità di realizzare la mia aspirazione.
Verso
sud ho fatto qualche gita familiare al Guarscia, un'oasi di verde intenso sita
a circa 10 Km. dalla città, dove andavamo a fare qualche pic-nic fra i
giardini del villaggio agricolo italiano, il Lunedì di Pasqua.
Nel 1937, invece, sono andato a Derna, la "Perla della Cirenaica",
com’era chiamata per la presenza di un'oasi meravigliosa e piena di giardini
oltre alle solite palme di datteri.
Una breve vacanza fatta dalle nostre famiglie, assieme ad altri amici, il sig.
Russo e signora e il sig. La
Cognata, a bordo di nostre autovetture e delle due auto, una Bianchi e un'Alfa
Romeo che la coppia di sposi formata dai miei fratelli con i figli di mio zio,
avevano portato in Libia dal loro viaggio di nozze in Italia.
Una vacanza meravigliosa, della quale ricordo la lunga strada asfaltata che
percorreva l'altipiano, passando tra campi rigogliosi pieni d’alberi in
fiore, tra i Villaggi Luigi Razza e Beda Littoria e le case coloniche che i
"Ventimila" contadini italiani, l'anno dopo, nell'ottobre del 1938,
avrebbero abitato per cercare di dissodare e rendere fertili quelle distese
steppose che si perdevano a vista d'occhio verso le lontane oasi di Cufra.
Prima di arrivare a Derna, ci siamo fermati a pranzare a Cirene per poter
visitare le rovine greco-romane e per andare ad Apollonia, che vedevamo sulla
nostra sinistra.
Resti di anfiteatri con colonne abbattute , tombe, strade sconnesse con basole
di pietra calcarea sbrecciata e solcata dalle ruote in ferro dei carri, con
ciuffi di sterpaglie secche negli interstizi e sparsi un po’ d'ovunque sugli
altri reperti archeologici che erano in uno stato di completo apparente
abbandono.
Qualcuno della comitiva, indicava e illustrava quelle rovine, che unitamente a
quelle intraviste lungo la Via Balbia, a Lepts Magna, durante la fuga verso
Tripoli, desidererei rivedere oggi, con più competenza, assieme a mio figlio
Emanuele, anche lui architetto.
Ritornando
a Bengasi, siamo entrati in città dalla Berka, percorrendo il Viale Vittorio
Veneto e
la Via Stazione
, passando davanti alla Caserma Moccagatta, alla Caserma degli allievi Zaptiè,
(i famosi carabinieri libici a cavallo), alla fabbrica della "Birra
Cirene" e al Deposito Foraggi dell'esercito coloniale.
Anche a questo luogo è legato
un ricordo della mia infanzia, pieno di vivide luci rosse.
Una notte, il Deposito Foraggi di cui sopra, che era stato realizzato in
una vastissima buca sotto il livello stradale, alla Berka, fu dato alle
fiamme da alcuni beduini ribelli, seguaci di Omhar El Mukhtar.
Fiamme
altissime che si vedevano distintamente sopra le terrazze dei palazzi, dalle
quali, sgomenti, le osservavamo, intimoriti delle altissime lingue di fuoco
che salivano al cielo crepitando intensamente. Uno scenario dantesco, mai
visto prima, da noi ragazzi.
Altro
percorso a me abituale era quello del lungomare Benito Mussolini, che
rappresentava per noi ragazzini, il campo di gara per memorabili sfide in
bicicletta. Dalla linea di partenza, sita vicino
la Dogana
, e segnata a terra col gesso, tra i due alti obelischi marmorei, sormontati
dalla Lupa di Roma e dal Leone di San. Marco, si arrivava al traguardo,
davanti alla Cattedrale. Per gli
adulti, invece, quel marmoreo Lungomare, rappresentava il luogo in cui il
pomeriggio, potevano passeggiare a piedi o mollemente seduti, sulle tipiche
carrozzelle arabe, trainate da ronzini malandati e con il cupolone di cerata
nera abbassato, per vedere ed essere visti.
Carrozzelle
scoperte, condotte di solito da arabi, con il classico turbante bianco-sporco
in testa e la sigaretta arrotolata, tenuta all'angolo della bocca. Con le
redini in una mano e con l'altra mulinando nell'aria, la schioccante frusta,
la "zotta", che finiva la
sua veloce corsa sulle gambe del povero cavallo.
Qualche volta, purtroppo, questo schiocco l'ho sentito ed assaggiato anch'io,
sulle mie gambe imberbi, quando ero scoperto dal cocchiere mentre ero
accoccolato sull'assale posteriore della carrozza e mi lasciavo trasportare da
clandestino, assieme ai clienti, lungo la strada.
Sul lungomare si affacciavano alcuni grossi palazzoni moderni e la
caratteristica sagoma del Palazzo del Governatore, con il suo alto e bianco
torrione quadrato che sembrava un minareto.
Quella larga, sontuosa, strada voluta dal Governatore De Bono, svoltava a
destra dopo circa quattrocento metri, proprio all'altezza della Cattedrale e
poi sempre alberata da palme rigogliose, passava davanti al "Grande
Albergo Berenice" e si congiungeva con il Viale Giacomo De Martino,
costeggiando il porto piccolo, con il suo molo sempre pieno d’imbarcazioni
da diporto.
La
Cattedrale
era una massiccia costruzione con due grandi cupole rivestite di rame e con
un'ampia scalinata di marmo che la rendeva più possente, "una copia mal
riuscita del S.Antonio di Padova" come giustamente la definisce la sig.ra
Paola Hoffmann.
Era
il luogo dove, la domenica, si dava convegno l'alta borghesia, i funzionari
del Governo coloniale con le famiglie al completo, agghindate a
festa, i rappresentanti del Governo militare, il prefetto Vellani e il vescovo
Monsignor Candido Moro, per assistere ostentatamente alla Santa Messa, al
suono della Marcia Reale.
A fianco alla Cattedrale c'era il
bel Palazzo dell'Episcopato, nei cui locali, di pomeriggio ci riunivamo per
partecipare alle lezioni di catechismo e sopratutto, per sfidarci in
interminabili partite a Calcio Balilla, o bigliardino come lo avrebbero
chiamato oggi.
. In quell'albergo,
nel 1936, abbiamo festeggiato le doppie nozze tra i miei fratelli germani,
Giovanni e Sina Giudice, con Rosa e Giovanni Nicosia, figli di mio zio Diego.
(Ho capito, così, solo dopo tanti anni, perché io ero tanto coccolato in
casa di mio zio Diego. Ero il falso scopo, allora, delle continue visite
reciproche dei fidanzatini).
Una cerimonia grandiosa, come si addiceva allora, alla categoria dei
commercianti affermati. Un pranzo nuziale, a cui partecipò tutto
l’entourage del clan Nicosia, seduto attorno ad un lunghissimo tavolo
disposto ad U, dove fu immortalato dal fotografo, Cav. Gaetano Nascia, con
numerose foto che conserviamo ancora.
Poi nel 1938,
la conquista dell'Etiopia sconvolse la nostra vita familiare. I miei fratelli,
Giovanni con la moglie Rosa e Pino, che erano in Africa Orientale, si
trasferirono ad Asmara e fecero fortuna con un emporio di materiale edile.
La ferramenta FERRA.FRA.GIU. consentì loro di espandere la propria attività
anche ad Addis Abeba, ma un triste destino aspettava il maggiore dei miei
fratelli, Giovanni.
Il 16.10.1939, a Addis Abeba, nella capitale dell'Impero (!!), una,
comunissima infiammazione dell' appendice intestinale, non
diagnosticata in tempo, dal suo medico di fiducia, il cognato Michele Trigilio,
si trasformò in pochissime ore in peritonite e mia cognata Rosa restò
vedova, con la piccola Graziella, di 11 mesi, orfana di padre.
Nelle famiglie Giudice-Nicosia c'è stata sempre una triste fatalità!. Nei
momenti di maggiore necessità, gli uomini più rappresentativi della
famiglia, venivano improvvisamente a mancare.
Prima, Angelo Giudice, padre di mio fratello germano Giovanni, che morì
durante la guerra 1916/1918, poi questi nel 1939, all'apice della sua scalata
imprenditoriale ed infine mio zio Diego, nel 1941, quando profughi da pochi
giorni a Ferla, in Sicilia, le nostre famiglie erano alla disperata ricerca di
un’attività per rifarsi una vita, dopo aver abbandonato tutti i nostri
averi in Africa.
La vita a
Bengasi, per noi Italiani, scorreva felice e con tanta soddisfazione,
lavorando sodo e guadagnando bene, sino a quando scoppiò la guerra. Poi tutto
cominciò a diventare difficile, con il passare del tempo.
La scarsità dei rifornimenti cominciò a preoccuparci, e il commercio iniziò
a risentirne anche se, dicevano, doveva trattarsi di una guerra lampo, che
avremmo sicuramente vinto. Infatti,
così sembrò inizialmente, con la veloce avanzata delle nostre truppe, verso
Alessandria d'Egitto e Marsa Matrùk.
Ma prima la morte di Italo Balbo, sul cielo di Tobruk, (abbattuto si
vociferava, "casualmente",
dalla nostra contraerea), dopo, l'affondamento della nostra nave da guerra San
Giorgio e quindi i bombardamenti che iniziarono a distruggere la nostra città,
ci fecero allarmare moltissimo.
Noi ragazzi, però, nati nel clima di "Credere, Obbedire e
Combattere", e ignari della sorte che ci sarebbe toccata, ci
entusiasmavamo a sentire i bollettini di guerra, che magnificavano la fulminea
avanzata verso il Cairo.
Avevano richiamato alle armi come artigliere, anche mio padre, che sotto il
peso dei suoi cinquantuno anni, era stato costretto a vestire la divisa
militare della M.V.S.N., (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale) del regime e
ad aggregarsi ad un presidio della contraerea, alla Giuliana.
E così, io facevo il tifo per lui, la sera, salendo sul terrazzo, appena si
sentiva l'ululato lugubre delle sirene, che ci avvertivano delle incursioni di
aerei nemici.
Armato di una bagnarola di lamierino di ferro zincato che tenevo alta sulla
mia testa, con le due mani serrate sui larghi manici, per proteggermi dalle
schegge, (così credevo), stavo ad osservare il cielo, atteggiandomi a "piccola vedetta ……….libica", con l'elmetto in testa come
il "Feroce Saladino", di buona memoria giovanile.
All'avvicinarsi
di quel suono tipico e caratteristico che facevano i motori degli aerei
inglesi (Uaan--Uaan--Uaan), che riconoscevo subito a distanza, la volta
celeste si illuminava d'incanto, scrutata da decine di fotoelettriche che
sciabolavano l'aria, alla ricerca del nemico. Quando l’aereo era inquadrato
da una di esse, tutte le altre collocate attorno alla città, si dirigevano
sull'obbiettivo formando come una grande piramide di fasci di luce. E
cominciava "lo spettacolo",
che con grande infantile incoscienza ogni sera andavo ad assistere !!.
Un inferno di fuoco!.
Si udivano le mitragliere pesanti, che sparavano continuamente proiettili
traccianti, che rapidamente salivano in cielo rincorrendosi luminosi, e poi a
mano a mano affievolendosi, ricadevano a parabola verso terra. Si udiva il
rumore dei cannoncini a tiro rapido, che anch'essi facevano la loro parte. Ed
infine, c'erano i cannoni della contraerea che facevano un chiasso infernale,
ma intervallato, illuminando l'aria con vivide fiammate azzurrine. In cielo,
le nuvolette grigio-bianche lasciate dagli scoppi, venivano illuminate dalle
fotoelettriche che inseguivano inutilmente un puntino grigio-nero che si
allontanava indisturbato.
Erano gli aerei ricognitori nemici, troppo ad alta quota per essere colpiti,
dicevamo tra noi, forse inconsciamente, per giustificarci dell'inutile
sbarramento di fuoco fatto della nostra contraerea.
Ma una sera avvenne qualcosa di diverso.
Improvvisamente apparve in cielo, nella posizione indicata dalle
fotoelettriche, una palla di fuoco e io cominciai a saltare e gridare con
gioia: Colpito !!, Colpito !!, e
aspettavo con orgoglio di vedere cadere quell'aereo nemico abbattuto dalla
"contraerea di mio padre".
Però quella palla luminosa non scendeva velocemente, ma si dondolava
dolcemente in cielo. Sembrava che si dirigesse sulla mia testa, e così
impressionato, scappai nel sottoscala a raccontare l'accaduto.
Mi fu detto che si trattava di un "bengala".
Un aggeggio di guerra che serviva al nemico per illuminare a giorno gli
obiettivi, per fotografarli o per meglio individuarli durante il
bombardamento.
Che ne sapevo io di bengala e bengala!!!
Per
me allora, lettore di Emilio Salgari, il Bengala era la patria di Sandokan e
delle sue tigri di Mompracem, e così risalii in terrazza in tempo per vederlo
spegnere e sbriciolarsi, alla fine, in una cascata di scintille. Poi, la sera
del 15 settembre 1940, qualcosa cambiò nel mio scenario notturno
d’osservazione. Il classico rumore degli aerei inglesi d'alta quota, non era
quello usuale.
Dovevano essere
in molti, gli aerei che si avvicinavano a Bengasi e l'attività della
contraerea si fece più frenetica e anche le fotoelettriche sembravano
impazzite.
All'improvviso,
ecco, il primo tremendo scoppio, che sembrò bloccarmi il respiro, facendo
tremare il pavimento della terrazza sotto i miei piedi.
Poi un secondo, un terzo, un altro ancora e non ebbi il coraggio di
continuare a contarli, perché in un attimo scappai giù nelle scale,
scendendo a precipizio e saltando i gradini a quattro a quattro, orientandomi
nel buio, seguendo il corrimano, per arrivare il più presto possibile nel
sottoscala, dove mi attendevano terrorizzati i miei familiari.
Quella
sera, dopo il segnale di cessato pericolo, siamo andati a dormire
vestiti, sicuri che da lì a poco gli aerei nemici sarebbero ritornati.
Ma anche se non ci furono altri allarmi, dormimmo poco.
Infatti, il Viale Regina era percorso continuamente da automezzi dei
vigili del fuoco, da camion militari e da autoambulanze che facevano la spola
tra l'Ospedale e le zone della città che erano state colpite, specialmente
con il porto dove era stata affondata una nave da trasporto piena di militari,
facendo una strage.
I
cadaveri o quello che restava di essi, venivano trasportati sui camion avvolti
in lenzuola, accatastati alla rinfusa, tanto erano numerosi.
Il giorno dopo, appena alzato, feci colazione e con noncuranza, inosservato,
mi allontanai da casa: volevo
andare a vedere le zone bombardate e mi diressi verso il porto.
Le strade, nella zona, erano tutte intasate di detriti d’edifici colpiti
dalle bombe. Mi avvicinai con la fida bicicletta al Teatro Municipale Berenice
e potei osservare più da vicino gli effetti devastanti della guerra.
Strade piene di grandi buche con alberi divelti o tranciati dalle schegge,
serrande metalliche squarciate, infissi divelti e senza vetri, sparsi tutt'intorno.
Edifici diroccati, altri incendiati dagli spezzoni incendiari e poi, macchie
di sangue, sangue, sangue un pò dovunque.
Una scena apocalittica, allora, per un ragazzo di 14 anni, alla sua prima
esperienza del genere.
Oggi anche i bambini sanno cos'è la guerra, martellati dalla televisione, con
scene di distruzione e di morte, in Bosnia, in Cecenia, nel mondo intero.
Ma allora non c'era la televisione e le scene di guerra, li vedevamo al
cinema, prima del film, con il "Cine Giornale Luce", in bianco e
nero, e così facevano meno impressione.
Vederle per la prima volta al
naturale, con quell'odore di morte è stato terribile !. Quella visione mi
fece subito indietreggiare. Sentii piegarmi le gambe, alla vista di tutto quel
sangue, e così scappai via di corsa verso casa.
Trovai
i miei familiari riuniti in negozio a parlottare.
Discutevano
preoccupati, di quello che era accaduto la sera prima e di ciò che poteva
accadere successivamente.
Le caserme del Comando Truppe, di
fronte casa nostra, quella sera, erano state risparmiate ma ancora per quanto
tempo, si chiedevano i miei? E così
fu presa una decisione collegiale, da tutte le famiglie del clan Nicosia e da
altri parenti che vivevano nel nostro ambiente: non era prudente restare in
città, quella notte, vicino a probabili obiettivi di guerra.
Ma dove era
opportuno sfollare ?.
Occorreva
trovare una sistemazione sicura, non lontano dalla città, affinché gli
adulti, potessero di giorno continuare le loro attività lavorative, e
raggiungerci, la sera, alla chiusura degli esercizi commerciali.
Ci
misero a disposizione uno stanzone, disadorno, in cui sistemammo i materassi
per terra, allineati a stretto contatto uno con l'altro, lungo le due pareti,
in modo da formare due grandi lettoni.
Al centro della
stanza, un separé, realizzato con una corda, alla quale erano state fissate
con le mollette, alcune lenzuola, salvava la pudicizia: maschi a destra e
femmine a sinistra !!, tutti
accorpati e divisi per nuclei familiari.
Sembrava
un campo di concentramento.
Il
bombardamento sulla città, per i membri della famiglia che non erano mai
saliti prima con me sulla terrazza, quella
notte, rappresentò uno spettacolo di guerra da non perdere.
E così restammo per molto tempo, con il naso per aria a fare
congetture, sulle zone che venivano colpite dal nemico, seguendo tranquilli
sotto le alte palme, le luci delle fotoelettriche che inseguivano gli aeri
nemici.
Il
giorno
dopo ci siamo dati da fare per
migliorare i nostri alloggiamenti, e i nostri genitori, ritornati dalla città
con i mezzi e gli attrezzi necessari, si misero a costruire con tavole di
legno e lamiera ondulata, un’
ampia baracca, adiacente e intercomunicante, con il precedente alloggio.
Furono, così, approntati i servizi igienici alla turca e la cucina con zona
pranzo incorporata!
Siamo rimasti
nel palmeto dei Sabri circa quattro mesi, come in un villaggio turistico
d’oggi, in allegra compagnia, specialmente per noi più piccoli.
Allora,
era opinione generale che doveva trattarsi di "una
guerra lampo", come avevano fatto in Europa i tedeschi.
Ed infatti, la
guerra, sembrava riguardare altre città, in Egitto, lontano da noi:
Marsa Matruk, Sollum, Sidi El Barrani, Giarabub e tranquilli noi
seguivamo le cronache di guerra ignari di quello che di li a qualche mese ci
sarebbe capitato. Ma gli eventi incalzavano e le notizie che sentivamo e
leggevamo sul giornale locale "Cirenaica Nuova" cominciarono a
diventare preoccupanti.
Gli
sviluppi delle battaglie in corso su El Alàmein e sul fronte libico, li
apprendevamo, di giorno, dalla voce di Mario Appelius, nei bollettini di
guerra italiani e dopo di nascosto, la notte, quando chiusi in casa al buio,
ci sintonizzavamo su Radio Londra e aspettavamo di sentire i quattro colpi di
tamburo della quinta sinfonia di Beethoven: "Ta-Ta-Ta---Taan"
e subito, dopo la voce suadente e familiare del Colonnello Stevens, ci
faceva intuire che il bollettino di guerra ascoltato prima, dalla radio del
regime, era totalmente falso.
E ogni giorno
che passava, il fronte di guerra si avvicinava sempre più a Bengasi!
A
novembre, intanto, mia zia Grazia con le figlie, Rosa con Graziellina, Nellina
e il piccolo Diego, figlio di Sina, erano partiti per l'Italia. Gli altri
della famiglia, il 17 Gennaio 1941, caricate sulle autovetture la maggior
parte delle cose indispensabili, partirono a gruppi, me compreso, alla volta
di Tripoli.
A
Sirte, non trovammo posto nell'albergo omonimo e ci dovemmo accontentare di
dormire, accomodati alla meglio, su poltrone e divani. Il giorno dopo
riprendemmo il cammino, passando per Lepts-Magna, le cui rovine scorgevamo da
lontano, e così, sfiniti, arrivammo a Tripoli, ospiti di amici che ci
alloggiarono.
Ci fermammo lì
sino alla fine di febbraio del 1941
. Durante
quel soggiorno, assistetti ad un triste evento:
l'affondamento di un idrovolante Savoia Marchetti, della Croce Rossa,
all’interno del porto.
Mi
trovavo sul molo assieme ad altri amici e stavo osservando la manovra
d'ammaraggio dell'aereo che era già a pelo d'acqua, quando improvvisamente,
un piccolo peschereccio, sbucato fuori tra due navi ancorate al molo,
non accorgendosi della manovra in corso, gli tagliò la strada.
Il
pilota resosi conto all'ultimo momento della presenza dell'ostacolo, richiamò
disperatamente a se la cloche, dando gas ai motori, che rombando
spasmodicamente tentavano di far riprendere quota all'aereo, ma questo, in
fase di stallo, si piegò sul fianco destro e scivolò d'ala verso l'acqua, in
cui cominciò ad immergersi.
Furono
attimi di sgomento e di terrore per tutti noi. Immediatamente iniziarono i
soccorsi e così furono portati in salvo alcune persone. Altre purtroppo
perirono, annegate.
A
Tripoli, intanto il tempo passava e i bollettini di guerra con le notizie
dalla Cirenaica erano sempre più preoccupanti.
Tobruk, la
nostra roccaforte, il 22 gennaio 1941, era stata occupata, e il Generale
Graziani succeduto ad Italo Balbo, ordinò la ritirata dei nostri militari da
tutta
la Cirenaica
, chiedendo l'aiuto dei tedeschi che avrebbero inviato in Libia il famoso
Generale Rommel con la " Deutsches Afrika Korp" forte dei suoi carri
armati pesanti, Tigre e delle squadriglie di aerei Stukas !.
La
guerra si avvicinava inesorabilmente a Tripoli e così, cominciammo a meditare
che era più opportuno espatriare definitivamente dalla Libia, ma purtroppo
questo proposito non era facile realizzarlo. I servizi di linea dell'Ala
Littoria, la progenitrice dell'Alitalia d’oggi, erano insufficienti e così
cercammo disperatamente altri mezzi di fortuna.
Finalmente a
piccoli gruppi, chi su navi da trasporto militari, chi in aereo, riuscimmo a
rientrare in Patria. Mia sorella Sina con il figlio Angelo e la domestica
Graziella, partirono in aereo il 10 febbraio del ‘41. Mia madre e mio padre,
in idrovolante, con le mie sorelle, Rosa ed Agata per Marsala.
Al
gruppo formato da me, da mio zio Filippo Giudice e moglie, dal fratello di
Maria Burrafato, Pinuzzo Giudice e dalla famiglia di mio zio Salvatore al
completo, toccò in sorte la motonave "Conte Rosso", che una sera di
plenilunio partì da Tripoli, verso l'Italia, assieme alla nave Conte Verde ed
altre navi ancora, cariche di profughi, scortate da mezzi navali della marina
militare.
Ci sistemammo
alla meglio, sdraiati sul pavimento, coprendoci con le poche cose che
c’eravamo portate appreso. Temevamo di essere attaccati dal nemico e non
dormimmo molto la notte, anche per il freddo.
Ma per fortuna
non avvenne nulla.
Il
giorno dopo, scrutavamo il cielo in apprensione, confortati dalla presenza ai
fianchi del convoglio, dei mezzi navali veloci che ci scortavano e degli aerei
che volteggiavano sulle nostre teste. Infatti, durante il viaggio successivo
di ritorno, la nave Conte Verde, venne affondata dagli aerosiluranti inglesi
con tutto il suo carico di guerra.
Il 02 Marzo
1941, arrivammo finalmente a Napoli, stanchi,
sporchi, ma salvi!.
Così,
iniziava la mia vita in Patria, da profugo, prima a Ferla sino al 04 aprile
1941, (quando improvvisamente morì mio zio Diego), poi a Vittoria sino al
1946 e quindi ad Agira, dove ero nato, il 20.01.1927.
Ho tentato di ritornare a Bengasi,
e nel 1969, c'ero quasi riuscito. Avevamo preparato i passaporti, per
raggiungere da turisti mio cognato Giovanni, che per nostalgia e per
opportunità era rientrato a Tripoli con la moglie e i figli: Diego, Angelo e
Graziella che intanto era nata a Vittoria. Ma per mia sfortuna, (o fortuna)
non siamo riusciti a partire perché il 1 Settembre del 1969 ci fu il “colpo
di stato” del Colonnello Gheddafi e il cambio di governo in Libia.
Dal
1969, sono passati altri
venticinque anni e il sogno di rivedere Bengasi, che ritengo sia vivo in tutti
gli "Italiani di Libia" non si è ancora realizzato, e chissà se si
realizzerà mai, almeno, per quelli della mia età!
Mi auguro soltanto che un domani possano aprirsi le frontiere, almeno,
per i nostri figli, affinché questi, visitando e conoscendo
la Libia
, possano comprendere il sentimento e l’amore che abbiamo avuto noi anziani,
verso quella terra che abbiamo amato tanto.
Oggi
vivo a Palermo, con la famiglia, nonno felice e "priatu"
(soddisfatto) di due splendidi nipotini, con la segreta speranza di potere un
giorno ritornare con loro a Bengasi, per rivedere ancora una volta i luoghi
legati alla mia fanciullezza, felice e spensierata.
Sono
trascorsi da allora 54 anni.
Però ho
rivisto Bengasi!
Ed allora dico:
arrivederci Bengasi!
Angelo
Nicosia
A Ciro
Se penso agli occhi tuoi, azzurri come il
cielo,
profondi come il mare che ti ha visto crescere,
dolci come le dune brune di un immenso deserto,
mi dolgo di non averli mai guardati a lungo.
Se penso ai tuoi bianchi capelli, candidi come
foglie argentate al caldo vento mediterraneo,
morbidi come distesa di grano in un fertile campo,
mi dolgo di non averli accarezzati abbastanza.
Se penso alle tue grandi mani, scolpite per te
da un artista d´altri tempi, belle e forti,
delicate come il pane della pace, magiche,
mi dolgo di non averle toccate per dirtelo.
Se penso alla tua voce, amica della mia malinconia,
decisa e calda come il fruscio delle ali di un'aquila,
vibrante, di un uomo saggio e giusto, onesto e vero,
mi dolgo di non averla ascoltata ancora tanto.
Se penso al tuo sorriso, puro come quello di un bimbo,
stimolante e contagioso e pieno di sentimento,
nobile come del pastore alla nascita di un vitello,
mi dolgo al pensiero di non rivederlo più.
Mio dolce fratello, amico della mia fanciullezza,
tu sei vicino al mio cuore più vivo che mai,
e ti sento aleggiare intorno a me, e in ogni passero
che sfiora il mio tetto, veloce e felice.
Ci rivedremo tra le dune del nostro deserto, a giocare
con gli amici di un tempo, a sorridere tra le frasche
delle case popolari, dove le orme della nostra giovinezza
sono ancora lì, e ci aspettano per ridarci la pace.
Ci rivedremo tra le profumate tamerici, tra tortore
e fringuelli, e insieme, prenderemo le mani di mamma,
e le stringeremo come quando eravamo bambini,
e con lei passeremo il fiume che ci porterà alla vita.
Umberto Dama
28 Maggio, 1993

