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Ultimo aggiornamento Giovedì 2 Settembre 2010

Il passato è ciò che ti ricordi, che immagini di ricordare, che ti convinci di ricordare  o che fingi di ricordare.

The past is what you remember, imagine you remember, convince yourself you remember, or pretend to remember.  

 

                                         

 

 

In questa pagina diamo libero accesso a racconti di vita vissuta tra i connazionali in Libia,  le loro esperienze, i loro racconti, gli aneddoti, le poesie, e tutto quanto è utile far conoscere alle nostre generazioni future. Per non dimenticare

Per questioni di spazio mi riservo il diritto di condensare, eliminare ripetizioni superflue, correggere eventuali errori di battitura, tutto ciò ovviamente senza stravolgere il senso di quanto narrato dall'autore il quale, sollevandone lo staff del sito, si assume ogni responsabilità di quanto scritto,

 

 

  

 

L'articolo apparso mercoledì 23 giugno 2010 sul

 

quotidiano di Vicenza relativo all'incontro tra tripolini

 

del 19 giugno presso il ristorante D'Ambros a via

 

Anconetta 123

 

Storie, emozioni e sogni di amici anche vicentini che 40 anni fa furono costretti a lasciare tutto Cicero: «Un tuffo nel passato»

bullet Mercoledì 23 Giugno 2010
bullet CRONACA,
bullet pagina 22

C'è chi ha lasciato lavoro e ricordi di una vita intera. Chi è riuscito a scappare in anticipo, avendo strani sentori. E chi, oggi, dopo quasi mezzo secolo, non ne vuole proprio sapere di tornare a casa sua. Loro sono i tripolini. Gente che quarant'anni fa fu costretta ad abbandonare le proprie case e i propri averi su ordine del colonnello Gheddafi. Una “cacciata", come la definiscono loro. Era il 1970, e da quel giorno quasi tutti persero di vista parenti, amici e conoscenti. Sabato, però, molti di loro si sono potuti ritrovare. No, non in Libia, ma a Vicenza. Al ristorante D'Ambros dove Luciano Genovese, grazie a Paolo Cason, un vero e proprio punto di riferimento per tutti i tripolini, li ha fatti sedere attorno a un tavolo per una grande cena.

Cason. Sì, perché Paolo Cason li conosce tutti, o quasi. Li chiama “ragazzi" i suoi amici tripolini. Perché è così che li ha lasciati quarant'anni fa. Erano ragazzi, e ragazzi per lui lo sono ancora. «Ritrovarsi è sempre una grande emozione - racconta Cason, che tramite il suo sito www.paolocason.it  è riuscito a mettere in contatto tra di loro vecchi amici che avevano perso le proprie tracce - perché noi siamo un popolo molto unito. Ho avuto l'idea di creare il sito sfogliando alcune foto e pensando: perché non far mettere in contatto i tripolini e raccogliere le loro storie».
  LA FUGA. E di storie, tra il centinaio di tripolini presenti a cena, ce ne sono veramente tante. Come quella di Silvana Forner, fuggita da Tripoli un mese prima che Gheddafi costringesse gli italiani ad andarsene. «Mio marito aveva amici dentro l'ambasciata - racconta - e ricordo che un giorno venne a casa dicendo: dobbiamo scappare subito, mi hanno confessato che tra poche settimane succederà qualcosa di brutto. Così abbiamo fatto le valigie, siamo passati a scuola a prendere nostra figlia durante la lezione e ce ne siamo andati immediatamente». Casa, averi, lavoro. Tutto lasciato a Tripoli. O meglio, tutto in fumo. Come in fumo sono andati i sogni di Angela Marchese, e di chi, come sua figlia non voleva andarsene. «Quando abbiamo detto a nostra figlia che dovevamo scappare è scoppiata a piangere - afferma Angela Marchese - e ricordo la disperazione nel dover scegliere le poche bambole da portare con sé. Bambole che, purtroppo, al porto furono aperte in due dai militari, che dovevano controllare che all'interno non ci fosse nulla. È stata una scena terribile vedere gli occhi e la disperazione di mia figlia». Non solo bambole dovette lasciare la famiglia Marchese a Tripoli, ma anche un lavoro. «Avevamo tre officine - continua - e ce ne siamo scappati senza prendere una lira». Confiscate. Sparite dai loro averi. 
    

 IL RITORNO. E quelle officine a Tripoli ci sono ancora. «Sì - aggiunge Angela Marchese - e riportano la scritta: “Elettromeccanica Marchese". Il problema è che non sono più nostre». Ma lì Angela non ci vuole tornare: «Assolutamente. Il desiderio c'è, ma la rabbia e il ricordo di come siamo stati cacciati è troppo forte. Non tornerò. Ci sono tanti altri posti da visitare». Poche parole. Basterebbero queste per raccontare la sofferenza di migliaia di persone costrette a lasciare la terra dove sono cresciuti e dove hanno messo le radici. Una terra che oggi è diversa, ma che nasconde al suo interno le memorie di tutti i tripolini d'Italia. Lo sanno bene Giuseppe Costabile e Cosimo Trimboli, che proprio pochi mesi fa sono tornati nel paese d'origine. Un ritorno particolare il loro. «Sapevo che non avrei trovato quello che avevo lasciato - spiega Trimboli - tuttavia andavo alla ricerca di qualcosa di diverso. Quando sono andato via, infatti, mi stavano per spingere in acqua con una baionetta. E ad ottobre, quando sono tornato dopo quarant'anni, mi hanno accolto festeggiando. Ecco, questo è quello che cercavo. Essere ripagato di un torto subito». Sentirsi nuovamente a casa. «Tornare a Tripoli è stato da pelle d'oca - racconta Costabile - sono nato lì ed ho vissuto fino a 28 anni. Quando sono tornato, ho ritrovato una città cambiata, ma ho potuto incontrare vecchie conoscenze e soprattutto l'ospitalità».

I RICORDI. Certo, ritornare lì, dopo quarant'anni, non cancella il ricordo e il dolore. «Come ci sentiamo? Faccia conto - dice Trimboli - di essere costretto ad allontanarsi dall'Italia o da Vicenza, paese dove è nato e dove ha sempre vissuto, all'improvviso. Così, senza nessuna possibilità di recuperare quanto costruito».
Difficile immaginarlo. Impossibile provarlo. Ma loro, i tripolini sono ancora più uniti. E tra uno Sharba, carne di agnello con pastina, e il Cous cous, il piatto tipico, ridono, scherzano, e ricordano i tempi passati. «Ritrovarsi tutti insieme è molto emozionante - afferma il consigliere comunale Claudio Cicero, che poco più di un mese fa è tornato nella sua Tripoli -. Qui viene fuori l'italianità che ci contraddistingue sempre, e che forse in Italia emerge solo quando gioca la Nazionale. Siamo un gruppo unito, e quando ci vediamo è come tornare indietro nel tempo». Indietro, sì. Ma molto prima di quarant'anni fa. Perché il dolore e la sofferenza, almeno per una sera, sono messi nel cassetto. E da lì escono i sogni. L.

         Mi corre l'obbligo, peraltro piacevole, di aggiungere a quanto sopra che l'ottimo e sorprendente risultato della serata è dovuto al sacrificio di tempo ed economico dei tripolini Gianfranco Martellozzo e Luciano Genovese quest'ultimo proprietario del locale dove è avvenuto l'incontro, un ringraziamento particolare oltre che alle persone sopra menzionate va alle persone addette in cucina che hanno dato il massimo in breve tempo per farci godere il palato con pietanze dedicate come le foglie di vite ripiene di riso e carne, le tartine di crema di melanzane, le salsiccette dette margas e l'ottimo cuscus speziato, accompagnato da dolcetti di fattura araba e datteri, un grazie particolare anche al personale che serviva ai tavoli che nonostante la confusione che tutti noi con il contributo delle ballerine di danza del ventre abbiamo provocato sono stati tempestivi ed efficienti, una organizzazione perfetta che raramente si riscontra in incontri con così numerosi partecipanti,

Grazie Luciano, grazie Gianfranco, grazie a tutti, siete stati "grandi"!!! Paolo Cason

 

Esperienze vissute tornando a Tripoli

10/7/2010  Sono nato a Tripoli nel 1948. Sono venuto definitivamente in Italia nel 1962. Grazie a Paolo Cason e agli amici della Germa Travel sono tornato nella mia citta' natale. Ho ritrovato il palazzo dove abitavo di fronte al cinema Rivoli la casa al 3° piano, la stanza dove sono nato. E' stata una emozione fortissima, quante lacrime, lacrime di gioia come diceva l'amico Namek, la nostra eccellentissima guida. Mi rendo conto perfettamente che per molti e'difficile tornare, in special modo per tutti coloro che sono stati cacciati. Ma credetemi le cose sono cambiate e i vecchi rancori devono essere definitivamente cancellati. Ovunque ho trovato ospitalita' e cordialita'e penso di ritornare. Un caro saluti a tutti gli amici che hanno partecipato al viaggio a Tripoli dal 24.04.2010 al 1°Maggio 2010. Salvatore Blandini

23/5/2010   Ciao a tutti, sono passati 30 giorni da quando sono rientrato da Tripoli; un viaggio tanto desiderato e devo dire che l'attesa ha reso più straordinario il mio ritorno. Sembrava che tutto si era fermato a quel 17 Settembre del 1970 perchè per me tutto è rimasto come l'ho pensato per migliaia di volte in questi anni. Devo ringraziare l'amico Paolo Cason, Gianfranco Martellozzo, tutti gli amici dell'agenzia che si sono dimostrati ottimi ciceroni; ringrazio anche tutti gli amici vecchi e nuovi con cui ho condiviso questo viaggio. Mi trovo già a voler pensare al mio prossimo viaggio a Tripoli che mi auguro avvenga quanto prima.  Disco Duilio

23-4-2010:     il Viaggio comincia. Un viaggio nello spazio e nel tempo, ritorno a Tripoli dopo 40 anni! Per fortuna ci sono con me mio marito e mia figlia, che mi aiutano a restare ancorata all'oggi, perché all'inizio lo sbandamento è forte: mentre cammino per le strade i miei sensi ritrovano odori, colori, suoni perduti e mi gira la testa... Ma pian piano la tensione si allenta. Come quando ho rivisto dopo 35 anni alcune delle mie compagne della scuola media: inizialmente un senso di smarrimento e di sorpresa, perché l'immagine dei miei ricordi, ovviamente, non corrispondeva alle donne di mezza età che avevo di fronte. Poi, dopo un po' che ci eravamo abbracciate e parlate, ritrovavo con gioia lo sguardo, il sorriso, i gesti e anche la voce delle ragazzine di allora.
    La gioia, questo è stato il sentimento prevalente di questo mio viaggio, così grande da superare anche la commozione: con mia sorpresa - e di Paolo Cason- non ho mai pianto, ho sempre riso felice.
    Ripercorrendo le vecchie strade, ho imparato a conoscere non solo la Tripoli di ora, ma anche quella di 40 anni fa, che non conoscevo realmente.     Noi "piccole" non si girava da sole per le strade, e si era "piccole" fino alla terza media! Ho potuto ricostruire "i passettini", cioè il percorso che facevo fino all'età di 6 anni, tenendo mamma per mano, per raggiungere i luoghi che frequentavo prima di lasciare la "casa vecchia" di Sciara Iefren; ed ho scoperto che la mia vita si svolgeva in poco più di 100 metri quadri! Il caffè di Corso Sicilia dove mio padre giocava a biliardo, il mercato coperto (identico ad allora), la Chiesa della Madonna della Guardia, la casa della nonna vicino alla piazzetta della ghiacciaia, il Cinema LUX dove le zie facevano le cassiere, la Scuola Roma...
    Tripoli, questa vecchia signora, non è poi cambiata così tanto: si è dilatata, certo, ha molte rughe, ma nel centro ha mantenuto i suoi lineamenti, il suo fascino, il suo profumo. E' ancora bella, e lo confermano mio marito e mia figlia, che la vedono per la prima volta.
    E da parte di molti abitanti - soprattutto anziani - abbiamo ricevuto espressioni di benvenuto: il giorno del nostro arrivo un libico amico di Paolo, incontrandoci in centro, ci ha accolto dicendoci
"Benvenuti nella mia città e nella vostra città" ed ha offerto a tutto il gruppo il tè alla menta in un bar all'aperto vicino all'ancora bellissima fontana della Gazzella. In fondo è naturale condividere l'amore per la stessa città, senza per questo volerla "possedere" in modo esclusivo.
Forse questo sentimento non è altrettanto diffuso nella generazione dei libici di 40-50 anni, ma i ragazzi, le nuove generazioni, dimostrano nei confronti di tutti gli stranieri un'accoglienza allegra che fa ben sperare nel futuro.

Tornerò presto. Adriana Parlagreco

Caro Paolo Ti invio testimonianza del nostro viaggio a Tripoli …….

Tripoli 24 aprile  - 1° maggio 2010.

    Sabato 24 aprile finalmente si parte,dopo molti giorni di preparativi e qualche preoccupazione per i visti che nell’ultimo periodo sembrava avessero qualche problema nel loro rilascio…sono le 6 del mattino quando partiamo da Vicenza nostra città adottiva da quarant’anni a questa parte…destinazione aeroporto di Milano Malpensa la giornata è uggiosa….oltre a me c’è mia moglie Paola (vicentina) mia sorella Letizia mia cugina Silvia con suo marito Gigi tutti nati a Tripoli eccezion fatta per mia moglie. All’aeroporto ci aspettano il mio amico Marino e altri due tripolini Salvatore da Milano e Mario da Bologna, simpaticissimi che si sono aggregati al nostro gruppo…esperite le formalità di rito ci imbarchiamo sull’aereo della Libyan Airline un modernissimo e confortevole CRJ900 della Bombardier con destinazione TRIPOLI…dopo appena due ore e qualche minuto atterriamo a Tripoli sono le 14,20 e l’emozione sale…quando scendo dalla scaletta dell’aereo non resisto a baciare il suolo con la mano quasi a ristabilire il legame con la terra natia dopo (faccio fatica quasi a scriverlo) quaranta anni….siamo accolti da un "personaggio" che definire "mitico" è poco…si chiama Namek che è il responsabile della Germa Travel, un signore distinto simpatico da morire con un’enorme cultura che parla correttamente la nostra lingua e non solo…con lui troviamo anche Egle che assieme a Gianfranco Martellozzo fa parte del team di PAOLO CASON, un nome una garanzia……trasferimento all’hotel bello e confortevole e qui la prima sorpresa…è vicino a casa mia…ci precipitiamo al decimo piano dove dalla terrazza ci godiamo uno spettacolo immenso: ecco TRIPOLI una veduta mozzafiato su corso Sicilia e la immutata Fiera Campionaria condita dal mare all’orizzonte con le nuove costruzioni che emergono dalle vecchie che rimangono la maggioranza nel centro storico..per fortuna. Il mio sguardo punta subito verso la zona di casa mia alla ricerca del condominio di tre piani dove abitavo e che per mesi ho scrutato con l’ausilio del computer utilizzando Google Earth …triangolando comincio a convincermi che la mia casa è ancora lì ma non ne ho la certezza assoluta…non vedo l’ora. Partiamo in gruppo e ci sciroppiamo qualche chilometro verso il centro…trovo il negozio di barbiere che era del sig.Dama..la chiesa oggi sconsacrata della Madonna della Guardia (intatta) dove mi sono cresimato..e dopo tanti ricordi arriviamo nell’ex piazza Italia con la bella fontana dei cavalli e il castello con le due colonne alla cui costruzione partecipò mio nonno Paolo Caruso…proseguiamo fino alla fontana della Gazzella e alle Poste e ex Cattedrale oggi moschea.

    Devo aspettare l’indomani per andare a vedere quello che desideravo da tanti anni..ci incamminiamo e dopo due incroci e due "zanchette" siamo in sciara Puccini…prima vediamo la casa di mia cugina Silvia poi eccola apparire….è lei la mia casa ESISTE ancora …e grazie al mio album di foto dell’epoca mi confronto con un gruppo di residenti e negozianti del posto davanti al negozio di Santino…e scopro con il cuore che aumenta i battiti che la bambina che abitava sul mio pianerottolo …abita ancora li al primo piano ci precipitiamo, entro nell’androne delle scale che è rimasto immutato… penzola ancora un pezzetto di fune da una carrucola che utilizzavamo per aprire il portone dal terzo piano…Namek ci presenta al marito di quella bimba che giocava con mia sorella Cristina che è rimasta a Vicenza…dalle foto che gli faccio vedere conferma… sua moglie è la bambina della foto..l’emozione ci prende per mano e ci porta a varcare la soglia di casa…dopo 5 minuti entra Lei la bambina diventata donna e mamma.....Nadia!! ci abbracciamo e piangiamo…quaranta anni non sono pochi. Saliamo nel terrazzo quanti ricordi…

    Poi seguono altri giorni di emozioni irripetibili…la visita alle scuole delle Suore Francescane e dei Fratelli Cristiani al mare dove grazie alla mia testardaggine ho ritrovato il mio "scoglietto" della spiaggia che non c’è più di ElSulfurei…Un’incontro emozionante ed inaspettato con  Bubaker che conosceva mio padre quando aveva il negozio di alimentari in sciara Derna…e poi la fetsa per il mio 49° compleanno celebrato nel ristorante "Le Lanterne" rimasto intatto nel tempo…Sabato 1° maggio si riparte soddisfatti e pieni di voglia di ritornare…

    Grazie Paolo, sei stato per me la "PENICILLINA" sulla ferita che si è rimarginata subito e poco importa se rimarrà una cicatrice…ora la ferita è definitivamente chiusa.

Cicero Claudio

23/30 aprile 2010: Il sogno si è avverato.... e grazie a Paolo che mette tutto il cuore per farci rivivere e soprattutto ritoccare con mano quel sogno svanito 40 anni fà. E' stato un viaggio emozionante e... ritrovare Tripoli così come noi l'abbiamo lasciata un po più "vecchia" ma sempre la nostra amatissima città è stato bellissimo, come è stato bellissimo far conoscere alle mie figlie e a mia moglie i luoghi che per anni avevo ricordato nelle lunghe ore passate al mare, raccontando di un mare diverso e lontano, sono riuscito a trovare la nostra casa a Collina Verde e siamo stati accolti con grande gentilezza ed invitati ad entrare per prendere un tè, un ospitalità eccezionale nei nostri confronti, evidentemente abbiamo lasciato un buon ricordo di noi... comunque in 40 anni i proprietari di casa hanno cambiato solo la porta del bagno tutto il resto è rimasto uguale, potete immaginare l'emozione e qualche lacrima (non mi vergogno). grande emozione il ritorno della mia mamma al villaggio di Oliveti dove dopo aver fatto delle foto abbiamo parlato con un vecchio signore il quale ha voluto sapere il numero del podere e quando la mia mamma gli ha risposto " numero 68" il vecchietto dopo un attimo di riflessione ha detto: "Macchiarulo" ovviamente storpiandolo in arabo, elencando tutti i nomi della famiglia.. Rita.. Peppino.. Pasquale.. Lisetta..Damiana..  "Damiana sono io"  "Tu Damiana? ma tu non ricordare me? io sono Alì giocavo con Fonzino" così è chiamato il fratello più piccolo di mamma (Alfonso).    Qui mi fermo perchè l'emozione è troppo forte solo ripensandoci, questa è in parte la nostra emozione, ma è stato bello anche ascoltare le storie delle persone che erano con noi nel gruppo, storie di chi ha ritrovato vecchi amici ma soprattutto il modo in cui ci si è ritrovati.
Tripolini io vi auguro di poter visitare la città in cui abbiamo vissuto e chi come me ci è nato, qualcuno pensa che è un ritorno al passato ed è male vivere di ricordi, beh! non è proprio così vi posso garantire che fare un salto nel passato, nei ricordi, è una grande gioia e lascia dentro l'emozione che ti dà la spinta per il futuro, perchè sai, che quello che abbiamo lasciato esiste ed ora possiamo toccarlo con mano tutte le volte che vogliamo. Grazie Paolo
Chichiriccò Marco e famiglia

RITORNO A TRIPOLI

   13 Ottobre 2009 Sono tornato a Tripoli. Questa è stata una esperienza che non potrò mai più dimenticare. E' cominciato tutto da questo sito che mi ha dato la possibilità di ritornare, attraverso testimonianze e informazioni che Paolo ha saputo darmi.
    Mia moglie Gianfranca mi ha accompagnato in questa avventura e, parole sue, è riuscita a percepire l'emozione che traspariva in noi Tripolini, vivendola lei stessa. Ho ripercorso 18 anni della mia vita e camminato per le strade e marciapiedi della mia gioventù. Da casa, dove abitavo, alla Cattedrale, dove andavo a messa e dove sono stato battezzato, alla scuola di via Roma, dove ho studiato, alle scuole del Fratelli Cristiani, dove ho fatto i 5 anni di elementare e conosciuto tanti e poi tanti cari ragazzi, alla Madonna della Guardia dove ho frequentato l'asilo dalle ""Suore Bianche"", al negozio laboratorio tecnico di Fichera dove ho imparato i primi rudimenti di riparatore radio tv, al laboratorio di Nicosia dove con un caro vecchio compagno di lavoro, Verderame Luciano, ho imparato ad installare antenne tv per tutta Tripoli e, ricordo, in molte case ci invitavano a mangiare il tanto amato KusKus, alla casa della mia tanto amata ""maestra Scianna"" dove ho imparato a suonare la fisarmonica e raffinato le tecniche di canto e conosciuto tanti amici e amiche e poi tanti e tanti altri percorsi della mia gioventù.
    Ho trovato, nel popolo Libico, una vera e calda accoglienza sia per le strade, dove molte persone ci invitavano nelle loro case per offrire da bere e sopratutto nella casa dove ho abitato, sono stato accolto con sorpresa e cordialità. In questa mia avventura, ho avuto modo di ritrovare vecchi amici Tripolini e riallacciare con loro una amicizia che si era persa in questi anni di attesa di un ritorno a Tripoli, cosa che ho sempre sperato.
    Sono contento di avere vissuto questa esperienza che ripeterò senz'altro accompagnando, questa volta, i miei figli che desiderano conoscere i luoghi dove ho vissuto la mia infanzia.
    Questo è un augurio che faccio a tutti voi, cari amici Tripolini, perchè, per quanto mi riguarda, non si può vivere solo di ricordi ma toccare con mano tutto quello che si è vissuto lasciando alle spalle rancori e vicissitudini che i nostri genitori hanno passato. Con affetto Gianfranco Martellozzo

VIAGGIO A TRIPOLI

    13 ottobre 2009 Finalmente è arrivata la data della partenza. Ci siamo incontrati con tutto il gruppo a Milano Malpensa. Alle 12.45 l’aereo è decollato e subito sono iniziate le prime emozioni. Alle 14.30 si vede la costa: un paesaggio molto emozionante. Alle 14.45 si atterra e appena scendiamo dall’aereo respiriamo l’aria natia. Fuori dall’aeroporto abbiamo trovato Namek, la guida libica molto gentile che ci ha seguito per tutto il tempo. Si parte verso il centro di Tripoli, lungo la strada tutto è cambiato: è pieno di edifici in costruzione e altri che sembrano incompleti. Alle 16.30 arriviamo in albergo, dove si gode di una bellissima vista sul mare. Dopo cena andiamo in centro per vedere la Piazza Verde (Le ex P.zza Castello e Piazza Italia ora unite), Corso Vittorio, la Cattedrale (adesso diventata una bella Moschea) e la casa in cui io e mio marito abitavamo dopo il matrimonio: un emozione ed un po di  delusione,  non esiste più il nostro portone.

    14 ottobre 2009 Alle 8.30 siamo partiti per fare un giro nella città di Tripoli: visitiamo il museo, la città antica con tutti i suoi colori e profumi di spezie, i negozi di ori e argenti e le botteghe con gli articoli tipici dell’artigianato locale. Dopo pranzo siamo partiti con il pullman per Sabratha: è stato bellissimo attraversare l’ex corso Sicilia, passare davanti alla chiesa della Madonna della Guardia (adesso adibita a palestra), e poi davanti alla mia ultima casa prima di sposarmi; indicandola a mio marito scopro che anche un’altra signora sul pullman del gruppo di Roma abitava li: non ci eravamo riconosciute, ma abitavamo proprio nello stesso piano dello stesso palazzo. Che gioia averla rivista dopo 40 lunghi anni! Proseguiamo il viaggio e arriviamo agli scavi di Sabratha, che tra il cielo e il mare limpido mi sono sembrati ancora più belli di come li ricordavo. Al ritorno troviamo molto traffico, le strade sono lunghe e caotiche, la via che da Tripoli va a Sabratha è tutta piena di costruzioni. La sera abbiamo cenato nel ristorante “Le Lanterne”, dove abbiamo mangiato molto bene e dove abbiamo festeggiato il compleanno di Paolo Cason.

    15 ottobre 2009 Al mattino abbiamo visitato il Cimitero Cristiano: è molto più piccolo di come lo avevamo lasciato, ma è davvero molto ordinato e pulito. Con alcuni compagni di viaggio abbiamo preso il taxi per andare alla ricerca della zona  delle “Case Operaie”, dove sono nata e vissuta fino all’età di 16 anni. Ho fatto da guida all’autista: sarà stata la voglia di rivedere il posto, ma ci sono riuscita, nonostante quella zona di Tripoli sia molto cambiata, con strade nuove e palazzi. Quando stavamo per arrivare mi sono venuti i brividi in tutto il corpo: la strada l’ho riconosciuta subito, sono scesa e corsa verso la casa, che purtroppo non c’è più, è rimasto solo il cancello del passo carraio, poi al posto della bellissima siepe fiorita c’è un muro alto, come avevo sognato prima di partire. Il cancello era aperto, ho guardato dentro, ma non c’erano più le piante del giardino, neppure la grande pianta di gelsi, ma tutto cemento e una palazzina a due piani in costruzione. Ho voluto fare le foto lo stesso. E’ stato un giorno bellissimo e per me indimenticabile. Poi siamo andati col taxi alla ricerca della casa in cui mio marito abitava da piccolo con la sua famiglia. Purtroppo non esiste più, è diventata una zona nuova con nuovi stradoni, palazzi e grattacieli, il tutto molto caotico. Poi abbiamo cercato un’altra abitazione in cui avevano abitato successivamente, ma anche quella non esiste più. Per il pranzo ci siamo riuniti al gruppo principale nella Piazza Verde e siamo andati in un ristorante tipico vicino all'ex Cinema Lux e nel pomeriggio abbiamo visitato il Suk e fatto shopping fino a sera. Abbiamo incontrato diverse persone anziane che ci hanno parlato in italiano e che sono stati molto gentili con noi; si ricordavano di noi italiani e ci hanno salutato gentilmente augurandoci un bentornati a casa e buon viaggio.

    16 ottobre 2009 Gita a Leptis Magna, a 125 km da Tripoli. Sulla strada abbiamo attraversato numerosi paesini rimasti quasi come erano una volta. Il paesaggio era molto verde, pieno di palme cariche di datteri, ulivi, mandorli, tutto tenuto molto ordinato al contrario di altri posti. Arrivati a Leptis Magna, abbiamo visitato il museo con una guida che parlava in arabo e un’altra che traduceva in italiano. Al pomeriggio abbiamo visitato gli scavi con Namek, davvero molto bravo e coinvolgente. Non si può descrivere quanto è bella Leptis Magna. Mentre Namek si apparta per pregare, noi ci dirigiamo da soli verso il mare, sebbene ci avesse detto che ci avrebbe accompagnati lui. Il mare era talmente bello che non abbiamo resistito e siamo entrati con i piedi dentro l’acqua: che sensazione bellissima toccare e sentire sotto i piedi quella sabbia! Sembrava di seta, non sarei più andata via da lì. Ma Namek dopo un po’ ci richiama per continuare il giro in mezzo a quegli scavi bellissimi e preziosi. Con quelle persone stupende che abbiamo incontrato durante il viaggio sembrava che ci conoscessimo da sempre, tutte molto simpatiche. Il ritorno per Tripoli è stato accompagnato da un forte acquazzone con lampi e tuoni.

    17 ottobre 2009 Gita a Garian, famosa per i fichi e le ceramiche, e a Termissa, antico villaggio berbero contornato da montagne, che la guida ha definito una fruttiera perché vi si producono mele, pere e pistacchi. Lungo il percorso ci sono i lavori in corso per portare l’acqua alle case, si scava nella roccia calcarea, un lavoro grandioso e un cantiere continuo. Sui bordi delle strade si trovano i venditori di miele amaro della Cirenaica, che può essere mangiato anche dai diabetici. Siamo passati da Rishban, una città abitata da un popolo berbero, dove i figli ancora hanno soggezione a guardare in faccia il padre.  Attraversiamo poi Zintan, circondata da terreni coltivati a ulivi e abitata anch’essa da popolazioni berbere, qui le case vengono costruite con tante punte sui tetti, con la credenza di  tenere lontano il malocchio. Termissa: antico villaggio berbero, sito ancora vergine, non frequentato da turisti, siamo stati tra i primi ad averlo visitato. Appena arrivati ci attaccano sulla fronte alcune foglie masticate di cappero selvatico e ci dicono che fa passare il mal di testa. Alcuni ragazzi si sono esibiti arrampicandosi sulla roccia e poi saltando da una parte all’altra: sembravano degli scoiattoli. Abbiamo visitato anche un piccolo museo dove venivano conservati attrezzi da lavoro. Una donna berbera messa al riparo dal vento in un angolo di una roccia, stava preparando la farina per la zammita (con 8 tipi di cereali diversi). Era tutta avvolta nel baraccano e non gradiva farsi  fotografare. Il posto era molto bello e suggestivo; ci hanno offerto un po’ del loro pane senza lievito cucinato sulla pietra, assomiglia vagamente alla nostra piadina. Prima di ripartire abbiamo fatto una foto di gruppo che poi i berberi avrebbero messo nel museo. Abbiamo pranzato con sciorba, rishda e frutta a Garian in una casa troglodita scavata sotto il livello della strada: una tipica casa araba con il cortile al centro e le stanze intorno. Siamo stati accolti con la musica e con una danza molto allegra e coinvolgente; però si esibivano solo gli uomini. Veramente una gita indimenticabile.

    18 ottobre 2009 Giornata libera. Siamo andati a vedere la zona coloniale della città di Tripoli, dove stanno costruendo lungo tutte le strade. Sono zone un pò trascurate, ma nonostante ciò ci ha fatto molto piacere ritornare nei nostri posti. Nel pomeriggio siamo andati nel villaggio turistico di Zanzur, dove qualcuno del gruppo ha fatto il bagno. Poi abbiamo cenato all’araba, ma seduti su delle poltroncine basse: molto bello. Dopo cena ci siamo seduti fuori sotto le stelle a chiacchierare e raccontare barzellette.

    19 ottobre 2009 Giornata dedicata alla visita della città e alla ricerca dei datteri gialli, che non abbiamo trovato. In corso Sicilia abbiamo incontrato un signore anziano che era cresciuto dalle Suore Bianche della Madonna della Guardia; si è commosso e voleva invitarci a mangiare il couscous a casa sua; era dispiaciuto di non averci incontrato prima, ma ci ha dato il numero di telefono per chiamarlo nel caso in cui tornassimo a Tripoli. Dopo aver fatto un giro nel suk e nel mercato rionale, abbiamo pranzato in un chiosco sul nuovo lungo mare e dopo un’altra passeggiata siamo tornati in albergo a preparare le valige per il rientro in Italia. E’ stato un viaggio bellissimo e pieno di emozioni, che dopo 40 lunghi anni non avrei mai pensato di provare, specialmente quando ho rivisto la casa in cui sono nata. Un caro saluto a tutti, coniugi Titone

Il "Padre nostro" tradotto in arabo dal professor Aldo Guardì

Abana-lladhi fi ssammàuàti

Abana-lladhi fi ssammàuàti: liyataqaddusa-smi

Padre nostro che sei nei cieli: sia santificato il Tuo nome

Liya'ati Mulkutuka, litaku n mashi-atika kamà fi-ssamà- i kadhalika 'alà-l'ardi

Venga il Tuo  Regno, sia fatta la Tua volontà, come in cielo così in terra

Ahtina hubzana kufata yauòina ua Agfira Lana dhnubana ua hatayana

Dacci oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti

kama nahnu nagfiru lima asa-a ilayna, ua la tudhilna fi-ttagiarib

come noi li rimettiamo ai nostri debitori e non ci indurre in tentazione

lakin naggiana min-assciariri.

ma liberaci dal male

Amin

Amen

 

Il silenzio dopo la "Kasciara della zahma"

Carissimi amici miei, come sempre non ci sono parole per ringraziarvi per i momenti d'allegria che mi avete, come sempre, donato. Meritereste un grande regalo tutti quanti, nessuno escluso per il clima di gioia che riuscite a creare in quei giorni. Siete Lontano dagli occhi (ma non dal cuore) e allora l'unica maniera per farvi un regalo è quello di scrivere qualcosa che mi avete ispirato, delle parole che mi avete strappato dal cuore. Quando la carovana delle vostre auto ha lasciato Paderno, io e quei pochi amici rimasti ci siamo guardati in faccia: eravamo commossi e ci sentivamo vuoti. E in quei momenti così emozionanti, anche uno stupido poeta come me, sa trovare le parole giuste per rappresentare la malinconia. La poesia s'intitola: Non amo questo silenzio . e a voi la voglio inviare subito. Vi tocca di diritto leggerla per primi. No, dico: siete stati o no gli ispiratori della poesia?Allora vi spetta la precedenza assoluta. Franco Macauda

Non amo questo Silenzio

Non amo questo Silenzio

che che dal Monte Grappa scende a valanga  

e invade il Parcheggio lasciato vuoto 

dalle macchine dei miei amici.

Quelle macchine che,

con le poltrone comode e ripiene d'Affetto

e con il rumore impazzito delle loro marmitte,

mi corteggiavano e m´invitavano a seguirle d´istinto,

ovunque andassero, soddisfacendo il mio bisogno d´Amicizia.

Non amo questo Silenzio

che partorisce ombre di Tristezza

sul Parco e sulle nostre panchine,

dove prima il Sole e la Luna vigilavano

affinché i nostri dolori quotidiani  

restassero fuori, per un momento,

dai nostri cuori in odore di felicità.

Non amo questo Silenzio  

che, adesso, dall´asfalto si alza come nebbia

e nasconde alla mia vista i visi ormai lontani  

dei miei allegri compagni,

allontanando da me il fragore delle loro risa,

che già esce troppo velocemente  

Franco Macauda

 

Vittime e non carnefici

 

Caro Diario, mi chiamo Maria Luisa Torricelli, seguo da tempo il tuo splendido sito ma, solo oggi, ho trovato la forza emotiva per scriverti e per tirare fuori quell´enorme groviglio di emozioni e sentimenti che ha un solo nome: TRIPOLI. Il solo nominare la Libia, Derna
la città dove sono nata, il 10 maggio 1940, e Tripoli dove ho vissuto fino al 1952, genera in me una ridda di emozioni così forti ed uno struggimento tale che...
Sono sicura, comprenderai benissimo. Non ce la facevo proprio a parlare
della mia meravigliosa infanzia perduta, dei miei nonni, di mio padre e dei
suoi fratelli che vissero in Libia per 37 anni. Se chiudo gli occhi rivedo
la mia casa alle Incis di Città giardino,la scuola di Via Lazio, la Cattedrale
dove feci la Prima Comunione e la Cresima, tutti i miei amici e compagni
di giochi spensierati! E gli amici dei miei genitori,i coloni, i concessionari
gli impiegati,i commercianti, tutta gente che lavorava alacremente, che dava
tutta se stessa ad una terra arida e arsa dal ghibli,con grande dedizione e
sacrificio, che aveva creato dal nulla,da "un enorme scatolone di sabbia" lo stato più
moderno ed avanzato dell´intero nord-africa..
Ecco perché, oggi, in me è scattato qualcosa: risarciamo la Libia per i "danni coloniali" e "chiediamo scusa". E´ veramente il colmo!! Così mi sono messa davanti al computer ed ho scritto una lettera a "Il Giornale",pubblicata in data 10 Settembre 2008, a pag. 38 dal titolo "Libia risarcita, Italiani oltraggiati" E´ stata "tagliata" qua e là ,ma la cosa più importante l´hanno pubblicata. Un´altra lettera l´ho scritta a "La Sicilia" di Catania, dove mi hanno dato più spazio e che è stata pubblicata il 7 Settembre 2008, a pag.38, dal titolo "L´accordo con la Libia e le colpe (?!) degli Italiani" . Ho chiesto rispetto, il più grande rispetto per tutti noi Italiani di Libia ed anche per far sapere la nostra verità a quanti ,ancora oggi, sconoscono la storia dei loro compatrioti e parlano a vanvera e, soprattutto ai giovani, ai tanti giovani plagiati da una cultura strabica e sinistrorsa ,che si riempiono la bocca di parole come "diritti umani", "dignità del lavoro" e non posseggono né le conoscenze storiche, né la correttezza intellettuale per sentenziare su episodi molto dolorosi della nostra Storia, che ci vedono sicuramente vittime e non carnefici.
Il mio è solo un piccolo contributo, me ne rendo conto. Dovremmo essere molti
di più ed agire tutti insieme in modo molto più incisivo. Tuttavia ho voluto dartene
notizia, oltre ad esprimerti tutto il mio apprezzamento per il tuo sito e le tue iniziative.
Se vuoi, pubblica questa mia sul tuo sito, in modo che anche gli altri tripolini lo sappiano.
Spero , fra non molto, di potere trovare il "coraggio" di chiedere notizie dei miei vecchi
amici mai più rivisti... Per ora l´ha fatto mia figlia Erika Pinieri di cui hai già pubblicato l´
appello nella rubrica " ritrovarsi". Un caro abbraccio "tripolino". A presto
Maria Luisa Torricelli

Lettera ad un’amica

 

“Questa notte, in un sogno, ti ho svegliato per chiederti: vuoi venire con me? Ti farò conoscere la mia Africa!

-         Ma insomma, a quest’ora di notte!

-         Non t’interessa?

-         Certo! M’interessa molto! Dev’essere un luogo meraviglioso, ma ne parliamo domani….

-         Dimentichi il proverbio dei nonni africani: “ Gli amici veri dividono il pane e i sogni.”

-         E va bene! Ti ascolto! Andiamo….

E come accade in un gran sogno, chiudiamo gli occhi e voliamo verso il mare….

All’arrivo, su una pietra levigata dal vento, quasi ravvolta nella sabbia e dimenticata dal tempo, leggiamo: “Tripoli (Libia) – 18 Settembre 1961 - Ore 07.30, sulla duna nasceva un altro granello di sabbia... “

E mentre esplori affascinata la linea dell’orizzonte che si dischiude prevedendo l’incantesimo, ecco sorgere la mia Africa accompagnata dalle sfumature del sole nascente…

Alla luce di tanto splendore ti guido verso ogni segmento dei miei ricordi di bambina, su ogni orma o traccia dei miei pensieri, per dirti con voce commossa che…..nulla vale la dolcezza della terra natìa.

L’Africa ha una bellezza incomparabile. Cerco spesso di ricordarne i colori.

Li amo perché m’incantano, provo piacere a distinguerli dentro di me: mi alleviano la nostalgia ed il bisogno di rivederla. Allo stesso modo i canti dell’Africa…irraggiungibili da un animo che non li ha vissuti con la mia stessa intensità. Li ricordo come la colonna sonora della mia infanzia.

Il cielo del giorno è sempre tinto da un azzurro specchiante e di rado venato dalle nuvole, pieno di verve quando le mille tortore lo attraversano. Una luce molto differente dalla nostra; è come se il cielo volesse accarezzare in modo diverso i colori del paesaggio circostante per rilevare una terra ai confini del paradiso.

Una terra di forte carattere, irriducibile, misteriosa, affascinante.

Non ci si stupisce dinanzi ad una cerimonia mortuaria, perché non vi è frattura fra la vita e la morte. I morti sono le radici dell’albero del quale noi siamo i rami viventi.

Laggiù anche le stelle sono più luminose. Di notte ad un tramonto riesci a vedere molto più lontano rispetto ad un’altra parte del mondo. E’ facile persino sognare….che al risveglio il sogno si avvera.

Si vive costantemente nell’abbagliante luce del sole, attorniati da un incredibile dolcissimo silenzio, rotto solo dal ronzare degli insetti, da una folata di vento, dal rumore di un animale sconosciuto o dalla corsa veloce di uno scorpione che scompare fra i sassi.

E’ incantevole camminare su spiagge deserte e bianchissime, dove le onde sembrano danzare, la brezza che soffia tra le palme ondeggianti in mezzo a gruppi di eucalipti sempre fioriti dove il pensiero cede il passo all’infinito.

Qualunque cosa farai, ovunque andrai amerai l’Africa, ed anche l’Africa ti amerà.

Ricordo i villaggi di argilla, la luna sul dorso degli animali, la sabbia rossa e impalpabile, una carezza per la mia piccola mano, le corse sempre a piedi nudi, la gazzella che rubava la verdura nell’orto, le dune, un’idea per le mie capriole.

Il silenzio della notte fredda e mai così buia, le voci convulse degli operai al lavoro nei campi e le donne ai pozzi per attingere l’acqua.

Mi ricordo all’ombra del melograno a comporre i compiti di scuola.

Ricordo il palmeto sotto la luce sempre incandescente del sole, i villaggi poveri sì all’esterno, ma dall’interno riuscivano a regalarmi serenità e amore. Ricordo, che dall’alba al tramonto anche il più leggero alito di vento accompagnava ovunque l’odore del fuoco sempre acceso, l’aroma del the alla menta, l’odore intenso delle noccioline che abbrustolivano nella padella sui carboni. Ricordo, ancora, quei giorni in cui raccoglievo (di nascosto) i datteri e le banane con gli amici arabi.

Ricordo il sapore indimenticabile del latte di capra e del pane con il burro di cammello preparato dall’araba nella sua capanna, il couscous che in ogni ora del giorno emanava i profumi delle spezie nell’aria sempre calda e, ancora, ricordo ogni angolo di strada che percorrevo a piedi per andare a scuola.

Ricordo il canto d’amore delle cicale tra i rami del gelso nel giardino di casa, il vento intriso di sabbia che mi avvolgeva come in un abbraccio, la carovana di cammelli che partiva dall’oasi lì vicina per raggiungere le zone petrolifere, sentire me stessa parte del mio piccolo paradiso in un deserto di solitudine che lenivo con la sola forza dell’inconsapevolezza o del mio conciliante e naturale sorriso di bambina.

E’ al mare e al vento africano che confido i miei sogni. Da sempre.

Ma l’Africa conosce il mio canto? Si ricorderà di me? I miei piccoli amici che ho lasciato si guarderanno ancora in giro per cercarmi? Incontravano difficoltà a pronunciare il mio nome, inizialmente rimediavano con Ingranata poi con Inco.

L’Africa è divenuta col tempo un sogno. Un sogno che l’atteggiamento di un Governo rivoluzionario, ha violentemente e artificiosamente interrotto.

Parlarti della mia Africa rappresenta per me un’opportunità meravigliosa, poiché attraverso il ricordo della magia dei suoi colori, dei suoi contrasti, dell’intensità della sua luce e soprattutto del calore e della genuinità della sua gente, evoca in me una profonda, struggente e dolorosa nostalgia.

L’Africa è stata la mia culla, la mia casa.

L’Africa è la vita che mi porto dentro, è un sogno vissuto che mi è gradito dividere con te che sei l’amica più cara.”

Incoronata Vivolo

 

CRONACA DI UNA GIORNATA 

 

AL

6° INCONTRO dei “CRISPINI”

Campobernardo – SALGAREDA (TV) 8.6.2008

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Caro Diario, ho partecipato all'incontro che annualmente gli ex abitanti del Villaggio Crispi di Libia organizzano oramai da sei edizioni, ho voluto conoscere queste persone così attaccate alla loro memoria di coloni vissuti o nati in un paese che hanno visto crescere dal nulla e che hanno lasciato nel nulla dopo aver speso una vita per renderlo fertile e produttivo, domenica mattina ci rechiamo di buon ora in una frazione di Salgareda in provincia di Treviso e precisamente a Campobernardo dove in un grazioso ed ampio ristorante 

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veniamo accolti da uno sparuto gruppo di persone dedite a visionare decine di foto di grande formato esposte sotto un'ampia veranda 

 

IMG_3755.JPG (2291482 byte)   Rist. Moretto Campobernardo (TV).jpg (3012050 byte)

Questo sparuto gruppo di persone ben presto si trasforma in una quantità di persone che occupa tutto lo spazio disponibile, e inizio a fare la conoscenza innanzitutto del signor Pivetta ottimo organizzatore dell'incontro e poi mi accorgo parlando con loro che molti sono a conoscenza del sito e che hanno piacere di incontrarmi di persona, sono persone simpatiche e piene di calore umano e mi coinvolgono in racconti vicini e lontani nel tempo, ascolto esclamazioni di gioia o di sorpresa quando si incontrano tra loro amici che non si vedevano da almeno un anno, ma altri da molto di più

 

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Viene officiata la messa e tutti si ritrovano come 40 anni fa insieme, oggi nella parrocchia del paese e allora nella piccola chiesa del Villaggio Crispi, i volti sono maturati, ma le emozioni, le sensazioni e i ricordi sono rimaste quelle di allora, poi una volta fuori sul sagrato la foto di gruppo

 

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Giunge così all'ora del pranzo e assisto ad una simpatica e collettiva baraonda nel prendere posto a tavola dove ognuno vorrebbe accanto a se l'amico o il conoscente che ha ritrovato

 

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il professor Paratore accoglie tutti con un breve discorso e fatica molto a acquietare i rumorosi ospiti che con l'esuberanza dei non più vent'anni vociano allegramente ma poi si fa il silenzio e il discorso viene ascoltato attentamente interrotto qua e la da qualche sentito applauso

 

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Viene  poi consegnata una piccola pergamena ricordo dell'incontro al sindaco che affettuosamente ringrazia orgoglioso di avere come cittadini persone temprate da mille avversità che oggi pur lontani dalle terre che hanno dissodato sono parte integrata in una realtà diversa

 

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ed infine tutti si apprestano a consumare il cibo che solerti ragazze portano ai commensali i quali fanno ottima accoglienza alle varie portate tra lampi di flash e ronzii di telecamere che molti usano per portare a casa un ricordo di una giornata emozionante

 

I Crispini riuniti.jpg (3978827 byte)   IMG_3786.JPG (2714993 byte)

poi nel tardo pomeriggio tutti fuori a godere del sole e della compagnia degli amici con scatti di foto da portare a chi è rimasto lontano per altri impegni o motivi

 

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giunge l'ora dei saluti, c'è chi viene da lontano, chi da Roma, chi da Terni e chi da Londra, il sole è ancora alto e splende ma inizia a piovere quasi a suggellare con quelle gocce di pioggia una giornata fortunata, sicuramente fortunata per me che mi ha permesso di conoscere oltre 200 nuovi amici e che sarò orgoglioso di ritrovare il prossimo anno, ciao amici, da un "Crispino" di adozione! 

  

 

 

Ho amato una gazzella

Ho visto un mondo diverso

con i tuoi occhi bellissimi.

Ho palpitato dentro il tuo petto,

ora tumultuoso, ora dolcissimo.

Ho suggerito, ho consigliato...

vivendo la tua vita.

Perché l´ho fatto?

Non avevo capito la tua vera essenza

di gazzella libera in spazi infiniti.

Il tempo è fuggito portandoti con sè :

non ho potuto fermarti .....o non ho saputo.

Talvolta ti sento vicinissima,

i miei pensieri incrociano i tuoi.

Nel buio della mia anima, per un attimo infinito,

si riaccende una calda fiammella.

Ti amerò, mia dolce gazzella,

finchè questa fiammella

non si spegnerà per sempre,con me.

Salvo Grungo

 

 

"La saga....di un profugo"

Capitolo 1

Negli scritti di noi rimpatriati dalla Libia si parla molto spesso di quello che e' accaduto prima della nostra cacciata. Poco si dice su quella che e' stata la vita e come e' cambiato il futuro di ognuno di noi, sia pur anziano o giovane fanciullo, che e' stato estirpato da quello che era il nostro vivere quotidiano. Ci siamo dispersi, anzi ci hanno volutamente disperdere, perchè non potessimo essere più, uniti, una minaccia al quieto vivere dei nostri politicanti. Nessuno si e' mai preso la briga di farci reintegrare e partecipi della vita italiana. Ci hanno dato quattro soldi, che non sono valsi neppure un decimo di quello che abbiamo perduto, ma non ci hanno ridato la nostra dignità e il rispetto che ci meritavamo. Per anni abbiamo sofferto, come cittadini di seconda classe, il nostro stato di quasi inferiorità ,senza magari essersene accorti. Chi è che non ha patito, seppure in silenzio, il delitto più grande che ci e' stato fatto vivere, il distacco da quella terra che i nostri padri e genitori hanno lavorato con grande fatica anche a costo della propria vita. Diciamolo onestamente ai nostri governati, di destra o di sinistra, che ci hanno usato, spremuto e poi disperso, come foglie secche che non hanno più alcun senso. Grazie Paolo Cason, il tuo sforzo e la tua bravura hanno fatto sì, con il tuo sito, che da quelle foglie secche germogliasse una pianta che può dar vita ad un vero movimento dei rimpratriati dalla Libia. Non quello della associazione, legata politicamente alle poltrone del potere, a volte destrorso e a volte sinistrorso. Noi che non abbiamo mai fatto politica, non sapevamo neppure il significato della parola e se non ce l'ho avessero insegnato a scuola, saremmo stati apolitici per il resto della nostra vita.
Chi e' che non ricorda quei momenti drammatici del così detto rimpatrio, da una terra che ci aveva dato i natali, alla terra dei nostri antenati, ma che almeno ci ha dato solo un'etichetta," Italiani". Mentre in Italia ci hanno identificati con la qualifica di Profugo. Immaginate, la condizione di profugo veniva riforgiata nella parola qualifica.
Pensate a quanto ci hanno fatto soffrire, ma non parlo dei libici e di Gheddafi, ma dei nostri politicanti che ci hanno trattato come merce da baratto. Ci e' negato persino il sacrosanto diritto di ritornare nella terra dove siamo nati, magari sdraiarci sotto una palma a goderci l'odore delle spezie e del mare mediterraneo.
Non possiamo guardarci indietro, non l'abbiamo potuto fare per anni, oltre 30, ci hanno fatto perdere il senso dell'orientamento,come quegli animali spauriti, rinchiusi nella gabbia di uno zoo. Si perche' ci hanno rinchiusi nei vari zoo delle città italiane e ci hanno etichettato come profughi. Ricordate quando nei primi tempi della nostra acclimatazione in terra Italiana, ci siamo, anzi ci hanno fatto sentire stranieri, quasi rigettati. Ricordo che studiavo all'università e i miei compagni di corso, quelli più benevoli, mi chiamavano; il libico, l'africano o l'arabo, mentre quelli più agguerriti o di sinistra mi chiamavano "fascista".
Avevo sentito più di una volta quell'aggettivo da mio padre quando ci parlava del periodo fascista, ma non pensavo di esserne uno, solo perchè ero nato in una colonia italiana. Ritengo che la nostra cacciata ha certamente influito molto sulla nostra vita, sul nostro futuro e sulla nostra carriera professionale.
Per molti già adolescenti l'inserimento e' stato difficile se non quasi impossibile e forse quella storia che vi racconterò e che leggerete qui di seguito e' solo una risultante di tutte le storie che abbiamo noi individualmente vissuto dopo ed a seguito della cacciata dalla Libia. Questa storia si riferisce solo ad una parte della vita di mio fratello Carlo Alberto, deceduto a Roma, il 20 maggio 2007, alle ore undici circa, davanti al giudice della Corte Penale del Tribunale di Roma.
Tutto cominciò quando rientrammo, Carlo aveva deciso di stabilirsi vicino a Roma con la moglie ed il figlio, ad Aprilia precisamente. Pensava di fare il commerciante, aveva appena 22 anni, moglie e un figlio. Mio padre l'aiuto' ad aprirsi un negozio di forniture idrauliche. Sono ancora sbalordito dall'idea, vedere Carlo, fare l'idraulico era proprio un'immagine che non avrei mai potuto mettere a fuoco. Lui che a Tripoli era sempre ben vestito, tutto tirato, il ciuffo alla Tony Renis, non non ci avrei mai creduto se non l'avessi visto con i miei occhi. Quando l'andai a visitare per la prima volta, mi resi conto della metamorfosi che aveva avviluppato ognuno di noi, profughi, eravamo proprio cambiati. Non riuscivo comunque a comprendere bene quello che accadeva perchè nella mia condizione di studente, non riuscivo a a vedere la diversità nella vita. Per me era come una trasferta per studio e non era poi tanto male, vivere mantenuto dai genitori, in una città piena di studenti da tutto il mondo, come quella di Pisa. Non ero poi tanto diverso dagli altri studenti lontani da casa, dalla terra dove avevo vissuto la mia infanzia e prima gioventù. Non mi rendevo conto ancora, per me e' stato meno duro il distacco, ma per i miei fratelli e per mio padre credo che abbiano sofferto sino dal primo giorno che hanno messo piede in "Patria".
Comunque Carlo si dava da fare per mantenere la famiglia ma credo che allo stesso tempo era sempre alla ricerca di quell'ancora di salvezza che ognuno di noi cerca nei momenti di sconforto. Cosi quasi per distrarsi e alleviare il dolore della nostalgia, si e' dato alla vita spensierata della Roma notturna. Con questo non intendo giustificarlo, ma sono convinto che sarebbe stato diverso se, il rimpatrio non fosse stato forzato, ma volontario.
Col passare degli anni, era gia' il 1978, si invaghi di una giovane donna Americana, ricordo solo il nome "Joni". Aveva deciso di lasciare la sua famiglia e rifarsi un'altra vita con questa sua amante. Ricordo che rientrando dalla Sardegna, dove già lavoravo da qualche anno, in transito per Fiumicino, all'aeroporto Leonardo Da Vinci,mi venne a trovare e mi presento la sua amica. Lo presi da un lato e gli dissi se era matto, nostro padre ci aveva cresciuto con dei principi ferrei, in particolare per quanto riguarda il rispetto della moglie, dei figli e dell'unita' della famiglia. Ero sposato solo da poco meno di un anno e non potevo concepire assolutamente la separazione ed il divorzio, per me erano tabù incomprensibili. Gli chiesi come poteva pensare di andare a vivere con un'altra donna con la prospettiva di allontanarsi da suo figlio che all'epoca aveva poco più di dieci anni. Mi guardò, sorrise, si voltò e si incamminò verso la donna che lo attendeva non molto distante. Quella era l'ultima volta che vidi mio fratello Carlo prima della sua partenza per gli Stati Uniti. 

Capitolo 2

Venni a sapere da mia madre che Carlo era andato a farle visita per salutarla perchè aveva deciso di partire per gli USA con la sua nuova compagna Joni. Era la fine del 1978, verso novembre, quando mio fratello Santino mi disse che Carlo si era definitivamente trasferito in California. Mi disse che si erano sentiti per telefono e che Carlo gli aveva detto che si era sistemato con il lavoro e che presto ci avrebbe invitato a raggiungerlo. In quel periodo stavo lavorando in Arabia Saudita, a Riyadh, precisamente in un cantiere per la costruzione della nuova Università di quella città. Ricordo una notte, mentre stavo dormendo, squilla il telefono, mi sveglio di soprassalto e vado a rispondere. Dall'altra estremita' del telefono sento una voce che riconosco, è Carlo che mi dice " Gianfranco ? Ti ho mica svegliato? Stavi dormendo?" "Certo che stavo dormendo - gli risposi- Non sai che ci sono 11 ore di differenza di fuso orario tra l'Arabia e la California?" Solo Carlo poteva fare la scenata dell'ignaro. "Non lo sai che qui sono le due della notte? " gli ribadii. " Ad ogni modo cosa vuoi? Ora che mi ha svegliato me lo vuoi dire" continuai. "Volevo solo salutarti e dirti che sto bene e che mi manchi....fratellino mio" mi rispose. Conoscevo bene Carlo e solo nei momenti di sconforto o di nostalgia acuta era solito usare il diminutivo di fratello. Solo quando si sentiva solo e forse perduto. Mi e' accaduto diverse volte di trovarmi in situazioni di solitudine, ma io ho sempre reagito con meno esternazione dei miei sentimenti. Era già da quasi un'anno che lavoravo in Arabia, un paese lontano, dalla nuova casa e famiglia in Italia. Infatti mi ero sposato nel giugno del 1977 con Stefania, una giovane studentessa di filosofia conosciuta nel mio nuovo paese di residenza, Montecatini Terme. Comunque a sentire quella espressione dalla voce di Carlo, mi venne un nodo alla gola, quasi non riuscivo a parlare. Con voce strozzata gli dissi " Devo salutarti perchè la mattina quì iniziamo a lavorare alle cinque" 
L'abuso che abbiamo sofferto, quello della cacciata, ci ha cambiato all'interno ed ha cambiato le sorti della nostra vita futura. Per quel Natale 1978, rientrai in Italia, a Montecatini. Passai i pochi giorni di vacanza con mia moglie, che era in attesa della nostra prima figlia e con mia madre e mio padre. Abitavo con mia moglie in un appartamento di una palazzina multipiano, nella quale abitava anche mia sorella Antonietta con il marito Vincenzo La Porta, proprietario dello stesso stabile. Carlo durante quelle festività lo sentimmo solo una volta che ci chiamò la sera di Natale. Ricordo che fece parlare Joni con mia madre e mia sorella, non si intendevano molto ma certamente ridevano con mera soddisfazione. Il giorno dopo l'Epifania, dovetti partire nuovamente per l'Arabia per continuare il mio contratto di lavoro.
La nascita della primogenita era attesa per la metà del mese di febbraio e quindi programmato il mio rientro in Italia per un periodo che andava dal 10 al 18 di Febbraio 1979, sperando di essere quantomeno presente il giorno della nascita di mia figlia.......

Capitolo 3

Ricordo che mi pesava moltissimo rientrare in cantiere a Riyadh, lasciando mia moglie proprio vicina ai giorni dell'attesa nascita. Non avevo avuto scelta il mio turno di lavoro mi vedeva rientrato appena subito l'anno nuovo 1979. Arrivai il 6 gennaio in Arabia, da subito mi buttai a capofitto nel lavoro sperando di rendere meno dura la mia permanenza in quel paese. Non ci stavo male, essendo nato in un paese arabo, il legame con la cultura, la lingua ed il cibo mediorientale, che si avvicinano molto a quella arabo africana, resero la vita nella lontananza più tollerabile. Era l'8 febbraio quando ricevetti una telefonata da mia moglie che mi chiese di rientrare perchè sentiva che il momento si avvicinava. Avevo già il passaporto,con il visto d'uscita dal paese, pronto. Presi la macchina e mi recai all'aeroporto convinto di accellerare i tempi della partenza. Arrivai al banco della Saudia Air Lines, l'unica compagnia che collegava Riyadh a Roma con volo diretto, pregavo che mi concedessero
d'imbarcarmi sul volo diretto quasi immediatamente, partiva dopo un' ora, purtroppo non mi riusci e dovetti ritornare il giorno dopo. Ricordo che quasi non dormii tutta la notte, avevo chiamato casa almeno una decina di volte e ad ognuna Stefania, mia moglie, mi scongiurava di fare presto. Il giorno dopo andai a lavoro, con la valigia in macchina, pronto a partire. Alle 15:00 mi congedai dal mio capo e mi recai all'aeroporto. Giunto in aeroporto l'unico posto disponibile era quello su di un volo da Riyadh per Jeddah con la labile possibilità d'imbarcarmi su di un volo Alitalia da Jeddah a Roma. Decisi di tentare la sorte e cambiai il mio biglietto diretto con quello con transito a Jeddah. Quando mi recai al gate d'imbarco mi resi conto che quello era un volo pieno di pellegrini che si recavano alla Mecca e mi guardai in giro e vidi che c'era soltanto un'altro come me vestito in abiti occidentali, tutti gli altri circa 400 passeggeri erano avvolti nel classico barracano. Non mi scoraggiai e quando si apri' la porta mi avviai verso l'imbarco
Era gia' passata un'ora abbondate e gli sbalzi dell'aereo si facevano sempre più forti e minacciosi.
Ad un certo momento, successe il pandemonio, un vuoto d'aria ci fece precipitare per circa credo 50 o 100 metri. La caduta sembrava inarrestabile, poi finalmente un botto tremendo, come un'esplosione avvenuta al disotto della carlinga e l'aeromobile riprese quota senza più scossoni. Molti passeggeri gridavano e c'erano giovani che piangevano, io ero scosso e quasi immobile, non riuscivo neppure ad immaginare il colore del mio volto, ma passandomi una mano sul volto mi resi conto che ero bagnato di sudore. Avevo certamente sudato freddo anche perchè all'interno dell'aeromobile la temperatura era abbastanza bassa. Quando mi ripresi vidi un' uomo anziano alzarsi, aveva la barba bianca, il capo coperto, dal quale spuntavano i folti capelli, bianchi anche quelli. Teneva in mano un fascio di rametti marroni, poi capii che erano radici seccate al sole. Gli arabi le usano per strofinarsele sui denti e succhiarle come una liquirizia. Era la prima volta che li vedevo e toccavo. L'uomo mi si
avvicino, estrasse un rametto dal mazzo, e me lo porse ed in un inglese un po'stentato mi disse " Take it, good for your heart" . Lo ringraziai e mi misi a succhiare quella radice fino al momento dell'atterraggio. Solo quando stavamo sbarcando mi accorsi che avevo distrutto quel rametto e l'avevo ridotto ad un mozzicone tutto fradicio. La paura era stata tanta ma finalmente la prima parte del viaggio era terminata, mi avvicinavo sempre più all'Italia. Le speranze d'imbarcarmi sul volo Alitalia per Roma era ancora labili ma non volevo perdermi d'animo. Entrando all'aerostazione mi accorsi che avevo scelto proprio il giorno sbagliato per viaggiare, ma non avevo scelta dovevo giungere a Roma e poi a Pisa prima che mia figlia nascesse. Il terminal era completamente occupato da pellegrini che si recavano e o rientravano dalla Mecca. Era impossibile quasi spostarsi all'interno trainandosi dietro un bagaglio. Finalmente arrivai al banco dell'Alitalia, c'era una coda tremenda, cercai di fare
compassione raccontando la mia storia e il perchè
Arrivato quasi ultimo con altri otto passeggeri fummo messi in lista s'attesa. Fui l'unico che lasciarono a terra, ma fui fortunato perchè l'addetto dell'Alitalia, mi fece imbarcare su un volo per Ginevra, che sarebbe partito un'ora dopo. Da li sarei andato alla volta di Milano e finalmente Pisa. Arrivammo a Ginevra alle 7 della mattina dell'11 febbraio, fui fortunato mi imbarcai quasi immediatamente su quello di Milano che partiva alle 8:20. Quando giunsi a Linate, mi diressi correndo verso l'imbarco per Pisa, dove finalmente l'aereo atterro' alle 11:30 circa. Presi un taxi e giunsi in ospedale che erano passate le 12 da un bel po', ormai non guardavo più l'orologio. Giunsi davanti alla porta della camera l'aprii lentamente e entrai. Erano tutti lì, mia madre, mia sorella, mia suocera e subito mi voltai verso il letto dove Stefania supina teneva mia figlia Cristina Maria, nata poche ore prima. Tutta la stanchezza era scomparsa e sovrastata dalla gioia e emozione di essere divenuto
padre.......


Capitolo 4

Rientrammo a casa con la bimba, a Montecatini, e qui rimasi solo alcuni giorni, 5 in tutto. Dovevo rientrare in cantiere a Riyadh e quindi una mattina, precisamente il 16 prenotai il solito taxi che mi venne a prendere alle 4 della mattina per portarmi all'aeroporto di Pisa da quale sempre iniziavo i miei viaggi all'estero. Pisa mi e' sempre rimasta nel cuore, ho speso alcuni degli anni piu' belli della mia esistenza. Ritornarci ogni volta, anche solo per poche ore in occasione di arrivi o partenze mi pareva come se ritornassi a casa. Dopo aver preso il volo ATI che partiva alle 7:00 da Pisa per Roma giunto al Leonardo Da Vinci, Fiumicino, mi recai subito al check-in per Riyadh della SAUDIA. Dopo ben quasi 12 ore di viaggio, tra voli e soste, finalmente arrivai a Riyadh e come al solito mi venne a prendere Luigi Pisu e Michele Castronovo, il primo sardo ed il secondo siciliano trapiantato in Sardegna. Ricordo bene erano quasi le nove della sera quando finalmente dopo aver passato la dogana, ci recammo al parcheggio per andare a prendere l'auto. L'azienda per cui lavoravo, Installazioni Sarde Spa, di proprieta' di mio fratello Santino e soci, ci aveva autorizzato l'acquisto di una vettura, oltre ad altri automezzi per lavoro, ed avevo scelto di acquistare una FIAT 131 Supermirafiori. Luigi mi disse "vuoi provarla Gianfranco" e fece cenno a Michele di darmi le chiavi. Michele che per noi era n po' il fac-totum dell'azienda, quasi di malavoglia mi allungo le chiavi. Credo che sia giusto raccontare un po' la storia della vita di Michele Castronovo, che non vedo da molti anni, quasi 20 e del quale ho qualche ricordo anche un po' buffo narrare. Conobbi Michele, quando ancora nel 1973/74 nei periodi di vacanza estiva, per guadagnarmi qualche soldo lavoravo per l'azienda di mio fratello.
Era un uomo, di non grande cultura, ma certamente di grande esperienza di vita. Mi racconto' che da giovane era andato a lavorare in Belgio, nelle miniere di carbone, era finito anche in qualche problema e quindi aveva deciso di rientrare in Italia e stabilirsi in Sardegna, ad Iglesias, un paese anche questo, nel non lontano passato, di minatori.
Lavorammo insieme, alla Ruminaca, grossa raffineria petrolifera, alla periferia di Cagliari cosi' come a Porto Torres, vicino Alghero, altra raffineria del gruppo SIR al nord della Sardegna. Michele lo usavamo per molti servizi, ci acquistava materiali di usura che giornalmente ci necessitavano e talvolta attrezzature che il magazzino dell'azienda non riusciva a inviarci in tempo utile. Era un uomo sempre disponibile ed era anche un'abile cuoco. Per questo e vari altri motivi, nel 1977, quando mi trovavo di servizio in Arabia, decisi di chiederne il suo trasferimento presso il cantiere dove lavoravamo alla costruzione della centrale servizi ed alloggi per l'universita' di Riyadh.
Comunque quella sera, seppure stanco decisi che avrei guidato, tanto il tragitto da percorrere, per arivare al campo alloggi era di soli 10 km circa.
Stavo guidando, parlavamo di lavoro, Luigi seduto di fianco a me, mi aggiornava sull'avanzamento dei lavori e nel frattempo ascoltavamo la musica delle cassette che avevo appena portato dall'Italia. Ad un certo momento, viaggiando in una strada buia della periferia della citta" intravidi di fronte all'auto a poche decine di metri una barriera che, senza illuminazione, sbarrava completamente la corsia sinistra sulla quale procedevo. Detti un colpo di sterzo e mi tuffai nella corsia di destra. Allo stesso momento diedi un'occhiata allo specchietto retrovisore e mi accorsi che un pick-up che viaggiava dietro alla nostra auto a velocita' spedita ci stava venendo addosso e quantomeno ci avrebbe tamponato procurandoci un enorme danno. Grazia volle che l'autista di quel camioncino, anche lui diede un colpo di sterzo, ma anziche finire su di un altra corsia, lo vedemmo salire su un marciapiede e sobbalzare come un canguro. La scena era comico tragica, perche' quell'uomo, il cui copricapo gli
cadeva sul volto bloccandogli la visuale, aveva un'espressione di terrore sulla faccia ma allo stesso momento comica da farci quasi sorridere. Ancora adesso, quando ci penso mi vengono i brividi, potevamo farci tutti del male veramente. Continuammo per la nostra strada, senza fermarci, ma sapevo che avremmo dovuto fermarci anche per vedere se quell'ouomo si fosse fatto male. Arrivammo al campo, scesi i bagagli, li depositai dentro casa e ritornai verso l'auto. C'erano ancora Luigi e Michele che stavano parlando, gli dissi che volevo ritornare indietro e vedere cosa fosse successo a quell'uomo ed al suo pick-up. Mi dissero se ero matto, ma risposi che quello era il minimo che potevo fare e cosi visto che non riuscivano a convincermi di non andare decisero di seguirmi.
Quando arrivammo in prossimita' dell'incidente, cominciammo a vedere luci lampeggianti della polizia, ambulanza e pompieri. "Mio Dio" dissi "qui e successo un disastro". Luigi rivolgendosi a me disse"Gianfranco fai inversione o qui finiamo tutti e tre in galera" Non mi convinse, volevo accertarmi cosa fosse successo al nostro uomo con il pick -up. Mi avvicinai al punto dove era successo l'incidente e subito mi resi conto che nel fosso, con le transenne senza illuminazione, era finito un pick-up, piu' grande di quello del nostro salvatore. Questi lo vidi ancora con il camioncino sul marciapiede che sberciava alla polizia in arabo, dicendogli che a momenti lui sarebbe finito in quel fosso. Forse non si ricordava, che quella sera, noi tre Luigi, Michele ed io ci siamo salvati da sicura morte, primo perche' abbiamo evitato il fosso che era largo piu' di due metri e profondo almeno cinque o sei, infatti del secondo pick up spuntava solo la coda da quel buco, e secondo perche' questo santo
uomo anziche' tamponarci a velocita' elevata ha avuto l'illuminata idea di salire sul marciapiede evitando di schiantarsi contro la nostra nuova 131 SuperMirafiori.
Ricordo che quando tornammo al campo e finalmente mi sdraiai sul letto, non presi sonno per quasi tutta la notte. L'adrenalina scatenata dalla paura aveva fatto il suo effetto. Quell'episodio mi e' rimasto impresso per sempre ed ogni volta che lo racconto ancora mi colgono i brividi di freddo. Ero quasi vicino a morire senza neppure rendermene conto. Sei giorni prima padre e quella notte quasi miracolato, non riuscivo, supino sul letto, a fermare le lacrime che sgorgavano dai miei occhi quasi ininterrottamente.

Capitolo 5

La vita a Riyadh pur essendo quasi monotona casa lavoro casa, trascorreva velocemente infatti mi ritrovai a due settimane dalla partenza senza nemmeno accorgemene. Cosi una mattina presi con me i passaporti di coloro che avrebbero dovuto partire da li a pochi giorni mi recai nel´uffico dello sponsor. Ogni compagnia straniera che opera in Saudi Arabia deve avere uno sponsor che garantisca la presenza dei suoi dipendenti, per lo piu´ quando si tratta di personale straniero. Come al solito lo sponsor, Sheik Omar, era sempre disponibile a ricevermi, quando per qualsiasi necessita´ burocratica, mi recavo da lui a visitarlo.
Aveva un ufficio al terzo piano di un´edificio al centro di Riyadh, la parte nuova della citta´, il traffico era sempre caotico a qualsiasi ora del giorno ed era difficle trovare parcheggio. Mi ricordo un giorno che mi recai con Gianni Tantillo, carissimo amico di Santino, mio fratello, e mio. Gianni quel giorno mi accompagno´, erano circa le 12 e giungemmo in uffico dallo sponsor il quale ci fece entrare ed accomodare, come al solito, sulle due poltrocine di fronte la sua scrivania. Lui parlava con me in Inglese, con Gianni invece parlava in Arabo. Ogni volta quando ci incontrava ci faceva sempre le stesse domande. Se eravamo contenti di lavorare in Arabia e se ci sarebbe piaciuto restare, forse per sempre diventando magari cittadini. Si, ci aveva offerto piu´ di una volta di convertirci all´Islamismo, lui poi si sarebbe interessato a trovarci una moglie con una montagna di quattrini e noi saremmo vissuti felici e contenti. Ci diceva sempre che c´era bisogno in Arabia di uomini come noi, tecnici che sapessero il loro mestiere e che sarebbero stati di aiuto all´economia del paese stesso. Sia Gianni che io mostravamo almeno apparentemente di essere lusingati della sua offerta e terminavamo ogni volta con la frase " Ci penseremo, e vedremo magari Ti daremo una risposta quanto prima. Abbiamo moglie e figli, non e´ facile prendere una decisione simile su due piedi". Ma lui ci rispondeva che sarebbe stato legittimo per il suo paese divenire poligami. Forse per un Saudita puo´ essere una allettante prospettiva avere piu´ di una moglie, ma per noi Italiani una ci sembrava gia´ abbastanza. Una delle volte che ci recammo, Gianni ed io, a visitare lo Sheicco Omar, ricordo che Gianni scendendo le scale mi disse " Sai Gianfranco convertirmi non sarebbe una cattiva idea, anche per il fatto delle varie mogli, ma che io me ne debba tagliare un pezzo, quello sara´ una tragedia perche sono sicuro che poi ne rimane ben poco" Ridemmo per tutto il viaggio di ritorno al campo. Non ho mai raccontato a mia moglie questa storia.