Nascita di un complesso Beat
Preso dall'entusiasmo di quei meravigliosi
anni '60 (prendi una chitarra e vai..cantavano "I Motowns") mi balenò
l'idea di formare un complesso musicale, ed insieme ad altri amici, Orazio
Sapienza,Carlo Zini, Gaetano Filice e Giovanni Spicuglia concretizzai l'dea.
Già ognuno di noi suonava qualche strumento, al canto un paio se la cavavano
abbastanza bene, l'intonazione c'era e così riunimmo le nostre forze e
cominciammo a suonare solo con le chitarre classiche e batteria. Prova che ti
riprova ci si accorgeva che potevamo farcela, però dovevamo avere delle basi
musicali più solide, e così decidemmo di prendere contatti con le orchestre
che suonavano nei locali di zona, Mokambo, Florida, Uaddan ecc., per prendere
lezioni di musica e anche un pò di tecnica strumentale.
Prove e studio, studio e prove,la nostra avventura nel mondo delle sette note
ebbe inizio.
Cominciammo ad acquistare la strumentazione ed amplificazione necessaria,
continuando sempre a studiare e suonare, creando nello stesso tempo un repertorio.
Un bel giorno si presentò l'occasione di suonare in pubblico per la prima
volta,un pubblico ristretto, era la cresima di mia sorella. Per noi era il
banco di prova, e così suonammo a casa mia. Andò bene, a parte qualche
ritocco, ma andò. E così vennero alla luce "I Golden Boys".
La nostra prima uscita ufficiale,avvenne in occasione di un'altra cresima,e
questa volta in un locale della Fiera Internazionale. Intanto in seno al
gruppo erano sopraggiunti dei cambiamenti, con Carlo Mollica alla Batteria e
Gianfranco Martellozzo al canto. Fu un successo.
Quella sera suonavano nel locale all'aperto attiguo al nostro, "I
Gabbiani", e ad un certo punto vennero a farci visita due dei componenti,
Raffaele Narciso Guido e Dabusc.
Gli impegni si susseguivano e ci impegnavamo sempre di più, divertendoci
pure. E non è poco. Un bel dì incontrammo l'amico Biomonte e ci disse che
c'era un signore di nazionalità greca che aveva intenzione di aprire un
locale privato nell'azienda di Contarino vicino Miani, e aveva bisogno di un
gruppo che allietasse le serate danzanti, in pianta stabile, in poche parole
suonare solo in questo locale, locale che ci veniva messo a disposizione anche
per le prove,quindi non avevamo più problemi di cercare un posto dove
provare. Per noi è stata la manna piovuta dal cielo. Ci mettemmo
d'accordo. Questo locale lo abbiamo visto nascere noi, anche se in precedenza
c'era già stata qualche festa, fu denominato "Le 4 colonne" e
l'idea nacque da me, perchè vedendo 4 colonne al centro che sostenevano la
struttura, proposi il nome, e all'unanimità furono d'accordo, specialmente la
persona interessata. Intanto all'interno della band altra sostituzione,
Gianfranco Casano alla batteria e l'uscita di Gianfranco Martellozzo. Eravamo
diventati " The Diggers". I Beatnicks ne sanno qualche cosa di
questo locale,avendo suonato anche loro e qualche altro gruppo, dopo il nostro
scioglimento. Le feste si susseguivano a ritmo incalzante ed eravamo
soddisfatti del nostro operato e la gente c'è lo dimostrava.
Purtroppo per vari motivi, che non sto qui ad elencare, il complesso si
sciolse, e a malincuore ne prendemmo atto, non prima di partecipare al
Festival dei Complessi tenutosi nell'Aprile del 1969 al Mediterranean
Hotel con la seguente formazione Rosario(Rino) Perri, Orazio Sapienza, Enrico
Casano, Stellario Genovese e il 2° chitarrista di cui non ricordo il nome,
dove vincemmo il 3° premio consistente in una coppa che ancora custodisco con
cura.
La mia avventura durò parecchi anni ed è finita il giorno della vittoria,
con una piccola apparizione nel locale "Le quattro colonne" ma
questa volta come ospiti d'onore. Facemmo solo due pezzi (canzoni).
Questo mio scritto è solo un condensato di quella vicenda straordinaria.
Viva la musica, viva gli anni '6O, viva peace&love.
Rosario(Rino)Perri

Nasciath,
la figlia di Alì
Due occhi
neri lo stavano a spiare, mentre lui con la zappa preparava i solchi di terra
per l'irrigazione dell'aranceto. Un gran bel ragazzo,di soli 24 anni,
altissimo, con gli occhi verdi, era lì poco prima del tramonto a compiere
l'ultimo dovere di una faticosa giornata.
Una ragazzina era nascosta oltre il tamaricio e stava ad osservare quel
giovane dal torace forte e bronzeo. Non era la prima volta che ne restava
incantata, rapita da quel viso che non era tipico della sua gente.
Questa volta un fruscio attiró l'attenzione di lui e pensando che fosse una
lepre corse a vedere se questa andava a nascondersi in qualche tana.
La vide, per la prima volta vide due occhi, brillavano come stelle e lo
stavano fissando. Non era una lepre! Era qualcosa di più, bella come una dea,
selvaggia e timida come una gazzella. Chi sei ? -chiese lui- Sono Nasciath, la
figlia di Alì, un aiutante di tuo padre, abito in una delle zeribah al limite
del vostro podere. Mi piace guardarti mentre lavori. Lui le regalò un largo
sorriso, mai nessuno gli aveva detto una cosa cosí bella. Restó colpito da
quella ragazzina coperta con poveri stracci ma, era bellissima.
Quel giorno nacque un grande amore, un amore bello, travolgente pieno di
tenerezze e passione.
Nasciath ,a notte fonda, lasciava di nascosto l'abitazione dei genitori per
incontrarsi con Gino. Passavano le notti a far l'amore e a guardare le stelle.
A Tripoli era giá scoppiata la rivoluzione. Gino non partí con i suoi
genitori per l'Italia. Restó a Tripoli, ogni giorno andava al villaggio
Bianchi dove Nasciath stava ad attenderlo.
Una sera, il padre della ragazza venne a cercare mio padre. Bussó a casa
nostra, disse a mio papà che mio zio Gino aveva messo incinta sua figlia e
lui lo stava cercando per ammazzarlo.
IL padre di Nasciath non era solo, con lui c'erano diversi uomini e avevano
tutti un aria molto minacciosa.
Mio padre, alla notizia, ne restò terrificato come tutti noi. Cosa potevamo
fare? Dov'era lo zio? Cercavo d'immaginare il suo stato d'animo, vedevo solo
PAURA.
Papà riuscì a mettersi in contatto con lo zio che, spiegó tutto e, a
differenza della mia immaginazione che era riuscita a vedere solo Paura, era
felice! Voleva sposarsi, voleva diventare il padre di quel bimbo!
Gino, cerca di ragionare...non puoi...ti ammazzeranno.
Non mi ammazzeranno perché io sposerò Nasciat a costo di diventare arabo e
musulmano.
Gino infatti prese la nazionalitá libica, sposó Nascitah! Erano felicissimi,
lo ero anche io. Avevo proprio una bella zia!
Abitavano, provvisoriamente, presso i genitori di lei almeno sino a quando il
piccolo sarebbe nato, dopodicchè si sarebbero trasferiti a Tripoli e lì
sarebbe iniziata la loro nuova vita.
Noi il 30 Agosto del 1970 lasciammo Tripoli, quella fu l'ultima volta che vidi
lo zio Gino.
Venimmo a sapere in seguito, che Nasciath dopo aver partorito un maschietto,
fu uccisa dai suoi genitori e cosí anche il piccolo bebé.
Minacciarono di uccidere anche lo zio, il quale fu costretto a partire ma...la
sua vita si fermò il giorno in cui il suo amore e il suo bimbo gli furono
strappati via.
Cercò di rifarsi una vita ma...non riuscì mai a venir fuori dal dolore che
portava in sé, lasció tutti e si isoló, morí dopo aver sofferto moltissimo.
Lasció detto che desiderava essere sepolto accanto a sua moglie e al suo
bimbo, ma venne sepolto a Venezia ed era ancora molto giovane.
Molti uomini arabi hanno sposato donne italiane...perché quella donna araba
non ebbe diritto alla sua vita e a quella di suo figlio?
Santina Di Legami