Capitolo 6

Quella sera stessa dopo un´estenuante giornata alla ricerca del passaporto perduto non mi era rimasta altra scelta che riferire al Corsi che il suo documento di viaggio era andato smarrito allo stesso tempo gli dissi " Non ti preoccupare perche´ potremo sempre richiederne un´altro al consolato Italiano in Riyadh cosi´ in pochi giorni potrai partire". Quando mi rivolgevo a lui con quelle parole allo stesso momento pensavo che non sarebbe stato cosi´ facile. Per un´ attimo mi ritornarono in mente i momenti passati a Tripoli, negli ultimi giorni della nostra permanenza in Libya, alla ricerca di un visto per l´uscita senza ritorno. Furono come flash nella mia mente le immagini delle file davanti agli uffici del gas, della societa´ elettrica, dell´ospedale per richiedere il nulla osta che ci avrebbe dato la possibilita´ di avere il visto sul passaporto e quindi espatriare. Quanti ricordano e quanti forse hanno dimenticato, l´umiliazione e le sofferenze di quelle attese per lunghissime ore
. Gli uffici governativi che chiudevano all´orario stabilito e la fila della gente che si accumolava davanti alle porte gia´ dalla mezzanotte in attesa che nuovamente si aprissero i battenti di quegi ufficic e per poi vederci magare respingere la richiesta perche´ non era completa. Non ricordo quale autorita´ straniera intervenne, se fu forse lo stesso ambasciatore italiano che ci libero´ da quell´incubo e potemmo ottenere il visto d´uscita senza i famosi nulla osta.
Talvolta nella nostra vita gli episodi si susseguono con una certa frequenza che quasi ci sembra di rivivere la stessa esperienza piu´ di una volta, deja vu. Vidi comunque dalla smorfia sul volto del Corsi che non aveva creduto molto alle mie parole e non sapendo cosa aggiungere mi congedai.
L´indomani mattina, iniziavamo a lavorare presto alle 5 per via del caldo, lo vidi venirmi incontro e mi fermai, si avvicino e mi disse " Caro Gianfranco, non intendo riprendere a lavorare e staro´ in camera ad aspettare che il mio passaporto venga ritrovato"
Quel giorno dopo aver organizzato il lavoro come consuetudine con l´aiuto di Gianni Tantillo riusci a lasciare il cantiere per ricarmi in citta´ e cominciare una nuova giornata di ricerca. Giunto in ufficio la prima cosa´ presi e telefonai alle autorita´ consolari per chiedere cosa avremo potuto e dovuto fare per risolvere la questione e quindi dare a quell´uomo un nuovo passaporto. Dall´altra estremita´ della cornetta la voce mi disse "Prima che si possa rilasciare un nuovo passaporto, le autorita´ italiane devono essere sicure della identita´ del titolare e delle modalita´ in cui e´ entrato nel paese, presumento che sia entrato legalmente" La questione non si prospettava alquanto rosea e certamente le mie speranze di risolvera in pochi giorni erano gia´ svanite. Prima che attaccasse chiesi al mio interlocutore " Cosi mi consiglia di fare e da dove posso incominciare. Sono sicuro che possiamo provare l´identita´ del Corsi e in quanto all´arrivo ho solo il biglietto di viaggio con il
tagliando per il ritorno" La voce mi rispose " Se fossi in lei , comincerei dall´aeroporto, dal vettore con il quale il Sig. Corsi ha viaggiato, Alitalia, Saudia o cosa´altro. Se riesce a dimostare con un documento ufficiale quando questo signore e´ entrato nel paese le cose si faciliteranno"
Lo ringraziai ed riattaccai il telefono. Per un momento stetti a pensare, poi decisi di andare direttamente in aeroporto all´ufficio Alitalia e presi con me il biglietto di viaggio.
Erano circa le 12 del mattino, parcheggiai l´auto avanti al terminal, e mi diressi all´ufficio della compagnia Alitalia, con il quale il Corsi era giunto a Riyadh sei mesi prima. La porta dell´ufficio era aperta, questo era un buon segno, ma sembrava non esserci alcuno degli impiegati. Poi mi accorsi che in un´altra stanza c´era un signore giovane, italiano che mi sirivolse chiedendomi in ingelse cosa poteva fare per me. Gli risposi in italiano e continuammo la corvezione nella nostra lingua. Mi fece capire che la mia unica speranza era quella di rivolgermi alle autorita´ della polizia di frontiera aeroportuale e che forse con il loro aiuto avrei potuto risalire al talloncino d´ingresso che veniva staccato dalla carta di sbarco ogni qualvolta si pasava l´ispezione di frontiera.
Cosi feci e mi rivolsi al primo agente che vidi il quale mi indico´ dove era l´ufficio dove custodivano tutte le carte di sbarco di coloro che erano giunti nell´ultimi sei mesi in Arabia Saudita via Riyadh. Finalmente giunto nell´ufficio giusto trovai un´altro agente a cui spiegai il problema e fu molto gentile, mi disse di seguirlo e mi fece percorrere un paio di corridoi per poi giugere davanti ad una porta che una volta aperta mi fece di nuovo ricadere nella frustarzione piu´ nera. Indicando col gesto della mano che percorreva il panorama difronte ai miei occhi mi disse in un perfetto inglese " Questo e´ archivio dove teniamo tutte le carte di sbarco di coloro che sono giunti negli ultimi sei mesi a Ryadh dall´Europa. Faccia pure e buona fortuna".
Mi lascio chiudendomi la porta alle mie spalle. Quello che si presentava davanti ai miei occhi era un scenario poco rassicurante. Montagne e montagne di scatoloni bianchi erano accumolati uno sopra l´altro ed ognuno di questi compresi subito dalla scritta in arabo rappresentavano il numero di persone che erano giunte dall´Europa in un solo giorno. Facendo un conto veloce, cosi detto della serva, avevo davanti a me oltre 180 scatoloni, dai quali avrei dovuto estrapolare quello fortunato con la carta di sbarco del Corsi.
Ero demoralizzato ma non avevo altra scelta. La cosa importante era ritrovare lo scatolone con la data del 12 gennaio 1979.
Mi misi subito al lavoro cercando di capire innazitutto quale poteva essere il criterio di arciviazione delle carte per poi risalire finalmente a ritrovare il fatidico scatolone. Dopo essermi girato intorno per un po´ compresi che non era stato usato alcun criterio di archiviazione e che gli scatoloni venivano solamente depositati dove veniva piu´ conveniente e dove senz´altro si trovava del posto. Alquanto presto compresi che avrei potuto cercare per qualcosa che non era piu´ li´ e che forse era stata spostata in un archivio centrale, del quale gia´ mi immaginavo lo scenario.
Decisi comunque di mettermi alla ricerca ed ero deciso di non lasciare quello stanzone fino a quando non avrei trovato lo scatolone con la data fatidica.
Lavorai per ore alla ricerca, ma senza successo, ero stanco, assetato ed affamato. Diedi un´occhiata all´orologio erano le 17.55 . Avevo speso la bellezza di circa 5 ore a rovistare mi sentivo tutto appiccicoso, impolverato e disfatto. In quel momento di sosta si apri´ la porta, era l´agente che mi aveva accompagnato che cortesemente mi diceva di lacsiare quella stanza poiche´ da li a momenti si sarebbe riempita di altri scatoloni con il nuovi arrivi. Lo ringraziai e incamminandomi verso la porta lo sguardo mi cadde su uno scatolone che era sul pavimento tutto solo che veniva nasconsto dall´anta della porta quando questa si apriva. Quasi un miracolo e subito mi resi conto che quello era lo scatolone che stavo cercando infatti teneva scritti in grassetto i numeri 12/1/1979. Non mi accorsi per tutto il tempo che spesi li dentro perche gli voltavo le spalle ed io ero concentrato a cercare tra le montagne di scatoloni mentre questo se ne stava solo accostato al muro accanto al montante
della porta. Chiesi all´agente se potevo almeno guardare un´attimo dentro quella scatola e fu ancora piu´ gentile, mi fece cenno di prenderla e di seguirlo. Mi fece entrare in un ufficio era vuoto e c´era solo una scrivania e due sedie, mi fece un po di effetto quando mi accorsi che alle finestra c´erano le sbarre di ferro come ad una prigione e la porta si chiudeva con un chiavaccio dall´esterno. Credo che comprese il mio pensiero e fu cosi gentile da lasciare la porta spalancata, anzi subito dopo ritorno con una bottiglia d´acqua e un panino con il tonno e la salsa piccante "arisa".
Lo ringraziai ancora e subito mi misi a lavoro, certo non dopo avermi divorato il panino e rigurgitato la bottiglia d´acqua. La ricerca fu alquanto breve, trovai una busta con la scritta Alitalia, in arabo ed il numero del volo e l´orario d´arrivo. Ad una ad una lessi quasi tutte le carte di sbarco fino che quasi all´ultima, cosi succede sempre, non solo nei film, mi ritrovai in mano con quella di Corsi.
Sopra questa carta ci stava un timbro che indicava il numero di matricola dell´agente e del protocollo sulla quale sarebbe stata registrata e cosi´ fu. Quasi correndo mi recai alla ricerca dell´agente che quando mi vide comprese subito che avevo trovato cosa stavo cercando. Nuovamente mi scorto in un ufficio dove questa volta c´erano alri agenti che registravano su enormi libroni tutti i tagliandi delle carte di sbarco. Si rivolse ad uno di loro spiegandogli la questione e porgendogli il tagliando gli disse di rilascirami copia del protocollo del registro delle persone entrate quel giorno tra le quale appariva ad una certa pagina il nome del Corsi.
Finalmente eran quasi le 19 lascia l´aerostazione e mi recavo a casa con il foglio in mano che attestava che il Sig.Corsi era entrato legalmente in Arabia Saudita il giorno 12 gennaio 1979, con volo Saudia in pool con Alitalia sino a Jeddah.
Giunto a casa, se cosi´ si puo dire, mi buttai sul letto e mi addormentai per poi svegliarmi la mattina dopo di buon ora come al solito.
Il giorno dopo rividi il Corsi e gli dissi dei progressi che stavamo facendo per recuperare il suo passaporto, ma non lo trovai molto entusiasta. Mi confermo´ ancora una volta che non intendeva lavorare e che l´azienda avrebbe dovuto pagargli tutte le telefonate che a sua discrezione avesse ritenuto di fare ai suoi famigliari. Gli risposi che non c´era problema e che stavo facendo tutto il possibile per farlo partire quanto prima.
Come al solito, ero molto entusiasta e positivo nel mio pensare e nel mio agire ma allo stesso tempo mi rendevo conto che non sarebbe stata una cosa facile. Tanto per cominciare avevo dovuto rimandare anche la mia partenza, perche´ non ritenevo giusto lasciare il problema in mano di altri e non volevo che il Corsi pensasse che non mi sarei interessato.
Intanto gia´ lo stesso giorno inoltrarmmo le pratiche per un altro passaporto e mi dissero che avremo dovuto attendere una settimana prima di riceverne uno nuovo. Passarono quasi due settimane ed ormai dopo la prima ogni giorno telefonavo alle autorita´ consolari italiane cheidendo notizie e la risposta era sempre la stessa: dovevamo avere pazienza. Per quanto mi riguardava di pazienza ne avevo abbastanza ma era il Sig. Corsi che la stava perdendo, non usciva piu´ di camera che solo per mangiare e si era lasciato crescere la barba come quasi fosse in captivita´ forzata e criminale.
Ricordo che era il 27 luglio, undici gironi dopo il mio compleanno, che avrei dovuto celebrare in Italia a casa con la mia famiglia, quando ricevetti una telefonata dal nostro sponsor e dallo stesso Tayari i quali entrambi dicevano di avere una buona notizia per me e che mi aspettavano immediatamente in ufficio.
Andai quel giorno con Michele, perche´ non volevo perdere tempo a parcheggiare e quindi lo avrei lasciato in macchina ad attendermi se ce ne fosse stata la necessita´. Giunto davanti all´edificio lasciai l´auto a Michele e mi diressi verso l´ufficio salendo per le scale, non volevo attendere l´ascensore, anche se erano 4 piani da arrancare.
Quando arrivai davanti all´ufficio aprii la porta e mi diressi subito verso quello dello Shiek Omar. Questi era seduto dietro la sua scrivania e con lui c´era anche Mahammed Tayari, tutti e due mi fecero cenno di entrare e sorridenti mi indicarono di sedermi. Diedi un´occhiata a giro e mi accorsi subito che sulla scrivania dell´Omar c´era un passaporto verde, era un passaporto della Repubblica Italiana.
Skeik Omar lo prese e me lo porse e con un sorriso grande da cerimonia ufficiale, mancavano solo i giornalisti ed i fotografi, mi disse " Questo e´ il passaporto del Sig. Corsi, mio figlio Abdallah lo ha ritrovato all´ufficio immigrazione" Cosi dicendo chiamo´ Abdallah che tutto sorridente entro´ e si sedette nella poltrona accanto alla mia e mi comincio´ spiegare come era riuscito a ritrovare il passaporto. Non avrei voluto attendere dell´altro tempo sprecandolo inutilmente, volevo dare la buona notizia al Corsi, ma ero curioso di ascoltare la storia della scomparsa e riapparizione di quel passaporto, cosi decisi di attendere per ascoltare cosa Abdallah mi avrebbe raccontato.
Comincio´ dicendo " Sono andato piu´ volte all´ufficio ed ho sempre potuto parlare tramite lo sportello, solo questa mattina ho incontrato un amico Hamed che lavora in alla immigrazione e mi ha fatto entrare dentro gli uffici. Dopo aver chiesto a giro, questi si e´ rivolto ad un´agente che seduto ad una un tavolo timbrava i passaporti apponendogli il re-entry visa ( visto di rientro). C´erano una montagna di passaporti sul tavolo e lui continuava a guardarli e a timbrare." Mentre diceva questo alzando le mani mi figurava la montagna di passaporti. Fino a qui la storia non mi sembro´ molto interessante e continuando disse " Hamed si chino´ e tolse da sotto una gamba di quel tavolo che zoppicava un passaporto e rivolgendosi all´agente gli disse " o fai riparare questo tavolo o cambi il passaporto, che metti sotto la gamba almeno una volta alla settimana". L´agente alla scrivania alzo gli occhi e prese il passaporto dalle mani di Hamed e poi ne prese un´altro dal mucchio che stava sull
a scrivania, si chino´ e lo pose sotto quella gamba corta. Quindi mise il timbro sul passaporto che Hamed aveva tolto da sotto la gamba della scrivania e glielo porse tenendo lo sguardo basso sul tavolo. Fu allora che mi resi conto che era il passaporto del Sig. Corsi, finalmente con apposto il timbro del visto." Quando Abdallah fini´ di raccontare sollevando entrambe le spalle fece una smorfia con la bocca, come a dire che cosa ci vuoi fare. Nel frattempo io ancora incredulo e frastornato stentavo a comprendere come vicende di questo genere possano accadere. Storie come queste non si inventono si vivono ed a volte in un mondo civile ci si dovrebbe chiedere se e´ lecito che accadano, ma chissa´ perche´ per un´attimo forse frastornato e ancora confuso ho pensato che quella storia l´avevo gia´ vissuta o l´avevo sentita raccontare da qualche profugo di Libia. Erano appena le 11 della mattina, dopo aver ascoltato quella storia mi sembrava di essere invecchiato di vent´anni, ero comunque
felice per il Sig. Corsi che quella sera stessa condussi all´aeroporto e finalmente si imbarco con un volo da Riyadh diretto a Roma. Ritornando dall´aeroporto mentre guidavo per andare all´alloggio rivolgendomi a Michele Castronovo, che mi aveva fatto compagnia quella sera, gli dissi " Mi auguro che l´altro passaporto che ha sostituito quello di Corsi sotto il piede del tavolo, non sia uno verde di qualche altro lavoratore italiano, che e costretto ad andare all´estero per guadagnare da vivere per se e per la sua famiglia"

Capitolo 7

La mia permanenza in Arabia Saudita duro' per quasi un´anno intero e quando furono terminati i lavori per il quale contratto eravamo stati mandati in quel paese rientrai in Italia. A Riyadh avevo conosciuto un capo cantiere che lavorava per una grande azienda di costruzioni con seda a Roma che mi disse "Gianfranco, ho capito che Ti piace lavorare e che non Ti molesta il sacrificio della lontananza dalla famiglia. Se hai bisogno di un impiego quando sei in Italia questo e´ il mio numero di telefono di casa, chiamami certamente trovero´ una posizione che tu possa coprire nei miei prossimi progetti" Gli risposi ringraziandolo e gli porsi un biglietto sul quale avevo scritto il numero di telefono di casa mia.
Dopo pochi giorni di permamenza a casa a godermi la mia piccola Cristina un nuovo impiego richiedeva la mia presenza in Siria presso la citta´ di Homs. Ricordo che parti' di li a pochi giorni e giunsi a Damasco con un volo diretto da Roma. Era la prima volta che andavo in quel paese arabo ma sin dall´arrivo in aeroporto mi pareva di essere ritornato in Libia, a Tripoli. La gente, le facce gli odori sono sempre gli stessi nei paesi arabi e difficilmente ci si dimentica della mistica atmosfera che ci circonda quando ci si trova in quelle terre. All´aeroporto di damasco mi vennero a prelevare, il reponsabile di cantiere e il suo assistente, ed in auto percorremmo circa duecento kilometri per poi giungere alla citta´ di Homs dove la mia compagnia aveva preso in affitto una villetta che avremo usato come foresteria. Arrivammo che era quasi sera, il paese pareva deserto le strade strette ed a mala pena transitavano due auto quando da uno dei due lati ve ne era un altra parcheggiata. Mi rico
rdava tanto uno di quei villaggi all´interno della Libia, Ulivetti, Bianchi e anche la citta´ vecchia a Tripoli, cosi detta´ citta´ castello.
Il giorno seguente mi svegliai molto presto, faceva gia caldo´, ed erano solo le cinque del mattino. Mi feci un bell´espresso con la moka ed ero pronto ad affrontare quello che sarebbe stato un´altro giorno di lavoro come gli alri vissuti lontano da case dagli affetti famigliari, non per costrizione ma certo per scelta volontaria che pero´ veniva condizionata dalla nostra condizione di profughi, di senza terra´ e senza patria. Si perche´ forse per tanti anni, pur sapendo che non era vero, ho rinnegato il desiderio di tornare nella terra dove siamo nati e vivere liberi in un mondo libero. Putroppo la forzatura che ci viene imposta dalla politica, che si fa baluardo della xenofobia, difficilmente si riesce a far capire al nostro interlocutore, che per ragioni giuste o errate, non puo far pagare ai singoli individui le colpe dei capi politici che hanno gestito la res-pubblica talvolta con sprezzo della gisutiza e della uguaglianza tra gli uomini prescindendo dalla razza, colore e credo
religioso.
Come ogni altro giorno anche quella mattina dovevo non pensare a cosa avevo lasciato di importante a casa concentrandomi su quello che mi attendeva sul cantiere. Eravamo in Siria per realizzare l´ampliamento di un´impianto per la manifattura di della barbabietola e la produzione e raffinazione dello zucchero. Erano un progetto che avermo dovuto eseguire in meno di tre mesi e certamente l´impegbo sarebbe stato stressante. Percorrendo la strada verso la fabbrica, che distava quasi quindici kilometri da Homs, ci imbattemmo in un battaglione di fedayn che marciavano al centro della strada a passo dell´oca. L´auto dovette fare una manovra e fermarsi sul ciglio sterrato. Mi guardai attorno mentre questi uomini armati di kalascnicov ci venivano incontro e potevo vedere quasi all´orizzonte che non c´era alcuna costruzione o roccaforte militare dalla quale questo battaglione appiedato sarebbe provenuto. Per me e´ rimasto sempre un mistero, da dove veniva quegli uomini armati, forse da una fo
rtezza nascosta e interrata nel deserto, per la cronaca eravamo nel maggio del 1980.
Quando giungemmo davanti al cancello della fabbrica, che si trovava a pochi kilometri dal confine con il Libano, all´orizzonte si stagliavano le montagne con le guglie bianche che separano il Libano dalla Siria. Uno spettacolo quasi da Svizzera mediorentale, con le palme che altre e svettanti completavano la misticita´ di quel panorama.
Il cancello era chiuso, due uomini avvolti in un barracano di lana e armati, sempre con il solito Kal, uno a chiascun lato dell´entrata, ci fecero cenno di fermarci. Quando riconobbero il capo cantiere che era con noi sull´auto bussarono al cancello e chiesero che dall´interno venisse aperto per permetterci di proseguire. Entrammo e subito l´autista parcheggio l´auto davanti la palazzina uffici dove sicuramente si trovava il personale che gestiva l´impianto ed ancor di piu´ il direttore della fabbrica. Entrammo dalla porta centrale e ci incamminanmmo lungo il corridoio e fu qui che il capo cantiere mi disse che saremmo andati ad incontrare il direttore. Mentre camminavo il mio sguardo attraversava quelle porte aperte degli uffici e subito notai che quasi tutti gli impiegati erano in divisa da militare dell´esercito siriano. Mi venne in mente l´episodio di quando ragazzo a Tripoli , dopo l´avvento del colonello Gheddafi, venni portato in una caserma di Bab Ben Gascir, con altri comp
agni perche´ avevamo tenuto una festicciola tra giovani studenti come si era sempre usato da che mondo e´ mondo.
Notai inoltre che su quasi tutte le scrivanie c´era poggiato, pareva dormisse, il famoso Kal, pronto a essere imbracciato e fare fuoco sul nemico. Provai un brivido di freddo che mi percosse tutto il corpo, non sapevo se voltarmi e ritonare su miei passi verso la macchina oppure continuare verso la porta chiusa, dell´ufficio del direttore dello stabilimento, che avava in bella mostra un cartello con la scritta in arabo Mudir.
Il capo cantiere, Bassi, si chiamava mi disse " Signor Gianfranco non si innervosisca davanti al direttore, e´ una persona veramente squisita ma tiene sempre la mitraglietta sulla scrivania. Qui e´ consuetudine camminare armati, sa con i tempi che corrono" "Capisco - gli risposi - non si preoccupi, ho capito che dovro´ farci l´abbitudine se dovremo lavorare insieme in questo progetto".
Bassi busso, e sentii subito una voce in perfetto inglese provenire dall´interno che disse "Come in the door is open" . La porta si apri´ e di fronte a noi stava seduto dietro una scrivania un militare, compresi dopo che era maggiore dell´esercito siriano, che ci fece cenno con la mano di entrare e accomodarci. Furono fatte le presentazioni di rito e fu spiegato dal Bassi il compito che avrei avuto in quel cantiere che sarebbe stato quello praticamente di mantenere i rapporti con la commitente ed il cliente e quindi finalizzare gli stati di avanzamento. Il nome del maggiore era Mabrouk, sembarva alquanto interessato e contento del fatto che ero nato in Libia e potevo parlare arabo, anche se talvolta il siriano dal libico sembrano due lingue diverse. Rivolgendosi comunque in un perfetto inglese, in quanto sapeva che il Bassi non parlava arabo, mi disse che sarebbe stato un piacere lavorare insieme e terminare quanto prima l´ampliamento della fabbrica perche´ da questa dipendeva molto
l´approvigionamento di zucchero a quasi tutta la Siria. Quando parlava pur ascoltando cosa dicesse con lo sguardo, con discrezione, avevo fatto una panoramica dell´ufficio e non solo vidi che aveva il solito Kal sulla scrivania, ma anche che in una libreria aperta, facevano bella mostra una pistola, presumo Beretta ed una montagna di caricatori per fucile automatico che non riusci ad individuare. Comunque di li a poco ci concedammo e subito ci recammo sul cantiere del nuovo impianto dove gia´ si montavano le strutture che avrebbero sostenuto i macchinari di tutto il processo della lavorazione della barbietola, dal lavaggio della stessa alla centrifuga della melassa per l´ottenimento dello zucchero raffinato.
Quel giorno lavorammo sino alle 15,30 , io avevo famigliarizzato con i disegni e avevo cominciato a comprendere le vari fasi di montaggio del nuovo impianto che doveva essere non altro che una estensione del vecchio.Rientrammo in auto ad Homs, e le strade erano popolate di gente che passeggiava, uomini e donne, giovani per lo piu´ vestiti all´europea e qualche anziano vestito con il famoso barracano. Alcuni vecchi stavano seduti attorno a tavolini di fronte ad un caffe´ e sorseggiavano il te´ nel famoso bicchiere di vetro, proprio come a Tripoli.
Notai subito che molti giovani ostentavano una catena d´oro al collo con pendendete un crocifisso, compresi che erano cristiani. Il Bassi mi disse infatti che in quel paese la popolazione era tutta cristiano ortodossa e che sia gli ebrei che i mussulmani non erano certamente i benvenuti. Si in Siria, ancora oggi esiste una forte comunita´ cristiano ortodossa che viene lasciata vivere in pace come esiste ancora una comunita ebraica, forse molto diminuita dopo la nascita dello stato d´Israele.
Comunque, ero rimasto molto colpito da quella gente che non aveva paura di mostrare in pubblico la propia fede d´apparatenenza. Mi venne di pensare a quell´episodio di un´operaio italiano, che teneva sotto la camicia appena sbotonata un piccolo crocifisso quasi invisibile agli occhi di un passante in Europa, ma non a quelli di una matawa a Riyadh che bastono´ a sangue l´infedele difronte agli occhi di molti passanti compiaciuti dalla scena. Ricordo che quell´operaio fu fatto rientrare in Italia per paura di ulteriori complicazioni. Quando giunse a Fiumicino, in fila davanti al posto di polizia per il controllo passaporti, picchio´ un´uomo solo perche´ questi dai tratti somatici e dal parlare si riconosceva essere arabo. Assistetti all´episodio in un mio vaggio di rientro dall´Arabia e chiedendo spiegazioni compresi che quello era l´operaio che era stato picchiato dal matawa a Riyadh. L´uomo fu arrestato dalla polizia di frontiera italiana e non seppi piu´ niente del proseguo della s
ua disaventurosa vicenda di emigrato per lavoro.
Ancora una volta la storia si ripeteva, questi italiani che mai smetteranno di emigrare, piu´ per bisogno che per spirito di avventura, e per i quali i nostri governati sempre piu grassi e grossi e attacati alle poltrone non hanno alcuna comprensione e tanto meno compassione.
Comunque gli episodi d´intolleranza non sono mai giustificabili e ammissibili per chi vive e rispetta l´altrui persona e diritti. Se potessimo cambiare il modo di pensare della gente nel mondo e fare si che ci fosse rispetto reciproco e amicizia anziche' odio e violenza probabilmente riusciremmo a vivere piu´ felici. Certamente la colonizzazione non e´ stato lo strumento giusto per portare a popolazioni meno proggredite il progresso delle nazioni moderne, ma altrettanto scellerato e´ stato abbandonare quelle nazioni al proprio destino lasciandole crescere e proggreddire senza regole e senza leggi che sono la base di una civilta´ moderna e rispettosa dei valori della vita umana. La democrazia , non si impone, la si illustra e si insegna nelle scuole e universita´. E´ un seme che non viene piantato ma come il polline vola nell´aria e si poggia sui fiori che lentamente si trasformano in frutti.
Al mio arrivo in Italia quando arrivai a casa trovai la lettera di un´azienda d´ingegneria di Milano che mi richiedeva di presentarmi per un colloquio per una posizione di assistente alla costruzione di una centrale idroelettrica in Iraq.

Capitolo 8

Decisi cosi di recarmi a Milano per il colloquio, un intervista di lavoro, cosi giunsi negli uffici del GIE e mi fecero riempire alcuni moduli introduttivi e di presentazione alla persona che mi avrebbe esaminato.
Terminato il colloquio mi fu chiesto di attendere e dopo quasi mezzora la persona che mi aveva intervistato mi confermo che avevano deciso di assumermi e che avrei dovuto partire destinazione Tikrit in Iraq la prossima settimana. Appena il tempo di acquietarsi con alcuni responsabili dell´azienda e poi avrei dovuto fare i bagagli, una volta ritornato a casa, pronto a partire per l´Iraq.
L´offerta era buona, un buon salario, una buona assicurazione e devo dire che forse essere nato e cresciuto in una famiglia benestante da adolescente, non sarei mai riuscito a vivere da impiegato in un´ ufficio comunale Italiano con lo stipendio da miseria. Si perche´ noi che abbiamo vissuto in Libia, specie quelli della mia generazione, abbiamo goduto, negli anni della nostra adolescenza e gioventu´, quello di cui i nostri genitori non hanno potuto negli anni del dopoguerra.
Quindi trovarsi in Italia, negli anni 70 - 80 e dovere accontentarsi di un´impiego da profugo privilegiato, alle poste o magari al comune di residenza non cero si addiceva alla mia indole di indipendente e intraprendente insoddisfatto giovane arrivista. Si mi sono sempre considerato un´arrivista, perche´ nulla mi ha mai accontentato ed e riuscito a colmare quel vuoto lasciatoci dalla lontananza della nostra terra natale.
Cosi decisi di accettare l´offerta e di avventurarmi in questo nuovo viaggio verso il Nord dell´Iraq. Lo stato d´animo che intrattenevo ogni volta che dovevo affrontare un viaggio di lavoro verso un paese arabo era quasi per me quasi un ritorno a casa. Negli ultimi quaranta anni la mia casa e´ stata quella dove viveva la mia famiglia, la moglie ed i figli ma la casa natale, quella che ci ha visto fare i primi passi e assaporare i primi sapori di una cucina che di italiano talvolta sapeva poco, quella casa rimane sempre nei nostri pensieri e nei nostri sogni. Si perche´ talvolta, mi sogno di essere ritornato a Tripoli, in Sciara Bagdad 35 al secondo piano e piu´ di una volta quei sogni si sono trasformati in incubi che mi hanno fatto svegliare con le palpitazioni e tutto facido di sudore.
Non so se molti di noi provano la mia stessa sensazione ma come ho gia´ detto all´inzio di questo mia racconto, la nostalgia e´ talmente forte che ce la portiamo dietro per tutta la nostra esistenza. Chi e´ che non ha mai pensato se ci dicessero che possiamo ritornare alle nostre case ed ai nostri legami con quella terra, di prendere il primo aereo senza neppure voltaci indietro volare verso la nostra fanciullezza. Si forse sono un nostalgico e un sognatore ma non ci posso fare niente il desiderio di sedermi all´ombra di una palma vicino al mare e´ tanto forte che mi da ancora la forza di sperare che forse un giorno tornero´ a Tripoli.
Si proprio come la canzone che possiamo ascoltare nel sito di Paolo Cason non e´ altro che una delle tante espressioni della nostra insoddisfazione e continua ricerca del bene perduto.
Ricordo che durante l´intervista mi fu detto che se avessi desiderato portare con me la famiglia, a quel tempo mia moglie Stefania e mia figlia Cristina, l´azienda avrebbe provevduto al viaggio e all´alloggio purche´ avessi acconsentito ad estendere la permanenza, da 110 a 220 giorni. Risposi subito che non mi interessava e neppure lo menzionai a mia moglie perchè non avrei voluto che l´idea le fosse andata a genio.
Dopo la Libia, seppure vissuta con la famiglia, genitori e fratelli, o sempre diffidato dei paesi arabi in particolare di quelli in cui governavano dittature tipo quella di Saddam Hussein. Non mi sarei voluto trovare nelle condizione di dover evacuare per una delle mille situazioni che possono verificarsi in questi paesi, preoccupandomi principalmente della integrita´ della mia famiglia, moglie ed una figlia di appena 4 anni e poi della mia.
Cosi avevo deciso di partire da solo come sempre e completare il mio ciclo di permanenza minima di 110 giorni sul cantiere.
Giunsi cosi in aereo a Bagdad da Roma, arrivammo che erano le sei della sera, era gia buio e l´aeroporto non era molto illuminato poiche´ in quel periodo l´Iraq era in guerra con l´Iran e certamente le illuminazioni erano bandite.
In quel periodo della mia esistenza, avevo ancora una capiglitura folta e scura e portavo due grandi baffoni alla Stalin. Quando giunsi all´aerostazione di Bagdada, mi accorsi che alcuni poliziotti e militari mi guardavano e parlottavano fra di loro. Poi mi resi conto alzando la sguardo alla parete centrale che c´era un gigantesco ritratto di Saddam Hussein, era la prima volta che mi rendevo conto che tra me ed il dittatore c´era una somiglianza impressionante.
Chissà perche´ subito, il poliziotto a cui diedi il passaporto si rivolse subito a me in arabo, gli risposi in inglese, non volevo stare a spiegare tutta la mia esistenza passata e come mai un´italiano conoscesse bene il loro idioma. Fui fortunato, l´agente mi fece passare dopo aver apposto il timbro d´entrata sul mio passaporto senza aver dovuto rispondere a molte domande come in molti dei casi succede.




Continua
G. Ventre

ALLUCINAZIONI

Caro Diario, ti racconto non un sogno ma un fatto reale e curioso occorsomi  l'agosto scorso, ero arrivato con la vettura in una piazza e mi accingevo a parcheggiare lungo il marciapiede nella via dove a distanza regolare erano piantati alberelli dal fogliame lucido, il luogo mi ricordava qualcosa, la giornata era bella e assolata e passeggiare per il centro della città era piacevole ma arrivava alle nari odore di salmastro e di dolci fritti, mi ricordavo qualcosa, così mi diressi istintivamente verso l’acqua, le palme dondolavano pigre i loro ventagli, due passi costeggiando la balaustra che dava sull’acqua mi sciolsero i muscoli anchilosati dal viaggio in auto, poi mi diressi ancora verso il centro, passai davanti alla grande chiesa puntando diritto sotto i portici dove notavo la pavimentazione di cemento tipo antico, cosiddetta "a mattonella di cioccolato", cercavo fresco sollievo data l’ora, erano le 11.00 del mattino e la folla sciamava nel Corso dopo la messa domenicale, continuando a cercare di capire quel qualcosa che mi affiorava sbiadito alla mente sostavo davanti alle vetrine con curiosità, assaporavo con l’olfatto i vari effluvi dei caffè serviti sui tavolini davanti ai numerosi e affollati bar, dando un occhiata sbadata ai titoli delle riviste appese fuori all’edicola dei giornali, tre arabi parlottavano tra loro venendomi incontro tra la folla di ragazzi e ragazze che bighellonavano civettando tra di loro, i commessi della pasticceria incartavano vassoi di paste e cannoli, non mancavano le auto che passavano e fermandosi al semaforo lasciavano uscire dai finestrini aperti il suono dell’ultima canzone dei Pooh, mi beavo di tutto questo rifacendo la strada su e giù più volte pensando agli amici, ma non vedevo nessuno di loro tra la folla, strano, erano sempre al Corso alla domenica, ma era giunta l’ora di andare a pranzo e lentamente le persone si allontanavano, anche io desideravo recarmi a pranzo ma qualcosa mi tratteneva sotto i portici, quell’aria di casa, di luogo già vissuto, di familiarità con i volti olivastri degli arabi presenti, decisi di allontanarmi ma volevo ritornare in quel Corso e così istintivamente cercai la lapide di marmo che denominava la via dove lessi…"Corso Vittorio Emanuele" allora ricordai immediatamente dove avevo pensato di essere ma la realtà mi riportò sul luogo dove in effetti ero,  a Sabaudia in provincia di Latina, ero tornato nel presente,  nell'agosto 2007…                                                                                       Rumi



 

Caro Diario, ti raccontiamo come si è svolto il

 “V° INCONTRO 35 ANNI DOPO”

A OSTIA DOMENICA 29 LUGLIO 2007 

L’appuntamento era fissato per le 9 ma già alle 8.30 la gran parte dei partecipanti era sul posto. CIMG1155.JPG (4167498 byte) L’impatto è quello di sempre: ad ogni incontro ci si abbraccia, ci si saluta, si rimane un attimo interdetti quando ci si trova di fronte a qualcuno che si presenta per la prima volta. E qui scatta il momento magico: "chi è?", "mi sembra di conoscerlo!", assomiglia a….", "ma è lui!" Anche questa volta, grazie ad estenuanti contatti siamo riusciti a trovare, in giro per l’Italia, altri vecchi compagni della seconda B. 29.07 mancava solo il prof. Taleb.....jpg (51270 byte)    Siamo tanti, si sono aggiunti altri e altri ancora potevano esserci ma mancano per motivi diversi.

E non siamo solo noi, tanti altri amici si sono uniti a noi, hanno voluto partecipare a questo incontro e alle 9 siamo già oltre 60 persone. lopes-rocca-longo e l'onnipresente badalucco.jpg (33193 byte) Gran parte provengono da Roma e da Ostia ma c’è anche chi è arrivato da Trieste, Milano, Rapallo, Cremona, Viareggio e Spoleto.

Sotto l’aspetto organizzativo non è stata una bella giornata. Il pullman che deve portarci all’attracco del battello col quale è prevista una navigata sulla foce del Tevere, arriva con un’ora e mezza di ritardo per la rottura del motore. Ma il piacere di ritrovarsi, il senso di civile solidarietà e una proverbiale pazienza, ci salvano da qualsiasi giustificata protesta. Finalmente si parte; in barca sul tevere.jpg (651466 byte)  a detta di tutti la traversata è interessante e piacevole.attenti alla lezione sul tevere del comandante.jpg (42321 byte) Successivamente lo sbarco avviene a Ostia Antica dove ci aspettano delle guide per una rapida visita ai luoghi più interessanti degli scavi. passeggiata agli scavi sotto un caldo rovente.jpg (694282 byte)  Qualcuno mi dice: "…mi sembra di essere a Leptis Magna o a Sabratha…". fotoricordo agli scavi di ostia antica.jpg (651751 byte)  Il tempo passa veloce e quindi si riparte verso le 14 con il pullman per il ristorante dove si rimane tutti insieme fino alle 18 circa.29.07 foto ricordo della II B.jpg (52142 byte)

Alla fine io e Franco Macauda (collaboratore instancabile 29.07 macauda viva il duce!.jpg (33593 byte)…) riceviamo i ringraziamenti da parte di tutti e assistiamo al ritorno a casa dei nostri cari amici.

Francamente, da parte mia e anche di Franco, i ringraziamenti spettava a noi farli perché in effetti tutti hanno mostrato tanta pazienza e benevolenza nei nostri confronti e poi perché è sempre entusiasmante vedere tante persone che, a distanza di tantissimi anni, danno ancora un grandissimo valore all’Amicizia e hanno una eterna voglia di ritrovarsi come se in effetti gli anni non fossero mai passati.

E così, come ho detto a quelle persone che ho rivisto dopo 37 anni, il mio piacere e la mia gioia è stata il doppio della loro: primo, per il piacere di ritrovarmi con loro e poi perché da organizzatore, così facendo, posso godere di una sensazione ancora più forte e cioè quella di mettere di fronte persone, amici, compagni di classe che si rivedono per la prima volta dopo decenni e decenni! Solo guardando il momento dell’ incontro, la sorpresa, l’abbraccio, mi si accappona la pelle.

Ecco perché 35 anni dopo, noi ci siamo sempre. Un abbraccio a tutti, Roberto Femia

PARLAMI DI OEA,

Or che gli occhi tuoi stanchi e l’ingrigito pelo

ti han concesso il privilegio di rivederla ancora

or che i tuoi passi incerti han calcato riarse vie

e i suoi viali dai nostri agili e lievi passi vissuti

fermandoti sotto gli archi arditi e le persiane sue

a rimirar le foto che ti ho dato per com’era allora

ora che hai fissato le labbra rosse dei suoi tramonti

e i profondi e azzurri occhi del suo cielo e il mare

e le sinuose coste hai sfiorato con sguardo sensuale

tu che carezzato hai le scure chiome delle sue palme

e i dolci datteri suoi ramati che alle labbra mie golose

portavo come furtivi baci di un cupida amante

tu che alle nari hai ancor portato i suoi speziati effluvi

tu che rivisto hai monili arcaici di millenarie mura

come Sabratha e Leptis che Settimio fece magna

tu che di me le hai parlato e del mio amor perenne

le hai detto il mio desio di tornar tra le sue braccia?

perchè or tornato ti avvicini  e mi guardi muto?

attendo ansioso, parlami di Oea, è ancora bella?

nuove rughe d’asfalto segnano il levantino volto?

alita ancora il passionale ghibli tra le sue labbra?

parlami di lei e dell’amor che ha per me lontano

il suo desiderio di specchiarsi negli occhi miei!

Ma le crude tue parole profferite per graffiarmi l’anima

rivelan che il mio ricordo in lei ormai è oscuro oblio

e vago è il ricordo mio che ancor le palpita nel cuore

lo so tu menti, geloso di quanto amor ancor ci lega

ma racconta, parlami ancor di Oea, so che mi attende ancora

                                                                       Rumi

 

Un ricordo di Padre Marcello

E' con tanto dolore che ho appreso la scomparsa del nostro padre Marcello, una figura splendida. Con lui se ne va una parte della nostra vita: la nostra stupenda infanzia, lui ci amava anche quando lo facevamo arrabbiare, ricordo con nostalgia quella volta che io, mio fratello Enzo e mio cugino Ciro Dama un pomeriggio di gran caldo e ventilato siamo andati a sparare qualche uccellino davanti la chiesa di S.Antonio, su quelle palme piene di nidi,(cosa che ora non farei mai) e dopo siamo andati in sacrestia a spennare gli uccellini,immagina le piume che andavano da tutte le parti lui ci ha preso per un orecchio e sin che non le abbiamo raccolte tutte non ci ha mollato, pensa che per prendere quelle più piccole ci bagnavamo le dita con la saliva. Avrei voluto incontrarlo l'anno scorso a Paderno, quando ho chiesto di lui mi hanno risposto che non stava bene. Ciao Padre Marcello.

Annetta Fusconi

 


 UNA GIORNATA CON PADRE MARCELLO
Padre Marcello e Gianni Mariscotti.jpg (1449031 byte)  Gruppo con Padre Marcello.jpg (1343812 byte)
Miei cari tutti, per prima cosa vi parlo delle foto che vi allego. Nella prima potete vedere da sinistra 
mia sorella Maria Rosa, Gianni Mariscotti, che vive a Udine, mia mamma e Padre Marcello 
e nella seconda Gianni e il nostro indimenticabile frate. Io ho scattato queste foto per questo non mi vedete.
Adesso vi racconto brevemente di quella indimenticabile giornata. 
Due mesi fa, esattamente il 6 maggio, ho fatto una bellissima sorpresa a Padre Marcello andando a trovarlo
(naturalmente l'avevo avvisato una settimana prima)al Convento di Cividino con mia mamma, mia sorella e 
un tripolino di nome Gianni Mariscotti dopo ben 37 anni di lontananza. Gianni Mariscotti era il figlio di 
Nicola che rilevò ai Bagni Sulfurei il ristorante del mitico Cardelicchio (chi non ricorda la rotonda sul 
mare col suo Juke-Box, che diffondeva le canzoni indimenticabili degli anni ‘60?).
Io avevo avuto la fortuna di incontrare Padre Marcello lo scorso 22 Ottobre a Brescia e proprio a Brescia, 
il nostro caro frate mi aveva detto che aveva tanta voglia di rivedere la mia mamma e questo ormai adulto 
Gianni (anni 59), ma per lui sempre il suo piccolo Gianni. Quel 6 maggio è stata una giornata indimenticabile: 
Padre Marcello era in perfetta forma, felice ed era davanti al portone del convento che ci attendeva 
con gli occhi che luccicavano. Era bello, dritto come un fuso, nonostante la sua età. 
Dopo gli abbracci e una chiacchierata ci ha condotti a vedere il Convento, con un passo veramente spedito. 
Ha gradito molto i regali che gli abbiamo portato e poi tutti insieme siamo andati a pranzo in un ristorante 
da lui consigliato. Quanti  ricordi abbiamo riportato alla luce, e che memoria ha dimostrato di avere 
Padre Marcello su dei particolari del vissuto della mia famiglia che avevo dimenticato. 
Soprattutto ha ricordato le belle mangiate che ha fatto a casa nostra insieme anche al piccolo Gianni, 
che aveva perso la mamma quando aveva solo 11 anni. Io ricordo una frase tipica che Padre Marcello 
diceva a conclusione di ogni pranzo e cioè: -La bocca non è mai straca finché non sa de vaca- 
Voleva dire che amava concludere ogni bella mangiata gustando un pezzetto di formaggio.
Naturalmente questa frase l'ho detta a fine pranzo quel giorno e lui ha sorriso confermando 
quanto ricordavo di lui. Mitico Padre Marcello, grande. Siamo rimasti insieme fino alle ore 18,00
e solo al momento del distacco abbiamo notato che un velo di tristezza scendeva sul suo volto. 
Ci disse: -Ormai sono vecchio, non so quanto potrò durare ancora- Purtroppo il 10 u.s. se ne' andato. 
Tutti siamo tristi, tutti l'abbiamo amato e tanto. Ci mancherà il suo sorriso. Grazie Padre Marcello.
Cari amici, quando ho saputo della sua morte, sono rimasta affranta, impietrita, non volevo credere, 
continuo a pensarlo e non lo dimenticherò mai. Ciao a tutti. Luisa Marchetti

Volando verso quarant'anni indietro

Sai, sono quelle promesse che fai a caldo, qualcuno ti dice che ci sarà una festa e subito dai conferma della tua presenza, “Ci sarò, promesso”, poi passa il tempo,  le situazioni cambiano, cerchi di trovare delle scuse per sottrarti all’impegno, per pigrizia, per mille motivi, quasi nessuno valido, poi, qualche giorno prima, all’improvviso decidi e ci vai, e così è successo a me, l’amico Ely Seror mi aveva inviato da Tel Aviv del materiale da inserire nel sito e tra questo, una locandina dove si annunciava che per il 7 di giugno si sarebbe tenuta una grande festa a ricordo dei quaranta anni della cacciata degli ebrei dalla Libia, infatti coincideva proprio con l’anniversario della guerra detta dei sei giorni con la conseguente espulsione di tutta la comunità ebraica ancora presente in Tripolitania e in Cirenaica.

         Avevo promesso ad Ely la mia presenza alla ricorrenza, così pochi giorni prima del 7 giugno decisi di partire, recatomi all’agenzia per prenotare il volo trovai posto solo per il 30 maggio e posto per il ritorno non prima del 10 giugno, detto fatto, il 30 mattina sono in volo verso Israele, mille pensieri e mille ricordi mi occupano la mente durante il viaggio, penso a chi incontrerò dopo 40 anni, come saranno cambiati, se si ricorderanno di me, come mi accoglieranno, molti nomi di compagni di scuola o di lavoro mi vengono alla mente, molti dei loro volti si affacciano sorridenti al balcone della mia memoria, sorrido anche io e i pensieri vengono riflessi nei sorrisi delle graziose e premurose hostess.

     Poi il fatidico annuncio formale del comandante che siamo in territorio israeliano e che tra poco atterreremo all’aeroporto Internazionale Ben Gurion di Tel Aviv, Aeroporto Ben Gurion.jpg (88644 byte) la temperatura al suolo è di circa 29 gradi, l’annuncio mi scuote dai pensieri e mi affaccio al finestrino, vedo distese di bianche rocce attorniate da sabbia e da arbusti e attraversate da solitarie strade, nastri neri sull’infinito giallo,  viste dall’alto mi ricordano molto i miei viaggi in deserto libico quando lavoravo per le compagnie petrolifere  e sorvolavo distese di sabbia e rocce simili a quelle, immediatamente il pensiero torna alla Libia, ma dura poco, atterraggio perfetto, applauso di prammatica e immediato trasferimento al terminal di arrivo, sbrigate le formalità di rito, e accolto da una  ragazza della sicurezza dagli occhi e capelli nerissimi con un cordiale “Benvenuto in Israele” mi accingo a ritirare i bagaglio peraltro già pronto nel nastro ed esco nel colossale atrio degli arrivi,  centinaia di persone sono in attesa degli amici o dei parenti ed Ely puntuale mi sta attendendo, un forte e prolungato abbraccio ci lega per diversi secondi siamo contenti di rivederci ed immediatamente ci trasferiamo in città, Ely guida sicuro nelle autostrade che ci portano verso il centro città e ci dirigiamo a Or-Yehuda, piccolo sobborgo di Tel Aviv dove abitano molti ebrei libici e dove ha sede il museo della comunità ebraica di Libia, IMGP5386.JPG (2214749 byte) entriamo dentro il museo e sono immediatamente accolto da abbracci e frasi di sincera cordialità, sono circondato da numerose persone, tra cui ricordo con affetto, Naim Zion, Yacohov Haggiag Liluf, Avi Pedazzur, Meir Cahlon, Nahum Gilboa, Davide Mimun tutti membri del direttivo del museo e la simpaticissima ed efficiente segretaria Osnat, tutti fanno decine di domande, tutti in gara per farmi sentire a mio agio e ci riescono benissimo con una quantità di leccornie, tra cui dei deliziosi datteri, e di caffé alla turca, passo l’intera giornata a visitare il museo e ad assistere a delle rappresentazioni teatrali con donne vestite con i costumi tradizionali ebraici in Libia, In buona compagnia... .JPG (1470194 byte) si pranza in un caratteristico locale vicino dove uno svelto garzone frigge dei saporiti ed abbondantemente ripieni “Burek” è un altro tuffo nei sapori dell’adolescenza, la giornata passa veloce, la serata è calda ma si dorme bene, sarà la stanchezza e le emozioni della giornata, il giorno dopo nuovo incontro con gli amici, nuove sensazioni di già visto e nuovo tuffo in un luculliano pranzo a base di cuscus, minestre con fagioli e spinaci, caponata, le non dimenticate “Burek” con uova o patate, creme di melanzana e di tahini (sesamo) humus, (crema di ceci e spezie) tirsci, (crema di zucca e spezie), spiedini di agnello e insalatina, il tutto accompagnato da me con dell’ottima birra locale e da tutti con un bicchierino di Arak speziato con cannella e chiodi di garofano, inizio a preoccuparmi di quanto peserò tornato in Italia!

            I giorni seguenti li dedico a visitare i luoghi caratteristici e con Ely ci  rechiamo a piedi dal lungomare di Tel Aviv sino a Jaffa, Tel Aviv from Jaffa.JPG (1332755 byte) a pochissimi Km dal centro, una città antichissima e molto ben conservata, sede di musei e del convento di S. Pietro, mi inoltro nei vicoli calpestando pietre perfettamente levigate dal passaggio prima di me di milioni di persone, vicoli che sono gallerie d’arte all’aperto dove tutti espongono le loro opere ,cammino curiosando poi nel mercato delle pulci che è il cuore pulsante della città con i suoi caffé, ristorantini e centinaia di negozietti che vendono letteralmente di tutto all’ombra di una torre dell’orologio perfettamente restaurata che ricorda Piazza Orologio di Tripoli.

 Il quarto giorno  prendo un pullman per Gerusalemme, una città che copre pigramente alcune colline con una enorme coltre bianca di case, vista dall’alto della promenade, abbaglia per il suo biancore avorio, inoltrandosi attraverso le vie che conducono alle mura della città vecchia si ha l’impressione che nulla sia cambiato, poi ci si ricorda che si è a Gerusalemme e non in Libia, ma il paesaggio è identico a quando arrivavi a Garian, arrivato presso la porta che conduce al Muro scendo dal Pullman e mi dirigo, dopo i severi controlli della sicurezza, a visitare sia il Muro sia le grandi Moschee poste nella spianata sovrastante poi mi inoltro nei vicoli dei mercati dove l’odore delle spezie si mescola con l’acre odore delle coperte di lana e quello del cuoio, un ubriacatura di odori e sensazioni, mi inoltro poi nella via Dolorosa, mi sembra impossibile di ripercorrere i passi di Nostro Signore e senza intenzioni blasfeme faccio un confronto con il caldo che fa  oggi e sicuramente allora e il mio zaino e la sua croce…Gerusalemme, una città dove la solennità delle Sinagoghe, i richiami del muezzin e il suono delle campane si fondono in un solo atto di unione, di fede, ma allo stesso tempo di divisione profonda.

            Ritorno a Tel Aviv, ancora abbacinato dal biancore di Gerusalemme e già programmo il secondo itinerario aiutato da Liliana, la bella moglie di Ely e pratica organizzatrice e il giorno dopo mi reco nuovamente alla stazione dei pullman e  parto per un giro che toccherà il centro nord di Israele, prima fermata a Nazareth e visita alla chiesa dell’Annunciazione con i suoi meravigliosi mosaici provenienti da tutto il mondo e raffiguranti la Madonna , poi si riparte e vedo dal pullman il monte Tabor, attraversiamo le città di Cana’a, Magdala, Cafarnao, arrivando sino al Giordano dove un edificio molto suggestivo indica dove probabilmente Gesù è stato battezzato, poi proseguo verso l’antico monastero di Tabgha e  il lago Tiberiade, vedo la collina dove è avvenuto il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, poi il lento ritorno a Tel Aviv passando per scenari naturali impressi nella memoria di una vita precedente, sabbia, rocce, sole, poi ad interrompere questa sequenza di colori monotoni ma sempre diversi, distese di piantagioni di banane, pesche, palme, vigne, olivi e melograni, è allora che cerchi di comprendere cosa sono i miracoli, le banane in mezzo al deserto!

            Altro viaggio organizzato dalla solerte Liliana coadiuvata dalla cugina Vally, il nord di Israele, le alture del Golan, la visita ad alcuni Kibbutz dove assaggio prodotti naturali come l’olio di oliva e la crema di tahini (sesamo), o acquisto saponi e creme e assaggio sorprendenti vini prodotti con il melograno! una giornata intensa di sapori e di emozioni!

       Arriva anche il giorno della ricorrenza, presso l’università di Bar- Ilan all’auditorio Whol, sono stati invitati ottocento membri della comunità, quelli giunti sono certamente di più, tutto si svolge secondo il programma, proiezioni di filmati, testimonianze drammatiche di quei giorni terribili, consegne di diplomi tra cui quello consegnato alla moglie di Omero Orsi, che nel ’67 si prodigò per salvare la vita a numerosi ebrei a Tripoli e il tutto è interrotto solo pause per il caffé o il pranzo e la cena con il cus cus e gli ipercalorici dolci a base di miele e mandorle e dove tutti pare mi conoscano e si complimentano con me per il sito e per tutti i fili che ho riallacciato tra gli amici dispersi, tutto  termina con un gradito spettacolo della cantante Miriam Meghnagi  che ha presentato un vasto repertorio di canzoni popolari,  insomma un bello spettacolo, degno delle promesse fatte.

            Ma l’avventura continua, un'altra mattinata passata a visitare l’enorme Suk Ha Karmel, mercato simile ai Suk el Turk e Suk el Muscir di Tripoli messi assieme e il vicino mercato degli artigiani con splendide opere in filigrana d’argento e di innumerevoli altri materiali, poi con Ely visito il quartiere antico di Tel Aviv, il nucleo iniziale attorno al quale si è andata espandendo l’attuale città, e sopra i tetti delle case a due piani svettano grattacieli moderni di acciaio e vetro sedi di alberghi, ministeri  o società varie, poi nel pomeriggio visita al centro sportivo di Holon, la città di sabbia, dove assisto a gare di pattinaggio artistico da parte dei ragazzi delle scuole elementari e partecipo al seguente picnic pomeridiano su uno dei verdissimi prati del centro, che lasciamo per andare a  Herzeliya marina, uno splendido porto a nord di Tel Aviv, dove oltre alle centinaia imbarcazioni da diporto e gli innumerevoli ristoranti sul mare vi è un colossale centro commerciale a più piani, è impossibile visitarlo tutto e dove un veramente maxi schermo da in diretta partite di pallone, fine serata in uno splendido sito costruito sull’ex porto di Tel Aviv completamente rivestito in legno simile al ponte di una nave e dove i docks sono stati trasformati  in favolosi e caratteristici ristoranti, discoteche, pub, boutique, cioccolaterie, riscattando una zona oramai divenuta fatiscente come lo possono essere le zone che circondano un porto, in un meraviglioso posto di divertimento e svago e dove ho gustato assieme agli amici Ely , Liliana o Daniel,  saporiti pesci e contorni orientali oltre a passeggiare per ore chiacchierando lungo i pontili, poi il ristoro della notte.

       Nuovo giorno e decisione di andare a visitare Haifa, città importante e più ancora importantissimo porto situato a nord, vicino al confine con il Libano, Haifa ci accoglie con una giornata splendida che ci permette di vedere i famosi Bahai Garden 2007-06-11 Tel Aviv 029.JPG (473118 byte) giardini curatissimi e variopinti che si stendono su una collina che dal mare sale sino ad un altezza elevata e dalla via centrale costeggiata da case medioevali appartenute ai Templari e ancora perfettamente conservate si può ammirare una splendida veduta di questi giardini a terrazze, poi proseguendo si arriva al monte del Carmelo dove ho visitato la grotta di S. Elia 2007-06-11 Tel Aviv 022.JPG (508548 byte) situata sotto l’altare  della chiesa del convento dei Frati Francescani e dove ho potuto assistere alla devozione degli arabi cristiani  abitanti nella zona, con l’offerta dei propri neonati portati sull’altare e unti con un segno di croce con l’olio santo presente in una ciotola. una cerimonia privata, semplice, senza l’intervento di alcun officiante, ma carica di patos e di solennità dove diviene difficile scattare foto o disturbare con la propria presenza superficiale di turista, all’esterno, in una piazza vicina, una superba colonna sostiene una statua della Madonna e il richiamo modulato del muezzin, fa da contralto al suono delle campane cristiane, poi si prosegue per Akko, l’antica S. Giovanni d’Acri , ultima roccaforte dei  Crociati e Templari, le possenti mura, opera gigantesca arricchita dai lavori delle truppe Napoleoniche ne fanno una città fortezza, il caravanserraglio, il porto, la città vecchia, i mercati coperti, i vicoli dove arabi ed ebrei convivono in una simbiosi che non trovi in altri posti in Israele ed i magnifici e numerosi ristoranti sul mare ne fanno un luogo da visitare senza indugio.

       Poi il ritorno a Tel Aviv a sera inoltrata, l’aereo parte alle cinque del mattino ed Ely da splendida persona quale è, si presta ad accompagnarmi all’aeroporto Ben Gurion tre ore prima della partenza, ci salutiamo, ci abbracciamo, poi velocemente ci allontaniamo in direzioni opposte io entro nel terminal, lui sale in auto, nessuno dei due deve vedere la commozione dell’altro nel luccicore degli occhi, ciao Ely, ciao Tel Aviv, ciao amici di quando avevamo cent’anni di meno, non aspetterò altri quarant’anni per tornare a trovarvi!

 

 

UN AVVENTURA SEGRETA

 

Ricordo sin da quando ero bambino e cominciavo a comprendere le cose dei grandi ero molto appassionato dai racconti di caccia. Infatti mio padre era un appassionato della caccia alla lepre ed al fagiano che con i suoi racconti e le sue prede ad uno ad uno aveva entusiasmato tutti e tre i fratelli. Santino che era il più grande sin dall'età di 8 anni accompagnava sempre mio padre nelle sue battute di caccia. Quando tornava, anche seppur stanco, era sempre sorridente e pieno d'entusiasmo, si sedeva e mi raccontava cosa era accaduto e quante lepri avevano cacciato. Quasi ogni fine settimana, nel periodo della apertura della caccia, loro partivano per l'avventura di caccia. Si perchè era sempre un'avventura quando si addentravano nelle campagne nei pressi di Tahruna, vicino alle famose montagne. Mio padre da buon meccanico aveva messo insieme, da due Jeep Willy residuati della guerra, una vero ed efficiente fuoristrada che nulla fermava sul deserto pietroso dell'interno della Libia, ricordo anche che con la stessa Jeep la domenica ci portava tutti a fare un giro sul lungomare a gustarci quella brezza marina del mare nostruum. Come ho detto dovetti aspettare sino all'eta' di 9 anni perchè mio padre con l'assenso di mia madre mi portasse con se nella prima battuta di caccia della mia vita. La notte precedente non riuscivo a dormire tanto ero contento. Mio fratello Carlo, anche lui appassionato, ma già  "veterano", piu' grande di me di due anni, invece dormiva come un ghiro nel suo letto della nostra comune cameretta. Ad una cert'ora il sonno sopravvenne e ricordo che fui svegliato da uno scossone, era mio fratello Santino, che scuotendomi cercava di svegliarmi. Saltai subito dal letto, corsi in bagno a lavarmi, uno spintone a mio fratello Carlo, che come al solito anche quando doveva andare a caccia si aggiustava il ciuffo, alla Tony Renis, e si incantava ad adularsi davanti allo specchio. Lui era sempre ben vestito, ben tirato, un monte di vaselina sui capelli che luccicavano e tanto Old Spice sul viso e sulle braccia. 
Giunti sul posto prestabilito, parcheggiata l'auto in uno spiazzo fuori strada, mi padre ci disse di scendere e di seguirlo perchè gia' cominciava la battuta di caccia. Dopo aver seguito mio padre in fila indiana, come tre oche che seguono la madre, ed esserci fermati, quasi immobili ad ogni cenno del passaggio di una lepre, che prima d'allora non avevo mai visto viva, cominciai a sentire la stanchezza. Mi avvicinai a mio padre e gli dissi che ero stanco e che avrei preferito tornare a riposare sull'auto. Mio padre mi guardò, quello sguardo significava tutto: stai attento, non combinare guai e non toccare nulla. Mise la mano in tasca, tiro fuori le chiavi dell'auto e me la porse. Con le chiavi in mio possesso mi sentivo padrone del mondo, non vedevo l'ora di sedermi al posto di guida dell'auto e pretendere di guidare, la stanchezza tutta d'un tratto era svanita. Avevo provato gia altre volte con la complicità di Carlo a guidare la Jeep, quando mio padre faceva il pisolino dopo pranzo. La Jeep era robusta e poi le piccole ammaccature che gli avevamo procurato non si notavano poi tanto. Giunto alla vettura, aprii la portiera dal lato guida e mi sedetti abbracciando quasi il volante. Mi fratello Carlo non mi aveva seguito, aveva deciso di rimanere con mio padre e Santino continuando nella battuta di caccia. Mi guardai attorno, non c'era nessuno, introdussi la chiave e tirai il pomello dell'accensione. Il motore si avviò, la macchina prese subito a muoversi e di li a pochi metri si tuffo col muso dentro un fosso, hups!!! Mi ero scordato di pigiare la frizione e metterla in folle prima di avviare il motore.
L'avevo combinata grossa, già pensavo a cosa mi sarebbe successo, mio padre mi avrebbe preso a fucilate, faccio per dire. Scesi dall'auto e vidi che le ruote anteriori erano tutte dentro al fosso, allora cercai di andare davanti e spingere con tutta la mia forza. mentre cosi facevo sentii un rumore mi voltai e vidi un contadino che teneva alle redini un cammello e mi guardava ridendo. ero già fuori di me figuriamoci se stavo li a farmi prendere in giro da quel contadino. Ma poi mi venne un' idea e chiesi a quell'uomo di aiutarmi a tirare fuori l'auto con il cammello. Cosi fu e poco dopo aver legato una corda alle staffe del paraurti posteriore riuscimmo a trarre la vettura fuori dal fosso. Lo ringraziai e lui si allontanò salutandomi. Sono stato davvero fortunato. Quando i cacciatori, si fa per dire, ritornarono dalla battuta di caccia non si accorsero di nulla perchè  nel frattempo avevo pulito il fronte dell'auto da tutta la sabbia che si era attaccata durante l'impatto. Quella fu
la mia prima avventura di caccia che mai scordero' perchè ho rischiato grosso. Nessuno seppe niente, nessuno si accorse e per timore di ricatti non dissi nulla ai miei fratelli. Era un segreto che mi sono tenuto dentro per quasi 50 anni, peccato avrei potuto raccontarlo almeno ai miei fratelli, Santino e Carlo che purtroppo non sono più qui con me.
Questa storia e dedicata alla vita meravigliosa ed avventurosa dei miei due fratelli.
Gianfranco Ventre

 IL DIALETTO SICILIANO

  Tripoli anni 1948…1951, un gruppetto di siciliani si incontravano presso il Caffè Commercio, al Gambrinus,al Caffè del Corso o alla Bomboniera e siccome tutti si sentivano artisti nella recitazione specialmente in dialetto siciliano, decisero di fondare una compagnia teatrale, così nacque la "FORMAZIONE DIALETTALE “ di Boccadifuoco-Auteri. Tra di loro, Giuseppe Nicastro  di Caltagirone, che lavorava al Municipio di Tripoli, Ufficio Anagrafe, che scriveva le commedie brillanti in due…tre atti e dirigeva al meglio la suddetta compagnia e che ebbe tanto successo…!!

    Le commedie venivano rappresentate presso il teatro del Circolo Italia e se ricordo bene, anche al Cine-Teatro Alhambra e per poter “re cita re” bisognava ottenere il nulla osta dalle Autorità Britanniche cioè dalla B.M.A. (British Military Administration) e quasi sempre  veniva concesso.

  Visto  che tutte le commedie erano  re cita te in stretto dialetto siciliano…mi chiedo ancora oggi, come facevano quelli della BMA a dare il nulla osta, se non capivano  assolutamente nulla, sia della trama che del dialetto siculo..????? Spero che qualche concittadino  colà  residente possa darmi una risposta..!!!     Giacomo (Gino) Campagna

Copie delle autorizzazioni le potete vedere qui sotto

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LA  MIA   BENGASI

                  Lo scorso autunno, mi trovavo in casa di mia sorella Teresa, ("Sina", per i familiari) e sfogliando distrattamente alcuni vecchi numeri dell'Oasi, il notiziario trimestrale degli Ex Allievi Lasalliani, mi sono riconosciuto con stupore ed emozione in una vecchia foto pubblicata nel n. 3 di Settembre-Dicembre 1993, che ritraeva tutti gli alunni della prima elementare, nel 1932. Ho provato sorpresa ed un'intensa emozione, e incredulo, ho voluto avere la conferma del riconoscimento dai miei tre figli: Donatella,Emanuele e Anna, e tutti e tre, unitamente a mia moglie Graziella, senza esitazione hanno puntato il dito su quel bimbetto che accovacciato a terra, "all'araba", al centro della prima fila, con il perenne ciuffetto ribelle sugli occhi, guardava la macchina fotografica. Ero io a cinque anni d’età, assieme a tanti altri amici Fratelli Cristiani, la cui scuola era in Via Torino a Bengasi. E' stata per me una gran gioia rivedermi bambino. E poi, sfogliando ancora, rivedere alcune foto di Bengasi, la città che è rimasta nel mio cuore. E così sono andato a rivedermi tutti i numeri arretrati che ho potuto reperire, leggendo avidamente gli articoli che la riguardavano, emozionandomi, quando descrivevano luoghi e fatti a me tanto familiari.

Successivamente, per la ricorrenza del Santo Natale, la mia adorata sorella, vedendomi così interessato, mi ha regalato due libri meravigliosi:" LA MIA LIBIA" di Paola Hoffmann e "LA LIBIA" di Torquato Curotti. Libri interessantissimi, che ho letto immediatamente in pochi giorni e che tutti i profughi o meglio tutti i discendenti di "Italiani di Libia" dovrebbero leggere, per comprendere  che cosa significa, il "Mal d'Africa". Un male sottile, pieno di nostalgia, che nessuno può capire se non ha vissuto in Libia, e che cosa esso rappresenti per noi anziani, ancora oggi, a distanza di cinquantaquattro anni, da quando siamo stati costretti ad abbandonarla.

"LA MIA LIBIA" ha dato nome e collocazione storico-ambientale a strade e fatti che si erano persi nella mia memoria. Le descrizioni precise e dettagliate di luoghi e fatti a me noti hanno all'improvviso fatto riemergere nella mia memoria, come tanti flash-back, episodi e particolari dimenticati o meglio, che credevo dimenticati e che ora invece si rincorrono velocemente uno dietro l'altro nella mia mente, mentre scrivo questi appunti. Mio padre, dopo anni di duro e tenace lavoro, aveva finalmente costruito tra il 1930 e il 1939, una bella casa a due piani, con prospetti in Viale Regina n. 43-45-49 e 51, Via Zarrugh Raed n. 1-3 e 5 e Via Luahi n. 1-3-5 e 9, (poi parzialmente distrutta durante la seconda ritirata), nella quale abitavo al primo piano, assieme alle mie sorelle Rosa ed Agata ed ai miei fratelli germani Giovanni, Pino e Sina Giudice, figli del primo marito di mia madre, morto in guerra nel 1919. I miei genitori Emanuele Nicosia e Grazia Liotta gestivano, autonomamente, due attività commerciali al piano terra dello stabile. Un locale bar con annessi sala biliardi e sala giochi, e un locale per generi alimentari, tra loro intercomunicanti, siti sul Viale Regina quasi di fronte al Comando Truppe del Generale Nasi, mentre nei locali di Via Luahi n. 9, i miei fratelli Giovanni e Pino Giudice, gestivano una fabbrica per la produzione di "seltz" e di bibite gassate in bottigliette di vetro, (quelle che avevano come tappo una pallina di vetro che si abbassava con la pressione del dito), e un deposito di vino che mio padre importava dalla sua città natia, Vittoria, in Sicilia. Sono vissuto, quindi, in un ambiente di lavoro e di varia astrazione umana e sociale, tra italiani, arabi, maltesi, ebrei, somali, eritrei, etc, dando anch'io alla famiglia un modesto contributo di lavoro come cassiere (a tempo perso) durante la siesta dei miei, leggendo i miei giornaletti preferiti: il Monello, Mandrake con il suo fido servo Lotar, Cino e Franco con il cane Rin Tin Tin, Gordon e altri di cui non ricordo il titolo. Crescevo così coccolato per la mia tenera età, a contatto con gli avventori abituali che giocavano al biliardo, la sera, nei due saloni avvolti dal fumo delle sigarette, oppure al bar. Militari somali e ascari eritrei del vicino Comando Truppe, che la sera mangiando uova sode e vino si ubriacavano, litigando spesso, seduti attorno ad un tavolo.  mentre io imparavo tutti i piccoli trucchi del mestiere dal banconista arabo Milud Ben Farag, mio mentore e dal suo giovane aiutante sudanese Iadin (Eden) Zaret e dal cameriere Ahmed. Vivevo anche a contatto con i nativi, miei coetanei, con i quali avevo fraternizzato, avendo facilmente imparato alcune frasi essenziali in arabo, quelle più comuni per capire ed essere capiti e per difendermi, rispondendo a tono. Parole e frasi purtroppo, oggi, in parte dimenticate.

Sono note riguardanti strade, negozi e ambienti che molti lettori forse non individueranno o gradiranno leggere, ma che potrebbero rievocare ad altri bengasini nostalgici, emozioni e cari ricordi come è successo a me leggendo il libro della Hoffmann,. E per questo mi dilungo a scriverle, corredandole anche di fatti strettamente personali, perché‚ spero che possano leggerle anche i miei due teneri nipotini Roberta e Angelo, quando saranno in età per poterlo fare. Forse quando io non ci sarò più, per raccontare loro a voce, come fanno tutti i nonni, episodi allegri o tristi della propria vita. Dal 1928 al 1941, ho passato gran parte della mia vita in casa di mio zio Diego, fratello maggiore di mio padre, in un grande edificio a due piani, con esercizio di bar e sala biliardi a piano terra e con l'abitazione al primo piano. La casa estesa tra la Via San Francesco d'Assisi e Via Zuara, faceva angolo acuto con il Corso Italia e parte di questo angolo, occupato dal bar, era coperto con un ampia terrazza, antistante il salotto "buono" dell'abitazione. Sembrava il ponte di comando di una nave! era il mio regno incontrastato, dal quale giocando, potevo osservare tutto quello che succedeva di sotto, sulle strade:

Il Circolo degli Ufficiali, tra  Piazza Cagni e Via Torino, con il via vai continuo dei giovani ufficiali agghindati nelle loro bianche uniformi e accompagnati da leggiadre signorine, che arrivavano, mollemente sedute nelle nere carrozzelle; Le accese partite di calcio che si svolgevano nella grande palestra scoperta dell'antistante scuola elementare Giosuè Carducci e il passaggio frenetico degli automezzi militari che spesso si scontravano con fragore con altri mezzi di trasporto. Proprio assistendo ad uno di questi incidenti, quando avevo quattro anni, è legato purtroppo, un triste ricordo della mia vita: una carrozzella distrutta e un cavallo disteso per terra, in una larga pozza di sangue. Spaventato dal rumore delle ferraglie e impressionato dal repentino spettacolo di morte, mi sono accasciato lentamente a terra, svenuto, con le mani avvinghiate alle sbarre della ringhiera. Sono rimasto così, sotto il sole per un bel po’ di tempo, sino a quando la moglie del Commissario Orecchio, vicina di casa, non provvide a farmi soccorrere dai miei, che vennero preoccupatissimi a sollevarmi.  Non ricordo quanto tempo rimasi a terra, quel giorno, ma so che da allora, quando vedo  sangue, la scena del mancamento, puntualmente si ripete.