Un biglietto per Tripoli
Era il I°Set.
del '69, mi alzai di buon'ora per andare alla Tirrenia di Catania per
prenotare un posto in nave per Tripoli, dopo circa 40 giorni di vacanze
spensierate, come l'età esige.
Alla mia richiesta, l'addetto alle relazioni con il pubblico mi rispondeva che
per il mare agitato i collegamenti con Tripoli erano sospesi,sino a data da
destinarsi. M'infastidii talmente che lo aggredii verbalmente rispondendogli
per le rime e chiedendo immediatamente di conferire con il responsabile.
Vista la mia reazione, subito mi disse che le frontiere con Tripoli erano
chiuse per un colpo di stato avvenuto alcune ore prima. Ora ci siamo. Si scusò,
mi fece gli auguri.
Immediatamente mi recai alla SIP per telefonare ma anche lì niente di fatto.
Corsi a casa di amici dove ero ospitato, e accesi la radio queste sono le
parole che sentii: "Tripoli continua ad essere lontano dal mondo ecc.
ecc. e nessun contatto è possibile." Immaginatevi la mia reazione.
Per giorni e giorni pensavo che cosa poteva
essere successo dopo il colpo...Le notizie della stampa e telegiornali erano
sempre le stesse. Logicamente io ho continuato a fare quello che facevo fino
al quel momento,passare il tempo nei migliori dei modi. Non c'era altro da
fare.
La vita continua. Ma il mio pensiero era........
Passarano circa 30 giorni e finalmente partii.
Appena arrivati, notai che sulla banchina non c'era nessuno, solo soldati con
mitra, il tutto sembrava in assetto di guerra. Appena la nave attraccò
salirono le autorità doganali e soldati.
Finalmente sbarcai e mi diressi in dogana, aperta la valigia, il doganiere posò
subito gli occhi sui miei 45 giri che avevo acquistato durante le vacanze.
Questi rimangono qui ecco la ricevuta tornare dopo una settimana. Fra mè e mè
dissi ma và!!!!!!!!
All'uscita del porto ad attendermi c'era mio padre, Baci e Abbracci e domande.
Di corsa a casa altri abbracci e baci; Valigia sul letto, doccia, cambio
indumenti via in macchina a trovare gli amici.
Era quasi tutto passato. Dopo un anno nel
Luglio del 1970 lasciavo TRIPOLI per sempre per non rivederla più.
P.S.: Dopo una settimana mi recai alla dogana per ritirare i dischi, me ne
ritornarono solo una ventina, erano all'incirca una quarantina- chiesi
spiegazioni - la risposta fu in un italiano arabizzato: RCA boicottata, andare
a chiedere cantante Adamo. (nel '67 aveva inciso la canzone Inch'allah)
Rosario (Rino) Perri

Un
giorno di scuola in V elementare!
Quel
giorno la mia maestra, la Signora Maria Casella, ci diede un compito
particolare da fare a casa. Ci disse di comprare un quaderno grande del tipo
registro A4, e di incollarci su tutti i prodotti della Libia. "Che bel
compito" pensai. Arrivata a casa, dopo aver pranzato mi misi in moto per
eseguire ciò che avevo annotato sul diario. Veloce come una saetta comprai il
quaderno e mi misi all'opera. Giá immaginavo le mie compagne cosa stavano
facendo a casa. Stavano ritagliando e incollando ogni figurina che
rappresentasse un prodotto della Libia, "che semplicione" pensai .
Io volevo fare qualcosa di particolare, qualcosa che superasse l'estro delle
mie compagne e che mi avrebbe dato lode. Decisi così di non incollare nessuna
figurina ma...di mettere su quel quaderno tutte cose vere. Aprii il frigo,
presi una sardina e la sistemai in prima pagina, susseguirono le olive, la
ricotta, una fetta di pomodoro, uno spicchio di arancia , di limone,
mandarino, una buccia di banana, un osso di una costoletta di agnello,
fiammiferi, tappi di birra Oea, di Kitty-Cola, di Gazzosa, un po' di tonno
sott'olio, in una bustina misi anche un pugnetto di sabbia, una bustina di
The, chicchi di caffé(non so se venivano dalla Libia, però li misi
ugualmente) biscotti "Pavesini" (rido) etc etc ....in pochi minuti
il mio quaderno aveva raggiunto le dimensioni di un vocabolario Sansone,
grossissimo,Madonna....com'ero orgogliosa di quel capolavoro!!!
Misi tutto in cartella e aspettai il momento in cui la maestra avrebbe chiesto
il mio lavoro. Passarono alcuni giorni.
Io facevo parte del coro della scuola Roma, quindi una volta alla settimana
andavo all'ora di canto. Anche quel giorno andai ma, al ritorno stava ad
aspettarmi una brutta sorpresa.
La maestra mi chiamó e mi chiese se quella schifezza puzzolente che era il
mio quaderno fosse mia....guardai e, provai una forte stretta al cuore, il mio
capolavoro era finito nel cestino della spazzatura. "Sì" risposi
"è mio".
La maestra davanti a tutti mi diede 2 sculaccioni. Mamma mia che
affrontooooooo!!!! La cosa mi ferì così tanto che in pochi minuti mi salì
la febbre, la bidella mi accompagnò a casa. Rimasi con la febbre alta per una
bella settimana, il dottore non capiva da cosa era provocata. Poi passó da
sola, ma nel momento in cui mamma mi disse che era tempo di ritornare a
scuola, le dissi: "NO! A scuola non ci torno più". Allora mamma
prese a interrogarmi, volle sapere cosa fosse successo: le dissi solamente che
la maestra mi aveva dato 2 sculaccioni davanti a tutti. Mamma mi guardò (mi
conosceva bene) e disse: adesso ti accompagno io e parlo con la maestra,
vediamo cosa mi racconta lei. La povera Signora Casella spiegó a mamma che,
mentre ero nell'ora di canto si era avvicinata al mio banco perché da lì
proveniva uno strano odore e appena aprí la mia cartella fu invasa da uno
sciame di moscerini e nel quaderno c'erano anche dei vermi che brulicavano
felici. Credeva volessi burlarmi di lei, per questo mi batté. Mamma rideva
con le lacrime, le disse: Signora cara, lei ha capito male la bambina. Santina
voleva fare una cosa fuori dal consueto e...c'è riuscita! Non come voleva lei
ma...c'é riuscita! (Guardavo mia mamma come fosse una Dea venuta a salvarmi.
Quanto era bella in quel momento!!!)
Risero entrambe, e la maestra presami per mano e mi accompagnó rassicurante
in classe.
Quell'esperienza m'insegnó ad apprezzare il lavoro delle persone semplici e a
ridimensionare la mia esuberante fantasia. Santina Di Legami

Gli
arabetti dagli occhi verdi
Era
domenica e stavamo uscendo dall'ultimo spettacolo proiettato al cinema Arena
Giardino.
Era tardi, l'una di notte. La sera era bella, stellata, tranquilla come al
solito. Con papá, mamma e le mie sorelle stavamo facendo ritorno a casa a
piedi. Abitavamo vicino al cimitero arabo vecchio; era un bel pezzetto di
strada ma.. dopo una bella domenica trascorsa tra amici, gelati, pizzette e
cinema, valeva la pena fare quella bella passeggiata notturna. Nella strada si
sentivano solo i nostri passi, ogni tanto qualche auto... poi... silenzio.Non
incontrammo nessuno, Tripoli stava dormendo.
All'indomani mattina papá uscí per andare a lavoro e così
anche mia sorella. Dopo non molto, entrambe fecero ritorno a casa. C'è il
coprifuoco dissero! Dei militari ci hanno puntato il fucile e ci hanno imposto
di tornare subito a casa, disse papà.
Che é successo?...Sará morto il Re?...è scoppiata un
altra guerra?...ci guardavamo senza riuscire a darci una risposta. Allora ci
attaccammo alla radio per sentire il notiziario. In Libia c'è stata "La
rivoluzione bianca"! Colpo di stato! Nel volto dei miei genitori vidi
balenare della preoccupazione! All'angolo della strada c'era piantonato un
militare che teneva d'occhio le abitazioni degli italiani di quella frazione
di strada, a dire il vero ...quando il coprifuoco cessò, mi accorsi che c'era
un militare per ogni angolo dove abitavano degli italiani. Da quel giorno in
poi, dei ragazzini arabi che abitavano quasi di fronte a noi, presero a
sputarci. Cercai di capire perché non si erano mai uniti a giocare insieme a
noi e perché ora stavano lì a sputarci. Dapprima non capivo il perché di
quell'atteggiamento , ma poi...pian piano me ne feci una ragione. Per la prima
volta mi accorsi che quei fanciullini, che erano arabi, avevano gli occhi
verdi ed erano biondi. Che strano, non ci avevo mai fatto caso, mi sembrava di
vederli per la prima volta anche se avevamo la stessa etá ed eravamo nati e
cresciuti nella stessa Sciara. SÍ erano biondi e avevano gli occhi
verdi......tutt'un tratto capii tutto! Ero amareggiata, dispiaciuta, ma ero
innocente...non avevo colpa di ció che nella loro famiglia poteva essere
accaduto di tremendo nel passato.
Non lo avrebbero mai capito! Non provavo stizza... solo
dispiacere. Quel giorno fu come se tanti veli che offuscavano la mia mente
fossero caduti per sempre..... la mia vita di bimba finiva lì con "La
Rivoluzione Bianca" e gli arabetti dagli occhi verdi.
Nei giorni di coprifuoco che si susseguirono,le famiglie
arabe del nostro vicinato, si prodigarono a catena a non farci mancare nulla.
Furono tutti estremamente buoni con noi.
Una notte ci spaventammo, un poliziotto arabo ci bussó alla porta, papá si
affacció alla finestra (sicuramente anche lui impaurito) e chiese cosa stesse
succedendo, il poliziotto rispose che era scoppiato il colera e che erano
arrivati i vaccini dall'Italia e che dovevamo andare a farli subito. In piena
notte, in pigiama mi ritrovai in fila a migliaia di altri italiani. Anche se
la cosa potrebbe sembrare drammatica io la trovai divertente, guardavo la
gente e mi scappava da ridere. Chi era in vestaglia, chi in pigiama chi con le
scarpe slacciate, chi in pantofole, spettinati , assonnati, spaventati.. in
ogni viso un espressione diversa. Iniziai a guardare tutti i nasi delle
persone in fila, e presi a ridere....si si...mi prese la ridarella, c'erano
nasi di tutte le misure e forme....insomma quella notte guardai tutti e tutto
anche le infermiere che con lo stesso ago ci iniettavano il vaccino, quella
notte pensai di trovarmi dentro una scena Dantesca ma in mio formato...ahahhah
Non dimenticheró MAI il giorno in cui partimmo: le nostre amiche arabe
vennero tutte a casa a salutarci,piangevano graffiandosi il viso come era
usuale fare durante un funerale. Le mie amiche Berdiha, Gadiscia e Fatima le
ricordo ancora con le guance graffiate a sangue e gli occhi gonfi di lacrime.
Anche se sono passati 36 anni, Tripoli é rimasta la Regina dei miei sogni
notturni come anche Bedriha e le altre sono rimaste scalfite nella mia memoria
Sogno spessissimo di essere a Tripoli e di percorrerne ancora le sue Sciare e
Zanghette, sogno casa mia ma... vedo in questa altra gente. Sogno anche di
essere dietro la porta di casa e di bussare, ma nessuno mi apre e allora resto
li a piangere.. pregando che qualcuno mi faccia entrare.
Ogni ricordo é ancora molto acceso e vivido ma non nutro il desiderio di
tornare nella mia terra natia. Nulla sará piú come prima, tutto é
cambiato...perché riaprire le ferite?
Ovvio che se potessi ritornare 15enne e mi dicessero...puoi ritornare a
Tripoli...sarei la prima e tuffarmi a mare e arrivarci anche a nuoto. Ma
questo miracolo non puó avvenire...quindi preferisco mantenere accesi i
ricordi che sono rimasti incontaminati insieme ai bimbi dagli occhi verdi.
Santina Di Legami
I
ricordi degli Italiani di Libia
Caro
Paolo, sono oltre quattro mesi che nessuno dei nostri vecchi compaesani
italiani di Libia scrivano dei loro ricordi e del loro passato in quella bella
terra d'Africa. Non riesco a comprendere dove sia andata a finire la cultura,
la storia e la leggenda dell'italiano di Libia. Dove sono tutti coloro che
hanno vissuto una vita non certo piatta e senza sapore come quella che abbiamo
vissuto noi italiani di Libia. Solo il ricordo della mia gioventù cominciata
e spesa in quel bel sole di Libia mi fa pensare a tanti episodi vissuti che non
basterebbe una vita per descriverli. Nel mese di gennaio sono stato a Roma,
per motivi di lavoro, ho incontrato un caro compagno e amico di sempre,
Gianfranco anche lui, Storaci il suo cognome. Siamo cresciuti insieme, abbiamo
fatto le elementari e le medie fino al liceo conclusosi nel 1969. Ci siamo
raccontati tanti aneddoti e tanti episodi che mi hanno quasi fatto rivivere in
quel frangente le mia gioventù. Si con Gianfranco Storaci, Mike Tussis, Farid
Aref,Victor Patacchiola, Johnny Kerwat e Ayad Kreksci abbiamo suonato per
alcuni anni sotto il nome di The Wormy Circumstance. Una gioventù
spensierata, anche un po' pazza, ma senz'altro pulita, la droga non l'abbiamo
mai vista e conosciuta, qualche sbornia a suon di vino e gin tonic niente di
piu'. Possiamo dire senza timori che la nostra gioventù e parlo di tutti i
giovani tripolini e' stata una gioventù pulita e piena di spensieratezza.
Vorrei poter legger sulla tua rubrica storie di tutti quelli che abbiamo
conosciuto e no, ma che come noi hanno avuto la fortuna di vivere forse la
parte più bella della vita proprio in Libia, quello scatolone di sabbia dai
tramonti rossi al mare azzurro intenso. Dove sono i nostri professori che ci
hanno insegnato a leggere e scrivere, non si nascondano, che anche loro pur
non essendo nati in quel paese hanno contribuito alla gioia della nostra
adolescenza che nessuno ci potrà mai togliere dalla mente. Prego a tutti
perchè tastiera alla mano si mettano a scrivere messaggi, pensieri e anche
parole che ci fanno tornare con la mente ai luoghi della nostra adolescenza e
ci rinnovano lo spirito e l'orgoglio di Italiani d'Africa, Ciao Gianfranco
Ventre
Dentro
di me
Cosa
ne farò ?
Mi
fa soffrire
ma
se lo perdessi
non
riuscirei a vivere.
E’
ostinatamente vivo
come
una tenera piantina
cresciuta
su una roccia
a
picco sul mare.
L’ho
donato a una donna
senza
chiedere nulla
ma
è stato rifiutato
come
una povera cosa
senza
alcun valore…..
Ho
deciso infine
di
tenerlo tutto per me
dentro
il mio cuore
finchè
questo batterà,
cadenzando
la mia vita.
Ecco
cosa ne farò
del
mio povero Amore.
Salvo Grungo
Treviso,
25.12.2006