La prima strada da me frequentata, è ovvio, è stata la Via San Francesco d'Assisi, meglio nota come Via Torino.  Era la strada dei più moderni negozi d’abbigliamento gestiti quasi esclusivamente da italiani, e della Chiesa più frequentata dai bengasini, la Chiesa di San. Francesco d'Assisi. Di fronte, sull'altro lato della strada, c'era una sala cinematografica, la Sala Italia, in cui io avevo libero accesso, in cambio di qualche caffè, sorbito a sbafo dal bigliettaio, al bar di mio zio Diego. Era una sala piccola ma graziosa, con pochi posti, sia in platea, che in tribuna la quale aveva due gallerie laterali  dove io, dopo aver visto i film western con Tom-Mix sul suo cavallo bianco e con il largo cappello da cow-boy in testa, oppure quelli muti di Charlot, sonorizzati da un pianista che strimpellava sul pianoforte collocato sotto lo schermo, mi addormentavo regolarmente, rannicchiato nella poltroncina di ferro in prima fila. A fine spettacolo, qualcuno del bar veniva a prelevarmi. In questa sala ho visto un film che è rimasto impresso nella mia memoria, perché segnò una svolta indelebile  della mia fanciullezza: "I ragazzi della Via Paal".

Adiacente al bar c'era lo studio fotografico del Cav. Gaetano Nascia e Figlio, il più attrezzato della città, dopo quello di Dinami, con i suoi fondali sceneggiati color seppia, le poltroncine di vimini con l'immancabile bouquet di fiori su un trespolo di legno e il parco lampade. Era uno studio molto frequentato, e le sue fotografie stampate su uno spesso cartoncino con i lati frastagliati e la classica firma, campeggiano ancora sulle pareti di casa nostra e ritengo d’altre famiglie bengasine. Poi, percorrendo la strada più avanti, c'erano i negozi di vini del  sig. Antonino Russo, all'angolo di una stradina coperta, e del sig. Porromuto. Il negozio del sig. Francesco Senia, quello del tappezziere Macaluso, il negozio di pelletterie "Alla Città di Napoli", la pizzeria del sig. Mezzasalma  che tra l'altro, faceva delle favolose frittelle, le "crispelle" di riso con il miele o con le alici, che erano una delizia E c'erano tanti altri negozi d’abbigliamento: l'emporio del sig. Rosario Russo pieno di giocattoli, tessuti, pianoforti, articoli per regali, c'era pure l'Albergo Torino, il ristorante Centrale e una farmacia. Ed infine, ricordo, c'era un negozio di generi alimentari, che esponeva nelle sue vetrine meravigliosi piatti di pietanze già pronte, che in molti gustavano con gli occhi e col naso incollato al vetro, (cosa che di tanto in tanto, piccolino, facevo anch'io). Non è che mi mancava allora l'occasione di gustare pietanze simili, in casa di mia zia Grazia, ma era la sapiente preparazione del piatto esposto, che attirava la mia attenzione. A casa nostra, di solito, si mangiava in modo più frugale sia a causa dell'attività commerciale esercitata dai miei, che lasciava poco tempo per queste cose, sia perché‚ "loro", pensavano al risparmio. Conservare in cassaforte tanti "filus", quei bei bigliettoni da cento lire, grandi come fazzoletti da naso, era l'aspirazione di tutti gli italiani d’Africa, allora!.

Sicuramente, non era come ai giorni d'oggi, che si ricorre spesso alle pizzerie o ai fast-food !. Raramente si andava al ristorante ! E le pietanze a base di carne si mangiavano, di solito, soltanto la domenica, quando il pranzo era fatto a base di casalinghe tagliatelle in brodo di gallina con piccole palline di carne macinata, e poi gallina disossata ripiena di riso con fegatini macinati, e frutta e dolce fatto in casa. Una domenica, però, non mangiai la solita gallina! successe, infatti, che, approfittando dell'assenza delle mie cugine Rosa, Nellina e Franca che erano andate a messa, m’impossessai di tutti i cioccolatini che la più grande di esse, Rosa, prepotente e autoritaria, (se lo poteva permettere perché‚ aveva tredici anni più di me che ne avevo cinque, allora), teneva conservati gelosamente in un cassetto. Per consumare il frutto della marachella, senza essere visto, mi nascosi sotto il suo letto. Un letto di ferro, con le spalliere arcuate dipinte con motivi floreali e delimitate da due pomoli di rame che aveva una rete appoggiata su alti cavalletti di ferro, i cosiddetti "trispiti". E per maggior sicurezza mi sdraiai tra la parete e una grossa e bassa cassapanca di legno, che c'era sotto il letto, dove la cara cugina, che dopo alcuni anni sarebbe diventata mia cognata, raccoglieva il suo corredo nuziale.

A tavola la mia assenza non destò meraviglia o preoccupazione perché io ero aduso a queste improvvise sparizioni. Infatti, quando le cose non mi andavano per il verso giusto, in una delle due "mie" case, io prendevo i pochi indumenti personali, li raccoglievo in un ampio tovagliolo e salutando imbronciato, mi trasferivo nell'altra casa stringendo nella mano "la truscia" (fagotto), sotto l'occhio divertito dei familiari, ormai abituati a questo mio sdegnoso modo di agire.

Guardarono sotto tutti i letti, compreso quello dove ero nascosto io, malauguratamente senza scorgermi, perché ero più corto della cassapanca che mi occultava interamente. Poi, cominciarono a cercarmi nei vari posti che solevo frequentare, al porto, dove io ero solito andare in compagnia di altri ragazzi più grandi o dietro la stazione ferroviaria nella Sebcha, dove spesso con loro, andavo a caccia con la fionda o con le trappole.  Ma tutte le ricerche condotte, anche da amici e vicini di casa, furono vane e si cominciò a pensare al peggio. Io allora, ero il più piccolo, amato e unico rappresentante maschio di una "famiglia" siciliana che angosciata per la mia lunga assenza, si riunì nel salotto della casa di mio zio, piangendomi per morto. Certo, non era tempo di sequestri, come sarebbe avvenuto da noi oggi, ma l'idea che mi fosse capitata qualcosa di grave cominciò a serpeggiare in famiglia, mano a mano che passava il tempo, infruttuosamente. E ogni parente che  veniva per consolare mia madre, i suoi lamenti si facevano sempre più alti: "figghiu, figghiu miu", diceva lei, struggendosi nel pianto. E furono proprio quegli alti lamenti a farmi svegliare di soprassalto !.

Mia madre aveva un carattere forte e non l'avevo mai sentita piangere, prima di allora, né dopo per la verità, sino alla morte di mio fratello Giovanni, e quel pianto che mi giungeva dalla stanza accanto attraverso il sottile muro a cui io ero addossato, che ci separava, mi sconvolse. Uscito dal mio nascondiglio, mi presentai carponi nel vano di porta dell'attiguo salone, e piangendo anch'io, chiesi il perché di quelle lacrime collettive. Quello che accadde di lì a pochi secondi, non posso descriverlo.  In un attimo mi furono tutti addosso, felici, e contenti, sollevandomi, abbracciandomi, baciandomi e chiedendomi in coro il motivo della mia lunga assenza da casa.

La Via San Francesco d'Assisi, ultimava nella zona dove prima c'era il vecchio Cimitero Arabo, ad angolo con la Via Roma e  col Palazzo delle Poste, vicino al quale c'era una libreria con vendita di giornali e il negozio di generi alimentari gestito anni prima da un altro fratello minore di mio padre, Salvatore. "U zu' Turiddu" con sua moglie Marietta e le tre figlie Rosetta, Franca ed Elsa.

A dieci anni, la mia attività ricreativa preferita era, la pesca, che io praticavo utilizzando una canna preparata con le mie mani. Partivo per le mie scorribande in bicicletta, (allora si poteva fare!), e mi dirigevo verso il porto, dove andavo a pescare sull'antemurale, dopo la Dogana e la Stazione Marittima , nel luogo dove attraccavano le maone, grandi barconi a motore che trasbordavano a terra i passeggeri dalle navi, che arrivando da Siracusa, allora, non potevano attraccare al molo, per il suo basso fondale. E durante il tragitto spesso mi fermavo per entrare o osservare alcuni locali pubblici, per lo più bar, che erano quelli che maggiormente attiravano la mia attenzione. All'angolo tra il Viale Regina e la Via Gasr Ahmed, ricordo, c'era una moderna tabaccheria di proprietà dell'ex Brigadiere Troia, ben assortita di tanti tabacchi e dove io compravo le sigarette preferite da mio padre, le "Macedonia Extra"; nella stessa strada c'era l'appaltatore d’opere edili, il sig. Stefano Fugardi, marito della modista sig.ra Fugardi, e il laboratorio per la produzione e riparazione di carri dei fratelli Cusumano. Poi continuando sullo stesso lato del Viale Regina, c'era un bar dove vicino abitava il Dott. Fusco, medico di famiglia, di fronte alla Caserma dei Carabinieri, dopo, all'angolo di Via Bazar, c'era un grande emporio di prodotti per l'edilizia, e di ferramenta e colori di proprietà del sig. Pietro Ruffatto. Il Viale Regina terminava all'angolo con Via Aghib, su un grande slargo trapezoidale. Era la Piazza Generale Cagni, con tanti fabbricati moderni sui lati ed un monumento sito al centro a mò di spartitraffico.

Sull'altro lato della piazza, c'era il Palazzo Prosdocimo, con un fornitissimo negozio di generi alimentari, poi il grande bar Zizzo, e subito dopo il negozio di cappelli della sig.ra Gina Modafferi, quello del sig. Menta e quello del sig. Papouchado.

Dai lati opposti della piazza, si dipartivano due larghe strade: una alberata, che si chiamava Viale della Stazione, conduceva alla Berka, passando davanti alla Stazione Ferroviaria e alle case popolari I.N.C.I.S., l'altra chiamata Corso Italia, finiva nella zona del porto. Questa era la strada più bella della città, con le sue palme altissime sui marciapiedi, con i suoi cento negozi di articoli vari, e con gli studi dei professionisti più noti , tutti residenti in palazzi costruiti di recente dagli italiani, confinante con il quartiere arabo retrostante. Proprio all'inizio del Corso Italia, a sinistra, c'era un bel palazzo in stile coloniale a due piani, (come quasi tutta l'edilizia bengasina), in cui aveva sede il Circolo degli Ufficiali, con i suoi ampi saloni sempre brulicanti di militari e  con i rossi campi da tennis, sull'area retrostante. Una sede, che era l'ambita meta di tutte le ragazze e anche d’alcune signore della borghesia, che aspiravano di partecipare al braccio di qualche giovane ufficiale, alle periodiche feste che ivi si tenevano. Di fronte al circolo c'era il negozio d’articoli da regalo della sig.ra Santa Raimondi, suocera del Dott. Beccali che aveva sposato la figlia Rosetta e i cui figli Giorgio e Mario erano nati in un appartamento sito nel nostro palazzo di Viale Regina.   Ricordo che il padre di Rosetta, Nunzio Ammirata, aveva una fabbrica di candele in Via Mercato Nuovo, mentre lo zio Angelo Raimondi con la moglie Concetta Fontana, aveva un negozio d’articoli da regalo in Corso Italia, vicino alla modista sig.ra Fugardi. Dopo lo sfollamento da Bengasi, questi due negozi furono trasferiti dai proprietari, a Palermo, in Corso Vittorio Emanuele.

Dopo il Circolo degli Ufficiali, c'erano le Scuole Elementari e le Scuole Medie,  due grandi edifici con ampi spazi a verde, in uno dei quali io ho completato gli studi elementari, iniziati presso i Fratelli Cristiani. C'era pure una grand’area recintata di fronte le scuole, in Viale Giacomo De Martino, dove c'erano due palestre coperte e un campo di calcio, sede di epiche battaglie a calci negli stinchi, che mi hanno lasciato il segno. Di quel periodo scolastico,ricordo poche cose, forse perché marinavo spesso le lezioni: il cucchiaio colmo di olio di fegato di merluzzo con gocce di limone che ci obbligavano a prendere ogni mattina per migliorare la "razza";  il grembiule nero con il colletto bianco e il fiocco azzurro; i nomi di alcuni miei compagni: Emanuele Carfì, oriundo di Gela, (diventato Deputato del P.C.I. e morto alcuni anni fa, Angelo  Jacobucci di Palermo, Massimo Magnani e la sorella, oriundi di Cerignola e il cognome di una mia maestra, "Buongiardino", zia di un mio fraterno amico di nome Nino Rosano, (mi sembra oriundo da Siracusa), che abitava in Viale Regina, vicino casa mia. Suo padre faceva il calzolaio e il cortile di casa sua era il ritrovo d’altri comuni amici tra i quali ricordo solo: Aldo e Gilda Giardinella, Lillina Sisto, Lina Cusimano, Lucia e Maria Bellavia, figlie di "Ciccia" e "Peppino" Bellavia, miei compaesani di Agira.  Questi gestivano, insieme con Filippo Bruno (detto Pacione), una piccola fabbrica di pasta fresca vicino casa nostra. Un uomo affabile e simpatico, Peppino Bellavia, dal perenne cordiale sorriso fra le labbra, ereditato anche dalle due sue care figliole. Lucia e Maria che vive in Belgio, a Bruxelles, assieme al marito Luigi Musumeci, nato ad Agira come me.

Di fronte alle scuole c'era la casa di mio zio Diego all'angolo di Via San Francesco d'Assisi, di cui ho già scritto prima. E adiacenti alla casa, lungo il corso, c'erano alcune fornite cartolerie e librerie e sopratutto per noi scolari che ci andavamo spesso c'era, una salumeria fornita di ogni ben di Dio, sempre affollata: mi sembra si chiamasse Bocconi. Altro negozio che attirava la mia attenzione era quello di biciclette e di vari articoli sportivi, di proprietà di Valentino Maganza, sito all'angolo di Via Santa Barbara, vicino al bar di mio zio Salvatore. A questo punto, la strada si allargava e ricordo c'era il Ristorante Bella Napoli e una serie d’edifici moderni, in cui avevano le loro sedi le istituzioni religiose e politiche più rappresentative della Colonia, mentre il lato destro era occupato quasi totalmente da negozi e bar al piano terra e da abitazioni al primo . Lungo il corso, c'era un lungo palazzo con porticato, sede del Convento delle Suore di Ivrea o di San Francesco, in cui andavano a scuola le mie cugine, ( come si conveniva per le famiglie della buona borghesia), e c'era pure la Sede del Vescovato, l'Unione Militare, la libreria del sig. Guido Vitale, il negozio di articoli sportivi del sig. Mario Pappalardo e un grande negozio di carne macellata del sig. Giulio Viciani, vicino al negozio di generi alimentari del sig. Epifani.

Un ricordo preciso, legato a questa piazza, è rappresentato da un mezzo corazzato inglese, un carro armato Mark 2, catturato dagli italiani nei primi mesi di guerra, sul fronte egiziano ed esposto per lungo tempo, come trofeo, alla curiosità del popolo e di noi ragazzi che tutti attorno, soddisfatti e fieri, tastavamo le pareti d'acciaio, forate e completamente ricoperte da una patina di sabbia rossiccia. A destra, girando dal Corso, c'era l'albergo ristorante Italia e il Bar  del sig. Malvicini.  Certamente il bar piu’ snob tra i tanti della città, con il largo marciapiedi antistante sempre pieno di tavolini all'ombra di larghi ombrelloni bianchi, dove un giorno mio zio Diego sorprese, scandalizzato, le sue figlie e le mie sorelle che sorbivano l'aperitivo, sedute attorno al tavolinetto, con le sigarette in bocca e le gambe accavallate. Vergogna !!!!. disse e dopo averle indotte ad alzarsi, se ne andò sdegnato, per quell'atteggiamento poco usuale nelle nostre famiglie.

Sull'altro lato della piazza a destra, c'erano il Palazzo del Littorio, il Palazzo del Governo, il Palazzo Sichemberg e il Circolo dei Commercianti. A sinistra invece, c'era il bar pasticceria Savoia, il Tribunale, il fioraio Crocivera, la C.I.T., la Cassa di Risparmio della Cirenaica, dove lavorava un nostro inquilino il Dott. Luigi Beccali, e altri fabbricati sedi di Banche, Agenzie di viaggio e Consolati esteri. Sul quarto lato, a chiusura della piazza, si erigeva imponente l'alta mole del Teatro Municipale Berenice, con la sua ampia scalinata e l'alto porticato di marmo, in cui ricordo prima della guerra, fu esposta al pubblico su un palchetto in legno, la prima autovettura di piccola cilindrata, prodotta dalla Fiat, la mitica Topolino. Dalla Piazza del Re, girando a destra si andava verso il Municipio, percorrendo la Via Roma, una moderna strada con palazzoni, alti e in parte porticati.          Gli edifici più rappresentativi, per le loro linee architettoniche, erano il Palazzo della Banca d'Italia a sinistra e il grande Palazzo delle Poste, ad angolo con la Via S. Francesco d'Assisi, vicino al quale c'era il Mercato coperto di recente costruzione, che aveva occupato il vecchio Cimitero arabo, quindi, un po’ defilato sulla destra, c'era il Mercato coperto del pesce. Percorsa l'ampia Via Roma, la strada si restringeva notevolmente perché entravamo nel quartiere arabo della città. In questa strada, chiamata Via Generale Briccola, rammodernata di recente con grandi palazzi porticati, c'erano i negozi più forniti di Bengasi, gestiti in massima parte da ricchi ebrei e da commercianti indiani, che ostentavano le loro mercanzie, le loro stoffe di seta cinese, gli avori, i tappeti, e quanto di meglio si poteva trovare in commercio allora proveniente dalle Indie. Ricordo alcuni nomi di grandi empori, primo tra tutti quello di Angelo Aprile, poi quelli di Cardinale e Belleli, Franz Fiorentino, Cosimo Scarpaci, dei fratelli Legziel, e il negozio di argenteria di Fortunato Costa.

La Via Generale Briccola, finiva in un’ampia piazza, dove aveva sede il Municipio. Una costruzione, che occupava tutto il lato sinistro della piazza, contornata da altri edifici coloniali, con bassi porticati bianchi in cui i nativi seduti su sgangherate sedie attorno ai tavolinetti di ferro, sorseggiavano il caffè alla menta con le arachidi o fumavano nei loro narghilè. Ricordo che c'era un fornitissimo bar di proprietà del sig. Parlato e la tabaccheria più antica di Bengasi, la n. 1, gestita dal fratello Giovanni Parlato, la farmacia del Dott. Rinaldi, la torrefazione di caffè del sig. Giovanni Costa ed infine il gran bazar "Cirenaica" del sig. Giacomo Papouchado. Di fronte c'era la Moschea el Chebir, con il suo snello minareto che svettava in alto, in cui il Muezzin, la sera, intonava la sua dolce cantilena di preghiere. A destra della moschea, iniziava una stradina stretta e coperta come una galleria, che diventava ancora più impercorribile per le mille cose che erano esposte disordinatamente a terra e per il gran numero di nativi che gesticolando, t’invitavano ossequiosi a comprare le loro cose, toccandoti con le mani gli abiti. Era il Suk el Dlam con i suoi mille negozietti piccoli e stracolmi di mercanzie: stoffe di cotone o di seta vivacemente colorata, barracani, spezie, (il pepatissimo filfil), tappeti, oggetti di cuoio, ceste di datteri neri, droghe, profumi inebrianti e tinture rosse e densamente profumate, l'"henna", con la quale le donne arabe si tingevano le mani e il viso, e poi tanti dolci.  Dolci di mandorla, il gustoso "halgum", la "halua" e mille, mille cose buone ancora. Il gran mondo arabo, nell'espressione più genuina.   Addentrandoci oltre questo stretto percorso, e percorrendo altre stradine del quartiere arabo, si raggiungeva, passando dalla Piazza dell'Erba, la Via Osman Bahchek e da qui si raggiungeva la zona dei Fondugh e, in Viale Regina, il Comando Truppe della Colonia, allora retto dal Generale Nasi. Questo poligono stradale, racchiudeva la gran parte della città vecchia, che si estendeva ancora, con cento strette e contorte stradine, verso nord, nella zona dei Sabri. Percorrendo il Viale Regina, a sinistra della Via Sciuechat, s’incontrava dopo la Piazza Fondugh , il grande arco d’ingresso allo Stadio comunale, teatro d’epiche partite a calcio, di parate militari con le truppe di colore cammellate e di spettacoli equestri offerti dai cavalieri berberi durante le visite del Re e del Duce a Bengasi. In Viale Regina, c'era il panificio del sig. Salvatore Breccia e c'era un altro esercizio commerciale gestito  da un mio parente, lo zio Pietrino Gulino e da sua moglie, sorella di mio padre di nome Teresa ( ma chiamata "Zia Trisina" dai parenti), unitamente ai figli, Titta, Giovanni  e Angela. Il Viale, terminava con la Porta Sabri, l'antica porta d’accesso alla città, subito dopo il nuovo grande Fondugh. Ai lati di tale porta, c'era a sinistra una grand’area recintata con muri altissimi, comprendente gli edifici dell'Ospedale Coloniale. Grandi padiglioni di stile coloniale, in cui avevano sede i vari reparti, sempre affollati d’ammalati. In quel luogo, nel 1939, unitamente a mia sorella Sina, (che fece poi da balia al nascituro), sono andato a fare visita ad una mia parente, moglie del Maresciallo Francesco Arena, di nome "Ciccina" che aveva partorito prematuramente il figlio primogenito, Enzo. Questi era così piccolino, così paonazzo che io, impressionato da quell’insolita visione, mentre gli facevano il bagnetto, sono svenuto, accasciandomi per terra, tra lo sgomento dei parenti.

A destra di Porta Sabri c'era il Lazzaretto, davanti al quale sostavano spesso con aspetto trasandato e malaticcio, vecchie meretrici arabe, le cosiddette "mabruke", anziani beduini ammantati nei loro laceri barracani di lana, assaliti da nugoli di mosche, e vicino a loro, piccoli, scalzi, bambini arabi, con l'eterno moccolo giallo pendente dal naso sempre incrostato e sporco. Fuori porta, invece, aveva inizio una grande estensione di terreni pieni di verdi rigogliose palme, tra la strada che conduceva a Tocra e una spiaggia splendida, sul mare. Era il palmeto dei Sabri, dove, dopo i primi bombardamenti, abbiamo trovato temporaneo rifugio in alcune case arabe. Più in la, a destra della strada, c'erano le fornaci di calce dei sigg. Giardinella, dove io mi recavo per prendere lezioni private di latino, da Lucia.   Lucia era la figlia maggiore di Giuseppe Giardinella e di sua moglie, la "sig.ra Peppina" che assieme a Sarino, Iolanda, Emilio, Aldo e Gilda, vivevano in una moderna casa a due piani, in Via Zarrugh Raed, poco lontano da casa nostra. In quella casa io sono cresciuto come un figlio, assieme agli  altri, dopo l'immatura scomparsa del sig. Giardinella, avvenuta nel 1934. E ricordo ancora oggi, con commozione, che la piccola Gilda, che allora aveva quattro anni, chiamava familiarmente e con affetto, i miei genitori, "papà Nenè" e "mamma Grazietta". Era un'abitazione bella e spaziosa ad un piano, tutta bianca, con una sola porta d’ingresso. All'interno c'era un ampio spiazzo quadrato porticato, con tante camere tutt'attorno. Queste, prendevano luce dalle porte e da strette finestre protette da fitte griglie di legno, le "musciarabieh" e le belle donne arabe circolavano liberamente senza il velo sul viso, com’erano costrette a fare quando uscivano per strada.  Ricordo i pranzi luculliani che erano preparati in questa casa per festeggiare la fine del digiuno, imposto dalla loro religione, per il "Ramadan".

Altro percorso che io facevo spesso, in bicicletta, era il periplo della Sebcka, un vasto spiazzo di terreno  lagunare collegato con il mare del porto grande, che serviva da idroscalo per l'idrovolante di Italo Balbo. Partivo sempre da Via San Francesco d'Assisi e quindi, percorrevo il Viale Giacomo De Martino, passando davanti alle scuole elementari Giosuè Carducci, poi più avanti, a destra c'era la fabbrica d’alcolici della ditta Xuereb, che ricordo, produceva tra l'altro, una squisita "anisette", e poi c'era, verso la Sebcha , una clinica privata di proprietà del Dott. Prosdocimo: mi sembra si chiamasse la Quisisana. A metà strada c'erano tante case unifamiliari con graziosi giardinetti fioriti, ben tenuti e recintati tutt'attorno, con alte cancellate di ferro battuto. Dietro queste ville a sinistra, c'era il grande  Palazzo della G.I.L., un edificio di colore oscuro, imponente, con una enorme piazza antistante, dove noi, Giovani Italiani del Littorio: balilla, avanguardisti, piccole italiane etc, etc, incolonnati e coperti per tre, marciavamo impettiti e felici !!!, (contrariamente a quello che per tantissimi anni hanno detto  molti italiani.) Più avanti ancora, a destra, iniziavano gli stabilimenti industriali tra i quali, ricordo, quello della Ditta Igino Palla e di Adolfo D'Andrea, con tanti barconi in ferro affondati, semisommersi dall'acqua, proprio dove aveva inizio il ponte in ferro che conduceva alla Giuliana. Ponte che fu parzialmente demolito durante la guerra, per lasciare ammarare agevolmente gli idrovolanti Savoia Marchetti, che avevano la loro base nella Sebcha. Alla spiaggia della Giuliana sono legati i ricordi più belli della mia fanciullezza. Infatti, tutte le estati, io trascorrevo le vacanze al mare, sempre ospite di mio zio Diego che aveva una bella villetta lungo la strada prospiciente la spiaggia o dei sigg. Giardinella, e percorrevo giornalmente la lunga striscia di sabbia finissima, passando e ripassando e a volte soffermandomi a guardare le cabine dello stabilimento balneare del sig. Carlo Trevisani, il ristorante a mare dei Malvicini , La Sirena e gli altri chalet in legno, colorati vivacemente, con i terrazzini recintati e coperti di stuoie di palme, sempre affollati di allegra gioventù in costume da bagno. Lo chalet del Governatore, e quello degli Ufficiali, invece erano sempre presidiati da giovani militari in divisa bianca, candida, con la pistagna del colletto rigido, che vigilavano le terrazze a mare, gremite di muscolosi giovanotti e giovani damigelle con costume castigato, all'ombra di bianchi ombrelloni. Assieme ai miei soliti amici, giocavamo al "chiodo", lanciandolo roteante in aria per farlo infiggere con la punta nella sabbia bagnata del bagnasciuga, a Jo-Jo, a tamburello, con le cinque pietruzze da lanciare in aria, e sopratutto ci divertivamo un mondo con le altalene.   Queste, collocate lungo la spiaggia, erano realizzate con travi di legno alte circa cinque metri, con una coppia di sedili autonomi appesi ad un'asse di ferro e su cui noi ci dondolavamo allegramente e velocemente, sfidandoci a chi andasse più in alto dell'altro. C’era pure l'altalena, ad un solo sedile, e su questo, spesso, ci mettevamo in due persone contrapposte, spingendolo con i piedi, una volta ciascuno, abbassandoci sulle ginocchia.

Oltre questi gioiosi ricordi, però, c'è un altro, macabro questa volta! Un pomeriggio  dell'anno 1935, mentre ero intento a pescare sugli scogli, vicino al Monumento a Mario Bianco, primo soldato italiano morto a Bengasi il 19 Ottobre del 1911, durante lo sbarco delle truppe italiane per l'occupazione della Cirenaica, ho rinvenuto nascosto parzialmente dalle alghe, il cadavere di un uomo, nudo, con le orbite degli occhi e altre parti molli del corpo mancanti e pieno di minuti crostacei appiccicati su gran parte della pelle. Una visione raccapricciante! Allontanatomi velocemente, diedi l'allarme ad alcuni militari che erano in servizio, nella zona e che accompagnai sul posto.  Mi dissero che si trattava, sicuramente, del corpo di un marittimo imbarcato sulla nave da carico "Attilio", che molti giorni prima, salpata da Bengasi, era stata sorpresa al largo da una violenta mareggiata. La nave, virando per ritornare in porto, si era rovesciata su un fianco, affondando, a causa dello spostamento del carico di grano, trasportato sciolto nelle stive. Non ci furono superstiti!.

  Continuando il periplo della Sebcha, girando a sinistra, dopo il ponte, prima di arrivare alla spiaggia della Giuliana, si passava davanti al Cimitero Italiano e dopo le Saline, c'era l'aeroporto, sempre affollato, dall'inizio della guerra da aerei da combattimento e di giovani piloti con il casco di pelle morbida in testa. All'aeroporto A. De Bernardis della Benina è legato un altro caro episodio della mia gioventù. Io, allora avevo tredici anni, e frequentavo la casa d’alcuni miei parenti e in casa loro, in Via Suliman Tebel, ho avuto il piacere di incontrare uno di questi giovani ufficiali piloti, un ragazzo di 22 anni di nome Menotti Ippolito, che era il fidanzato della primogenita. Con interesse, affascinato dal suo portamento alto e signorile e dalla sua divisa bianca, con l'aquila d'oro appesa sul petto, stavo sempre ad ascoltarlo, quando mi parlava del suo aereo da caccia e del suo mondo. E in seguito, suggestionato, volli tentare anch'io di apprendere le prime nozioni di pilotaggio e acquistai i tre volumi pubblicati dal Ministero dell'Aeronautica:"Nozioni teoriche per gli allievi piloti". Edizione S.A. Poligrafica Italiana, Anno 1940, che ancora conservo gelosamente.   Purtroppo, Menotti, "nell'adempimento del dovere verso la Patria ", il 16.01.1942, lasciò vedova mia cugina, con un batuffolo rosa di tre mesi in braccio, di nome Ines, e io, profugo in Italia, non ho avuto, dopo, l'opportunità di realizzare la mia aspirazione. Verso sud ho fatto qualche gita familiare al Guarscia, un'oasi di verde intenso sita a circa 10 Km. dalla città, dove andavamo a fare qualche pic-nic fra i giardini del villaggio agricolo italiano, il Lunedì di Pasqua. Nel 1937, invece, sono andato a Derna, la "Perla della Cirenaica", com’era chiamata per la presenza di un'oasi meravigliosa e piena di giardini oltre alle solite palme di datteri. Una breve vacanza fatta dalle nostre famiglie, assieme ad altri amici, il sig. Russo e signora e il sig.  La Cognata, a bordo di nostre autovetture e delle due auto, una Bianchi e un'Alfa Romeo che la coppia di sposi formata dai miei fratelli con i figli di mio zio, avevano portato in Libia dal loro viaggio di nozze in Italia. Una vacanza meravigliosa, della quale ricordo la lunga strada asfaltata che percorreva l'altipiano, passando tra campi rigogliosi pieni d’alberi in fiore, tra i Villaggi Luigi Razza e Beda Littoria e le case coloniche che i "Ventimila" contadini italiani, l'anno dopo, nell'ottobre del 1938, avrebbero abitato per cercare di dissodare e rendere fertili quelle distese steppose che si perdevano a vista d'occhio verso le lontane oasi di Cufra. Prima di arrivare a Derna, ci siamo fermati a pranzare a Cirene per poter visitare le rovine greco-romane e per andare ad Apollonia, che vedevamo sulla nostra sinistra. Resti di anfiteatri con colonne abbattute , tombe, strade sconnesse con basole di pietra calcarea sbrecciata e solcata dalle ruote in ferro dei carri, con ciuffi di sterpaglie secche negli interstizi e sparsi un po’ d'ovunque sugli altri reperti archeologici che erano in uno stato di completo apparente abbandono. Qualcuno della comitiva, indicava e illustrava quelle rovine, che unitamente a quelle intraviste lungo la Via Balbia, a Lepts Magna, durante la fuga verso Tripoli, desidererei rivedere oggi, con più competenza, assieme a mio figlio Emanuele, anche lui architetto. Ritornando a Bengasi, siamo entrati in città dalla Berka, percorrendo il Viale Vittorio Veneto e la Via Stazione , passando davanti alla Caserma Moccagatta, alla Caserma degli allievi Zaptiè, (i famosi carabinieri libici a cavallo), alla fabbrica della "Birra Cirene" e al Deposito Foraggi dell'esercito coloniale. Anche a questo luogo è legato un ricordo della mia infanzia, pieno di vivide luci rosse. Una notte, il Deposito Foraggi di cui sopra, che era stato realizzato in  una vastissima buca sotto il livello stradale, alla Berka, fu dato alle fiamme da alcuni beduini ribelli, seguaci di Omhar El Mukhtar.    Fiamme altissime che si vedevano distintamente sopra le terrazze dei palazzi, dalle quali, sgomenti, le osservavamo, intimoriti delle altissime lingue di fuoco che salivano al cielo crepitando intensamente. Uno scenario dantesco, mai visto prima, da noi ragazzi. Altro percorso a me abituale era quello del lungomare Benito Mussolini, che rappresentava per noi ragazzini, il campo di gara per memorabili sfide in bicicletta. Dalla linea di partenza, sita vicino la Dogana , e segnata a terra col gesso, tra i due alti obelischi marmorei, sormontati dalla Lupa di Roma e dal Leone di San. Marco, si arrivava al traguardo, davanti alla Cattedrale.  Per gli adulti, invece, quel marmoreo Lungomare, rappresentava il luogo in cui il pomeriggio, potevano passeggiare a piedi o mollemente seduti, sulle tipiche carrozzelle arabe, trainate da ronzini malandati e con il cupolone di cerata nera abbassato, per vedere ed essere visti. Carrozzelle scoperte, condotte di solito da arabi, con il classico turbante bianco-sporco in testa e la sigaretta arrotolata, tenuta all'angolo della bocca. Con le redini in una mano e con l'altra mulinando nell'aria, la schioccante frusta, la "zotta", che finiva la sua veloce corsa sulle gambe del povero cavallo. Qualche volta, purtroppo, questo schiocco l'ho sentito ed assaggiato anch'io, sulle mie gambe imberbi, quando ero scoperto dal cocchiere mentre ero accoccolato sull'assale posteriore della carrozza e mi lasciavo trasportare da clandestino, assieme ai clienti, lungo la strada. Sul lungomare si affacciavano alcuni grossi palazzoni moderni e la caratteristica sagoma del Palazzo del Governatore, con il suo alto e bianco torrione quadrato che sembrava un minareto. Quella larga, sontuosa, strada voluta dal Governatore De Bono, svoltava a destra dopo circa quattrocento metri, proprio all'altezza della Cattedrale e poi sempre alberata da palme rigogliose, passava davanti al "Grande Albergo Berenice" e si congiungeva con il Viale Giacomo De Martino, costeggiando il porto piccolo, con il suo molo sempre pieno d’imbarcazioni da diporto. La Cattedrale era una massiccia costruzione con due grandi cupole rivestite di rame e con un'ampia scalinata di marmo che la rendeva più possente, "una copia mal riuscita del S.Antonio di Padova" come giustamente la definisce la sig.ra  Paola Hoffmann. Era il luogo dove, la domenica, si dava convegno l'alta borghesia, i funzionari del Governo coloniale con le famiglie al completo, agghindate  a festa, i rappresentanti del Governo militare, il prefetto Vellani e il vescovo Monsignor Candido Moro, per assistere ostentatamente alla Santa Messa, al suono della Marcia Reale. A fianco alla Cattedrale c'era  il bel Palazzo dell'Episcopato, nei cui locali, di pomeriggio ci riunivamo per partecipare alle lezioni di catechismo e sopratutto, per sfidarci in interminabili partite a Calcio Balilla, o bigliardino come lo avrebbero chiamato oggi. . In quell'albergo, nel 1936, abbiamo festeggiato le doppie nozze tra i miei fratelli germani, Giovanni e Sina Giudice, con Rosa e Giovanni Nicosia, figli di mio zio Diego. (Ho capito, così, solo dopo tanti anni, perché io ero tanto coccolato in casa di mio zio Diego. Ero il falso scopo, allora, delle continue visite reciproche dei fidanzatini). Una cerimonia grandiosa, come si addiceva allora, alla categoria dei commercianti affermati. Un pranzo nuziale, a cui partecipò tutto l’entourage del clan Nicosia, seduto attorno ad un lunghissimo tavolo disposto ad U, dove fu immortalato dal fotografo, Cav. Gaetano Nascia, con numerose foto che conserviamo ancora.

Poi nel 1938, la conquista dell'Etiopia sconvolse la nostra vita familiare. I miei fratelli, Giovanni con la moglie Rosa e Pino, che erano in Africa Orientale, si trasferirono ad Asmara e fecero fortuna con un emporio di materiale edile. La ferramenta FERRA.FRA.GIU. consentì loro di espandere la propria attività anche ad Addis Abeba, ma un triste destino aspettava il maggiore dei miei fratelli, Giovanni. Il 16.10.1939, a Addis Abeba, nella capitale dell'Impero (!!), una,  comunissima infiammazione dell' appendice intestinale, non diagnosticata in tempo, dal suo medico di fiducia, il cognato Michele Trigilio, si trasformò in pochissime ore in peritonite e mia cognata Rosa restò vedova, con la piccola Graziella, di 11 mesi, orfana di padre. Nelle famiglie Giudice-Nicosia c'è stata sempre una triste fatalità!. Nei momenti di maggiore necessità, gli uomini più rappresentativi della famiglia, venivano improvvisamente a mancare. Prima, Angelo Giudice, padre di mio fratello germano Giovanni, che morì durante la guerra 1916/1918, poi questi nel 1939, all'apice della sua scalata imprenditoriale ed infine mio zio Diego, nel 1941, quando profughi da pochi giorni a Ferla, in Sicilia, le nostre famiglie erano alla disperata ricerca di un’attività per rifarsi una vita, dopo aver abbandonato tutti i nostri averi in Africa.

La vita a Bengasi, per noi Italiani, scorreva felice e con tanta soddisfazione, lavorando sodo e guadagnando bene, sino a quando scoppiò la guerra. Poi tutto cominciò a diventare difficile, con il passare del tempo. La scarsità dei rifornimenti cominciò a preoccuparci, e il commercio iniziò a risentirne anche se, dicevano, doveva trattarsi di una guerra lampo, che avremmo sicuramente vinto.  Infatti, così sembrò inizialmente, con la veloce avanzata delle nostre truppe, verso Alessandria d'Egitto e Marsa Matrùk. Ma prima la morte di Italo Balbo, sul cielo di Tobruk, (abbattuto si vociferava, "casualmente", dalla nostra contraerea), dopo, l'affondamento della nostra nave da guerra San Giorgio e quindi i bombardamenti che iniziarono a distruggere la nostra città, ci fecero allarmare moltissimo. Noi ragazzi, però, nati nel clima di "Credere, Obbedire e Combattere", e ignari della sorte che ci sarebbe toccata, ci entusiasmavamo a sentire i bollettini di guerra, che magnificavano la fulminea avanzata verso il Cairo. Avevano richiamato alle armi come artigliere, anche mio padre, che sotto il peso dei suoi cinquantuno anni, era stato costretto a vestire la divisa militare della M.V.S.N., (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale) del regime e ad aggregarsi ad un presidio della contraerea, alla Giuliana. E così, io facevo il tifo per lui, la sera, salendo sul terrazzo, appena si sentiva l'ululato lugubre delle sirene, che ci avvertivano delle incursioni di aerei nemici. Armato di una bagnarola di lamierino di ferro zincato che tenevo alta sulla mia testa, con le due mani serrate sui larghi manici, per proteggermi dalle schegge, (così credevo), stavo ad osservare il cielo, atteggiandomi a "piccola vedetta ……….libica", con l'elmetto in testa come il "Feroce Saladino", di buona memoria giovanile.

All'avvicinarsi di quel suono tipico e caratteristico che facevano i motori degli aerei inglesi (Uaan--Uaan--Uaan), che riconoscevo subito a distanza, la volta celeste si illuminava d'incanto, scrutata da decine di fotoelettriche che sciabolavano l'aria, alla ricerca del nemico. Quando l’aereo era inquadrato da una di esse, tutte le altre collocate attorno alla città, si dirigevano sull'obbiettivo formando come una grande piramide di fasci di luce. E cominciava "lo spettacolo", che con grande infantile incoscienza ogni sera andavo ad assistere !!. Un inferno di fuoco!. Si udivano le mitragliere pesanti, che sparavano continuamente proiettili traccianti, che rapidamente salivano in cielo rincorrendosi luminosi, e poi a mano a mano affievolendosi, ricadevano a parabola verso terra. Si udiva il rumore dei cannoncini a tiro rapido, che anch'essi facevano la loro parte. Ed infine, c'erano i cannoni della contraerea che facevano un chiasso infernale, ma intervallato, illuminando l'aria con vivide fiammate azzurrine. In cielo, le nuvolette grigio-bianche lasciate dagli scoppi, venivano illuminate dalle fotoelettriche che inseguivano inutilmente un puntino grigio-nero che si allontanava indisturbato. Erano gli aerei ricognitori nemici, troppo ad alta quota per essere colpiti, dicevamo tra noi, forse inconsciamente, per giustificarci dell'inutile sbarramento di fuoco fatto della nostra contraerea. Ma una sera avvenne qualcosa di diverso. Improvvisamente apparve in cielo, nella posizione indicata dalle fotoelettriche, una palla di fuoco e io cominciai a saltare e gridare con gioia: Colpito !!,  Colpito !!, e aspettavo con orgoglio di vedere cadere quell'aereo nemico abbattuto dalla "contraerea di mio padre". Però quella palla luminosa non scendeva velocemente, ma si dondolava dolcemente in cielo. Sembrava che si dirigesse sulla mia testa, e così impressionato, scappai nel sottoscala a raccontare l'accaduto.  Mi fu detto che si trattava di un "bengala".  Un aggeggio di guerra che serviva al nemico per illuminare a giorno gli obiettivi, per fotografarli o per meglio individuarli durante il bombardamento. Che ne sapevo io di bengala e bengala!!! Per me allora, lettore di Emilio Salgari, il Bengala era la patria di Sandokan e delle sue tigri di Mompracem, e così risalii in terrazza in tempo per vederlo spegnere e sbriciolarsi, alla fine, in una cascata di scintille. Poi, la sera del 15 settembre 1940, qualcosa cambiò nel mio scenario notturno d’osservazione. Il classico rumore degli aerei inglesi d'alta quota, non era quello usuale. Dovevano essere in molti, gli aerei che si avvicinavano a Bengasi e l'attività della contraerea si fece più frenetica e anche le fotoelettriche sembravano impazzite.

All'improvviso, ecco, il primo tremendo scoppio, che sembrò bloccarmi il respiro, facendo tremare il pavimento della terrazza sotto i miei piedi.  Poi un secondo, un terzo, un altro ancora e non ebbi il coraggio di continuare a contarli, perché in un attimo scappai giù nelle scale, scendendo a precipizio e saltando i gradini a quattro a quattro, orientandomi nel buio, seguendo il corrimano, per arrivare il più presto possibile nel sottoscala, dove mi attendevano terrorizzati i miei familiari. Quella sera, dopo il segnale di cessato pericolo, siamo andati a dormire  vestiti, sicuri che da lì a poco gli aerei nemici sarebbero ritornati. Ma anche se non ci furono altri allarmi, dormimmo poco.  Infatti, il Viale Regina era percorso continuamente da automezzi dei vigili del fuoco, da camion militari e da autoambulanze che facevano la spola tra l'Ospedale e le zone della città che erano state colpite, specialmente con il porto dove era stata affondata una nave da trasporto piena di militari, facendo una strage. I cadaveri o quello che restava di essi, venivano trasportati sui camion avvolti in lenzuola, accatastati alla rinfusa, tanto erano numerosi. Il giorno dopo, appena alzato, feci colazione e con noncuranza, inosservato, mi allontanai da casa:  volevo andare a vedere le zone bombardate e mi diressi verso il porto. Le strade, nella zona, erano tutte intasate di detriti d’edifici colpiti dalle bombe. Mi avvicinai con la fida bicicletta al Teatro Municipale Berenice  e potei osservare più da vicino gli effetti devastanti della guerra. Strade piene di grandi buche con alberi divelti o tranciati dalle schegge, serrande metalliche squarciate, infissi divelti e senza vetri, sparsi tutt'intorno. Edifici diroccati, altri incendiati dagli spezzoni incendiari e poi, macchie di sangue, sangue, sangue un pò dovunque. Una scena apocalittica, allora, per un ragazzo di 14 anni, alla sua prima esperienza del genere. Oggi anche i bambini sanno cos'è la guerra, martellati dalla televisione, con scene di distruzione e di morte, in Bosnia, in Cecenia, nel mondo intero.  Ma allora non c'era la televisione e le scene di guerra, li vedevamo al cinema, prima del film, con il "Cine Giornale Luce", in bianco e nero, e così facevano meno impressione. Vederle per la prima volta al naturale, con quell'odore di morte è stato terribile !. Quella visione mi fece subito indietreggiare. Sentii piegarmi le gambe, alla vista di tutto quel sangue, e così scappai via di corsa verso casa. Trovai i miei familiari riuniti in negozio a parlottare. Discutevano preoccupati, di quello che era accaduto la sera prima e di ciò che poteva accadere successivamente. Le caserme del Comando Truppe, di fronte casa nostra, quella sera, erano state risparmiate ma ancora per quanto tempo, si chiedevano i miei?  E così fu presa una decisione collegiale, da tutte le famiglie del clan Nicosia e da altri parenti che vivevano nel nostro ambiente: non era prudente restare in città, quella notte, vicino a probabili obiettivi di guerra. Ma dove era opportuno sfollare ?. Occorreva trovare una sistemazione sicura, non lontano dalla città, affinché gli adulti, potessero di giorno continuare le loro attività lavorative, e raggiungerci, la sera, alla chiusura degli esercizi commerciali.

Ci misero a disposizione uno stanzone, disadorno, in cui sistemammo i materassi per terra, allineati a stretto contatto uno con l'altro, lungo le due pareti, in modo da formare due grandi lettoni. Al centro della stanza, un separé, realizzato con una corda, alla quale erano state fissate con le mollette, alcune lenzuola, salvava la pudicizia: maschi a destra e femmine a sinistra !!,  tutti accorpati e divisi per nuclei familiari. Sembrava un campo di concentramento. Il bombardamento sulla città, per i membri della famiglia che non erano mai saliti prima con me sulla terrazza,  quella notte, rappresentò uno spettacolo di guerra da non perdere.   E così restammo per molto tempo, con il naso per aria a fare congetture, sulle zone che venivano colpite dal nemico, seguendo tranquilli sotto le alte palme, le luci delle fotoelettriche che inseguivano gli aeri nemici. Il giorno dopo ci siamo dati da fare per migliorare i nostri alloggiamenti, e i nostri genitori, ritornati dalla città con i mezzi e gli attrezzi necessari, si misero a costruire con tavole di legno e lamiera ondulata,  un’ ampia baracca, adiacente e intercomunicante, con il precedente alloggio. Furono, così, approntati i servizi igienici alla turca e la cucina con zona pranzo incorporata! Siamo rimasti nel palmeto dei Sabri circa quattro mesi, come in un villaggio turistico d’oggi, in allegra compagnia, specialmente per noi più piccoli.

Allora, era opinione generale che doveva trattarsi di "una guerra lampo", come avevano fatto in Europa i tedeschi. Ed infatti, la guerra, sembrava riguardare altre città, in Egitto, lontano da noi:  Marsa Matruk, Sollum, Sidi El Barrani, Giarabub e tranquilli noi seguivamo le cronache di guerra ignari di quello che di li a qualche mese ci sarebbe capitato. Ma gli eventi incalzavano e le notizie che sentivamo e leggevamo sul giornale locale "Cirenaica Nuova" cominciarono a diventare preoccupanti. Gli sviluppi delle battaglie in corso su El Alàmein e sul fronte libico, li apprendevamo, di giorno, dalla voce di Mario Appelius, nei bollettini di guerra italiani e dopo di nascosto, la notte, quando chiusi in casa al buio, ci sintonizzavamo su Radio Londra e aspettavamo di sentire i quattro colpi di tamburo della quinta sinfonia di Beethoven: "Ta-Ta-Ta---Taan"  e subito, dopo la voce suadente e familiare del Colonnello Stevens, ci faceva intuire che il bollettino di guerra ascoltato prima, dalla radio del regime, era totalmente falso. E ogni giorno che passava, il fronte di guerra si avvicinava sempre più a Bengasi!

A novembre, intanto, mia zia Grazia con le figlie, Rosa con Graziellina, Nellina e il piccolo Diego, figlio di Sina, erano partiti per l'Italia. Gli altri della famiglia, il 17 Gennaio 1941, caricate sulle autovetture la maggior parte delle cose indispensabili, partirono a gruppi, me compreso, alla volta di Tripoli.

A Sirte, non trovammo posto nell'albergo omonimo e ci dovemmo accontentare di dormire, accomodati alla meglio, su poltrone e divani. Il giorno dopo riprendemmo il cammino, passando per Lepts-Magna, le cui rovine scorgevamo da lontano, e così, sfiniti, arrivammo a Tripoli, ospiti di amici che ci alloggiarono. Ci fermammo lì sino alla fine di febbraio del 1941 . Durante quel soggiorno, assistetti ad un triste evento:  l'affondamento di un idrovolante Savoia Marchetti, della Croce Rossa, all’interno del porto. Mi trovavo sul molo assieme ad altri amici e stavo osservando la manovra d'ammaraggio dell'aereo che era già a pelo d'acqua, quando improvvisamente, un piccolo peschereccio, sbucato fuori tra due navi ancorate al molo,  non accorgendosi della manovra in corso, gli tagliò la strada. Il pilota resosi conto all'ultimo momento della presenza dell'ostacolo, richiamò disperatamente a se la cloche, dando gas ai motori, che rombando spasmodicamente tentavano di far riprendere quota all'aereo, ma questo, in fase di stallo, si piegò sul fianco destro e scivolò d'ala verso l'acqua, in cui cominciò ad immergersi. Furono attimi di sgomento e di terrore per tutti noi. Immediatamente iniziarono i soccorsi e così furono portati in salvo alcune persone. Altre purtroppo perirono, annegate.

A Tripoli, intanto il tempo passava e i bollettini di guerra con le notizie dalla Cirenaica erano sempre più preoccupanti. Tobruk, la nostra roccaforte, il 22 gennaio 1941, era stata occupata, e il Generale Graziani succeduto ad Italo Balbo, ordinò la ritirata dei nostri militari da tutta la Cirenaica , chiedendo l'aiuto dei tedeschi che avrebbero inviato in Libia il famoso Generale Rommel con la " Deutsches Afrika Korp" forte dei suoi carri armati pesanti, Tigre e delle squadriglie di aerei Stukas !. La guerra si avvicinava inesorabilmente a Tripoli e così, cominciammo a meditare che era più opportuno espatriare definitivamente dalla Libia, ma purtroppo questo proposito non era facile realizzarlo. I servizi di linea dell'Ala Littoria, la progenitrice dell'Alitalia d’oggi, erano insufficienti e così cercammo disperatamente altri mezzi di fortuna. Finalmente a piccoli gruppi, chi su navi da trasporto militari, chi in aereo, riuscimmo a rientrare in Patria. Mia sorella Sina con il figlio Angelo e la domestica Graziella, partirono in aereo il 10 febbraio del ‘41. Mia madre e mio padre, in idrovolante, con le mie sorelle, Rosa ed Agata per Marsala. Al gruppo formato da me, da mio zio Filippo Giudice e moglie, dal fratello di Maria Burrafato, Pinuzzo Giudice e dalla famiglia di mio zio Salvatore al completo, toccò in sorte la motonave "Conte Rosso", che una sera di plenilunio partì da Tripoli, verso l'Italia, assieme alla nave Conte Verde ed altre navi ancora, cariche di profughi, scortate da mezzi navali della marina militare. Ci sistemammo alla meglio, sdraiati sul pavimento, coprendoci con le poche cose che c’eravamo portate appreso. Temevamo di essere attaccati dal nemico e non dormimmo molto la notte, anche per il freddo. Ma per fortuna non avvenne nulla.

Il giorno dopo, scrutavamo il cielo in apprensione, confortati dalla presenza ai fianchi del convoglio, dei mezzi navali veloci che ci scortavano e degli aerei che volteggiavano sulle nostre teste. Infatti, durante il viaggio successivo di ritorno, la nave Conte Verde, venne affondata dagli aerosiluranti inglesi con tutto il suo carico di guerra. Il 02 Marzo 1941, arrivammo finalmente a Napoli,  stanchi, sporchi, ma salvi!.

Così, iniziava la mia vita in Patria, da profugo, prima a Ferla sino al 04 aprile 1941, (quando improvvisamente morì mio zio Diego), poi a Vittoria sino al 1946 e quindi ad Agira, dove ero nato, il 20.01.1927. Ho tentato di ritornare a Bengasi, e nel 1969, c'ero quasi riuscito. Avevamo preparato i passaporti, per raggiungere da turisti mio cognato Giovanni, che per nostalgia e per opportunità era rientrato a Tripoli con la moglie e i figli: Diego, Angelo e Graziella che intanto era nata a Vittoria. Ma per mia sfortuna, (o fortuna) non siamo riusciti a partire perché il 1 Settembre del 1969 ci fu il “colpo di stato” del Colonnello Gheddafi e il cambio di governo in Libia. Dal 1969,  sono passati altri venticinque anni e il sogno di rivedere Bengasi, che ritengo sia vivo in tutti gli "Italiani di Libia" non si è ancora realizzato, e chissà se si realizzerà mai, almeno, per quelli della mia età!  Mi auguro soltanto che un domani possano aprirsi le frontiere, almeno, per i nostri figli, affinché questi, visitando e conoscendo la Libia , possano comprendere il sentimento e l’amore che abbiamo avuto noi anziani, verso quella terra che abbiamo amato tanto. Oggi vivo a Palermo, con la famiglia, nonno felice e "priatu" (soddisfatto) di due splendidi nipotini, con la segreta speranza di potere un giorno ritornare con loro a Bengasi, per rivedere ancora una volta i luoghi legati alla mia fanciullezza, felice e spensierata. Sono trascorsi da allora 54 anni. Però ho rivisto Bengasi!

Ed allora dico: arrivederci Bengasi!

Angelo Nicosia

 

 

 

A Ciro

Se penso agli occhi tuoi, azzurri come il cielo,
profondi come il mare che ti ha visto crescere,
dolci come le dune brune di un immenso deserto,
mi dolgo di non averli mai guardati a lungo.

Se penso ai tuoi bianchi capelli, candidi come
foglie argentate al caldo vento mediterraneo,
morbidi come distesa di grano in un fertile campo,
mi dolgo di non averli accarezzati abbastanza.

Se penso alle tue grandi mani, scolpite per te
da un artista d´altri tempi, belle e forti,
delicate come il pane della pace, magiche,
mi dolgo di non averle toccate per dirtelo.

Se penso alla tua voce, amica della mia malinconia,
decisa e calda come il fruscio delle ali di un'aquila,
vibrante, di un uomo saggio e giusto, onesto e vero,
mi dolgo di non averla ascoltata ancora tanto.

Se penso al tuo sorriso, puro come quello di un bimbo,
stimolante e contagioso e pieno di sentimento,
nobile come del pastore alla nascita di un vitello,
mi dolgo al pensiero di non rivederlo più.

Mio dolce fratello, amico della mia fanciullezza,
tu sei vicino al mio cuore più vivo che mai,
e ti sento aleggiare intorno a me, e in ogni passero
che sfiora il mio tetto, veloce e felice.

Ci rivedremo tra le dune del nostro deserto, a giocare
con gli amici di un tempo, a sorridere tra le frasche
delle case popolari, dove le orme della nostra giovinezza
sono ancora lì, e ci aspettano per ridarci la pace.

Ci rivedremo tra le profumate tamerici, tra tortore
e fringuelli, e insieme, prenderemo le mani di mamma,
e le stringeremo come quando eravamo bambini,
e con lei passeremo il fiume che ci porterà alla vita.


Umberto Dama
28 Maggio, 1993

 

 

 

Nascita di un complesso Beat


Preso dall'entusiasmo di quei meravigliosi anni '60 (prendi una chitarra e vai..cantavano "I Motowns") mi balenò l'idea di formare un complesso musicale, ed insieme ad altri amici, Orazio Sapienza,Carlo Zini, Gaetano Filice e Giovanni Spicuglia concretizzai l'dea. Già ognuno di noi suonava qualche strumento, al canto un paio se la cavavano abbastanza bene, l'intonazione c'era e così riunimmo le nostre forze e cominciammo a suonare solo con le chitarre classiche e batteria. Prova che ti riprova ci si accorgeva che potevamo farcela, però dovevamo avere delle basi musicali più solide, e così decidemmo di prendere contatti con le orchestre che suonavano nei locali di zona, Mokambo, Florida, Uaddan ecc., per prendere lezioni di musica e anche un pò di tecnica strumentale.
Prove e studio, studio e prove,la nostra avventura nel mondo delle sette note ebbe inizio.
Cominciammo ad acquistare la strumentazione ed amplificazione necessaria, continuando sempre a studiare e suonare, creando nello stesso tempo un repertorio.
Un bel giorno si presentò l'occasione di suonare in pubblico per la prima volta,un pubblico ristretto, era la cresima di mia sorella. Per noi era il banco di prova, e così suonammo a casa mia. Andò bene, a parte qualche ritocco, ma andò. E così vennero alla luce "I Golden Boys".
La nostra prima uscita ufficiale,avvenne in occasione di un'altra cresima,e questa volta in un locale della Fiera Internazionale. Intanto in seno al gruppo erano sopraggiunti dei cambiamenti, con Carlo Mollica alla Batteria e Gianfranco Martellozzo al canto. Fu un successo.
Quella sera suonavano nel locale all'aperto attiguo al nostro, "I Gabbiani", e ad un certo punto vennero a farci visita due dei componenti, Raffaele Narciso Guido e Dabusc.
Gli impegni si susseguivano e ci impegnavamo sempre di più, divertendoci pure. E non è poco. Un bel dì incontrammo l'amico Biomonte e ci disse che c'era un signore di nazionalità greca che aveva intenzione di aprire un locale privato nell'azienda di Contarino vicino Miani, e aveva bisogno di un gruppo che allietasse le serate danzanti, in pianta stabile, in poche parole suonare solo in questo locale, locale che ci veniva messo a disposizione anche per le prove,quindi non avevamo più problemi di cercare un posto dove provare. Per noi è stata la manna piovuta dal cielo.  Ci mettemmo d'accordo. Questo locale lo abbiamo visto nascere noi, anche se in precedenza c'era già stata qualche festa, fu denominato "Le 4 colonne"  e l'idea nacque da me, perchè vedendo 4 colonne al centro che sostenevano la struttura, proposi il nome, e all'unanimità furono d'accordo, specialmente la  persona interessata. Intanto all'interno della band altra sostituzione, Gianfranco Casano alla batteria e l'uscita di Gianfranco Martellozzo. Eravamo diventati " The Diggers". I Beatnicks ne sanno qualche cosa di questo locale,avendo suonato anche loro e qualche altro gruppo, dopo il nostro scioglimento. Le feste si susseguivano a ritmo incalzante ed eravamo soddisfatti del nostro operato e la gente c'è lo dimostrava.
Purtroppo per vari motivi, che non sto qui ad elencare, il complesso si sciolse, e a malincuore ne prendemmo atto, non prima di partecipare al Festival dei Complessi tenutosi  nell'Aprile del 1969 al Mediterranean Hotel con la seguente formazione Rosario(Rino) Perri, Orazio Sapienza, Enrico Casano, Stellario Genovese e il 2° chitarrista di cui non ricordo il nome, dove vincemmo il 3° premio consistente in una coppa che ancora custodisco con cura.
La mia avventura durò parecchi anni ed è finita il giorno della vittoria, con una piccola apparizione nel locale "Le quattro colonne" ma questa volta come ospiti d'onore. Facemmo solo due pezzi (canzoni).
Questo mio scritto è solo un condensato di quella vicenda straordinaria.
Viva la musica, viva gli anni '6O, viva peace&love.
Rosario(Rino)Perri

 

Nasciath, la figlia di Alì

Due occhi neri lo stavano a spiare, mentre lui con la zappa preparava i solchi di terra per l'irrigazione dell'aranceto. Un gran bel ragazzo,di soli 24 anni, altissimo, con gli occhi verdi, era lì poco prima del tramonto a compiere l'ultimo dovere di una faticosa giornata.
Una ragazzina era nascosta oltre il tamaricio e stava ad osservare quel giovane dal torace forte e bronzeo. Non era la prima volta che ne restava incantata, rapita da quel viso che non era tipico della sua gente.
Questa volta un fruscio attiró l'attenzione di lui e pensando che fosse una lepre corse a vedere se questa andava a nascondersi in qualche tana.
La vide, per la prima volta vide due occhi, brillavano come stelle e lo stavano fissando. Non era una lepre! Era qualcosa di più, bella come una dea, selvaggia e timida come una gazzella. Chi sei ? -chiese lui- Sono Nasciath, la figlia di Alì, un aiutante di tuo padre, abito in una delle zeribah al limite del vostro podere. Mi piace guardarti mentre lavori. Lui le regalò un largo sorriso, mai nessuno gli aveva detto una cosa cosí bella. Restó colpito da quella ragazzina coperta con poveri stracci ma, era bellissima.
Quel giorno nacque un grande amore, un amore bello, travolgente pieno di tenerezze e passione.
Nasciath ,a notte fonda, lasciava di nascosto l'abitazione dei genitori per incontrarsi con Gino. Passavano le notti a far l'amore e a guardare le stelle.
A Tripoli era giá scoppiata la rivoluzione. Gino non partí con i suoi genitori per l'Italia. Restó a Tripoli, ogni giorno andava al villaggio Bianchi dove Nasciath stava ad attenderlo.
Una sera, il padre della ragazza venne a cercare mio padre. Bussó a casa nostra, disse a mio papà che mio zio Gino aveva messo incinta sua figlia e lui lo stava cercando per ammazzarlo.
IL padre di Nasciath non era solo, con lui c'erano diversi uomini e avevano tutti un aria molto minacciosa.
Mio padre, alla notizia, ne restò terrificato come tutti noi. Cosa potevamo fare? Dov'era lo zio? Cercavo d'immaginare il suo stato d'animo, vedevo solo PAURA.
Papà riuscì a mettersi in contatto con lo zio che, spiegó tutto e, a differenza della mia immaginazione che era riuscita a vedere solo Paura, era felice! Voleva sposarsi, voleva diventare il padre di quel bimbo!
Gino, cerca di ragionare...non puoi...ti ammazzeranno.
Non mi ammazzeranno perché io sposerò Nasciat a costo di diventare arabo e musulmano.
Gino infatti prese la nazionalitá libica, sposó Nascitah! Erano felicissimi, lo ero anche io. Avevo proprio una bella zia!
Abitavano, provvisoriamente, presso i genitori di lei almeno sino a quando il piccolo sarebbe nato, dopodicchè si sarebbero trasferiti a Tripoli e lì sarebbe iniziata la loro nuova vita.
Noi il 30 Agosto del 1970 lasciammo Tripoli, quella fu l'ultima volta che vidi lo zio Gino.
Venimmo a sapere in seguito, che Nasciath dopo aver partorito un maschietto, fu uccisa dai suoi genitori e cosí anche il piccolo bebé.
Minacciarono di uccidere anche lo zio, il quale fu costretto a partire ma...la sua vita si fermò il giorno in cui il suo amore e il suo bimbo gli furono strappati via.
Cercò di rifarsi una vita ma...non riuscì mai a venir fuori dal dolore che portava in sé, lasció tutti e si isoló, morí dopo aver sofferto moltissimo. Lasció detto che desiderava essere sepolto accanto a sua moglie e al suo bimbo, ma venne sepolto a Venezia ed era ancora molto giovane.
Molti uomini arabi hanno sposato donne italiane...perché quella donna araba non ebbe diritto alla sua vita e a quella di suo figlio?
Santina Di Legami


                    

Un biglietto per Tripoli

Era il I°Set. del '69, mi alzai di buon'ora per andare alla Tirrenia di Catania per prenotare un posto in nave per Tripoli, dopo circa 40 giorni di vacanze spensierate, come l'età esige.
Alla mia richiesta, l'addetto alle relazioni con il pubblico mi rispondeva che per il mare agitato i collegamenti con Tripoli erano sospesi,sino a data da destinarsi. M'infastidii talmente che lo aggredii verbalmente rispondendogli per le rime  e chiedendo immediatamente di conferire con il responsabile.
Vista la mia reazione, subito mi disse che le frontiere con Tripoli erano chiuse per un colpo di stato avvenuto alcune ore prima. Ora ci siamo. Si scusò, mi fece gli auguri.
Immediatamente mi recai alla SIP per telefonare ma anche lì niente di fatto. Corsi a casa di amici dove ero ospitato, e accesi la radio queste sono le parole che sentii: "Tripoli continua ad essere lontano dal mondo ecc. ecc. e nessun contatto è possibile." Immaginatevi la mia reazione.
               Per giorni e giorni pensavo che cosa poteva essere successo dopo il colpo...Le notizie della stampa e telegiornali erano sempre le stesse. Logicamente io ho continuato a fare quello che facevo fino al quel momento,passare il tempo nei migliori dei modi. Non c'era altro da fare.
La vita continua. Ma il mio pensiero era........
Passarano circa 30 giorni e finalmente partii.
Appena arrivati, notai che sulla banchina non c'era nessuno, solo soldati con mitra, il tutto sembrava in assetto di guerra. Appena la nave attraccò salirono le autorità doganali e soldati.
Finalmente sbarcai e mi diressi in dogana, aperta la valigia, il doganiere posò subito gli occhi sui miei 45 giri che avevo acquistato durante le vacanze. Questi rimangono qui ecco la ricevuta tornare dopo una settimana. Fra mè e mè dissi ma và!!!!!!!!
All'uscita del porto ad attendermi c'era mio padre, Baci e Abbracci e domande. Di corsa a casa altri abbracci e baci; Valigia sul letto, doccia, cambio indumenti via in macchina a trovare gli amici.
      Era quasi tutto passato. Dopo un anno nel Luglio del 1970 lasciavo TRIPOLI per sempre per non rivederla più.
P.S.: Dopo una settimana mi recai alla dogana per ritirare i dischi, me ne ritornarono solo una ventina, erano all'incirca una quarantina- chiesi spiegazioni - la risposta fu in un italiano arabizzato: RCA boicottata, andare a chiedere cantante Adamo. (nel '67 aveva inciso la canzone Inch'allah)
Rosario (Rino) Perri

 

Un giorno di scuola in V elementare!