UNA NOTTE MOVIMENTATA
Era la fine di giugno 1968, un sabato, avevo trascorso
la maggior parte della serata a suonare con i miei compagni del Complesso The
Wormy Circumstance al Beach Club quando dopo essere rientrato a casa, dopo
quasi le due della notte, suona il campanello della porta. Mi affaccio alla
finestra e vedo un uomo che dal basso mi fa cenni di scendere ad aprire.
Di corsa nel buio, indosso i
pantaloni e mi calzo le scarpe, ma prima di correre alla porta di casa do uno
sguardo e noto che la porta della camera di mio fratello Carlo era semi aperta
ed il letto vuoto. Al momento ho pensato sarà ancora con gli amici da qualche
parte della città.
Scendo le scale ed apro il portone,
ero ancora un po' assonnato e stanco, e mi trovo davanti un signore biondo con
una camicia bianca e rossa, mi apparve subito strana la camicia , guardando
meglio mi resi conto che era bagnata e che il rosso era sangue, questo signore
di cui non conosco il nome, venne a bussare a casa mia per darmi la notizia
che mio fratello Carlo aveva avuto un' incidente sulla superstrada che portava
alla base americana. Mi spiegò che aveva sottratto mio fratello dal rottame
della sua MGB che si era ribaltata sulla strada. Mi disse che mio fratello era
stato portato all'ospedale Marino sul lungomare e che era in buone condizioni
ma che sarebbe stato meglio se avessi avvertito i miei genitori. Senza nemmeno
pensarci ritornai di sopra, presi le chiavi della Fiat 850 pulmino, che
usavamo per trasportare gli strumenti e decisi di andare ad avvertire mio
cognato Enzo La Porta e mia sorella Antonietta di quanto era accaduto, montai
sull'auto e di corsa mi diressi verso casa di mia sorella che abitava dietro
il Palazzo Reale. Nell'attraversare un incrocio con la luce verde mi vedo
sopraggiungere sulla sinistra una Jaguar Berlina che non si ferma al semaforo
rosso. Cerco di evitarla, non ci riesco, la Jaguar mi piomba sul fianco
sinistro e catapulta la mia 850 su uno
spiazzo adibito a parcheggio. Meno male che erano quasi le tre del mattino!
La Jaguar è ferma oltre l'incrocio in mezzo alla strada,
mi avvicino ed alla guida vedo un uomo ben vestito riverso prono sul volante,
quasi a volerlo abbracciare, ancora vivo ma ubriaco come una botte di vino.
Sul lato passeggero c'era una donna, che pareva dormire e con il vestito tutto
all'aria, stringeva tra le gambe una bottiglia aperta di whisky.
Mi guardo intorno, non vedo nessuno
per la strada, alzo lo sguardo e noto che ad una finestra aperta con la luce
accesa è affacciata una persona. Dopo nemmeno cinque minuti arrivano due
poliziotti in motocicletta, le famose BSA, che parcheggiano a lato della
Jaguar.
Nel frattempo l'uomo che guidava la
macchina che mi ha speronato, esce e barcollando si fa un giro intorno alla
Jaguar quasi per accertarsi dei danni. Vedo da lontano che parla con i
poliziotti,e comprendo che sta dicendo in inglese che io ha attraversato col
rosso e che lui non mi ha potuto evitare e ha testimone la donna, che non era
morta, ma dormiva e
che ancora stringeva la bottiglia di whisky tra le gambe quando uno dei
gendarmi la interrogava.
Vi potete immaginare in che guaio mi
ero cacciato. Mentre uno dei poliziotti continuava a parlare con la donna,
mezza nuda e ubriaca, l'altro mi si avvicina e mi dice in Italiano " Tu
sta torto, berchè bassa con rosso. Tu sa broibito passa con rosso, ce ne il
tiro dilla patinte". " Ma che stai dicendo, col rosso e' passato
quello con la Jaguar" ribadisco. " E poi chi Ti ha detto
questo" Il poliziotto mi risponde "Lui mi dice così e la segnora ti
conferma al mio combagno". "Ma quello mente e poi e' ubriaco
fradicio" " Si lui befuto un boco, ma dici la verita', berchè tu
sei taliano e lui due inglesi". " Inglesi tiene sempre ragione su
italiano".
In quel momento, a 17 anni di età , tutti vissuti a Tripoli, mi sono svegliato
come da un torpore che normalmente ci prende quando siamo giovani e senza
pensieri, mi rendevo conto di non essere più sicuro di niente in quel paese
che mi aveva dato i natali.
Il poliziotto poi mi dice di vedere se il mio mezzo ancora poteva camminare e
di seguirlo in caserma.
Montai sulla 850 misi in moto e saltellando,
aveva un semiasse storto, mi diressi verso la caserma di polizia vicino al
palazzo reale. Parcheggiai di lato al marciapiede e mi diressi dentro la
caserma attraversando il portone. Il poliziotto ed il mio investitore erano
gia arrivati ed erano chiusi nel ufficio del comandante di guardia. Sentivo
che parlavano ma non riuscivo a capire. Il piantone mi fece cenno di sedermi
sulla panca e di attendere. Avevo il timore che la vicenda andasse prendendo
una piega poco entusiasmante per me e così chiesi di poter fare una
telefonata. Chiamai mi fratello Santino, che già era stato avvertito
dell'incidente di nostro fratello Carlo e gli spiegai che anch'io avevo avuto
un incidente per niente grave ma senz'altro non piacevole. Mi disse di non
preoccuparmi che sarebbe passato prima in caserma e poi insieme saremo andati
all'ospedale. Non ero preoccupato per l'incidente ma per il fatto che il
poliziotto si era preso la mia patente e l'avesse
confrontata magari con quella di mio fratello Carlo. Come ho detto era il
giugno del 1968, mio fratello Carlo era nato nel febbraio del 1948, aveva la
patente da due anni quasi, mentre io l'avevo presa alla fine 1967. Infatti pur
essendo nato nel 1950 nella patente era riportata la data del luglio del 1948.
Ci fu un'errore di compilazione da parte dell'impiegato dell'ufficio anagrafe
del comune di Tripoli che scrisse sul certificato di nascita, del quale avevo
chiesto copia, che ero nato il 16 luglio del 1948. Quando lo ritirai non ci
feci caso ma poi riguardandolo bene mi accorsi dell'errore e decisi di
approfittarne. Infatti con quel certificato fui in grado di dare l'esame di
guida ben 9 mesi prima che compissi 18 anni.
Nel frattempo che ripensavo in che bel guaio che mi ero cacciato quella sera,
giunse mi fratello Santino. Nessuno dei miei famigliari sapeva del fatto che
avevo preso la patente prima dei termini, infatti ai miei genitori avevo
raccontato la storia che guidavo con il foglio rosa e così mi lasciavano
libero di usare la macchina. Comunque era venuto il momento di dire la verità
almeno a mio fratello, prima che entrasse nell'ufficio del comandante di
turno. Nel frattempo la coppia di ubriachi era uscita dalla stanza e appena
sulla porta la donna vomitò quasi in faccia al piantone che cercava di
sorreggerla. Approfittai di quel momento di confusione per dirgli velocemente
cosa avevo fatto, pensai che non mi diede retta, perchè mi fece cenno di
seguirlo. Quando entrammo nell'ufficio del comandante, questi seduto al di la
della scrivania, si alzò e venne incontro a mio fratello, salutandolo con una
stretta di mano ed un abbraccio. Pensai, meno male le cose potranno, forse
sistemarsi questa notte. Dopo i saluti questi andò a sedersi dietro lo
scrittoio e indico a noi due di sederci sulle sedie che stavano di fronte.
L'ufficiale teneva in mano due patenti, una vidi che era la mia, l'altra non potevo
sapere a chi appartenesse sino a quando rivolgendosi a mio fratello disse, in
un'italiano quasi perfetto:"Santino, questa sera, sei in un gran
problema....(ed io che pensavo alla mia patente)...i due tuoi fratelli più
giovani hanno avuto due incidenti, spero che tuo padre non sia preoccupato, lo
conosco molto bene Carmelo". Cosi disse e tenendo le patenti con le due
mani le rigirava scorrendole una sull'altra. In quel momento io stavo proprio
sudando freddo, avevo detto a mio fratello dell'errore anagrafico, ma glielo
dissi in modo cosi svelto che a quel punto avevo timore non avesse capito.
Invece mi fratello Santino che era di una freddezza e di una perspicacia
unica, allungo le mani sulla scrivania ed afferro le due patenti dalle mani
dell'ufficiale dicendogli: "Queste non ti servono per ora, fammi andare
perchè dobbiamo andare all'ospedale"
Mio fratello quando uscimmo dalla caserma mi fece cenno di salire in macchina
con lui perchè mi avrebbe accompagnato all'ospedale. Erano quasi le cinque
della mattina, non c'era molto traffico, stavo seduto senza dire una parola,
Santino era silenzioso, non era certo un buon segno. Non dimenticherò mai
quella notte e quella corsa in auto verso l'ospedale, ero sconvolto, stanco,
assonnato ed umiliato da quella situazione scomoda ed ingiustificabile.
Arrivammo in ospedale e ci recammo verso la sala dell'emergenze, venne fuori
un medico di turno, un'inglese che ci disse che nostro fratello Carlo era in
coma e che avremo dovuto aspettare delle ore prima di avere delle altre
notizie. Decidemmo di sederci nella sala d'attesa ed aspettare.
Mi ero profondamente addormentato su di una
sedia, quando mio fratello Santino mi sveglio scuotendomi la spalla. Guardai
l'orologio, erano le otto del mattino, la luce del giorno entrava tra le
fessure delle persiane di quella sala d'attesa, la cui finestra dava sul porto
di Tripoli. Ero tutto indolenzito data la posizione scomoda in cui mi ero
addormentato da qualche ora. Mi fratello Santino si rivolse a me dicendomi
" Il dottore e' appena venuto ad avvisarci che se non facciamo molto
rumore possiamo entrare nella camera dove Carlo e' ricoverato". Annuii e
lo seguii con la testa bassa non avevo la forza di alzarla, ero molto stanco.
Ci avviamo verso la stanza, tutt'attorno era bianco e lindo ed un odore di
formalina avvolgeva l'ambiente. Che strana sensazione vedere tuo fratello, di
20 anni, con il quale hai condiviso la tua infanzia, immobile su di un letto
d'ospedale, con la testa tutta fasciata, mi ricordava l'uomo invisibile, e le
braccia una completamente avvolta da fasce e garze, l'altra attaccata a tubi
di trasfusioni e flebo. Un monitor indicava i battiti del cuore e la pressione
del sangue. Un'immagine sconvolgente che non potrò mai dimenticare che mi
fece quasi svegliare da un torpore e rendermi conto che la vita di mio
fratello era legata a qui tubi ed a quel monitor. E' un esperienza terribile
vedere il proprio compagno d'infanzia ridotto ad un corpo esanime. Non
resitetti all'emozione e corsi fuori della stanza irrompendo in un pianto
incontrollabile. Mi sembrò che il mondo terminasse in quel giorno, poi mi
calmai e cominciai a pensare ed a cosa dire ai nostri genitori. Ero sicuro che
mio padre, uomo di coraggio e grande tempra, non avrebbe certamente mostrato
la sua emozione, ma mia madre credo ne sarebbe stata sconvolta. In quel
momento lungo il corridoio si avvicinò il medico che volle parlare con mio
fratello Santino e gli disse che il destino di Carlo era nelle mani del Padre
Eterno.
Dopo aver ascoltato il dottore, Santino si avvicino a me e ponendomi un
braccio sulla spalla mi disse che era ora che ritornassimo a casa, perchè non
c'era nulla che potevamo fare, ma solo attendere. Scendemmo le scale
dell'ospedale e ci avviammo verso l'auto di Santino. Montai e mi sedetti
accanto, non una parola scambiammo lungo il tragitto dall'ospedale alla casa
dei miei genitori, in Sciara Bagdad, due strade dietro la Cattedrale di
Tripoli. Giunto davanti al portone di casa, mi fermai un attimo a pensare sul
cosa dire a mia madre che già aveva avuto la notizia dell'incidente, ma non
sapendo che Carlo era veramente grave. Così invece di entrare nell'atrio
dell'edificio e salire le scale di casa decisi di camminare sino alla
Cattedrale. Arrivai davanti al portone della Chiesa, entrai sul lato sinistro,
dal quale ero solito entrare con i miei genitori la domenica mattina per la
Santa Messa. La chiesa era vuota,faceva anche un po' freddo, e con lo sguardo
all'altare principale mi recai genuflettendomi più di una volta all'altare
della Madonna. Mi posi in ginocchio e pregai, non so quanto rimasi, non ero
stanco ma un po' affamato. Arrivai a casa erano quasi le due del pomeriggio,
entrai e mia madre mi venne incontro e mi disse che avevano appena chiamato
dall'ospedale e mio fratello Carlo era fuori pericolo, si era risvegliato. Non
dissi mai ai nessuno dove ero andato,ma sono convinto che le mie preghiere
alla Madonna, non sono state vane. Non scorderò mai quel giorno caldo del
giugno 1968. Gianfranco Ventre