Quel giorno la mia maestra, la Signora Maria Casella, ci diede un compito particolare da fare a casa. Ci disse di comprare un quaderno grande del tipo registro A4, e di incollarci su tutti i prodotti della Libia. "Che bel compito" pensai. Arrivata a casa, dopo aver pranzato mi misi in moto per eseguire ciò che avevo annotato sul diario. Veloce come una saetta comprai il quaderno e mi misi all'opera. Giá immaginavo le mie compagne cosa stavano facendo a casa. Stavano ritagliando e incollando ogni figurina che rappresentasse un prodotto della Libia, "che semplicione" pensai . Io volevo fare qualcosa di particolare, qualcosa che superasse l'estro delle mie compagne e che mi avrebbe dato lode. Decisi così di non incollare nessuna figurina ma...di mettere su quel quaderno tutte cose vere. Aprii il frigo, presi una sardina e la sistemai in prima pagina, susseguirono le olive, la ricotta, una fetta di pomodoro, uno spicchio di arancia , di limone, mandarino, una buccia di banana, un osso di una costoletta di agnello, fiammiferi, tappi di birra Oea, di Kitty-Cola, di Gazzosa, un po' di tonno sott'olio, in una bustina misi anche un pugnetto di sabbia, una bustina di The, chicchi di caffé(non so se venivano dalla Libia, però li misi ugualmente) biscotti "Pavesini" (rido) etc etc ....in pochi minuti il mio quaderno aveva raggiunto le dimensioni di un vocabolario Sansone, grossissimo,Madonna....com'ero orgogliosa di quel capolavoro!!!
Misi tutto in cartella e aspettai il momento in cui la maestra avrebbe chiesto il mio lavoro. Passarono alcuni giorni.
Io facevo parte del coro della scuola Roma, quindi una volta alla settimana andavo all'ora di canto. Anche quel giorno andai ma, al ritorno stava ad aspettarmi una brutta sorpresa.
La maestra mi chiamó e mi chiese se quella schifezza puzzolente che era il mio quaderno fosse mia....guardai e, provai una forte stretta al cuore, il mio capolavoro era finito nel cestino della spazzatura. "Sì" risposi "è mio".
La maestra davanti a tutti mi diede 2 sculaccioni. Mamma mia che affrontooooooo!!!! La cosa mi ferì così tanto che in pochi minuti mi salì la febbre, la bidella mi accompagnò a casa. Rimasi con la febbre alta per una bella settimana, il dottore non capiva da cosa era provocata. Poi passó da sola, ma nel momento in cui mamma mi disse che era tempo di ritornare a scuola, le dissi: "NO! A scuola non ci torno più". Allora mamma prese a interrogarmi, volle sapere cosa fosse successo: le dissi solamente che la maestra mi aveva dato 2 sculaccioni davanti a tutti. Mamma mi guardò (mi conosceva bene) e disse: adesso ti accompagno io e parlo con la maestra, vediamo cosa mi racconta lei. La povera Signora Casella spiegó a mamma che, mentre ero nell'ora di canto si era avvicinata al mio banco perché da lì proveniva uno strano odore e appena aprí la mia cartella fu invasa da uno sciame di moscerini e nel quaderno c'erano anche dei vermi che brulicavano felici. Credeva volessi burlarmi di lei, per questo mi batté. Mamma rideva con le lacrime, le disse: Signora cara, lei ha capito male la bambina. Santina voleva fare una cosa fuori dal consueto e...c'è riuscita! Non come voleva lei ma...c'é riuscita! (Guardavo mia mamma come fosse una Dea venuta a salvarmi. Quanto era bella in quel momento!!!)
Risero entrambe, e la maestra presami per mano e mi accompagnó rassicurante in classe.
Quell'esperienza m'insegnó ad apprezzare il lavoro delle persone semplici e a ridimensionare la mia esuberante fantasia. Santina Di Legami

Gli arabetti dagli occhi verdi

Era domenica e stavamo uscendo dall'ultimo spettacolo proiettato al cinema Arena Giardino.
Era tardi, l'una di notte. La sera era bella, stellata, tranquilla come al solito. Con papá, mamma e le mie sorelle stavamo facendo ritorno a casa a piedi. Abitavamo vicino al cimitero arabo vecchio; era un bel pezzetto di strada ma.. dopo una bella domenica trascorsa tra amici, gelati, pizzette e cinema, valeva la pena fare quella bella passeggiata notturna. Nella strada si sentivano solo i nostri passi, ogni tanto qualche auto... poi... silenzio.Non incontrammo nessuno, Tripoli stava dormendo.
    All'indomani mattina papá uscí per andare a lavoro e così anche mia sorella. Dopo non molto, entrambe fecero ritorno a casa. C'è il coprifuoco dissero! Dei militari ci hanno puntato il fucile e ci hanno imposto di tornare subito a casa, disse papà.
    Che é successo?...Sará morto il Re?...è scoppiata un altra guerra?...ci guardavamo senza riuscire a darci una risposta. Allora ci attaccammo alla radio per sentire il notiziario. In Libia c'è stata "La rivoluzione bianca"! Colpo di stato! Nel volto dei miei genitori vidi balenare della preoccupazione! All'angolo della strada c'era piantonato un militare che teneva d'occhio le abitazioni degli italiani di quella frazione di strada, a dire il vero ...quando il coprifuoco cessò, mi accorsi che c'era un militare per ogni angolo dove abitavano degli italiani. Da quel giorno in poi, dei ragazzini arabi che abitavano quasi di fronte a noi, presero a sputarci. Cercai di capire perché non si erano mai uniti a giocare insieme a noi e perché ora stavano lì a sputarci. Dapprima non capivo il perché di quell'atteggiamento , ma poi...pian piano me ne feci una ragione. Per la prima volta mi accorsi che quei fanciullini, che erano arabi, avevano gli occhi verdi ed erano biondi. Che strano, non ci avevo mai fatto caso, mi sembrava di vederli per la prima volta anche se avevamo la stessa etá ed eravamo nati e cresciuti nella stessa Sciara. SÍ erano biondi e avevano gli occhi verdi......tutt'un tratto capii tutto! Ero amareggiata, dispiaciuta, ma ero innocente...non avevo colpa di ció che nella loro famiglia poteva essere accaduto di tremendo nel passato.
    Non lo avrebbero mai capito! Non provavo stizza... solo dispiacere. Quel giorno fu come se tanti veli che offuscavano la mia mente fossero caduti per sempre..... la mia vita di bimba finiva lì con "La Rivoluzione Bianca" e gli arabetti dagli occhi verdi.
    Nei giorni di coprifuoco che si susseguirono,le famiglie arabe del nostro vicinato, si prodigarono a catena a non farci mancare nulla. Furono tutti estremamente buoni con noi.
Una notte ci spaventammo, un poliziotto arabo ci bussó alla porta, papá si affacció alla finestra (sicuramente anche lui impaurito) e chiese cosa stesse succedendo, il poliziotto rispose che era scoppiato il colera e che erano arrivati i vaccini dall'Italia e che dovevamo andare a farli subito. In piena notte, in pigiama mi ritrovai in fila a migliaia di altri italiani. Anche se la cosa potrebbe sembrare drammatica io la trovai divertente, guardavo la gente e mi scappava da ridere. Chi era in vestaglia, chi in pigiama chi con le scarpe slacciate, chi in pantofole, spettinati , assonnati, spaventati.. in ogni viso un espressione diversa. Iniziai a guardare tutti i nasi delle persone in fila, e presi a ridere....si si...mi prese la ridarella, c'erano nasi di tutte le misure e forme....insomma quella notte guardai tutti e tutto anche le infermiere che con lo stesso ago ci iniettavano il vaccino, quella notte pensai di trovarmi dentro una scena Dantesca ma in mio formato...ahahhah
Non dimenticheró MAI il giorno in cui partimmo: le nostre amiche arabe vennero tutte a casa a salutarci,piangevano graffiandosi il viso come era usuale fare durante un funerale. Le mie amiche Berdiha, Gadiscia e Fatima le ricordo ancora con le guance graffiate a sangue e gli occhi gonfi di lacrime. Anche se sono passati 36 anni, Tripoli é rimasta la Regina dei miei sogni notturni come anche Bedriha e le altre sono rimaste scalfite nella mia memoria
Sogno spessissimo di essere a Tripoli e di percorrerne ancora le sue Sciare e Zanghette, sogno casa mia ma... vedo in questa altra gente. Sogno anche di essere dietro la porta di casa e di bussare, ma nessuno mi apre e allora resto li a piangere.. pregando che qualcuno mi faccia entrare.
Ogni ricordo é ancora molto acceso e vivido ma non nutro il desiderio di tornare nella mia terra natia. Nulla sará piú come prima, tutto é cambiato...perché riaprire le ferite?
Ovvio che se potessi ritornare 15enne e mi dicessero...puoi ritornare a Tripoli...sarei la prima e tuffarmi a mare e arrivarci anche a nuoto. Ma questo miracolo non puó avvenire...quindi preferisco mantenere accesi i ricordi che sono rimasti incontaminati insieme ai bimbi dagli occhi verdi. Santina Di Legami

I ricordi degli Italiani di Libia

Caro Paolo, sono oltre quattro mesi che nessuno dei nostri vecchi compaesani italiani di Libia scrivano dei loro ricordi e del loro passato in quella bella terra d'Africa. Non riesco a comprendere dove sia andata a finire la cultura, la storia e la leggenda dell'italiano di Libia. Dove sono tutti coloro che hanno vissuto una vita non certo piatta e senza sapore come quella che abbiamo vissuto noi italiani di Libia. Solo il ricordo della mia gioventù cominciata e spesa in quel bel sole di Libia mi fa pensare a tanti episodi vissuti che non basterebbe una vita per descriverli. Nel mese di gennaio sono stato a Roma, per motivi di lavoro, ho incontrato un caro compagno e amico di sempre, Gianfranco anche lui, Storaci il suo cognome. Siamo cresciuti insieme, abbiamo fatto le elementari e le medie fino al liceo conclusosi nel 1969. Ci siamo raccontati tanti aneddoti e tanti episodi che mi hanno quasi fatto rivivere in quel frangente le mia gioventù. Si con Gianfranco Storaci, Mike Tussis, Farid Aref,Victor Patacchiola, Johnny Kerwat e Ayad Kreksci abbiamo suonato per alcuni anni sotto il nome di The Wormy Circumstance. Una gioventù spensierata, anche un po' pazza, ma senz'altro pulita, la droga non l'abbiamo mai vista e conosciuta, qualche sbornia a suon di vino e gin tonic niente di piu'. Possiamo dire senza timori che la nostra gioventù e parlo di tutti i giovani tripolini e' stata una gioventù pulita e piena di spensieratezza. Vorrei poter legger sulla tua rubrica storie di tutti quelli che abbiamo conosciuto e no, ma che come noi hanno avuto la fortuna di vivere forse la parte più bella della vita proprio in Libia, quello scatolone di sabbia dai tramonti rossi al mare azzurro intenso. Dove sono i nostri professori che ci hanno insegnato a leggere e scrivere, non si nascondano, che anche loro pur non essendo nati in quel paese hanno contribuito alla gioia della nostra adolescenza che nessuno ci potrà mai togliere dalla mente. Prego a tutti perchè tastiera alla mano si mettano a scrivere messaggi, pensieri e anche parole che ci fanno tornare con la mente ai luoghi della nostra adolescenza e ci rinnovano lo spirito e l'orgoglio di Italiani d'Africa, Ciao Gianfranco Ventre

Dentro di me  

 

Cosa ne farò ?

Mi fa soffrire

ma se lo perdessi

non riuscirei a vivere.

E’ ostinatamente vivo

come una tenera piantina

cresciuta su una roccia

a picco sul mare.

L’ho donato a una donna

senza chiedere nulla

ma è stato rifiutato

come una povera cosa

senza alcun valore…..

Ho deciso infine

di tenerlo tutto per me

dentro il mio cuore

finchè questo batterà,

cadenzando la mia vita.

Ecco cosa ne farò

del mio povero Amore.

Salvo Grungo   Treviso, 25.12.2006

 

 

UNA NOTTE MOVIMENTATA

 

Era la fine di giugno 1968, un sabato, avevo trascorso la maggior parte della serata a suonare con i miei compagni del Complesso The Wormy Circumstance al Beach Club quando dopo essere rientrato a casa, dopo quasi le due della notte, suona il campanello della porta. Mi affaccio alla finestra e vedo un uomo che dal basso mi fa cenni di scendere ad aprire. 

    Di corsa nel buio, indosso i pantaloni e mi calzo le scarpe, ma prima di correre alla porta di casa do uno sguardo e noto che la porta della camera di mio fratello Carlo era semi aperta ed il letto vuoto. Al momento ho pensato sarà ancora con gli amici da qualche parte della città. 

    Scendo le scale ed apro il portone, ero ancora un po' assonnato e stanco, e mi trovo davanti un signore biondo con una camicia bianca e rossa, mi apparve subito strana la  camicia , guardando meglio mi resi conto che era bagnata e che il rosso era sangue, questo signore di cui non conosco il nome, venne a bussare a casa mia per darmi la notizia che mio fratello Carlo aveva avuto un' incidente sulla superstrada che portava alla base americana. Mi spiegò che aveva sottratto mio fratello dal rottame della sua MGB che si era ribaltata sulla strada. Mi disse che mio fratello era stato portato all'ospedale Marino sul lungomare e che era in buone condizioni ma che sarebbe stato meglio se avessi avvertito i miei genitori. Senza nemmeno pensarci ritornai di sopra, presi le chiavi della Fiat 850 pulmino, che usavamo per trasportare gli strumenti e decisi di andare ad avvertire mio cognato Enzo La Porta e mia sorella Antonietta di quanto era accaduto, montai sull'auto e di corsa mi diressi verso casa di mia sorella che abitava dietro il Palazzo Reale. Nell'attraversare un incrocio con la luce verde mi vedo sopraggiungere sulla sinistra una Jaguar Berlina che non si ferma al semaforo rosso. Cerco di evitarla, non ci riesco, la Jaguar mi piomba sul fianco sinistro e catapulta la mia 850 su uno
spiazzo adibito a parcheggio. Meno male che erano quasi le tre del mattino!
    La Jaguar è ferma oltre l'incrocio in mezzo alla strada, mi avvicino ed alla guida vedo un uomo ben vestito riverso prono sul volante, quasi a volerlo abbracciare, ancora vivo ma ubriaco come una botte di vino. Sul lato passeggero c'era una donna, che pareva dormire e con il vestito tutto all'aria, stringeva tra le gambe una bottiglia aperta di whisky. 

    Mi guardo intorno, non vedo nessuno per la strada, alzo lo sguardo e noto che ad una finestra aperta con la luce accesa è affacciata una persona. Dopo nemmeno cinque minuti arrivano due poliziotti in motocicletta, le famose BSA, che  parcheggiano a lato della Jaguar. 

    Nel frattempo l'uomo che guidava la macchina che mi ha speronato, esce e barcollando si fa un giro intorno alla Jaguar quasi per accertarsi dei danni. Vedo da lontano che parla con i poliziotti,e comprendo che sta dicendo in inglese che io ha attraversato col rosso e che lui non mi ha potuto evitare e ha testimone la donna, che non era morta, ma dormiva e
che ancora stringeva la bottiglia di whisky tra le gambe quando uno dei gendarmi la interrogava. 

    Vi potete immaginare in che guaio mi ero cacciato. Mentre uno dei poliziotti continuava a parlare con la donna, mezza nuda e ubriaca, l'altro mi si avvicina e mi dice in Italiano " Tu sta torto, berchè bassa con rosso. Tu sa broibito passa con rosso, ce ne il tiro dilla patinte". " Ma che stai dicendo, col rosso e' passato quello con la Jaguar" ribadisco. " E poi chi Ti ha detto questo" Il poliziotto mi risponde "Lui mi dice così e la segnora ti conferma al mio combagno". "Ma quello mente e poi e' ubriaco fradicio" " Si lui befuto un boco, ma dici la verita', berchè tu sei taliano e lui due inglesi". " Inglesi tiene sempre ragione su italiano".
In quel momento, a 17 anni di età , tutti vissuti a Tripoli, mi sono svegliato come da un torpore che normalmente ci prende quando siamo giovani e senza pensieri, mi rendevo conto di non essere più sicuro di niente in quel paese che mi aveva dato i natali.
Il poliziotto poi mi dice di vedere se il mio mezzo ancora poteva camminare e di seguirlo in caserma.

Montai sulla 850 misi in moto e saltellando, aveva un semiasse storto, mi diressi verso la caserma di polizia vicino al palazzo reale. Parcheggiai di lato al marciapiede e mi diressi dentro la caserma attraversando il portone. Il poliziotto ed il mio investitore erano gia arrivati ed erano chiusi nel ufficio del comandante di guardia. Sentivo che parlavano ma non riuscivo a capire. Il piantone mi fece cenno di sedermi sulla panca e di attendere. Avevo il timore che la vicenda andasse prendendo una piega poco entusiasmante per me e così chiesi di poter fare una telefonata. Chiamai mi fratello Santino, che già era stato avvertito dell'incidente di nostro fratello Carlo e gli spiegai che anch'io avevo avuto un incidente per niente grave ma senz'altro non piacevole. Mi disse di non preoccuparmi che sarebbe passato prima in caserma e poi insieme saremo andati all'ospedale. Non ero preoccupato per l'incidente ma per il fatto che il poliziotto si era preso la mia patente e l'avesse
confrontata magari con quella di mio fratello Carlo. Come ho detto era il giugno del 1968, mio fratello Carlo era nato nel febbraio del 1948, aveva la patente da due anni quasi, mentre io l'avevo presa alla fine 1967. Infatti pur essendo nato nel 1950 nella patente era riportata la data del luglio del 1948. Ci fu un'errore di compilazione da parte dell'impiegato dell'ufficio anagrafe del comune di Tripoli che scrisse sul certificato di nascita, del quale avevo chiesto copia, che ero nato il 16 luglio del 1948. Quando lo ritirai non ci feci caso ma poi riguardandolo bene mi accorsi dell'errore e decisi di approfittarne. Infatti con quel certificato fui in grado di dare l'esame di guida ben 9 mesi prima che compissi 18 anni.
Nel frattempo che ripensavo in che bel guaio che mi ero cacciato quella sera, giunse mi fratello Santino. Nessuno dei miei famigliari sapeva del fatto che avevo preso la patente prima dei termini, infatti ai miei genitori avevo raccontato la storia che guidavo con il foglio rosa e così mi lasciavano libero di usare la macchina. Comunque era venuto il momento di dire la verità  almeno a mio fratello, prima che entrasse nell'ufficio del comandante di turno. Nel frattempo la coppia di ubriachi era uscita dalla stanza e appena sulla porta la donna vomitò quasi in faccia al piantone che cercava di sorreggerla. Approfittai di quel momento di confusione per dirgli velocemente cosa avevo fatto, pensai che non mi diede retta, perchè mi fece cenno di seguirlo. Quando entrammo nell'ufficio del comandante, questi seduto al di la della scrivania, si alzò e venne incontro a mio fratello, salutandolo con una stretta di mano ed un abbraccio. Pensai, meno male le cose potranno, forse sistemarsi questa notte. Dopo i saluti questi andò a sedersi dietro lo scrittoio e indico a noi due di sederci sulle sedie che stavano di fronte. L'ufficiale teneva in mano due patenti, una vidi che era la mia, l'altra non potevo sapere a chi appartenesse sino a quando rivolgendosi a mio fratello disse, in un'italiano quasi perfetto:"Santino, questa sera, sei in un gran problema....(ed io che pensavo alla mia patente)...i due tuoi fratelli più giovani hanno avuto due incidenti, spero che tuo padre non sia preoccupato, lo conosco molto bene Carmelo". Cosi disse e tenendo le patenti con le due mani le rigirava scorrendole una sull'altra. In quel momento io stavo proprio sudando freddo, avevo detto a mio fratello dell'errore anagrafico, ma glielo dissi in modo cosi svelto che a quel punto avevo timore non avesse capito. Invece mi fratello Santino che era di una freddezza e di una perspicacia unica, allungo le mani sulla scrivania ed afferro le due patenti dalle mani dell'ufficiale dicendogli: "Queste non ti servono per ora, fammi andare perchè dobbiamo andare all'ospedale"
Mio fratello quando uscimmo dalla caserma mi fece cenno di salire in macchina con lui perchè mi avrebbe accompagnato all'ospedale. Erano quasi le cinque della mattina, non c'era molto traffico, stavo seduto senza dire una parola, Santino era silenzioso, non era certo un buon segno. Non dimenticherò mai quella notte e quella corsa in auto verso l'ospedale, ero sconvolto, stanco, assonnato ed umiliato da quella situazione scomoda ed ingiustificabile. Arrivammo in ospedale e ci recammo verso la sala dell'emergenze, venne fuori un medico di turno, un'inglese che ci disse che nostro fratello Carlo era in coma e che avremo dovuto aspettare delle ore prima di avere delle altre notizie. Decidemmo di sederci nella sala d'attesa ed aspettare. 

Mi ero profondamente addormentato su di una sedia, quando mio fratello Santino mi sveglio scuotendomi la spalla. Guardai l'orologio, erano le otto del mattino, la luce del giorno entrava tra le fessure delle persiane di quella sala d'attesa, la cui finestra dava sul porto di Tripoli. Ero tutto indolenzito data la posizione scomoda in cui mi ero addormentato da qualche ora. Mi fratello Santino si rivolse a me dicendomi " Il dottore e' appena venuto ad avvisarci che se non facciamo molto rumore possiamo entrare nella camera dove Carlo e' ricoverato". Annuii e lo seguii con la testa bassa non avevo la forza di alzarla, ero molto stanco. Ci avviamo verso la stanza, tutt'attorno era bianco e lindo ed un odore di formalina avvolgeva l'ambiente. Che strana sensazione vedere tuo fratello, di 20 anni, con il quale hai condiviso la tua infanzia, immobile su di un letto d'ospedale, con la testa tutta fasciata, mi ricordava l'uomo invisibile, e le braccia una completamente avvolta da fasce e garze, l'altra attaccata a tubi di trasfusioni e flebo. Un monitor indicava i battiti del cuore e la pressione del sangue. Un'immagine sconvolgente che non potrò mai dimenticare che mi fece quasi svegliare da un torpore e rendermi conto che la vita di mio fratello era legata a qui tubi ed a quel monitor. E' un esperienza terribile vedere il proprio compagno d'infanzia ridotto ad un corpo esanime. Non resitetti all'emozione e corsi fuori della stanza irrompendo in un pianto incontrollabile. Mi sembrò che il mondo terminasse in quel giorno, poi mi calmai e cominciai a pensare ed a cosa dire ai nostri genitori. Ero sicuro che mio padre, uomo di coraggio e grande tempra, non avrebbe certamente mostrato la sua emozione, ma mia madre credo ne sarebbe stata sconvolta. In quel momento lungo il corridoio si avvicinò il medico che volle parlare con mio fratello Santino e gli disse che il destino di Carlo era nelle mani del Padre Eterno. 

Dopo aver ascoltato il dottore, Santino si avvicino a me e ponendomi un braccio sulla spalla mi disse che era ora che ritornassimo a casa, perchè non c'era nulla che potevamo fare, ma solo attendere. Scendemmo le scale dell'ospedale e ci avviammo verso l'auto di Santino. Montai e mi sedetti accanto, non una parola scambiammo lungo il tragitto dall'ospedale alla casa dei miei genitori, in Sciara Bagdad, due strade dietro la Cattedrale di Tripoli. Giunto davanti al portone di casa, mi fermai un attimo a pensare sul cosa dire a mia madre che già aveva avuto la notizia dell'incidente, ma non sapendo che Carlo era veramente grave. Così invece di entrare nell'atrio dell'edificio e salire le scale di casa decisi di camminare sino alla Cattedrale. Arrivai davanti al portone della Chiesa, entrai sul lato sinistro, dal quale ero solito entrare con i miei genitori la domenica mattina per la Santa Messa. La chiesa era vuota,faceva anche un po' freddo, e con lo sguardo all'altare principale mi recai genuflettendomi più di una volta all'altare della Madonna. Mi posi in ginocchio e pregai, non so quanto rimasi, non ero stanco ma un po' affamato. Arrivai a casa erano quasi le due del pomeriggio, entrai e mia madre mi venne incontro e mi disse che avevano appena chiamato dall'ospedale e mio fratello Carlo era fuori pericolo, si era risvegliato. Non dissi mai ai nessuno dove ero andato,ma sono convinto che le mie preghiere alla Madonna, non sono state vane. Non scorderò mai quel giorno caldo del giugno 1968. Gianfranco Ventre

 

Un parà piovuto dal cielo

 

    Ho sempre avuto remore a raccontare questa mia vicenda di vita vissuta, forse per anni

ho pensato di averla dimenticata, oppure cercavo di assicurarmi che l'avevo immaginata, ma

oggi a distanza di così tanti anni, in occasione dell'anniversario della rivoluzione, la

racconto come qualcosa successa ad altri, ma la ricordo come avvenuta ieri.

     Erano già alcune notti che ci svegliavano all'improvviso, entravano in casa e rovistavano tutto sotto la minaccia delle armi, soldati giovanissimi, capitanati da un tenente con due baffetti curatissimi, parevano dipinti, una divisa cachi impeccabile, sguardo duro, cattivo, ostile anche nel tono di voce, ma a volte pieno di contraddizioni assurde, ma vi racconto tutto dall'inizio.

    Abitavamo in una via dove si affacciavano decine di villette ad un piano, la serie era interrotta da una bianca moschea e da un negozio di tabacchi e generi alimentari gestito da mia madre, il villino dove alloggiavamo aveva l'ingresso rivolto verso l'interno di un gran piazzale dove troneggiava un enorme albero di gelso, il tutto faceva parte dell'azienda agricola C****** e vi erano altre tre costruzioni, una palazzina a due piani dove abitava la famiglia  C****** con la moglie, la graziosissima figlia L**** ed un ragazzino vivace e educatissimo di nome B*****, nell'altra costruzione abitavano i  P********, coniugi molto anziani con le due figlie, vi era poi un’officina dedita alla riparazione dei mezzi agricoli con annesso un alloggio dove viveva il meccanico, un ragazzone tedesco di nome H*****, vi era poi una successiva villetta sempre all'interno di questo cortile ed era stata affittata ad un signore che non avevamo mai avuto occasione di conoscere, l'altro lato del cortile confinava con un aranceto facente parte dell'azienda.

    Attorno all'enorme gelso avevamo sistemato delle sedie e delle sdraio, faceva molto caldo e la sera era uno spostarsi continuo per cercare di trovare una posizione dove arrivava qualche refolo di vento e godere di alcuni minuti di frescura, poi ci si ritirava in casa per andare a dormire e fu proprio una di quelle notti che fui svegliato dall'abbaiare furioso della mia bastardina una piccola cagnetta pelosissima, solo pelo e ossa con due enormi occhi di un’espressione dolcissima sembrava la miniatura di uno spinone, stava sempre raggomitolata su un tappetino da lei scelto come sofà e dormiva per l'intera giornata da qui il nome, "Pisolina", ma aveva le orecchie sempre tese pronte a captare ogni minimo rumore.

     Mi affacciai alla finestra da dietro la zanzariera, si dormiva ancora con le finestre aperte, ma nel buio, era da poco passata la mezzanotte, non riuscivo a scorgere nessuno, ad un tratto abituandomi all'oscurità, intravidi alcune sagome avanzare guardinghe nell'aranceto, allarmato sprangai la porta, farlo non era una cosa abituale, tornai al mio posto d’osservazione e li vidi avanzare, erano in sette, armi in pugno sin davanti alla porta, bussarono con decisione e ordinarono concitati "Afta, jalla, afta l'bab, jalla, bolis"  (Aprite, svelti, aprite la porta, svelti, polizia), non potevo fare diversamente, mia madre si alzò spaventata, aprii, subito tre soldati e il tenentino si precipitarono all'interno della casa e si misero ad aprire tutti i cassetti, sequestrandomi un "Flobert" di cui ricordo ancora la marca, "BSF Super60" e lo distrussero fuori della porta usandolo a mo di clava contro il palo di un lampione, chiesi cosa cercassero e mi dissero che cercavano alcuni ufficiali dell'esercito, rimasti fedeli al Re,... nei cassetti!!!?, tra la biancheria!!!?, dopo alcuni minuti forse venti, ma sembrarono ore, se ne andarono senza comunque tralasciare di dirci che ci avrebbero tenuti d'occhio. 

   Per qualche mese non subimmo più alcun disturbo, anche se la presenza di veicoli militari parcheggiati era diventata frequente nella via, la nostra vita proseguiva con il solito ritmo, lavoro, casa, uscire con gli amici, avevamo superato la fase dei giorni con il coprifuoco, di quando ci era concessa una sola ora  per approvvigionarsi di pane e generi alimentari e in questa ora venivi fermato più volte per un controllo dei documenti riducendola così di almeno metà, la rimanente mezzora si consumava nelle file davanti ai forni con la conseguenza che tornare a casa diventava ancora più difficoltoso a causa degli ulteriori controlli, ma, come dicevo, quei giorni erano passati, insomma nonostante le limitazioni dovute ai cambiamenti apportati dal nuovo regime, cercavamo di condurre una parvenza di vita normale, molti amici se ne erano andati, ogni domenica durante  le passeggiate  lungo il Corso Vittorio scoprivamo che eravamo sempre di meno, qualche volta arrivava sussurrata qualche notizia di qualche colono che era stato malmenato o derubato e qualche donna era stata oggetto di particolari e odiose attenzioni in qualche villaggio lontano dove oramai non ci si avventurava più a differenza degli anni tra il ’55 e il ’67 quando qualsiasi occasione era buona per raggiungere 

( con scooter Lambretta o Vespa o moto B.S.A., Norton, Moto Guzzi 500, poi in seguito con le numerose vetture americane che venivano acquistate a buon mercato dagli americani della base aerea del Wheelus Field, poi ancora con le Fiat, ricordo le 850 e 850 coupe, le Fiat 1500 e le fiat 1500 L e 1800 L) i numerosi villaggi dei dintorni, come Corradini, Tazzoli, Bianchi, Breviglieri, Oliveti, Giordani, Crispi, Garibaldi, Micca o altri di cui non ricordo più il nome e trascorrere il sabato nelle aie delle case coloniche o la domenica in piazza del paese per le varie sagre, in genere quella della vendemmia o quella della mietitura, ma anche dei vari Santo Patrono, Pasqua o il Lunedì dell’Angelo e i giovani della città, con il vestito buono e la camicia bianca stirata per l'occasione dalla mamma con il ferro a carbone, si rassegnavano ad assistere anche alla S. Messa pur di poter poi incontrare le giovani e floride ragazze dei villaggi e molti amori con conseguenti matrimoni sono nati in quei giorni di festa, ma ora tutto ciò era solo un ricordo che sembrava anche molto lontano, avevamo persino paura a fare capannello fuori dei pochi bar rimasti per evitare di  essere fermati con l’accusa di adunata sediziosa, molti amici arabi cercavano di passare oltre fingendo di non conoscerci per evitare grane solo per aver salutato o essersi fermati a chiacchierare con gli italiani e quando ciò avveniva noi avevamo sempre paura di dire qualcosa di troppo e non sapevamo se l’amico di sempre lo era ancora o sarebbe corso a denunciarci per aver criticato il nuovo mondo in cui era piombata la Libia , insomma questo era l’ambiente ove ci si muoveva cercando di non rompere equilibri estremamente instabili, ma sto divagando con i ricordi ed è meglio che continui a raccontare la mia storia.

            Le visite specialmente notturne iniziarono nuovamente all’improvviso, tanto che io presi l’abitudine di dormire con il costume da bagno (il clima lo permetteva) per essere più svelto ad aprire la porta visto la determinazione e l’arroganza con cui bussavano, quasi tutte le sere si presentavano e ci interrogavano su cosa sapevamo del colonnello XY o del capitano YZ che abitavano nei dintorni, oppure decidevano di perquisire casa, lasciandoci perplessi per le varie contraddizioni a cui andavano incontro, ad esempio entravano in casa con i corti mitra spianati e con durezza ci chiedevano dove erano nascosti i vari ricercati del momento, poi subito dopo ci chiedevano con estrema cortesia se potevano avere un bicchiere di acqua fresca o di Pepsi-Cola ( la Coca-Cola era severamente proibita) o se potevano mangiare l’uva che avevano trovato nel frigorifero!!!  altre volte per evitare che entrassero nella camera da letto ove dormiva mia madre bastava dire loro che lì vi era una donna che dormiva, immediatamente si fermavano davanti alla porta chiusa, si scusavano e non entravano! molte volte dopo aver fatto la solita perquisizione al momento di uscire ci chiedevano i documenti!

            Una notte si ripresentano, erano circa l’una e trenta ad un furioso abbaiare seguono due brevi raffiche di mitra, dei guaiti e poi una lunga raffica, poi ancora il silenzio, immediatamente capii che quelle raffiche avevano posto fine all’amorevole servizio di vigilanza della piccola e fedele Pisolina, anche se speravo in un suo correre a nascondersi impaurita dal rumore, tranquillizzo mia madre  impressionata dagli spari e le dico di non alzarsi, dopo il perentorio bussare di rito, apro la porta, confesso, con molta paura, vengo spintonato dentro, mi ordinano di sedermi, mi chiedono dove avevamo la radio, tale era la loro ira che riuscivo a malapena a capire cosa dicessero, loro prendevano questo mio non capire come una finzione e a pochi centimetri dal volto mi urlavano “la radio dov’e?” noi non avevamo una radio, semplice, ma come farlo capire a loro? mi rendevo conto che per loro era impossibile noi non avessimo almeno uno straccio di radio neppure giapponese e a transistor come andava a quei tempi, ma era anche vero che durante le numerose perquisizioni non avevano mai trovato alcuna radio, mentre avevano invece trovato un registratore a nastro della "Geloso", spiegai con calma che io la radio l’avevo nella mia Mini, parcheggiata sotto al gelso, soddisfatti escono e aprono la Mini Morris , guardano sotto i sedili, sollevano quello posteriore, mi fanno aprire il baule, continuo a non capire, la radio e lì, in evidenza, accanto al famoso mangiadischi della "Irradio", si fanno minacciosi ed io con candore accendo l’autoradio "Clarion", urlano qualcosa, continuo a non capire, mi spintonano, mia madre nonostante le raccomandazioni è sulla porta, trema ma non fa freddo, io preso malamente per un braccio continuo ad essere spintonato qua e la, non oso reagire, il tenente da degli ordini, se ne vanno, ma un militare rimane davanti alla porta, ci dice che da quel momento per uscire dobbiamo giustificare e  dire dove andiamo, se abbiamo borse o bagaglio saranno controllati, chiedo di uscire, il militare mi guarda, faccio segno verso Pisolina, con gli occhi che mi pungono per le lacrime trattenute e una rabbia appena controllata raccolgo la povera cagnetta e allora le lacrime hanno libero sfogo sul pelo color bianco e ruggine intriso di sangue di Pisolina, ora mi rendo conto che non mi avvertirà più.

     Il giorno seguente arrivano verso le undici e trenta, sono circa una dozzina di militari, scambio di battute con il militare a guardia davanti alla nostra porta, entrano in casa parlottano tra di loro, difficile capire cosa dicono, poi il tenente ordina di portarci fuori, i militari ci spingono senza molta convinzione verso la villetta dell'affittuario a noi sconosciuto, ci muoviamo adagio come per andare a fare visita all'inquilino, improvvisamente ci spingono verso il muro di cinta e ci allineano contro il muro , mille pensieri ci vengono alla mente, cosa vorranno fare, cosa ci chiederanno, cosa ci chiederanno di fare,  non diciamo nulla tra di noi, il motivo di quella situazione non si fa attendere molto, l'ufficiale che comanda il piccolo gruppo, il già ricordato tenente, si piazza davanti a me con le gambe leggermente divaricate e mi chiede se sono disposto a confessare, mi chiede per l'ultima volta dove nascondiamo la radio, un sorriso mi stira le labbra, immediatamente un ceffone mi arriva in pieno volto sento il sangue sulla lingua, l'orecchio mi fischia intensamente l'adrenalina sale alle stelle e la paura e l'umiliazione lottano tra loro per il sopravvento, freno la reazione , non sono certo il prototipo di un eroe, ho paura,  anche i miei sono sbalorditi, con le lacrime che sgorgano per lo scherno ed il dolore chiedo con voce strozzata di che radio parla e la sua perfida risposta è questa: 

    Adesso basta, adesso noi vi massari tutti, noi sabere beni che avere una radio transmittenti, siguru avere  radio transmittenti, noi sabere, avere barlare tutti giorni con radio con Israele, sei sbie e noi massari, vi biamo guardati tutti giorni, ma voi furbo sembre riusciti nascondi la radio, ma adesso rivato momento di barlari.

    Insomma secondo il tenente eravamo spie di Israele e dovevamo necessariamente avere una radio trasmittente nascosta da qualche parte, inutile raccontare lo sgomento e la meraviglia di noi due appoggiati al muro, ci guardavamo sbalorditi, incapaci di assimilare quelle parole, mia madre tenta di parlare, il tenente continuando a guardarmi fisso le urla di tacere perchè è una donna, testuale 

    "Uskut, herlek, m'hraa maasc i kellem"

un militare le si avvicina, spintona mia madre contro il muro, il tenente interviene, rimproverando il soldato, non sia mai che si maltratti una donna anziana, caspita, fucilarla magari si ma maltrattarla mai!!

    Visto il nostro, anzi il mio caparbio silenzio, reso più drammatico dal sole a picco su di noi ma anche su di loro per di più in divisa, il tenente fa schierare il plotone con ordini secchi, i militari si allineano, guardiamo increduli, mi dico che non è possibile, segue un ordine secco probabilmente il "caricat" la manovra dura diversi secondi causa la evidente poca pratica di quei ragazzi con le armi che avevano in mano, continuo a dirmi che non è possibile, sto sognando, sto vivendo un incubo, certamente Pisolina adesso avrebbe abbaiato e mi sarei svegliato in attesa che perquisissero per l'ennesima volta casa, il sudore che ci aveva accecati sino allora, ora era di ghiaccio, non era possibile, stavamo per morire senza colpe o motivi, ne ero certo, volevano solo spaventarci, non lo avrebbero mai fatto.

    “Noi non schersa” fu il commento secco dell’ufficiale, non sapevo cosa dire un pò perché non avevo cosa altro dire, ma più che mai non uscivano suoni dalle mie labbra neppure volendo!

Nel silenzio, si sentiva il rumore dei nostri respiri e anche le gocce di sudore che rotolavano sulla nostra pelle parevano fare rumore, sapevamo che da dietro i vetri delle finestre delle abitazioni che si affacciavano sul cortile qualcuno probabilmente guardava e mi chiedevo se qualcuno sarebbe intervenuto, impossibile che la tragedia che ci stava piombando addosso non avesse testimoni, impossibile che nessuno intervenisse, impossibile che la paura e l’indifferenza ci lasciasse morire così, impossibile che facessero sul serio, mille pensieri, vorticosi, pensavo come fuggire, come uscire da quella situazione allucinante, o forse non è vero, in quei momenti non pensi, tutto è fermo cristallizzato nel tempo anche le gambe sono di cristallo, rigide, passano i minuti, forse dieci, forse cinque, forse uno soltanto, ma come avere la cognizione del tempo? un altro ordine secco e quasi con riluttanza i militari portano il calcio delle armi allo zigomo e quello fu il momento più drammatico della situazione, quello che avevamo subito sino ad allora era solo un atroce scherzo, dinnanzi agli occhi neri e profondi delle armi che ci fronteggiavano, non mi vergogno di dire che l’unico segno di vita in quel momento fu l’alone che si andava espandendo bagnando il cavallo dei miei pantaloni! mia madre impassibile, mi passai la mano sulla fronte e sugli occhi perché accecato dal sudore, alzai gli occhi al cielo in attesa di qualcosa o qualcuno che non sarebbe mai giunto… e fu allora che vidi e capii da dove nasceva l’equivoco!

Sopra la nostra casa vi era da sempre un'antenna verticale, trattenuta da diversi tiranti, vi era stata installata, sembra, da una compagnia di trasporti petroliferi o costruzioni e attraverso la quale comunicava con gli autisti e qualche campo petrolifero (non erano ancora stati inventati i cellulari!) questa compagnia era stata l’affittuaria di quella villetta precedentemente a noi e usata come ufficio e alloggio per personale proveniente dall’Italia e che noi chiamavamo “importati”, faccio cenno all’ufficiale che ho capito e che voglio parlare, “pied’arm”, si avvicina, sorride, gli faccio cenno verso l’antenna, annuisce, gli spiego che l’antenna non è collegata in alcun modo con la casa, non vi sono cavi, non è attiva, è difficile da spiegare, non tutti i termini mi vengono alla mente in arabo, gli chiedo perché non mi ha parlato prima dell’antenna, mi risponde che non era necessario perché io sapevo di cosa parlava e comunque le mie spiegazioni non gli sono di alcun gradimento, non mi crede, minaccia di fucilarci a tutti e due se non tiriamo fuori quella maledetta radio…  

All’improvviso sentimmo dei passi alle nostre spalle, dalla villetta al cui muro eravamo appoggiati uscì un signore, non molto alto, fisico asciutto, capelli molto corti, brizzolati, età circa 48/50 anni, lieve accento sardo, il quale con fare autoritario affronta il tenente dicendogli in italiano, 

“Sono un Capitano paracadutista dell’esercito italiano, le ordino di abbassare le armi, lei sta violando ogni regola, i signori sono cittadini italiani, lei non può agire in questo modo, protesterò con il suo comando e i suoi superiori e riferirò immediatamente l’accaduto all’Ambasciata Italiana, glielo ripeto per l’ultima volta faccia abbassare le armi!” 