Un
parà piovuto dal cielo
Ho sempre avuto remore a raccontare questa mia vicenda di vita vissuta, forse
per anni
ho pensato di averla dimenticata, oppure cercavo di assicurarmi che
l'avevo immaginata, ma
oggi a distanza di così tanti anni, in occasione
dell'anniversario della rivoluzione, la
racconto come qualcosa successa ad
altri, ma la ricordo come avvenuta ieri.
Erano già alcune notti che ci svegliavano all'improvviso, entravano in casa e
rovistavano tutto sotto la minaccia delle armi, soldati giovanissimi,
capitanati da un tenente con due baffetti curatissimi, parevano dipinti, una
divisa cachi impeccabile, sguardo duro, cattivo, ostile anche nel tono di
voce, ma a volte pieno di contraddizioni assurde, ma vi racconto tutto
dall'inizio.
Abitavamo in una via dove si affacciavano decine di villette ad un piano, la
serie era interrotta da una bianca moschea e da un negozio di tabacchi e
generi alimentari gestito da mia madre, il villino dove alloggiavamo aveva
l'ingresso rivolto verso l'interno di un gran piazzale dove troneggiava un
enorme albero di gelso, il tutto faceva parte dell'azienda agricola C****** e
vi erano altre tre costruzioni, una palazzina a due piani dove abitava la
famiglia C****** con la moglie, la graziosissima figlia L**** ed un ragazzino
vivace e educatissimo di nome B*****, nell'altra costruzione abitavano i
P********, coniugi molto anziani con le due figlie, vi era poi
un’officina dedita alla riparazione dei mezzi agricoli con annesso un
alloggio dove viveva il meccanico, un ragazzone tedesco di nome H*****, vi era
poi una successiva villetta sempre all'interno di questo cortile ed era stata
affittata ad un signore che non avevamo mai avuto occasione di conoscere,
l'altro lato del cortile confinava con un aranceto facente parte dell'azienda.
Attorno all'enorme gelso avevamo sistemato delle sedie e delle sdraio, faceva
molto caldo e la sera era uno spostarsi continuo per cercare di trovare una
posizione dove arrivava qualche refolo di vento e godere di alcuni minuti di
frescura, poi ci si ritirava in casa per andare a dormire e fu proprio una di
quelle notti che fui svegliato dall'abbaiare furioso della mia bastardina una
piccola cagnetta pelosissima, solo pelo e ossa con due enormi occhi di
un’espressione dolcissima sembrava la miniatura di uno spinone, stava sempre
raggomitolata su un tappetino da lei scelto come sofà e dormiva per l'intera
giornata da qui il nome, "Pisolina", ma aveva le orecchie sempre
tese pronte a captare ogni minimo rumore.
Mi affacciai alla
finestra da dietro la zanzariera, si dormiva ancora con le finestre aperte, ma
nel buio, era da poco passata la mezzanotte, non riuscivo a scorgere nessuno,
ad un tratto abituandomi all'oscurità, intravidi alcune sagome avanzare
guardinghe nell'aranceto, allarmato sprangai la porta, farlo non era una cosa
abituale, tornai al mio posto
d’osservazione e li vidi avanzare, erano in sette, armi in pugno sin davanti
alla porta, bussarono con decisione e ordinarono concitati "Afta, jalla,
afta l'bab, jalla, bolis" (Aprite, svelti, aprite la porta,
svelti, polizia), non potevo fare diversamente, mia madre si alzò spaventata, aprii, subito tre soldati e il tenentino si precipitarono
all'interno della casa e si misero ad aprire tutti i cassetti, sequestrandomi
un "Flobert" di cui ricordo ancora la marca, "BSF Super60"
e lo distrussero fuori della porta usandolo a mo di clava contro il palo di un
lampione, chiesi cosa cercassero e mi dissero che cercavano alcuni ufficiali
dell'esercito, rimasti fedeli al Re,... nei cassetti!!!?, tra la
biancheria!!!?, dopo alcuni minuti forse venti, ma sembrarono ore, se ne
andarono senza comunque tralasciare di dirci che ci avrebbero tenuti d'occhio.
Per qualche mese non subimmo più alcun disturbo, anche se la presenza di
veicoli militari parcheggiati era diventata frequente nella via, la nostra vita proseguiva
con il solito ritmo, lavoro, casa, uscire con gli amici, avevamo superato la
fase dei giorni con il coprifuoco, di quando ci era concessa una sola ora
per approvvigionarsi di pane e generi alimentari e in questa ora venivi
fermato più volte per un controllo dei documenti riducendola così di almeno
metà, la rimanente mezzora si consumava nelle file davanti ai forni con la
conseguenza che tornare a casa diventava ancora più difficoltoso a causa degli
ulteriori controlli, ma, come dicevo, quei giorni erano passati, insomma nonostante le limitazioni dovute ai cambiamenti apportati dal
nuovo regime, cercavamo di condurre una parvenza di vita normale, molti amici
se ne erano andati, ogni domenica durante
le passeggiate
lungo il Corso Vittorio scoprivamo che eravamo sempre di meno, qualche
volta arrivava sussurrata qualche notizia di qualche colono che era stato
malmenato o derubato e qualche donna era stata oggetto di particolari e odiose
attenzioni in qualche villaggio lontano dove oramai non ci si avventurava più
a differenza degli anni tra il ’55 e il ’67 quando qualsiasi occasione era buona per
raggiungere
(
con scooter Lambretta o
Vespa o moto B.S.A.,
Norton,
Moto Guzzi 500, poi in seguito con le numerose vetture americane che
venivano acquistate a buon mercato dagli americani della base aerea del
Wheelus Field, poi ancora con le Fiat, ricordo le 850 e 850 coupe, le Fiat
1500 e le fiat 1500 L e 1800 L) i numerosi villaggi dei dintorni,
come Corradini, Tazzoli, Bianchi, Breviglieri, Oliveti, Giordani, Crispi,
Garibaldi, Micca o altri di cui non ricordo più il nome e trascorrere il
sabato nelle aie delle case coloniche o la domenica in piazza del paese per le
varie sagre, in genere quella della vendemmia o quella della mietitura, ma
anche dei vari Santo Patrono, Pasqua o il Lunedì dell’Angelo e i giovani della città,
con il vestito buono e la camicia bianca stirata per l'occasione dalla mamma
con il ferro a carbone, si rassegnavano ad assistere anche alla S. Messa pur
di poter
poi incontrare le giovani e floride ragazze dei villaggi e molti amori con
conseguenti matrimoni sono nati in quei giorni di festa, ma ora tutto ciò era
solo un ricordo che sembrava anche molto lontano, avevamo persino paura a fare
capannello fuori dei pochi bar rimasti per evitare di
essere fermati con l’accusa di adunata sediziosa, molti amici arabi
cercavano di passare oltre fingendo di non conoscerci per evitare grane solo
per aver salutato o essersi fermati a chiacchierare con gli italiani e quando
ciò avveniva noi avevamo sempre paura di dire qualcosa di troppo e non
sapevamo se l’amico di sempre lo era ancora o sarebbe corso a denunciarci
per aver criticato il nuovo mondo in cui era piombata
la Libia
, insomma questo era l’ambiente ove ci si muoveva cercando di non rompere
equilibri estremamente instabili, ma sto divagando con i ricordi ed è meglio
che continui a raccontare la mia storia.
Le visite specialmente notturne iniziarono nuovamente all’improvviso,
tanto che io presi l’abitudine di dormire con il costume da bagno (il clima
lo permetteva) per essere più svelto ad aprire la porta visto la
determinazione e l’arroganza con cui bussavano, quasi tutte le sere si
presentavano e ci interrogavano su cosa sapevamo del colonnello XY
o del capitano YZ che abitavano nei
dintorni, oppure decidevano di perquisire casa, lasciandoci perplessi per le
varie contraddizioni a cui andavano incontro, ad esempio entravano in casa con
i corti mitra spianati e con durezza ci chiedevano dove erano nascosti i vari
ricercati del momento, poi subito dopo ci chiedevano con estrema cortesia se
potevano avere un bicchiere di acqua fresca o di Pepsi-Cola (
la Coca-Cola
era severamente proibita) o se potevano mangiare l’uva che avevano trovato
nel frigorifero!!!
altre volte per evitare che entrassero nella camera da letto ove
dormiva mia madre bastava dire loro che lì vi era una donna che dormiva, immediatamente si fermavano davanti alla porta chiusa, si scusavano e
non entravano! molte volte dopo aver fatto la solita perquisizione al momento
di uscire ci chiedevano i documenti!
Una notte si ripresentano, erano circa l’una e trenta ad un furioso
abbaiare seguono due brevi raffiche di mitra, dei guaiti e poi una lunga
raffica, poi ancora il silenzio, immediatamente capii che quelle raffiche
avevano posto fine all’amorevole servizio di vigilanza della piccola e
fedele Pisolina, anche se speravo in un suo correre a nascondersi impaurita
dal rumore, tranquillizzo mia madre impressionata dagli
spari e le dico di non alzarsi, dopo il perentorio bussare di rito, apro la
porta, confesso, con molta paura, vengo spintonato dentro, mi ordinano di
sedermi, mi chiedono dove avevamo la radio, tale era la loro ira che riuscivo
a malapena a capire cosa dicessero, loro prendevano questo mio non capire come
una finzione e a pochi centimetri dal volto mi urlavano “la radio
dov’e?” noi non avevamo una radio, semplice, ma come farlo capire a loro?
mi rendevo conto che per loro era impossibile noi non avessimo almeno uno
straccio di radio neppure giapponese e a transistor come andava a quei tempi,
ma era anche vero che durante le numerose perquisizioni non avevano mai
trovato alcuna radio, mentre avevano invece trovato un registratore a nastro
della "Geloso", spiegai con calma che io la radio l’avevo nella mia
Mini, parcheggiata sotto al gelso, soddisfatti escono e aprono
la Mini
Morris
, guardano sotto i sedili, sollevano quello posteriore, mi fanno aprire il
baule, continuo a non capire, la radio e lì, in evidenza, accanto al famoso
mangiadischi della "Irradio", si fanno minacciosi ed io con candore accendo l’autoradio
"Clarion",
urlano qualcosa, continuo a non capire, mi spintonano, mia madre nonostante le raccomandazioni
è sulla porta, trema ma non fa freddo, io preso malamente per un braccio continuo ad essere
spintonato
qua e la, non oso reagire, il tenente da degli ordini, se ne vanno, ma un
militare rimane davanti alla porta, ci dice che da quel momento per uscire
dobbiamo giustificare e
dire dove andiamo, se abbiamo borse o bagaglio saranno controllati,
chiedo di uscire, il militare mi guarda, faccio segno verso Pisolina, con gli
occhi che mi pungono per le lacrime trattenute e una rabbia appena controllata
raccolgo la povera cagnetta e allora le lacrime hanno libero sfogo sul pelo
color bianco e ruggine intriso di sangue di Pisolina, ora mi rendo conto che non mi avvertirà più.
Il
giorno seguente arrivano verso le undici e trenta, sono circa una dozzina di
militari, scambio di battute con il militare a guardia davanti alla nostra
porta, entrano in casa parlottano tra di loro, difficile capire cosa dicono,
poi il tenente ordina di portarci fuori, i militari ci spingono senza molta
convinzione verso la villetta dell'affittuario a noi sconosciuto, ci muoviamo
adagio come per andare a fare visita all'inquilino, improvvisamente ci
spingono verso il muro di cinta e ci allineano contro il muro , mille pensieri
ci vengono alla mente, cosa vorranno fare, cosa ci chiederanno, cosa ci
chiederanno di fare, non diciamo nulla tra di noi, il motivo di quella
situazione non si fa attendere molto, l'ufficiale che comanda il piccolo
gruppo, il già ricordato tenente, si piazza davanti a me con le gambe
leggermente divaricate e mi chiede se sono disposto a confessare, mi chiede
per l'ultima volta dove nascondiamo la radio, un sorriso mi stira le labbra,
immediatamente un ceffone mi arriva in pieno volto sento il sangue sulla
lingua, l'orecchio mi fischia intensamente l'adrenalina sale alle stelle e la
paura e l'umiliazione lottano tra loro per il sopravvento, freno la reazione ,
non sono certo il prototipo di un eroe, ho paura, anche i miei sono
sbalorditi, con le lacrime che sgorgano per lo scherno ed il dolore chiedo con
voce strozzata di che radio parla e la sua perfida risposta è questa:
Adesso
basta, adesso noi vi massari tutti, noi sabere beni che avere una radio
transmittenti, siguru avere radio transmittenti, noi sabere, avere
barlare tutti giorni con radio con Israele, sei sbie e noi massari, vi biamo
guardati tutti giorni, ma voi furbo sembre riusciti nascondi la radio, ma
adesso rivato momento di barlari.
Insomma secondo il tenente eravamo spie di Israele e dovevamo necessariamente
avere una radio trasmittente nascosta da qualche parte, inutile raccontare lo
sgomento e la meraviglia di noi due appoggiati al muro, ci guardavamo
sbalorditi, incapaci di assimilare quelle parole, mia madre tenta di parlare,
il tenente continuando a guardarmi fisso le urla di tacere perchè è una
donna, testuale
"Uskut, herlek, m'hraa maasc i kellem"
un
militare le si avvicina, spintona mia madre contro il muro, il tenente
interviene, rimproverando il soldato, non sia mai che si maltratti una donna
anziana, caspita, fucilarla magari si ma maltrattarla mai!!
Visto il nostro, anzi il mio caparbio silenzio, reso più drammatico dal sole
a picco su di noi
ma anche su di loro per di più in divisa, il tenente fa schierare il plotone
con ordini secchi, i militari si allineano, guardiamo increduli, mi dico che non è
possibile, segue un ordine secco probabilmente il "caricat" la
manovra dura diversi secondi causa la evidente poca pratica di quei ragazzi
con le armi che avevano in mano, continuo a dirmi che non è possibile, sto sognando,
sto
vivendo un incubo, certamente Pisolina adesso avrebbe abbaiato e mi sarei
svegliato in attesa che perquisissero per l'ennesima volta casa, il sudore che ci aveva
accecati sino allora, ora era di ghiaccio, non era possibile, stavamo per
morire senza colpe o motivi, ne ero certo, volevano solo spaventarci, non lo
avrebbero mai fatto.
“Noi
non schersa” fu
il commento secco dell’ufficiale, non sapevo cosa dire un pò perché non avevo
cosa altro dire, ma più che mai non uscivano suoni dalle mie labbra neppure
volendo!
Nel
silenzio, si sentiva il rumore dei nostri respiri e anche le gocce di sudore
che rotolavano sulla nostra pelle parevano fare rumore, sapevamo che da dietro
i vetri delle finestre delle abitazioni che si affacciavano sul cortile
qualcuno probabilmente guardava e mi chiedevo se qualcuno sarebbe intervenuto, impossibile che la
tragedia che ci stava piombando addosso non avesse testimoni, impossibile che
nessuno intervenisse, impossibile che la paura e l’indifferenza ci lasciasse
morire così, impossibile che facessero sul serio, mille pensieri, vorticosi,
pensavo come fuggire, come uscire da quella situazione allucinante, o forse
non è vero, in quei momenti non pensi, tutto è fermo cristallizzato nel
tempo anche le gambe sono di cristallo, rigide, passano i minuti, forse
dieci, forse cinque, forse uno soltanto, ma come avere la cognizione del
tempo? un altro ordine secco e quasi con riluttanza i militari portano il
calcio delle armi allo zigomo e quello fu il momento più drammatico della
situazione, quello che avevamo subito sino ad allora era solo un atroce
scherzo, dinnanzi agli occhi neri e profondi delle armi che ci fronteggiavano, non mi
vergogno di dire che l’unico segno di vita in quel momento fu l’alone che
si andava espandendo bagnando il cavallo dei miei pantaloni! mia madre
impassibile, mi passai la
mano sulla fronte e sugli occhi perché accecato dal sudore, alzai gli occhi
al cielo in attesa di qualcosa o qualcuno che non sarebbe mai giunto… e fu
allora che vidi e capii da dove nasceva l’equivoco!
Sopra
la nostra casa vi era da sempre un'antenna verticale, trattenuta da diversi
tiranti, vi era stata installata, sembra, da una compagnia di trasporti
petroliferi o costruzioni e attraverso la quale comunicava con gli autisti e
qualche campo petrolifero (non erano ancora stati inventati i cellulari!)
questa compagnia era stata l’affittuaria di quella villetta precedentemente
a noi e usata come ufficio e alloggio per
personale proveniente dall’Italia e che noi chiamavamo “importati”,
faccio cenno all’ufficiale che ho capito e che voglio parlare, “pied’arm”,
si avvicina, sorride, gli faccio cenno verso l’antenna, annuisce, gli spiego
che l’antenna non è collegata in alcun modo con la casa, non vi sono cavi,
non è attiva, è difficile da spiegare, non tutti i termini mi vengono alla
mente in arabo, gli chiedo perché non mi ha parlato prima dell’antenna, mi
risponde che non era necessario perché io sapevo di cosa parlava e comunque
le mie spiegazioni non gli sono di alcun gradimento, non mi crede, minaccia di
fucilarci a tutti e due se non tiriamo fuori quella maledetta radio…
All’improvviso
sentimmo dei passi alle nostre spalle, dalla villetta al cui muro eravamo
appoggiati uscì un signore, non molto alto, fisico asciutto, capelli molto
corti, brizzolati, età circa 48/50 anni, lieve accento sardo, il quale con
fare autoritario affronta il tenente dicendogli in italiano,
“Sono
un Capitano paracadutista dell’esercito italiano, le ordino di abbassare le
armi, lei sta violando ogni regola, i signori sono cittadini italiani, lei non
può agire in questo modo, protesterò con il suo comando e i suoi superiori e
riferirò immediatamente l’accaduto all’Ambasciata Italiana, glielo ripeto
per l’ultima volta faccia abbassare le armi!”
Il
tenente lo guardava incredulo e sorpreso ed era chiaro che era stato preso
alla sprovvista e disse di non aver capito, al che il Parà ripeté tutto in
un inglese perfetto e se possibile con un tono di voce ancora più perentorio,
il tenente questa volta capì perfettamente, fece abbassare le armi ma sempre
in inglese disse al Capitano che noi avevamo, dovevamo avere, una radio
con cui trasmettevamo messaggi in Israele, il battibecco durò diversi minuti,
all’improvviso il capitano rientrò nella sua abitazione e ne uscì
dopo pochi minuti, non ci potevo credere, con una radio a transistor di
plastica rossa, rettangolare, ricordo ancora la marca,
“National” e porgendola al tenente “Ecco, questa è l’unica
radio che abbiamo, la prenda”, incredibile, il tenente la prese la passo ad
un militare requisendola assieme al registratore “Geloso” che avevano già
preso in casa e se ne andarono, il capitano fu molto gentile e premuroso con
noi, poi si congedò assicurandoci
il suo intervento presso le autorità italiane.
Rientrammo
in casa, in silenzio, crollammo a sedere nel primo posto che capitò, tutti e
due pensavamo a quello che era successo e che forse sarebbe potuto succedere,
fu mia madre la prima a rompere il silenzio dopo diversi minuti passati con
gli occhi chiusi e con voce ferma e decisa disse: “Dobbiamo andarcene da
qui, il più presto possibile, domani vado al consolato” e
così l’indomani iniziò quel calvario che centinaia di italiani in Libia
avrebbero dovuto salire, le lunghe file al consolato, le traduzioni giurate di
documenti scritti in arabo, le lunghe file presso l’istituto di previdenza
sociale o al municipio, chiedere documenti, di nascita, di matrimonio, di
lavoro, le lunghe file notturne per essere i primi alla sede della “Tirrena
navigazione” per i biglietti della nave, le lunghe file sotto al sole per
far controllare il baule con i pochi oggetti da portare via, l’umiliazione
di vedersi confiscare qualche oggetto caro o di mero valore affettivo o
l’intero album di fotografie di una vita, l’imposizione di far chiudere i
bauli con le reggette di metallo al modico prezzo di cinque sterline l’una e
altre situazioni che chi non le ha passate non le può capire e moltissimi di
coloro che leggeranno questo scritto hanno subito.
Non
ho più rivisto quella persona intervenuta in nostro favore, ne ho mai saputo
come si chiamasse,alcuni, tra cui mia madre ricordano che altri lo chiamavano
“Ciccio”, il nostro non fu disinteresse o ingratitudine, ma presi dai
preparativi rimandammo sempre un colloquio con il nostro salvatore, forse non
è mai esistito, forse è stata una allucinazione collettiva o forse un
Angelo, ma se è esistito vorrei tanto, a distanza di anni, poterlo
ringraziare, forse gli dobbiamo la vita, comunque siamo in debito con lui per
averci risparmiato delle ulteriori sofferenze.
Questa
è una storia vera, vissuta, forse raccontata con enfasi, ma vera e a volte
chiacchierando con mia madre si tornava con la mente a quei giorni, molte
volte ci siamo chiesti chi fosse quel capitano dei paracadutisti, dove fosse
ora, se si ricordava di quanto avesse fatto quel giorno, poi la ricerca di un
lavoro, il lavoro stesso e il susseguirsi delle cose della vita ci ha portato
a velare quei ricordi salvo poi riscoprirli quando nei telegiornali o nei
telefilm, situazioni analoghe ci riportavano alla mente la nostra
disavventura, allora per un attimo ne parlavamo seppellendola poi sotto
l’incalzare degli impegni quotidiani.
Se
qualcuno ricorda questa storia di vita vissuta, qualcuno di coloro che ha
seguito la scena, se “Ciccio”
si riconosce in questo racconto vorrei tanto avere la possibilità di
incontrarlo e confrontare questi miei ricordi con i suoi, per non dimenticare.
F.P.C.

...quei volti amici e bruciati dal sole
Sarà difficile dimenticare che siamo nati in una
terra il cui profumo e
aromi sono ancora nelle nostre narici e nei nostri sogni. Non sono mai più
tornato a Tripoli, dopo l'esilio del 1970. Si lo chiamo esilio perchè non
ci hanno rimpatriati perchè eravamo italiani, ma perchè ci dicevano che
eravamo il residuo del fascismo. Come se l'Italia, e gli italiani, si
possano identificare, con un periodo storico della Nazione italiana stessa.
Ma che Patria, quando giungemmo in Italia, ci sentimmo chiamare con mille
appellativi, profughi, italo-libici, beduini, marocchini, africani e cosi
via. Non mi sentivo in Patria, quando andai a studiare a Pisa, i giovani
colleghi mi chiamavano "il libico". Non ero per niente offeso, anzi
mi sentivo
alquanto orgoglioso di essere diverso. Quindi non fu un rimpatrio ma un
esilio forzato, costretti ad allontanarci dalla nostra infanzia, da nostri
ricordi e separarci da quello che è il più bello e forte legame della
gente civile: il vivere come comunità. Devo dire che ho vagato tanto, per
motivi di lavoro, ed ho sempre cercato di andare nei paesi arabi. Sono stato
in Egitto, Siria, Iraq, Arabia, Kuwait, Giordania, Tunisia, Algeria e
Marocco, dal 1976 al 1985. Sempre quando tornavo in Italia, a casa dalla mia
famiglia, mi sentivo come estraneo e non vedevo l'ora di rientrare in uno di
quei paesi dove ho lavorato per oltre 9 anni. Gli odori, i luoghi, i costumi,
la lingua tutto mi riportava alla mia infanzia con grande nostalgia.
Purtroppo i tempi sono mutati, non e' più sicuro, inoltrarsi a lavorare in
qualsiasi paese arabo, oggi. Pur camuffandomi, per la carnagione scura e i
lunghi baffoni, tra la gente araba, molto spesso vieni riconosciuto e di
questi tempi rischi anche di essere aggredito. Quanto e' grande la nostalgia
di aver vissuto un'infanzia meravigliosa, aver giocato con altri bimbi di
credo religioso diverso, ed aver assaporato quello che forse le generazioni
a venire non riusciranno nemmeno ad odorare e assaggiare il gusto della
vita e la voglia di vivere la propria vita nel rispetto dell'altrui persona,
del credo religioso e politico.
Saremo sempre orfani, noi nati in quel meraviglioso paese che e' la Libia,
parte del grande continente Africano, che affascina solo a pronunciarne il
nome. Nessuno come noi e più di noi può comprendere quanto ci manca quel
legame con la nostra terra, la gente, i suoni, gli odori ed i colori del
cielo all'alba ed al tramonto. Se chiudo gli occhi ancora oggi, riesco a
sognare le rosee albe del mare mediterraneo ed i tramonti rossi
dell'orizzonte desertico.
No, non dimenticherò mai l'odore del mare, quando con mio padre, ci recavamo
di mattina presto, il venerdì, al molo per attendere le barche dei pescatori
che portavano il pesce fresco appena pescato. Immagini, colori, odori e
sapori che la nostra mente non può e non vuole dimenticare.
Dopo tanti anni vissuti in Italia, forse ancora sperando che un giorno sarei
potuto tornare a Tripoli, ho deciso di emigrare verso un'altro grande
continente, l'America. Il desiderio di rivedere quei paesaggi, quei
volti amici e bruciati dal sole dei beduini, mi ha portato a viaggiare alla
ricerca di una pace interiore che nessuno di noi raggiungerà se non ci
sarà permesso almeno di ritornare a rivedere una volta ancora i luoghi dove
siamo nati ed abbiamo vissuto la nostra infanzia.
Altro che lettera aperta al Sig. Colonnello Gheddafi, dovremmo attuare uno
sciopero senza tregua, per far si che il colonnello ci permetta almeno di
mettere piede almeno una sola volta su quella terra, che certo e' sua e di
tutti i libici, ma anche di coloro che senza colpa e senza peccato vi sono
nati. La speranza e' l'ultima a morire, e spero che gli anni inteneriscano
anche
il cuore del Colonnello Gheddafi. Grazie. Gianfranco Ventre

LETTERA
APERTA AL LEADER MOAMMAR GHEDDAFI
Sto per compiere quasi i settanta
anni e da circa cinquanta mi trovo in un magnifico paese tropicale del Sud
America: Venezuela, terra ospitale e generosa dove insieme a mia moglie, anche
lei figlia di Emigranti, Ungheresi, abbiamo procreato 4 discendenti diretti e
oggi godiamo anche di un nipotino.
Più o meno Lei ed io abbiamo la
stessa etá, io nacqui a Beda Littoria, ribattezzata Al Baida, per cui mi
sento orgoglioso di essere Beduino, così come Lei, siamo "swá swá".
Dopo una gioventù dedicata alla
Sport, dapprima in Tripolitania e poi qui in Sud America, la mia passione per
la lotta sociale, per più diritti per coloro che meno hanno, per la Giustizia
e per un Mondo migliore, mi hanno trascinato alla politica e al sindacalismo,
dove ho conquistato anche io il titolo di Leader, perchè Leader si nasce e ci
si proietta, giungendo alcuni alla vetta come Lei, o semplicemente
contribuendo, come me, con qualche granello di arena alla lenta costruzione di
un Mondo che desideriamo sia migliore.
Appunto per questa nostra
similitudine, in quanto a luogo e data di nascita é che mi permetto di
scriverLe sicuro che anche Lei vorrà fare ugualmente verso di me,
rispondendomi, perchè siamo più o meno coetanei, paesani, anticonformisti e
rivoluzionari.
Moammar, insieme alla mia Famiglia,
lasciai Tripoli nel 1956, giovanissimo, atleta di molteplici discipline
sportive, quando Lei, ancor più giovane di me, era sicuramente allievo di un'Accademia
Militare, la Sua Madre Patria e la mia sono la stessa, ambedue siamo figli del
deserto, ambedue abbiamo respirato la stessa aria, abbiamo aperto gli occhi
per ammirare lo stesso cielo azzurro, abbiamo assaporato la stessa sabbia,
abbiamo nuotato nello stesso mare, abbiamo mangiato lo stesso piatto di cuscus
o di basin o di h’araimi, piccanti di quel nostro felfel, abbiamo degustato
gli stessi datteri e bevuto lo stesso leghbi, dolce nettare delle nostre
palme.
Mia Madre, donna come la Sua, mio
Padre, uomo come il Suo, hanno anche loro contribuito all’emancipazione
della nostra Terra, e dico nostra perché tanto Lei come io, insieme a
tantissimi altri ed altre, siamo nati lí, siamo figli dello stesso suolo.
Vede Moammar, tutti gli esseri umani
amano il suolo dove sono nati, anche se a volte siano costretti a vivere
altrove, perché il richiamo della Terra Natia é qualcosa che DIO, l’Altissimo,
il Creatore dell’Universo, ha voluto che fosse un sentimento impossibile da
reprimere, come é impossibile reprimere l’amore verso la Madre che ci ha
messi al mondo.
Lei ama la sua Terra e ama la sua
Mamma, come io amo mia Madre e amo la Terra nella quale nacqui e che é la
stessa nella quale Lei é nato. Questo stesso amore é sentito da tanti che
lí siamo nati e che avrebbero partecipato a fare della Libia una Nazione
cosmopolita, come é stato in tanti Paesi in cui l’immigrazione ha
contribuito alla loro crescita, in un ambiente di fratellanza, di ospitalità,
di rispetto e di apprezzamento.
La Sua Rivoluzione é stata bella,
genuina, giustificata, Nazionalista, ma se Lei avesse permesso di parteciparvi
anche a coloro che, pur essendo nati lí, eravamo figli di stranieri la cui
enorme maggioranza fu portata là inseguendo il sogno di trovare una vita
migliore, apportando il loro arduo lavoro e sprizzando sudore, avrebbe
proiettato una integrazione razziale che, vedrà, prima o poi si produrrà in
forma naturale.
Credo che la Sua giovane età di
allora, lo indusse a commettere un grave errore, solo DIO non
sbaglia mai, errore in cui ha voluto perseverare per oltre 36 anni, errore
che lo ha indotto anche a infrangere il dovuto rispetto verso alcuni Templi,
cambiandoli da un Credo a un’altro, senza pensare che DIO é uno solo, é
UNICO, siamo noi umani che lo chiamiamo in differente maniera, é lo stesso
Creatore che é presente tanto in una Moschea come in una Chiesa o un Tempio
del lontano Oriente, per quanto sono sicurissimo che l’Altissimo
ascolterebbe le Sue preghiere e i Suoi peccati in una Cattedrale, come
ascolterebbe le mie preghiere e perdonerebbe i miei peccati in una Moschea o
in un Tempio Buddista o qualunque altro luogo di raccoglimento. Altro Suo
errore di gioventù, per quanto domani, in una Libia che sarà cosmopolita, i
cattolici che lì staranno per lavoro o per turismo, avrebbero potuto pregare
in quei luoghi rappresentanti la loro religione, che Lei erroneamente ha
cambiato o magari anche permesso che fossero distrutti. In nessun altro Paese
del Mondo é stata offesa una Moschea convertendola in Tempio Cristiano.
Oggi, Moammar, a distanza di tanti
anni di perseveranza nel Suo errore, quando tanti Italiani nati in Libia gia
non vivono più e se ne sono andati con il sempre vivo desiderio di rivedere
la loro Terra Natia, la loro Terra Madre, continua a perseverare nel più
grande errore della Sua vita, convertendolo in un giochetto di semplice
aritmetica, per cui coloro che non hanno raggiunto l’età dei sessantacinque
(65) anni compiuti, non possono tornare a rivedere la loro Terra, che pure é
mia e anche é Sua.
Personalmente condivido la Sua tesi
di Nazionalizzare tutti i Beni Pubblici, ossia quelli appartenenti allo Stato
Italiano, per quanto sarebbe una logica reazione rivoluzionaria e
rivendicativa, ma non posso condividere il fatto (che denominerei fattaccio)
di requisire senza indennizzo, quei beni personali o familiari, prodotti dallo
sprizzo di tanto sudore e sacrifici dei nostri Nonni, Genitori e di molti di
noi stessi già in grado di lavorare e ricevere un corrispettivo economico.
Fra questi, Colonnello, non mi conto io e neppure la mia Famiglia, per quanto
lasciammo la Libia nel lontanissimo '56.
Con il valore economico con che DIO
ha voluto dotare la Libia Petrolifera, Lei, pur persistendo nel tremendo
errore di espellere i figli di Italiani nati come Lei stesso costá, avrebbe
potuto indennizzare i beni personali, non solamente al loro giusto valore, ma
addirittura con un Suo gesto di Leader che sarebbe stato il "backshish"
del vero Signore.
Da lottatore a lottatore, da
Rivoluzionario a Rivoluzionario, da Beduino a Beduino, pur avendo io l’età
per poter rivedere la mia Terra, la nostra Terra, Le chiedo Moammar, Leader
della Rivoluzione Popolare, che Lei influisca affinché tutti coloro che là sono
nati e che fino a ora non è permesso di tornare in Libia, possano farlo, non
come una grazia, ma bensì come un diritto.
Sono sicuro che se qualcuno Le fará
giungere questa mia lettera, come Leader che indubbiamente é, saprà
interpretare i miei sentimenti e considerare la mia richiesta come giusta e oggi,
nell’era del Internet, questo é il mio indirizzo elettronico:
francovecchiettini@hotmail.com, dal Venezuela, Terra bella come la nostra
Libia in attesa di una Sua risposta riceva un forte abbraccio
rivoluzionario: Franco Vecchiettini
Dal Venezuela, addí 27 Luglio 2006

Due
religioni, un cuore
Nell'anno 1948, mio padre Carmelo, con la moglie
Maria ed i tre figli Antonietta, Santino e Carlo appena nato, abitava in
una casa in affitto il cui proprietario, un signore di religione
Ebraica, credo si chiamasse Nahum, viveva nella abitazione attigua a
quella dei miei genitori. Questo signore era anche proprietario del
terreno e magazzino, che mio padre aveva in affitto per la sua attività
di meccanico. Quell'anno venne proclamata la nascita dello stato
d'Israele e per protesta si elevarono moti che portarono alla
distruzione di beni di proprietà di alcuni ebrei e anche alla uccisione
di alcune persone appartenenti alla comunità Ebraica di Tripoli. A quel
tempo operava la PAI, Polizia Africa Italiana, sotto il comando di
ufficiali inglesi. Per cinque giorni consecutivi fu dato l'ordine,da
parte del comando inglese, agli agenti della PAI, di non
intervenire. Alcuni Libici scalmanati si aggiravano per le vie di
Tripoli in cerca di famiglie Ebree da minacciare, derubare, perseguitare
e perchè no, anche uccidere. Mio padre decise così di nascondere la
famiglia del padrone dello stabile dove aveva la sua officina, in casa
sua casa, con gran timore di mia madre, la quale temeva di cadere
vittima della reazione araba, se avessero scoperto cosa stava
succedendo. Infatti dopo tre giorni vennero a bussare alla porta della
nostra casa alcuni scalmanati che chiedevano notizie della famiglia di
Ebrei che viveva nella casa accanto. Tredici persone se ben ricordo, mio
padre mi raccontava, aveva tenuto per cinque giorni rinchiusi nello
scantinato della casa. Agli scalmanati mio padre disse che aveva visto
la famiglia di Ebrei allontanarsi nella notte e di non averli più
rivisti da allora.
Gli credettero e se ne andarono. Quando la calma fu ripristinata e
l'ordine ristabilito il signor Nahum disse a mio padre che aveva deciso
di emigrare in Israele con tutta la sua famiglia e che avrebbe venduto
la proprietà che gli aveva concesso in affitto. Vide che mio padre era
dispiaciuto aggiunse che però avrebbe venduto il terreno con il
magazzino solo a lui, Carmelo. Mio padre gli replicò che non aveva i
soldi per comperarlo e che non aveva alcun credito per poter fare fronte
all'acquisto. Il signor Nahum, gli disse di non preoccuparsi e si operò
per fargli avere un prestito da un'altro signore ebraico e fece in modo
che mio padre facesse fronte all'acquisto. Fu cosi che mio padre divenne
proprietario del terreno dove due anni dopo, prima che io
nascessi, costruì la palazzina, dove abbiamo abitato sino al nostro
rimpatrio forzato nel 1970. Sono piu' di 50 anni che cerco di saperne di
più su questa storia, che sa tanto di rispetto ed amore per l'altrui
persona. Spero che qualcuno legga questa lettera e si riconosca. Come ho
detto credo che il signore si chiamasse Nahum, non ne sono certo, ma
sono sicuro che questa e' una di tante quelle storie vissute da nostri
genitori che ci hanno dato la fortuna di nascere in un paese nel quale
sino al 1970 abbiamo sperimentato il vivere tra diverse etnie e
religioni.
Questa storia ha cambiato il corso della vita mia
e della mia famiglia. Vorrei tanto poter ringraziare, se non quel
signore, almeno i suoi eredi per quanto contraccambiato al gesto di mio
padre. Grazie per la tua ennesima accoglienza. Gianfranco Ventre

LUNEDI'
POMERIGGIO
Era un lunedì pomeriggio, verso la
fine di luglio del 1970, quando alla porta della mia
stanza, della pensione "Toniolo" dove alloggiavo a Pisa, città dove mi ero inscritto ad
ingegneria,
bussarono ed andai ad aprire.
Era il portiere della pensione che mi
disse che c'era un tipo che diceva di essere mio
fratello giù alla
ricezione. Mio fratello Carlo non poteva essere poiché avevo parlato la
sera
prima con i miei genitori e mi avevano detto che era appena stato a casa per
far loro
visita. Mio fratello Santino, invece, sapevo che il governo Libico
gli aveva intimato di
terminare i lavori di costruzione di una strada che
conduceva fuori Tripoli, prima che
potesse avere l'autorizzazione a lasciare
il paese.
Scendo di corsa le scale, tre piani dell'edificio, tutto in
un fiato e quando arrivo di
fronte al bancone della ricezione riconosco da
dietro mio fratello maggiore Santino.
Si volta, ci abbracciamo e baciamo, e
poi gli chiedo cosa faceva lì a Pisa. Mi disse che era
appena arrivato da
Tripoli. Ma come gli chiesi, non dovevi terminare i lavori della strada
prima che Ti permettessero di partire. Mi rispose che se avesse aspettato a
terminare i
lavori non sarebbe mai uscito dalla Libia. Mi chiese se poteva
venire in camera mia per
riposarsi, certo gli dissi. Andammo in camera, lui
si sdraio" sul letto e io mi sedetti alla
scrivania. Ero curioso di sapere
come era riuscito a partire da Tripoli, senza permesso e
senza visto
d'uscita.
Era già qualche settimana che pensava al modo come uscire,
via mare qualcuno ci aveva
già tentato ed era stato difficile ma ci erano
riusciti. Prima cosa mi disse decise di
mandare la moglie ed i due figli in
Italia, non c'erano restrizioni per loro. Cosi li fece
partire con un volo
per Roma. Rimasto da solo, raccolti tutti i denari che poteva, circa
$
50,000 e 100,000 sterline libiche, i documenti relativi a proprietà e
attrezzature e
decise di tentare l'avventura. Il suo vicino di casa, a Giorginpopoli, era un pilota (della cui
nazionalità preferisco non fare
menzione) delle Linee Aeree Libiche, e questi gli disse che
per 5,000
dollari lo avrebbe portato con se sull'aereo in cui sarebbe volato da
Tripoli a
Roma. Gli disse" Ti darò una divisa da secondo pilota, mettiti
gli occhiali da sole e sali la
scaletta insieme a me." Così fu che la
mattina dopo alle cinque il pilota si presentò a casa
sua e lo fece salire
sulla sua auto, mio fratello gli diede 5,000 dollari contanti e
quindi si avviarono sulla strada di Castel Benito. Mio fratello aveva con se
un valigetta
24ore, il pilota gli chiese cosa conteneva, e mio fratello gli
rispose documenti personali e
foto ricordo. Nella valigia c'era anche il
denaro che aveva accumulato in diversi mesi.
Giunto all'aeroporto il Pilota lo fece entrare in una stanza dove doveva
solo
attendere finché gli avesse procurato la divisa da secondo. Il tempo
passava e mio fratello
diventava sempre più nervoso, mancavano 30 minuti
all'imbarco, poteva sentire le chiamate
dei voli all'interno di quella
stanza. Si aprì la porta, era il Pilota, che gli disse che non
poteva più
farlo partire era accaduto un imprevisto, avevano messo un militare alla
scaletta dell'aereo che controllava tutti i documenti anche quelli
dell'equipaggio.
Mi fratello era risoluto voleva partire a tutti costi, il
Pilota si offri di restituirgli il
denaro. Mio fratello rispose, no " devi
farmi partire a tutti i costi". OK gli disse il Pilota,
c'e una sola altra
possibilità, e che ti metti il camice bianco da meccanico
Giunto sotto l'aeromobile mi fratello spacciandosi per
meccanico era riuscito ad eludere
una delle guardie che stazionava non
lontano dall'aereo. L'altra era davanti alla scaletta e
non decideva a
muoversi. Il pilota mostrò a mio fratello il portello aperto del
compartimento bagagli, era vuoto, era quello pressurizzato gli disse, qui ci
mettono solo gli
animali, cani e gatti. Salta dentro gli disse e dammi la
valigetta te la restituirò quando
siamo a Roma. Santino salto nel
compartimento, aveva con se solo il passaporto, ed aveva
dovuto cedere la
valigetta. Il pilota chiuse il portello e poi dopo una mezz'ora l'aereo
decollò con destinazione Roma. Durante il viaggio, quasi un ora e 15 minuti
di volo, era
buio e faceva un freddo cane, ma si respirava, almeno per
quello il pilota non aveva
mentito. Aveva una scatola di fiammiferi, ne
accese prima uno con calma e lo strinse tra le
mani per la paura di non
avviare un allarme antincendio. Dopo circa 75 minuti
l'atterraggio,
all'aeroporto di Roma Fiumicino. L'aeromobile era fermo da quasi 15 minuti
ed il portello non era stato ancora aperto, come gli aveva assicurato il
Pilota, cosa che
avviene quando un aeromobile e fermo tutti i portelli
devono essere aperti. Finalmente
l'aprirono, aveva ancora paura, pensava se
magari si fossero accorti della sua presenza ed
invece di essere a Roma
magari lo avevano riportato a Tripoli. Si senti meglio quando
intese parlare
in Italiano con accento romano.
Piano piano scese dall'aeromobile e facendo finta di ispezionare l'aereo
lentamente se ne
allontanò. Aveva con se solo il passaporto ed attese che si
aprisse una porta di ingresso al
terminal arrivi. Alla guardia di frontiera,
italiana, disse che aveva smarrito la carta di
sbarco. Così fu che mio
fratello Santino giunse in Italia fuggendo dal paese che come noi
tutti
aveva sempre amato. E' una storia come tante, forse sa anche dell'eroico,
certo e' una
di quelle che non si dimenticano. Il pilota non si e' mai fatto
vivo, comunque la libertà di
mio fratello e' valsa ben quella valigetta
piena di soldi. Gianfranco Ventre

SABATO POMERIGGIO
Ricordo quel
sabato pomeriggio faceva caldo, era quasi la fine di settembre e noi del
gruppo decidemmo
di fare una delle solite festicciole tra adolescenti. Non avevamo il
posto, perchè i
nostri genitori erano preoccupati dell'evolversi degli eventi dopo il primo
settembre del
1969 e non ci volevano dare l'autorizzazione a fare le feste in casa.
Così si
offri un nostro amico, quasi coetaneo, Said Burwin e ci trovò il posto dove
poter
fare la nostra
festa. Una quindicina di ragazzi ed altrettante ragazze, ci riunimmo in
una casa
vuota vicino a Bab Azizia. Qualcuno portò delle bibite, niente alcolici per
fortuna e
qualcuno procurò il giradischi e i dischi. cominciammo a ballare e a
divertirsi ma
la festa durò
veramente poco perchè quella casa vuota in quel quartiere abitato solo da
libici in meno di
mezz'ora venne circondata e quasi assalita dai vicini.
Donne e uomini
che gridavano al linciaggio,"Portate fuori le gahbe ed i magnaccia, vanno
tutti puniti con la
legge islamica". In quella casa non c'erano ne gahbe ( meretrici) ne
magnaccia
ma noi giovani
studenti del liceo non avevano neppure avuto il senso di quello che
stava cambiando a
Tripoli ed in Libia. Non ci rendevamo conto che la vita spensierata
vissuta
da tutti noi
giovani, libici, italiani, mussulmani, cattolici ed ebrei veniva spazzata
via dalla rivoluzione di
Gheddafi.
Non mi rendevo
conto che per oltre 19 avevo vissuto, studiato, giocato, mangiato e perchè
no, qualche volta
anche bevuto assieme a
tutti gli altri giovani miei amici libici, italiani,
inglesi, americani,
jugoslavi e chi più ne ha
più ne metta. Per anni avevamo sognato che
quello che nel mondo civile si vuole
realizzare da sempre, il vivere insieme tutti anche se
diversi.
Sono
italiano, oggi vivo in America,
ma ho amato e sempre amerò la mia terra natale la Libia
e tutti i miei amici,
senza distinzione di religione o nazionalità. Comunque quella
sera di
sabato, venne l'esercito libico con un paio di camion ed una Land Rover e ci porto
in salvo
tra due ali di folla inferocita che ci sputava addosso. Non ricordo i nomi di tutti
quelli che
erano presenti e pregherei chiunque avesse vissuto assieme a me quella brutta
avventura di
scrivermi a prova di
quella amicizia che ci ha sempre uniti.
Ricordo
ancora Said Burwin in caserma, ci avevano rinchiusi in due stanze diverse,
le
ragazze da una
parte ed i ragazzi dall'altra. Un militare venne nella stanza dove stavamo
radunati tutti
noi ragazzi e ci chiese se c'era qualcuno che parlava arabo.
Mi feci avanti
io e questi mi disse di seguirlo. Mi condusse in una stanza dove c'era un
militare di
grado seduto con i piedi sulla scrivania che gli stava davanti.
Nella stessa
stanza c'erano altri due militari e in un angolo, tutto pestato stava il mio
amico
Said. In quel
momento ho capito che le cose erano radicalmente cambiate ed ho cominciato
ad avere paura.
Una paura che mi fece rabbrividire, dopo che rispondendo alle domande
dell'ufficiale,
ad ogni mia risposta seguiva una sberla al mio amico Said.
Una sberla non
con la mano aperta ma a pugno chiuso. Said mi difendeva e confermava che
le ragazze non
erano meretrici ma compagne di scuola. Finalmente giunse il console
Italiano, che
era stato avvertito da qualche ufficiale Libico, e che urlò che si sentiva
offeso per
quello che ci stavano facendo. Ci rilasciarono subito tutti, solo Said fu
trattenuto. Lo
rividi dopo qualche giorno, passò a salutarmi a casa mia, mi chiese scusa e
si
mise a piangere
diceva che non capiva che stava succedendo. Said non era uno studente era
solo un amico
che veniva allo stesso bar-latteria dove ci riunivamo.
Questa e'
solo una delle tante storie che avrò da raccontarvi e che da oltre 36 anni
mi
tengo dentro,
tra i miei ricordi. Grazie a tutti. Gianfranco Ventre
A mia Madre (Agosto
1970)
Negli occhi di mia madre
ti ho rivista
Tripoli mia dolce
città natia.
Ti ho rivista, nitida, bianca
ma solo per pochi istanti,
quelli dolorosi del distacco,
dell'addio.
.................
Poi gocce lucenti
sono apparse
su quegli occhi stanchi
di donna che sa,
che vorrebbe dire
tante,tante cose
ma non riesce, non può.
Fa niente, mamma
so cosa volevi dirmi :
l'ho visto nei tuoi occhi
e ti ringrazio.
( Salvo Grungo )

Bravo
Ramadan!
Caro Diario, a distanza
di tanti anni ricordo ancora quello che, con orgoglio, ci
raccontava un magazziniere della ditta Marchiaro,che si occupava della vendita di materiali idraulici in Sciara
Lhuadi a Tripoli, bastava chiedergli:
-Dai Hag Ramadan,
raccontaci quando eri ASCARI e per promuoverti SCIAUISC hai
dato l'esame e l'Ufficiale Italiano ti ha chiesto: "Ci parli del
moschetto tipo 91/38".
-"Io anà diciutu subitu,
sanior comandanti, Fucilia mudella 91/38 si dividi sei barti,
canna, cassa, meccanismu, fornimentu, caricamentu variu,
bacchetta layunek ferma sciabula el bariunek alt
elmatratass, nissuna nuvità di li nostri bustazioni NN."
"Bravo Ramadan!,Promosso!"
"Gatalherek sanior
comandanti."
Raccontava
quel suo momento di gloria con la mimica classica del
militare che si pone sull'attenti e con le ciabatte
infradito tentava invano di produrre quel suono
militaresco di molti anni prima, quando giovane Ascaro,
indossava gli scarponi, poi ci sorrideva soddisfatto dei
nostri apprezzamenti, come se avesse nuovamente superato
quel lontano esame, pronto a raccontare tutto da capo per
l'ennesima volta se richiesto, un ricordo per lui rimasto
indelebile che lo riportava indietro negli anni della gioventù e che per
pochi minuti lo portava a camminare
eretto come un
ragazzo,Bravo Ramadan,ovunque tu sia.
Antimo Flagiello

Un
giorno da ricordare
Guardavo
giù sulla strada : pochi passanti infreddoliti stringevano sul collo il
bavero della giacca e procedevano in fretta, ricurvi . Solo pochi giorni
prima avevamo avuto tempo splendido, tiepido e soleggiato ma comunque, mi
dicevo, una giornata così era inconsueta per Tripoli. Veniva giù una
pioggerella fitta e gelida frammista a nevischio (il termometro, in balcone
segnava due gradi scarsi). La banda degli “auled” che solitamente
vociava per ore si era dileguata ed ora regnava un silenzio irreale come se
una magia avesse trasferito, con fare discreto e sornione, il cielo, le
case, le strade e persino le persone in una località lontana al Nord. Avrei
dovuto sentirmi annoiato, forse
un po’ infastidito, invece ero elettrizzato, pervaso da un forte desiderio
di uscire, di tuffarmi in quella inconsueta atmosfera. La fiammante Fiat
1100 si avviò senza problemi portandomi a girovagare per tutta la città :
la Dahra, Città giardino, il Lungomare ( un giretto attorno alla fontana
della Sirenetta), il Castello, corso Sicilia
e avanti fino alla Fiera …Il traffico era scarsissimo anche a
quell’ora di primo pomeriggio. Rifeci le strade della mia infanzia :
Sciara Raffaello,Via Bellini e poi una puntata, dopo il ponte della
ferrovia, fino alle “case operai”. Infine tornai, passando davanti al
cinema Gaby, via Ponchielli,via Torino, Sciara Mizran ( non potei fare a
meno di guardare l’inconfondibile struttura del “mio” Istituto Tecnico
“G. Marconi”) per ritrovarmi sotto l’arco a lato del Castello in
direzione del Lungomare Bastioni. La pioggia intanto si era attenuata
lasciando posto ad un rado turbinio di piccoli fiocchi di neve. Parcheggiai
l’auto non lontano dalla porta del Suk el Turk affiancata dalla bella
torre moresca. Sentivo il martellio incessante e gradevole degli artigiani
del rame e dell’argento giungere ovattato, invitante : mi decisi ad
entrare nel dedalo di viuzze della “casbah”, anche se era una parte
della città per me quasi sconosciuta, fin quando sbucai all’improvviso
sui bastioni di un belvedere semicircolare davanti al mare aperto. Lo
scenario era magnifico : il mare di un azzurro cupo si stagliava
all’orizzonte su un cielo grigio striato da sottili venature arancio,
segno che il tempo si sarebbe rimesso al bello quanto prima. Le onde si
rincorrevano a breve distanza crestate di spuma bianchissima fino a
frangersi con fragore sulla scogliera antistante. Rimasi a lungo a guardare
quello spettacolo, cercando di imprimere nella mia mente ogni dettaglio,
ogni rumore, ogni sensazione. Ricordo che era l’inizio di Febbraio del
’62 e la situazione in città si faceva sempre più pesante per noi
Italiani : pochi giorni prima, dopo l’ennesimo episodio fatto di
provocazioni, ingiurie ed intimidazioni, durante una riunione di famiglia,
avevamo deciso di rimpatriare definitivamente prima dell’autunno. Tornando
a quel giorno, a quei momenti così vividi nella mia memoria, ricordo che le
prime ombre della sera si appressavano da oriente, i fiocchi di neve, sempre
più radi, danzavano davanti al cono di luce dei lampioni ed anche il mare
iniziava ad acquietarsi prima del calar della notte. Prima di tornare
all’auto mi chinai a raccogliere un po’ di nevischio che si era
addensato in un angolo portato dal maestrale. Mi rivolsi inconsciamente
verso il Nord oramai buio e sentii un senso di gelo al cuore. Mi incamminai
lentamente mentre una nenia araba, proveniente da una radio lontana,
ripeteva con infinita dolcezza : “…ia habibi ia nuri….”.
Salvo Grungo

VIVILI
PER SEMPRE
Ricordi?
Avevi
vent’anni,
tanti
sogni, pochi soldi,
ma
avevi vent’anni…
e
tutto era bello !
Perché,
dunque,
alla
luce del tramonto
vuoi
tornare
nella
terra natia,
imbelle
e deriso ?
Non
troverai più
i
luoghi fantastici,
il
lungomare dove sognare
né
il sorriso
di
compagni ed amici.
Perché,
dunque, se sai
che
i ricordi più belli
faranno
naufragio
in
acque torbide ed ostili?
Vivi
ancora, mio caro amico,
nel
cuore e nella ragione,
i
tuoi splendidi vent’anni !
(
Salvo Grungo )

Viaggio in
Libia - considerazioni di un profugo
Spettabile
Redazione,
sono un italiano nato a Tripoli, nel 1952,
rientrato in Italia nel 1970 e dunque un "profugo della Libia".
Sabato 23 luglio, verso le ore 16.00, facendo zapping, con mia grande
sorpresa, piacevole sorpresa, sono capitato casualmente su RAI 1 nel
programma Stella del Sud - Speciale : in corso una trasmissione sulla
Libia, Tripoli, Bengazi, Gadames, Cirene, Sabratha, Leptis Magna e
moltissimo altro sul "Nostro Paese".
Alcune riprese aeree di Tripoli mi hanno mostrato una città
completamente diversa da quella che ricordo, tuttavia rivedere il Suk e
qualche altra immagine invariata rispetto a quelle parcheggiate in memoria
mi hanno fatto tornare indietro di 35 anni.
Un poco di "dolore" nel vedere come è stata
architettonicamente cambiata
la Cattedrale
, dove quasi tutti quelli come me hanno ricevuto i primi Sacramenti,
trasformata oggi in Moschea.
Nondimeno, essere riuscito comunque ad intravedere in queste
nuove forme la vecchia silhouette della mia chiesa parrocchiale è stata
sicuramente un´emozione. Il programma andava avanti nel proporre in chiave turistica scorci
di ogni angolo del Paese, presentando e prospettando
la Libia
come prossima frontiera turistica per tutti coloro che volessero trascorre
alcuni giorni in un mondo ancora "incontaminato" dal turismo di
massa.Tutto bello, tutto sereno e pacifico. Nel corso della trasmissione è stato intervistato, dal giornalista
RAI, il Ministro del Turismo Sig. Ammar El Tayef il quale, candidamente,
ha dichiarato che
la Libia
ed il popolo Libico sono assolutamente senza pregiudizio alcuno nei
confronti di culture e religioni diverse e che sono prontissimi a dare
ampia dimostrazione della loro pacifica e fraterna ospitalità a tutti
coloro che volessero andare in Libia. FALSO! Falso Sig. Ministro! Non è assolutamente vero ciò che Lei
sostiene nell´intervista.
La Vostra
fraterna ospitalità è concessa a tutti fuorché a coloro che come me,
forse, per diritto di nascita ne avrebbero appena un poco di
"diritto" più di chiunque altro. Noi nativi della Libia siamo esclusi da questa cortese ospitalità a
causa di una legge del "Popolo Libico" almeno così dice il
Colonnello Gheddafi.
Naturalmente metto in discussione anche la professionalità del
giornalista RAI che ha intervistato il Ministro, perché se quest´ultimo,
per logiche ragioni, non ha precisato la restrizione nei confronti di noi
Profughi della Libia, limitatamente ai nativi,mi sarei aspettato da un
professionista dell´informazione almeno una domanda, se non in maniera
provocatoria, posta quantomeno in forma educatamente interlocutoria.
All´affermazione del Ministro avrebbe potuto ( dovuto ? ) chiedere
se è quando l´invito ad andare in Libia sarebbe stato esteso anche a noi
"Pieds Noir" libici. Evidentemente la domanda non è stata fatta, forse perché il
giornalista RAI nemmeno sa che esistiamo, noi Profughi nativi della Libia,
forse perché lo sa ma non gliene importa nulla di quattro nostalgici che
talvolta soffrono di malinconia, forse perché aveva ordini di scuderia di
non urtare la suscettibilità del Sig. Ministro El Tayef.
Praticamente, come per i Governi Italiani che si sono succeduti in
questi ultimi 35 anni, anche per
la RAI
noi siamo Italiani di serie B, non esistiamo o, comunque, non siamo
degni della considerazione che, quelli come me, un po´ romantici ed anche
un po´ arrabbiati, pretenderebbero di avere. Ritengo
che per un principio di reciprocità, come atto di protesta civile in
relazione alla mancata considerazione pretesa dalla RAI nei confronti di
noi profughi nati in Libia, dovremmo attuare una serrata dei nostri
borsellini e, tutti insieme, motivando il gesto, facessimo a meno di
pagare il canone RAI.
Sono indubbiamente conscio che questa non è una strada
percorribile, tuttavia ho voluto esternarVi il mio disappunto,
ritenendomi a pieno titolo un Italiano come tutti gli altri, con gli
stessi doveri e gli stessi diritti, anche quello di recarmi in Libia alla
stessa stregua di tutti gli altri miei connazionali, con la umana
motivazione in più di rimettere piede nel Paese dove sono nato. Mi ritengo leso nella mia dignità di uomo libero se questo non è
possibile, ancora di più mi sento oltraggiato nel momento in cui il mio
Paese, anche attraverso il più esteso mezzo di informazione nazionale,
non da segno di ricordare che esistiamo anche "noi"
Da troppi anni ormai questo problema sussiste, ogni tanto se ne parla e
poi ripassa nel dimenticatoio, ritengo che se noi "profughi
nativi" non alzeremo un po´ i toni della nostra voce, staremo a
compiangerci per gli anni a venire sino a quando, per ovvie ragioni
anagrafiche, non avremo più la forza nemmeno di pestare su una tastiera
di un computer per dire ciò che pensiamo e così
la RAI
potrà divulgare, indisturbata, qualsiasi altra informazione sulle
attrattive turistiche della Libia e sulla "indiscriminata"
e fraterna ospitalità della Libia e del suo Popolo e del suo Governo.
Tanto
ritenevo di doverVi, Distinti saluti Salvatore
Barbara . Un profugo "nativo" della Libia

SABBIA
Sulle ali del ghibli
talvolta compari
bionda,impalpabile,
fin quassù
tra verdi, dolci colline
così lontane,così lontane...
per ricordarmi le radici
del mio essere,
della mia infanzia,
della mia giovinezza,
del mio primo
amore
per ricordarmi
degli amici perduti.
Ineffabile,beffarda,crudele
ti prego
non valicare il mare
non tornare mai più
tra queste verdi colline
ospitali e generose d'oblio :
non è giusto che vedano
le mie lacrime,silenziose.
S. Grungo

SABBIE
Sabbie calde e lucenti come polveri di stelle cadono sulle mie mani
arse dal sole o come in una clessidra mentre scorre la vita.
Era bello giocare in riva al mare creare castelli immaginari e formine
per donarli a quegli occhi, occhi innocenti di bambine.
Sabbie infinite lontane come deserti senza fine
.................
il mio cuore addolorato cerca nel pugno della mano
quel dolce ricordo del mio paese lontano.
Antonella Chiodi

SABBIE
Sabbia, per noi
nati in Libia, chiamata anche "Scatolone di Sabbia" ha un significato tutto
particolare, perché é un elemento principale della nostra vita. Siamo nati
"insabbiati”, abbiamo respirato la sabbia che il Ghibli porta con il suo alito
caldo, l'abbiamo ingoiata con i cibi, ma sopratutto l'abbiamo amata e si
continua ad amarla. Sabbia finissima e dorata delle dune del Sahara, enormi
montagne che lentamente e inesorabilmente avanzano mosse dal vento. Sabbia
bionda del deserto che per un miracolo di natura si cristallizza trasformandosi
in una bruna e bellissima rosa petrea. Sabbia grigia delle sconfinate spiagge
di Zuara che sfida l'eleganza dell'azzurro del “Mare Nostrum”, il cui colore é
il riflesso di un cielo limpido e terso, dipinto dal pastello turchese del
Creatore. Sabbia bianca di calde spiagge e infiniti fondali marini, il cui
ricordo é impresso nella nostra mente di precursori della pesca subacquea, di
scrutatori e scopritori delle reliquie di sommerse città Elleniche, Fenicie e
Romane, di relitti affondati dal procelloso mare e da pirati Saraceni o,
prosaicamente, dalle guerre alle quali l'umanità non sa rinunciare. Sabbie
infuocate di Maamura, villaggio agricolo-pastorizio, costruito con in mente i
nomadi Arabi che l'Amministrazione Coloniale volle provare ad assire a una loro
parcella; folle pretensione perché l'anima nomade sopravvive in quanto libera
di vagare tra le enormi estensioni desertiche, seguendo rotte ataviche perdute
nel tempo, riconosciute solo dal loro istinto. Il rituale accampamento sotto le
primitive tende arricchite con pelli di caprini e ovini, animali essenziali che
provvedono alle loro necessità vitali. Indivisibili dai loro dromedari, animali
locomotori dai passi agili e felpati, autentici navigli del deserto, senza dei
quali la vita del nomade sarebbe ancor più contrastata. Oasi, miraggio che
si traduce in realtà, giardino di Dio che emerge fra la sconfinata solitudine e
arsura, dove l'acqua sgorga fresca e dolce, a volte salmastra ma sempre
benvenuta. Oasi, dove cresce la palma da dattero, provveditrice di ombre
ristoratrici, frutti deliziosamente indimenticabili, nonché il nettare della
loro anima, il leghbi, ultimo tributo che offre generosamente all'uomo che, nel
suo ingordo desiderio, la ferisce a morte.
Sabbie di spiagge inondate da coloro che amano sollazzarsi in un mare
trasparente e calmissimo, durante il periodo in cui l'infuocato alito del
Ghibli s'infila in qualunque fessura coprendo ogni cosa con un velo di polvere
giallo-rossiccia. Quell'alito infuocato che continua poi il suo viaggio ad
altissime quote, visita Malta, tinge d'oro le gocce di pioggia che umidiscono la
Sicilia e spesso prosegue per Roma dove recapita il suo messaggio Africano,
inviato come dono da Sabratha e Leptis Magna al Colosseo. Sabbie che, fedeli
custodi delle civilizzazioni Ellenica, Fenicia e Romana, nonchè la Faraonica e
la Saracena, hanno preservato, quasi intatte, intere città, anfiteatri, bagni
termali, tempi, statue, colonne, capitelli e tutto ciò che in arte sapevano
creare, tramandando ai posteri un ricordo della loro grandezza. Scavi di
Sabratha e Leptis, Cirene, gioielli del patrimonio dell'umanità, un'umanità che
purtroppo ha sfregiato con la sua violenza bellica tali storiche testimonianze,
un'umanità che continua a distruggere le vestigia di cultura e ció che
rappresenta la nascita di questa, sulla terra Mesopotamica. Sabbie macchiate di
sangue, perché custodi di giacimenti di “oro nero, lo “scremento del diavolo",
che fa gola ai mortali avidi di ricchezze e poteri...
Non potrei alludere alla sabbia divorziandola dalle vivenze della mia prima
gioventù, Sabbia di dune circostanti a Maamura, sulle quali, bambino, ghermii
raggi solari che avrebbero poi definitivamente sanato certe affezioni
respiratorie, durante un periodo bellico in cui le medicine non erano facilmente
reperibili. Sabbia scaldata dal sole e che contribuì a riabilitare una mia
estremità inferiore, fratturata malamente in un incidente sul sinuoso ma
spettacolare Ciglione di Garian, nel Gebel; sabbie e sole che mi curarono e che
poi, volendo testimoniare la loro efficacia, fecero che il mio fisico
permettesse destreggiarmi con successo in molteplici sport in due Continenti.
Sabbia sulla quale iniziai i primi giuochi estivi, costruendo dapprima castelli,
poi le “piste” che simulavano i percorsi dei Giri d’Italia e Tours de
France,
dove le multicolori biglie di terracotta che le ricorrevano impulsate dall’abile
colpetto di dito, pretendevano rappresentare i grandissimi Coppi, Bartali, Magni
e tanti altri corridori ciclisti. Sabbia calpestata in lunghe battute di caccia
alla lepre e pernice.
Sabbia che mi vide sul mio “cavallo di ferro”, sfidare la sua mobilità e
capacità di fare cadere chiunque volesse attraversarla in sella, concedendomi il
trionfo assoluto nel premio motociclistico "La Rosa del Deserto" il cui trofeo
fu meravigliosa imitazione in argento di tale fiore pètreo, modellato dal
Maestro Orafo Prof. Angelini, orgoglio dell’ artigianato Italo-Libico. Sabbie
che con il maturare degli anni si trasformavano in letto di sogni erotici, sulle
quali fantasticavamo qualche bella compagna di scuola oggetto dei primi
innamoramenti, magari unilaterali. Sabbie che posteriormente diventavano
complici nei primi contatti con la bella amata che, sdraiata su quel caldo
giaciglio, permetteva di appoggiare la testa sul suo soffice ventre, semplice
posizione che riusciva comunque a farci vedere le romantiche stelle, benché
fosse di giorno. Sabbie che se non mute, avrebbero raccontato di clandestini
bagni notturni, primi baci e carezze non più innocenti, all’argentea luce della
luna, o in quelle notti Africane, buie come un velluto nero e dove le miriadi di
stelle spiccavano tremule.
Sabbie che s'insinuavano attraverso qualunque fessura, persiane e finestre
chiuse, nelle afose giornate o notti di Ghibli. Sabbie marine o desertiche che
erano le nostre costanti compagne, che forse allora ci importunavano, ma che
oggi vorremmo essere ancora li fra loro, per assaporare indimenticabili piatti
di cous-cous, dolci datteri, mandorle e cacawuias, succosi fichi d'India che i
venditori ambulanti sbucciavano con destrezza. Sabbie da cui germogliavano le
grosse e divampanti angurie la cui polpa ghiacciata, composta da milioni di
microscopici cristalli, era assai dissetante nelle lunghe notti del Ramadan.
Sabbie e terre sabbiose che vigorose braccia dei nostri Avi Italiani insieme a
quelle di Arabi ed Ebrei di lì originari, producevano immense estensioni di
grano, orzo, frutteti, ortaggi, fiori e anche "sbule" o pannocchie di granturco,
che abbrustolite sulla brace, sgranocchiavamo avidi. Infinite estensioni
di sabbia su fondali marini, dove crescevano foreste d'alghe danzanti al ritmo
delle correnti e delle onde, da cui ogni tanto guizzava qualche cernia bianca;
Sabbie che dopo una giornata al mare non riuscivamo a togliere completamente dai
nostri corpi malgrado le docce in spiaggia. Sabbie che portavamo con noi a casa
e lasciavamo nella vasca da bagno, testimone della giornata trascorsa.
Sabbia che spesso fu organica parte del primo e posteriori baci furtivi, magari
rubati sott’acqua.
Ottobre l956. Dal molo del porto si stacca la motonave che ci avrebbe portati in
Sicilia. Echeggia la sirena, lentamente il naviglio si dirige verso
l'imboccatura dalla quale tante volte mi tuffai tra folto gruppo di nuotatori
per raggiungere il traguardo della piattaforma del Castello dove le due famose
colonne sovrastate dalla Caravella Romana e il Cavaliere Gefariano facevano da
guida.
La motonave, molto lentamente, compie il tragitto che inversamente costituiva la
“traversata del porto”, permettendo a coloro che ci scortano nelle loro barche,
costeggiarci remando a turno, sventolando fazzoletti per darmi l'addio che per
alcuni sarà definitivo. Con il cuore in gola mi viene voglia di tuffarmi per
ritrovarmi nelle mie acque amate che non volevo lasciare, ma i miei genitori,
stringendosi a me in un gesto affettuoso, avrebbero impedito un mio tentativo
d'evasione.
Distolsi lo sguardo dalle barche colme di amici, visi a me cari, molti dei quali
non avrei più rivisto. Ammirai per l'ultima volta il panorama che pian piano si
allontanava, il meraviglioso Porto di Tripoli, fra i più belli e naturali del
mondo, guardai le guglie del campanile le cui campane aiutai a suonare durante
le mie incursioni di chierichetto, nella Cattedrale dove imparai a comunicarmi
con Dio.
Il caro Dio misericordioso che ha fatto si che nel Paese dove emigrai
definitivamente, in questa terra tropicale che ho scelto come mia e dei miei
posteri, ci fossero anche alcune dune di sabbia, simili a quelle che lasciai una
vita fa e che per me simboleggiano un pezzetto di quella terra dove nacqui, e
del mio indimenticabile Sahara.
Vecchiettini
Franco

Caro diario, ho scoperto come andare a
Tripoli
Caro Diario, cercando
sul web arrivo per caso al sito dell'Ambasciata Italiana di Tripoli Libia che m'invita a visitare il paese, i rapporti Italia Libia sono buoni e
normalizzati e molti enti si curano di rafforzarli sul piano turistico,
commerciale e culturale, apprendo infatti che Il Ministero degli
Affari Esteri mette a disposizione Borse di Studio per studenti Libici,
programmi di formazione post universitaria, vengono anche finanziati sei
progetti di ricerca archeologica con Università Italiane, insomma
viene proprio voglia d'andarci. Mi piacerebbe andarci per vedere, ad
esempio, se tra tanti progetti di restauro è stato fatto qualcosa anche per
il cimitero Italiano...... All'improvviso mi viene un dubbio, il
messaggio è rivolto ai cittadini italiani, allora dato che
io non posso andarci perchè troppo giovane forse non sono
Italiano. Adesso che ci penso bene tante volte mi sono sentito
dire da qualche scrupoloso impiegato "Ah ma lei non è
Italiano, qui c'è scritto che è nato in Libia". Mi viene voglia
proprio voglia di andare a Tripoli, basta trovare altre quattro
persone dato che c'è scritto che per i viaggi organizzati di almeno 4
persone il visto viene concesso direttamente all'arrivo in Aeroporto
a Tripoli, l'unica eccezione sono le persone che sul passaporto hanno il
visto d'ingresso in Israele, io ho il passaporto appena rinnovato quasi
quasi ci vado ma non so scegliere tra ,
Tripoli
Libano, Tripoli Arcadia (Grecia), Tripoli (Parish
of Saint Ann) Jamaica
, Tripoli dipartimento di Atlantida Honduras, Tripolis Giresun (Turchia),
Oppure
negli Stati Uniti:, Tripoli Mill New Hampshire, Tripoli (Bremer) Iowa,
Tripoli (Lincoln) Wisconsin, Tripoli (Cortland) New York,
Tripoli (Washington) New York
,Tripoli (Cambria) Pennsylvania Tripoli
Heights Virginia,
Magari
anche in Italia che è più comodo,
Tripoli
Massalengo (LO) Tripoli
Vellezzo Bellini (PV)
Tripoli San
Giorgio di Mantova (MN)
Tripoli
Buttapietra (VR)
Tripoli Lugo
di Vicenza (VI)
Tripoli
Montechiarugolo (PR)
Non riesco a
scegliere e per questa volta resto a casa, oramai è tardi,
vado a leggere una favola a mia figlia per addormentarla e poi ne
leggo una per me dal mio libro preferito che raccoglie le dichiarazioni
dei politici italiani sulla questione......
Per rivederti ancora
Là dove il mare insabbia la conchiglia cullando la duna divenuta riva vagava il mio sguardo nomade e incerto e solo la sabbia osservava muta il doloroso viaggio e l’anelato approdo.
Ora son vecchio, mi affaccio ai ricordi
di una vita son vecchio nelle rughe, cinerei i
capelli son vecchio nelle vene sul dorso delle
mani uomo vissuto attraverso i sentimenti amante perduto tra le emozioni del
passato.
Eri la mia vita, ed io la tua
sopravvivenza sanguina ancora il cuor vessato
dall’ingiuria cercando ancora invano un ultimo rifugio per ritrovare, della mia terra, gli aspri
odori e i volti cari della mia breve infanzia.
Vagano le ombre degli avi ormai lontani e il sorriso di mio padre, che mi offrì
la vita ma che non mi portò mai via e mi ha lasciato con le braccia vuote muto testimone di tanta solitudine.
Ed ora brindo a te, terra che non ci sei
calda e profumata, ardente e fragrante ti cerco nel fondo della mia coppa gli occhi chiusi ,dischiusa la memoria con membra agili e corvini i miei capelli
percorrerò i lunghi tuoi cammini mi perderò nella sabbiosa nebbia e gusterò bagnandomi le labbra l’ultima goccia nel fondo del bicchiere. Conservata per rivederti ancora
P. C.

LETTERA APERTA
Carissimo Paolo, per tempo, già il primo giorno che tu avevi comunicato, nel
tuo sito, la data del raduno tripolino avevo dato, immediatamente, la mia
adesione.
Il trascorrere del tempo, però, ha fatto sì che per il 2 luglio 2005 venissero a
trovarsi, contemporaneamente, due altre manifestazioni, per me altrettanto
valide ed importanti
Ovviamente sono rimasto mentalmente e psicologicamente unito al vostro (nostro)
convegno, durante il quale mi ripromettevo, anche, di far conoscere gli scritti
che ho potuto pubblicare scegliendo tra il meglio degli interventi di questo
sito.
Auspico di poter essere presente in un prossimo incontro, ovviamente, con la
speranza di non avere altre contemporanee manifestazioni.
Però ho sempre la tristezza ed anche l'amarezza di vedere come le promesse e gli
impegni che sono stati manifestati da altissime cariche del Governo Italiano al
nostro Convegno a Roma dello scorso mese di ottobre 2004 siano rimaste solamente
delle promesse a tempo indeterminato, ovvero delle dichiarazioni di intenti,
ovvero (lo possiamo dire?) delle concrete prese in giro. Forse a livello
governativo italiano si ritiene che gli Italiani di Libia siano una specie che,
ovviamente e naturalmente per ragioni anagrafiche, sia ineluttabilmente in via
di estinzione.
Così non deve essere; dal momento che abbiamo i nostri diritti intangibili, che
sono uguali ai diritti di tutti i cittadini della Repubblica Italiana. Orbene
non possiamo più accettare di essere trattati da cittadini italiani di seconda
categoria. Abbiamo aspettato abbastanza. E' venuto il momento di fare sapere il
nostro grido di dolore per essere trattati così squallidamente e
vergognosamente. abbiamo il diritto di rivedere, se vogliamo, la nostra Libia,
la nostra terra dalla quale siamo stati proditoriamente e barbaramente cacciati
per colpe non nostre.
A suo tempo, alcuni mesi fa, ho inviato una "lettera aperta" all'Onorevole
Ministro degli Affari Esteri, Gianfranco Fini. Non potrò che reiterarla.
Quindi, amici Tripolini, amici Italiani di Libia, non demordiamo, ma continuiamo
nella lotta e nel nostro impegno per avere riconosciuto il nostro diritto
inalienabile di rivedere la nostra cara Libia se lo vogliamo. Grazie e saluti ed
abbracci a tutti, Nicolino Tosoni
LA MACCHINA DEL TEMPO.
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