    Il tenente lo guardava incredulo e sorpreso ed era chiaro che era stato preso alla sprovvista e disse di non aver capito, al che il Parà ripeté tutto in un inglese perfetto e se possibile con un tono di voce ancora più perentorio, il tenente questa volta capì perfettamente, fece abbassare le armi ma sempre in inglese disse al Capitano che noi avevamo, dovevamo avere,  una radio con cui trasmettevamo messaggi in Israele, il battibecco durò diversi minuti, all’improvviso il capitano rientrò nella sua abitazione e ne uscì dopo pochi minuti, non ci potevo credere, con una radio a transistor di plastica rossa, rettangolare, ricordo ancora la marca,  “National” e porgendola al tenente “Ecco, questa è l’unica radio che abbiamo, la prenda”, incredibile, il tenente la prese la passo ad un militare requisendola assieme al registratore “Geloso” che avevano già preso in casa e se ne andarono, il capitano fu molto gentile e premuroso con noi, poi  si congedò assicurandoci il suo intervento presso le autorità italiane.

Rientrammo in casa, in silenzio, crollammo a sedere nel primo posto che capitò, tutti e due pensavamo a quello che era successo e che forse sarebbe potuto succedere, fu mia madre la prima a rompere il silenzio dopo diversi minuti passati con gli occhi chiusi e con voce ferma e decisa disse: “Dobbiamo andarcene da qui, il più presto possibile, domani vado al consolato”  e così l’indomani iniziò quel calvario che centinaia di italiani in Libia avrebbero dovuto salire, le lunghe file al consolato, le traduzioni giurate di documenti scritti in arabo, le lunghe file presso l’istituto di previdenza sociale o al municipio, chiedere documenti, di nascita, di matrimonio, di lavoro, le lunghe file notturne per essere i primi alla sede della “Tirrena navigazione” per i biglietti della nave, le lunghe file sotto al sole per far controllare il baule con i pochi oggetti da portare via, l’umiliazione di vedersi confiscare qualche oggetto caro o di mero valore affettivo o l’intero album di fotografie di una vita, l’imposizione di far chiudere i bauli con le reggette di metallo al modico prezzo di cinque sterline l’una e altre situazioni che chi non le ha passate non le può capire e moltissimi di coloro che leggeranno questo scritto hanno subito.

Non ho più rivisto quella persona intervenuta in nostro favore, ne ho mai saputo come si chiamasse,alcuni, tra cui mia madre ricordano che altri lo chiamavano “Ciccio”, il nostro non fu disinteresse o ingratitudine, ma presi dai preparativi rimandammo sempre un colloquio con il nostro salvatore, forse non è mai esistito, forse è stata una allucinazione collettiva o forse un Angelo, ma se è esistito vorrei tanto, a distanza di anni, poterlo ringraziare, forse gli dobbiamo la vita, comunque siamo in debito con lui per averci risparmiato delle ulteriori sofferenze.

Questa è una storia vera, vissuta, forse raccontata con enfasi, ma vera e a volte chiacchierando con mia madre si tornava con la mente a quei giorni, molte volte ci siamo chiesti chi fosse quel capitano dei paracadutisti, dove fosse ora, se si ricordava di quanto avesse fatto quel giorno, poi la ricerca di un lavoro, il lavoro stesso e il susseguirsi delle cose della vita ci ha portato a velare quei ricordi salvo poi riscoprirli quando nei telegiornali o nei telefilm, situazioni analoghe ci riportavano alla mente la nostra disavventura, allora per un attimo ne parlavamo seppellendola poi sotto l’incalzare degli impegni quotidiani.

Se qualcuno ricorda questa storia di vita vissuta, qualcuno di coloro che ha seguito la  scena, se “Ciccio” si riconosce in questo racconto vorrei tanto avere la possibilità di incontrarlo e confrontare questi miei ricordi con i suoi, per non dimenticare. F.P.C.

 

 

 

...quei volti amici e bruciati dal sole 

Sarà difficile dimenticare che siamo nati in una terra il cui profumo e
aromi sono ancora nelle nostre narici e nei nostri sogni. Non sono mai più
tornato a Tripoli, dopo l'esilio del 1970. Si lo chiamo esilio perchè non
ci hanno rimpatriati perchè eravamo italiani, ma perchè ci dicevano che
eravamo il residuo del fascismo. Come se l'Italia, e gli italiani, si
possano identificare, con un periodo storico della Nazione italiana stessa.
Ma che Patria, quando giungemmo in Italia, ci sentimmo chiamare con mille
appellativi, profughi, italo-libici, beduini, marocchini, africani e cosi
via. Non mi sentivo in Patria, quando andai a studiare a Pisa, i giovani
colleghi mi chiamavano "il libico". Non ero per niente offeso, anzi mi sentivo
alquanto orgoglioso di essere diverso. Quindi non fu un rimpatrio ma un
esilio forzato, costretti ad allontanarci dalla nostra infanzia, da nostri
ricordi e separarci da quello che è il più bello e forte legame della
gente civile: il vivere come comunità. Devo dire che ho vagato tanto, per
motivi di lavoro, ed ho sempre cercato di andare nei paesi arabi. Sono stato
in Egitto, Siria, Iraq, Arabia, Kuwait, Giordania, Tunisia, Algeria e
Marocco, dal 1976 al 1985. Sempre quando tornavo in Italia, a casa dalla mia
famiglia, mi sentivo come estraneo e non vedevo l'ora di rientrare in uno di
quei paesi dove ho lavorato per oltre 9 anni. Gli odori, i luoghi, i costumi,
la lingua tutto mi riportava alla mia infanzia con grande nostalgia.
Purtroppo i tempi sono mutati, non e' più sicuro, inoltrarsi a lavorare in
qualsiasi paese arabo, oggi. Pur camuffandomi, per la carnagione scura e i
lunghi baffoni, tra la gente araba, molto spesso vieni riconosciuto e di
questi tempi rischi anche di essere aggredito. Quanto e' grande la nostalgia
di aver vissuto un'infanzia meravigliosa, aver giocato con altri bimbi di
credo religioso diverso, ed aver assaporato quello che forse le generazioni
a venire non riusciranno nemmeno ad odorare e assaggiare il gusto della
vita e la voglia di vivere la propria vita nel rispetto dell'altrui persona,
del credo religioso e politico.
Saremo sempre orfani, noi nati in quel meraviglioso paese che e' la Libia,
parte del grande continente Africano, che affascina solo a pronunciarne il
nome. Nessuno come noi e più di noi può comprendere quanto ci manca quel
legame con la nostra terra, la gente, i suoni, gli odori ed i colori del
cielo all'alba ed al tramonto. Se chiudo gli occhi ancora oggi, riesco a
sognare le rosee albe del mare mediterraneo ed i tramonti rossi
dell'orizzonte desertico.
No, non dimenticherò mai l'odore del mare, quando con mio padre, ci recavamo
di mattina presto, il venerdì, al molo per attendere le barche dei pescatori
che portavano il pesce fresco appena pescato. Immagini, colori, odori e
sapori che la nostra mente non può e non vuole dimenticare.
Dopo tanti anni vissuti in Italia, forse ancora sperando che un giorno sarei
potuto tornare a Tripoli, ho deciso di emigrare verso un'altro grande
continente, l'America. Il desiderio di rivedere quei paesaggi, quei
volti amici e bruciati dal sole dei beduini, mi ha portato a viaggiare alla
ricerca di una pace interiore che nessuno di noi raggiungerà se non ci
sarà permesso almeno di ritornare a rivedere una volta ancora i luoghi dove
siamo nati ed abbiamo vissuto la nostra infanzia.
Altro che lettera aperta al Sig. Colonnello Gheddafi, dovremmo attuare uno
sciopero senza tregua, per far si che il colonnello ci permetta almeno di
mettere piede almeno una sola volta su quella terra, che certo e' sua e di
tutti i libici, ma anche di coloro che senza colpa e senza peccato vi sono
nati. La speranza e' l'ultima a morire, e spero che gli anni inteneriscano anche
il cuore del Colonnello Gheddafi. Grazie. Gianfranco Ventre

 

 

LETTERA APERTA AL LEADER MOAMMAR GHEDDAFI

Sto per compiere quasi i settanta anni e da circa cinquanta mi trovo in un magnifico paese tropicale del Sud America: Venezuela, terra ospitale e generosa dove insieme a mia moglie, anche lei figlia di Emigranti, Ungheresi, abbiamo procreato 4 discendenti diretti e oggi godiamo anche di un nipotino. 

Più o meno Lei ed io abbiamo la stessa etá, io nacqui a Beda Littoria, ribattezzata Al Baida, per cui mi sento orgoglioso di essere Beduino, così come Lei, siamo "swá swá".

Dopo una gioventù dedicata alla Sport, dapprima in Tripolitania e poi qui in Sud America, la mia passione per la lotta sociale, per più diritti per coloro che meno hanno, per la Giustizia e per un Mondo migliore, mi hanno trascinato alla politica e al sindacalismo, dove ho conquistato anche io il titolo di Leader, perchè Leader si nasce e ci si proietta, giungendo alcuni alla vetta come Lei, o semplicemente contribuendo, come me, con qualche granello di arena alla lenta costruzione di un Mondo che desideriamo sia migliore.

Appunto per questa nostra similitudine, in quanto a luogo e data di nascita é che mi permetto di scriverLe sicuro che anche Lei vorrà fare ugualmente verso di me, rispondendomi, perchè siamo più o meno coetanei, paesani, anticonformisti e rivoluzionari.

Moammar, insieme alla mia Famiglia, lasciai Tripoli nel 1956, giovanissimo, atleta di molteplici discipline sportive, quando Lei, ancor più giovane di me, era sicuramente allievo di un'Accademia Militare, la Sua Madre Patria e la mia sono la stessa, ambedue siamo figli del deserto, ambedue abbiamo respirato la stessa aria, abbiamo aperto gli occhi per ammirare lo stesso cielo azzurro, abbiamo assaporato la stessa sabbia, abbiamo nuotato nello stesso mare, abbiamo mangiato lo stesso piatto di cuscus o di basin o di h’araimi, piccanti di quel nostro felfel, abbiamo degustato gli stessi datteri e bevuto lo stesso leghbi, dolce nettare delle nostre palme.

Mia Madre, donna come la Sua, mio Padre, uomo come il Suo, hanno anche loro contribuito all’emancipazione della nostra Terra, e dico nostra perché tanto Lei come io, insieme a tantissimi altri ed altre, siamo nati lí, siamo figli dello stesso suolo.

Vede Moammar, tutti gli esseri umani amano il suolo dove sono nati, anche se a volte siano costretti a vivere altrove, perché il richiamo della Terra Natia é qualcosa che DIO, l’Altissimo, il Creatore dell’Universo, ha voluto che fosse un sentimento impossibile da reprimere, come é impossibile reprimere l’amore verso la Madre che ci ha messi al mondo.

Lei ama la sua Terra e ama la sua Mamma, come io amo mia Madre e amo la Terra nella quale nacqui e che é la stessa nella quale Lei é nato. Questo stesso amore é sentito da tanti che lí siamo nati e che avrebbero partecipato a fare della Libia una Nazione cosmopolita, come é stato in tanti Paesi in cui l’immigrazione ha contribuito alla loro crescita, in un ambiente di fratellanza, di ospitalità, di rispetto e di apprezzamento.

La Sua Rivoluzione é stata bella, genuina, giustificata, Nazionalista, ma se Lei avesse permesso di parteciparvi anche a coloro che, pur essendo nati lí, eravamo figli di stranieri la cui enorme maggioranza fu portata là inseguendo il sogno di trovare una vita migliore, apportando il loro arduo lavoro e sprizzando sudore, avrebbe proiettato una integrazione razziale che, vedrà, prima o poi si produrrà in forma naturale.

Credo che la Sua giovane età di allora, lo indusse a commettere un grave errore, solo DIO non sbaglia mai, errore in cui ha voluto perseverare per oltre 36 anni, errore che lo ha indotto anche a infrangere il dovuto rispetto verso alcuni Templi, cambiandoli da un Credo a un’altro, senza pensare che DIO é uno solo, é UNICO, siamo noi umani che lo chiamiamo in differente maniera, é lo stesso Creatore che é presente tanto in una Moschea come in una Chiesa o un Tempio del lontano Oriente, per quanto sono sicurissimo che l’Altissimo ascolterebbe le Sue preghiere e i Suoi peccati in una Cattedrale, come ascolterebbe le mie preghiere e perdonerebbe i miei peccati in una Moschea o in un Tempio Buddista o qualunque altro luogo di raccoglimento. Altro Suo errore di gioventù, per quanto domani, in una Libia che sarà cosmopolita, i cattolici che lì staranno per lavoro o per turismo, avrebbero potuto pregare in quei luoghi rappresentanti la loro religione, che Lei erroneamente ha cambiato o magari anche permesso che fossero distrutti. In nessun altro Paese del Mondo é stata offesa una Moschea convertendola in Tempio Cristiano.

Oggi, Moammar, a distanza di tanti anni di perseveranza nel Suo errore, quando tanti Italiani nati in Libia gia non vivono più e se ne sono andati con il sempre vivo desiderio di rivedere la loro Terra Natia, la loro Terra Madre, continua a perseverare nel più grande errore della Sua vita, convertendolo in un giochetto di semplice aritmetica, per cui coloro che non hanno raggiunto l’età dei sessantacinque (65) anni compiuti, non possono tornare a rivedere la loro Terra, che pure é mia e anche é Sua.

Personalmente condivido la Sua tesi di Nazionalizzare tutti i Beni Pubblici, ossia quelli appartenenti allo Stato Italiano, per quanto sarebbe una logica reazione rivoluzionaria e rivendicativa, ma non posso condividere il fatto (che denominerei fattaccio) di requisire senza indennizzo, quei beni personali o familiari, prodotti dallo sprizzo di tanto sudore e sacrifici dei nostri Nonni, Genitori e di molti di noi stessi già in grado di lavorare e ricevere un corrispettivo economico. Fra questi, Colonnello, non mi conto io e neppure la mia Famiglia, per quanto lasciammo la Libia nel lontanissimo '56.

Con il valore economico con che DIO ha voluto dotare la Libia Petrolifera, Lei, pur persistendo nel tremendo errore di espellere i figli di Italiani nati come Lei stesso costá, avrebbe potuto indennizzare i beni personali, non solamente al loro giusto valore, ma addirittura con un Suo gesto di Leader che sarebbe stato il "backshish" del vero Signore.

Da lottatore a lottatore, da Rivoluzionario a Rivoluzionario, da Beduino a Beduino, pur avendo io l’età per poter rivedere la mia Terra, la nostra Terra, Le chiedo Moammar, Leader della Rivoluzione Popolare, che Lei influisca affinché tutti coloro che là sono nati e che fino a ora non è permesso di tornare in Libia, possano farlo, non come una grazia, ma bensì come un diritto.

Sono sicuro che se qualcuno Le fará giungere questa mia lettera, come Leader che indubbiamente é, saprà interpretare i miei sentimenti e considerare la mia richiesta come giusta e oggi, nell’era del Internet, questo é il mio indirizzo elettronico: francovecchiettini@hotmail.com, dal Venezuela, Terra bella come la nostra Libia in attesa di una Sua risposta riceva un forte abbraccio rivoluzionario:  Franco Vecchiettini

Dal Venezuela, addí 27 Luglio 2006

 

 

 

Due religioni, un cuore

 

Nell'anno 1948, mio padre Carmelo, con la moglie Maria ed i tre figli Antonietta, Santino e Carlo appena nato, abitava in una casa in affitto il cui proprietario, un signore di religione Ebraica, credo si chiamasse Nahum, viveva nella abitazione attigua a quella dei miei genitori. Questo signore era anche proprietario del terreno e magazzino, che mio padre aveva in affitto per la sua attività di meccanico. Quell'anno venne proclamata la nascita dello stato d'Israele e per protesta si elevarono moti che portarono alla distruzione di beni di proprietà di alcuni ebrei e anche alla uccisione di alcune persone appartenenti alla comunità Ebraica di Tripoli. A quel tempo operava la PAI, Polizia Africa Italiana, sotto il comando di ufficiali inglesi. Per cinque giorni consecutivi fu dato l'ordine,da parte del comando inglese, agli agenti della PAI, di non intervenire. Alcuni Libici scalmanati si aggiravano per le vie di Tripoli in cerca di famiglie Ebree da minacciare, derubare, perseguitare e perchè no, anche uccidere. Mio padre decise così di nascondere la famiglia del padrone dello stabile dove aveva la sua officina, in casa sua casa, con gran timore di mia madre, la quale temeva di cadere vittima della reazione araba, se avessero scoperto cosa stava succedendo. Infatti dopo tre giorni vennero a bussare alla porta della nostra casa alcuni scalmanati che chiedevano notizie della famiglia di Ebrei che viveva nella casa accanto. Tredici persone se ben ricordo, mio padre mi raccontava, aveva tenuto per cinque giorni rinchiusi nello scantinato della casa. Agli scalmanati mio padre disse che aveva visto la famiglia di Ebrei allontanarsi nella notte e di non averli più rivisti da allora.               Gli credettero e se ne andarono. Quando la calma fu ripristinata e l'ordine ristabilito il signor Nahum disse a mio padre che aveva deciso di emigrare in Israele con tutta la sua famiglia e che avrebbe venduto la proprietà che gli aveva concesso in affitto. Vide che mio padre era dispiaciuto aggiunse che però avrebbe venduto il terreno con il magazzino solo a lui, Carmelo. Mio padre gli replicò che non aveva i soldi per comperarlo e che non aveva alcun credito per poter fare fronte all'acquisto. Il signor Nahum, gli disse di non preoccuparsi e si operò per fargli avere un prestito da un'altro signore ebraico e fece in modo che mio padre facesse fronte all'acquisto. Fu cosi che mio padre divenne proprietario del terreno dove due anni dopo, prima che io nascessi, costruì la palazzina, dove abbiamo abitato sino al nostro rimpatrio forzato nel 1970. Sono piu' di 50 anni che cerco di saperne di più su questa storia, che sa tanto di rispetto ed amore per l'altrui persona. Spero che qualcuno legga questa lettera e si riconosca. Come ho detto credo che il signore si chiamasse Nahum, non ne sono certo, ma sono sicuro che questa e' una di tante quelle storie vissute da nostri genitori che ci hanno dato la fortuna di nascere in un paese nel quale sino al 1970 abbiamo sperimentato il vivere tra diverse etnie e religioni.
Questa storia ha cambiato il corso della vita mia e della mia famiglia. Vorrei tanto poter ringraziare, se non quel signore, almeno i suoi eredi per quanto contraccambiato al gesto di mio padre. Grazie per la tua ennesima accoglienza. Gianfranco Ventre

 

 

 

 

LUNEDI' POMERIGGIO

 

    Era un lunedì pomeriggio, verso la fine di luglio del 1970, quando alla porta della mia

 

 stanza, della pensione "Toniolo" dove alloggiavo a Pisa, città dove mi ero inscritto ad

 

 ingegneria, bussarono ed andai ad aprire.

 

    Era il portiere della pensione che mi disse che c'era un tipo che diceva di essere mio

 

 fratello giù alla ricezione. Mio fratello Carlo non poteva essere poiché avevo parlato la

 

 sera prima con i miei genitori e mi avevano detto che era appena stato a casa per far loro

 

 visita. Mio fratello Santino, invece, sapevo che il governo Libico gli aveva intimato di

 

 terminare i lavori di costruzione di una strada che conduceva fuori Tripoli, prima che

 

potesse avere l'autorizzazione a lasciare il paese.

 
    Scendo di corsa le scale, tre piani dell'edificio, tutto in un fiato e quando arrivo di

 

 

 fronte al bancone della ricezione riconosco da dietro mio fratello maggiore Santino.

 

Si volta, ci abbracciamo e baciamo, e poi gli chiedo cosa faceva lì a Pisa. Mi disse che era

 

 appena arrivato da Tripoli. Ma come gli chiesi, non dovevi terminare i lavori della strada

 

 prima che Ti permettessero di partire. Mi rispose che se avesse aspettato a terminare i

 

 lavori non sarebbe mai uscito dalla Libia. Mi chiese se poteva venire in camera mia per

 

 riposarsi, certo gli dissi. Andammo in camera, lui si sdraio" sul letto e io mi sedetti alla

 

 scrivania. Ero curioso di sapere come era riuscito a partire da Tripoli, senza permesso e

 

 senza visto d'uscita.


    Era già qualche settimana che pensava al modo come uscire, via mare qualcuno ci aveva

 

 già tentato ed era stato difficile ma ci erano riusciti. Prima cosa mi disse decise di

 

 mandare la moglie ed i due figli in Italia, non c'erano restrizioni per loro. Cosi li fece

 

 partire con un volo per Roma. Rimasto da solo, raccolti tutti i denari che poteva, circa

 

$ 50,000 e 100,000 sterline libiche, i documenti relativi a proprietà e attrezzature e

 

 decise di tentare l'avventura. Il suo vicino di casa, a Giorginpopoli, era un pilota (della cui

 

 nazionalità preferisco non fare menzione) delle Linee Aeree Libiche, e questi gli disse che

 

 per 5,000 dollari lo avrebbe portato con se sull'aereo in cui sarebbe volato da Tripoli a

 

 Roma. Gli disse" Ti darò una divisa da secondo pilota, mettiti gli occhiali da sole e sali la

 

 scaletta insieme a me." Così fu che la mattina dopo alle cinque il pilota si presentò a casa

 

 sua e lo fece salire sulla sua auto, mio fratello gli diede 5,000 dollari contanti e


quindi si avviarono sulla strada di Castel Benito. Mio fratello aveva con se un valigetta

 

24ore, il pilota gli chiese cosa conteneva, e mio fratello gli rispose documenti personali e

 

foto ricordo. Nella valigia c'era anche il denaro che aveva accumulato in diversi mesi.

 

          Giunto all'aeroporto il Pilota lo fece entrare in una stanza dove doveva solo

 

 attendere finché gli avesse procurato la divisa da secondo. Il tempo passava e mio fratello

 

 diventava sempre più nervoso, mancavano 30 minuti all'imbarco, poteva sentire le chiamate

 

 dei voli all'interno di quella stanza. Si aprì la porta, era il Pilota, che gli disse che non

 

 poteva più farlo partire era accaduto un imprevisto, avevano messo un militare alla

 

 scaletta dell'aereo che controllava tutti i documenti anche quelli dell'equipaggio.

 

Mi fratello era risoluto voleva partire a tutti costi, il Pilota si offri di restituirgli il

 

 denaro. Mio fratello rispose, no " devi farmi partire a tutti i costi". OK gli disse il Pilota,

 

 c'e una sola altra possibilità, e che ti metti il camice bianco da meccanico


    Giunto sotto l'aeromobile mi fratello spacciandosi per meccanico era riuscito ad eludere

 

 una delle guardie che stazionava non lontano dall'aereo. L'altra era davanti alla scaletta e

 

 non decideva a muoversi. Il pilota mostrò a mio fratello il portello aperto del

 

 compartimento bagagli, era vuoto, era quello pressurizzato gli disse, qui ci mettono solo gli

 

 animali, cani e gatti. Salta dentro gli disse e dammi la valigetta te la restituirò quando

 

 siamo a Roma. Santino salto nel compartimento, aveva con se solo il passaporto, ed aveva

 

 dovuto cedere la valigetta. Il pilota chiuse il portello e poi dopo una mezz'ora l'aereo

 

 decollò con destinazione Roma. Durante il viaggio, quasi un ora e 15 minuti di volo, era

 

 buio e faceva un freddo cane, ma si respirava, almeno per quello il pilota non aveva

 

 mentito. Aveva una scatola di fiammiferi, ne accese prima uno con calma e lo strinse tra le

 

 mani per la paura di non avviare un allarme antincendio. Dopo circa 75 minuti

 

 l'atterraggio, all'aeroporto di Roma Fiumicino. L'aeromobile era fermo da quasi 15 minuti

 

 ed il portello non era stato ancora aperto, come gli aveva assicurato il Pilota, cosa che

 

 avviene quando un aeromobile e fermo tutti i portelli devono essere aperti. Finalmente

 

l'aprirono, aveva ancora paura, pensava se magari si fossero accorti della sua presenza ed

 

 invece di essere a Roma magari lo avevano riportato a Tripoli. Si senti meglio quando

 

 intese parlare in Italiano con accento romano.


Piano piano scese dall'aeromobile e facendo finta di ispezionare l'aereo lentamente se ne

 

 allontanò. Aveva con se solo il passaporto ed attese che si aprisse una porta di ingresso al

 

 terminal arrivi. Alla guardia di frontiera, italiana, disse che aveva smarrito la carta di

 

 sbarco. Così fu che mio fratello Santino giunse in Italia fuggendo dal paese che come noi

 

 tutti aveva sempre amato. E' una storia come tante, forse sa anche dell'eroico, certo e' una

 

 di quelle che non si dimenticano. Il pilota non si e' mai fatto vivo, comunque la libertà di

 

 mio fratello e' valsa ben quella valigetta piena di soldi. Gianfranco Ventre


 

 

 

 

 

SABATO POMERIGGIO

 

 

Ricordo quel sabato pomeriggio faceva caldo, era quasi la fine di settembre e noi del

 

gruppo decidemmo di fare una delle solite festicciole tra adolescenti. Non avevamo il

 

posto, perchè i nostri genitori erano preoccupati dell'evolversi degli eventi dopo il primo

 

settembre del 1969 e non ci volevano dare l'autorizzazione a fare le feste in casa.

 

    Così si offri un nostro amico, quasi coetaneo, Said Burwin e ci trovò il posto dove poter

 

 fare la nostra festa. Una quindicina di ragazzi ed altrettante ragazze, ci riunimmo in

 

 una casa vuota vicino a Bab Azizia.  Qualcuno portò delle bibite, niente alcolici per

 

 fortuna e qualcuno procurò il giradischi e i dischi. cominciammo a ballare e a divertirsi ma

 

 la festa durò veramente poco perchè quella casa vuota in quel quartiere abitato solo da

 

 libici in meno di mezz'ora venne circondata e quasi assalita dai vicini.

 

Donne e uomini che gridavano al linciaggio,"Portate fuori le gahbe ed i magnaccia, vanno

 

 tutti puniti con la legge islamica". In quella casa non c'erano ne gahbe ( meretrici) ne

 

magnaccia ma noi giovani studenti del liceo non avevano neppure avuto il senso di quello che

 

 stava cambiando a Tripoli ed in Libia. Non ci rendevamo conto che la vita spensierata

 

 vissuta da tutti noi giovani, libici, italiani, mussulmani, cattolici ed ebrei veniva spazzata

 

 via dalla rivoluzione di Gheddafi.

 

Non mi rendevo conto che per oltre 19 avevo vissuto, studiato, giocato, mangiato e perchè

 

no, qualche volta anche bevuto assieme a tutti gli altri giovani miei amici libici, italiani,

 

inglesi, americani, jugoslavi e chi più ne ha più ne metta. Per anni avevamo sognato che

 

quello che nel mondo civile si vuole realizzare da sempre, il vivere insieme tutti anche se

 

diversi.

 

Sono italiano, oggi vivo in America, ma ho amato e sempre amerò la mia terra natale la Libia

 

e tutti i miei amici, senza distinzione di religione o nazionalità. Comunque quella sera di

 

 sabato, venne l'esercito libico con un paio di camion ed una Land Rover e ci porto in salvo

 

 tra due ali di folla inferocita che ci sputava addosso. Non ricordo i nomi di tutti quelli che

 

 erano presenti e pregherei chiunque avesse vissuto assieme a me quella brutta avventura di

 

 scrivermi a prova di quella amicizia che ci ha sempre uniti.

 

    Ricordo ancora Said Burwin in caserma, ci avevano rinchiusi in due stanze diverse, le

 

ragazze da una parte ed i ragazzi dall'altra. Un militare venne nella stanza dove stavamo

 

radunati tutti noi ragazzi e ci chiese se c'era qualcuno che parlava arabo.

 

    Mi feci avanti io e questi mi disse di seguirlo. Mi condusse in una stanza dove c'era un

 

 militare di grado seduto con i piedi sulla scrivania che gli stava davanti.

 

Nella stessa stanza c'erano altri due militari e in un angolo, tutto pestato stava il mio amico

 

 Said. In quel momento ho capito che le cose erano radicalmente cambiate ed ho cominciato

 

 ad avere paura. Una paura che mi fece rabbrividire, dopo che rispondendo alle domande

 

 dell'ufficiale, ad ogni mia risposta seguiva una sberla al mio amico Said.

 

Una sberla non con la mano aperta ma a pugno chiuso. Said mi difendeva e confermava che

 

 le ragazze non erano meretrici ma compagne di scuola. Finalmente giunse il console

 

 Italiano, che era stato avvertito da qualche ufficiale Libico, e che urlò che si sentiva

 

 offeso per quello che ci stavano facendo. Ci rilasciarono subito tutti, solo Said fu

 

 trattenuto. Lo rividi dopo qualche giorno, passò a salutarmi a casa mia, mi chiese scusa e si

 

mise a piangere diceva che non capiva che stava succedendo. Said non era uno studente era

 

 solo un amico che veniva allo stesso bar-latteria dove ci riunivamo.

 

    Questa e' solo una delle tante storie che avrò da raccontarvi e che da oltre 36 anni mi

 

 tengo dentro, tra i miei ricordi. Grazie a tutti. Gianfranco Ventre

 

 


 

 

 

A mia Madre (Agosto 1970)

 

Negli occhi di mia madre
ti ho rivista
Tripoli mia dolce
città natia.
Ti ho rivista, nitida, bianca
ma solo per pochi istanti,
quelli dolorosi del distacco,
dell'addio.
.................

Poi gocce lucenti
sono apparse
su quegli occhi stanchi
di donna che sa,
che vorrebbe dire
tante,tante cose
ma non riesce, non può.
Fa niente, mamma
so cosa volevi dirmi :
l'ho visto nei tuoi occhi
e ti ringrazio.

( Salvo Grungo )

 

 

Bravo Ramadan!

 

Caro Diario, a distanza di tanti anni ricordo ancora quello che, con orgoglio, ci raccontava  un magazziniere della ditta Marchiaro,che si occupava della vendita di materiali idraulici in Sciara Lhuadi a Tripoli, bastava chiedergli: 

-Dai Hag Ramadan, raccontaci quando eri ASCARI e per promuoverti SCIAUISC hai dato l'esame e l'Ufficiale Italiano ti ha chiesto: "Ci parli del moschetto tipo 91/38". 

-"Io anà diciutu subitu, sanior comandanti, Fucilia mudella 91/38 si dividi sei barti, canna, cassa, meccanismu, fornimentu, caricamentu variu, bacchetta layunek ferma sciabula el bariunek alt elmatratass, nissuna nuvità di li nostri bustazioni NN."

"Bravo Ramadan!,Promosso!"

"Gatalherek sanior comandanti." 

Raccontava quel suo momento di gloria con la mimica classica del militare che si pone sull'attenti e con le ciabatte infradito tentava invano di produrre quel suono militaresco di molti anni prima, quando giovane Ascaro, indossava gli scarponi, poi ci sorrideva soddisfatto dei nostri apprezzamenti, come se avesse nuovamente superato quel lontano esame, pronto a raccontare tutto da capo per l'ennesima volta se richiesto, un ricordo per lui rimasto indelebile che lo riportava indietro negli anni della gioventù e che per pochi minuti lo portava a camminare eretto come un ragazzo,Bravo Ramadan,ovunque tu sia.                                       Antimo Flagiello 

 

Un giorno da ricordare

Guardavo giù sulla strada : pochi passanti infreddoliti stringevano sul collo il bavero della giacca e procedevano in fretta, ricurvi . Solo pochi giorni prima avevamo avuto tempo splendido, tiepido e soleggiato ma comunque, mi dicevo, una giornata così era inconsueta per Tripoli. Veniva giù una pioggerella fitta e gelida frammista a nevischio (il termometro, in balcone segnava due gradi scarsi). La banda degli “auled” che solitamente vociava per ore si era dileguata ed ora regnava un silenzio irreale come se una magia avesse trasferito, con fare discreto e sornione, il cielo, le case, le strade e persino le persone in una località lontana al Nord. Avrei dovuto sentirmi  annoiato, forse un po’ infastidito, invece ero elettrizzato, pervaso da un forte desiderio di uscire, di tuffarmi in quella inconsueta atmosfera. La fiammante Fiat 1100 si avviò senza problemi portandomi a girovagare per tutta la città : la Dahra, Città giardino, il Lungomare ( un giretto attorno alla fontana della Sirenetta), il Castello, corso Sicilia  e avanti fino alla Fiera …Il traffico era scarsissimo anche a quell’ora di primo pomeriggio. Rifeci le strade della mia infanzia : Sciara Raffaello,Via Bellini e poi una puntata, dopo il ponte della ferrovia, fino alle “case operai”. Infine tornai, passando davanti al cinema Gaby, via Ponchielli,via Torino, Sciara Mizran ( non potei fare a meno di guardare l’inconfondibile struttura del “mio” Istituto Tecnico “G. Marconi”) per ritrovarmi sotto l’arco a lato del Castello in direzione del Lungomare Bastioni. La pioggia intanto si era attenuata lasciando posto ad un rado turbinio di piccoli fiocchi di neve. Parcheggiai l’auto non lontano dalla porta del Suk el Turk affiancata dalla bella torre moresca. Sentivo il martellio incessante e gradevole degli artigiani del rame e dell’argento giungere ovattato, invitante : mi decisi ad entrare nel dedalo di viuzze della “casbah”, anche se era una parte della città per me quasi sconosciuta, fin quando sbucai all’improvviso sui bastioni di un belvedere semicircolare davanti al mare aperto. Lo scenario era magnifico : il mare di un azzurro cupo si stagliava all’orizzonte su un cielo grigio striato da sottili venature arancio, segno che il tempo si sarebbe rimesso al bello quanto prima. Le onde si rincorrevano a breve distanza crestate di spuma bianchissima fino a frangersi con fragore sulla scogliera antistante. Rimasi a lungo a guardare quello spettacolo, cercando di imprimere nella mia mente ogni dettaglio, ogni rumore, ogni sensazione. Ricordo che era l’inizio di Febbraio del ’62 e la situazione in città si faceva sempre più pesante per noi Italiani : pochi giorni prima, dopo l’ennesimo episodio fatto di provocazioni, ingiurie ed intimidazioni, durante una riunione di famiglia, avevamo deciso di rimpatriare definitivamente prima dell’autunno. Tornando a quel giorno, a quei momenti così vividi nella mia memoria, ricordo che le prime ombre della sera si appressavano da oriente, i fiocchi di neve, sempre più radi, danzavano davanti al cono di luce dei lampioni ed anche il mare iniziava ad acquietarsi prima del calar della notte. Prima di tornare all’auto mi chinai a raccogliere un po’ di nevischio che si era addensato in un angolo portato dal maestrale. Mi rivolsi inconsciamente verso il Nord oramai buio e sentii un senso di gelo al cuore. Mi incamminai lentamente mentre una nenia araba, proveniente da una radio lontana, ripeteva con infinita dolcezza : “…ia habibi ia nuri….”.                       Salvo Grungo  

 

VIVILI PER SEMPRE

 

Ricordi?

Avevi vent’anni,

tanti sogni, pochi soldi,

ma avevi vent’anni…

e tutto era bello !

Perché, dunque,

alla luce del tramonto

vuoi tornare

nella terra natia,

imbelle e deriso ?

Non troverai più

i luoghi fantastici,

il lungomare dove sognare

né il sorriso

di compagni ed amici.

Perché, dunque, se sai

che i ricordi più belli

faranno naufragio

in acque torbide ed ostili?

Vivi ancora, mio caro amico,

nel cuore e nella ragione,

i tuoi splendidi vent’anni !

( Salvo Grungo )  

 

 

 

Viaggio in Libia - considerazioni di un profugo

Spettabile Redazione,  

sono un italiano nato a Tripoli, nel 1952, rientrato in Italia nel 1970 e dunque un "profugo della Libia".                      

Sabato 23 luglio, verso le ore 16.00, facendo zapping, con mia grande sorpresa, piacevole sorpresa, sono capitato casualmente su RAI 1 nel programma Stella del Sud - Speciale : in corso una trasmissione sulla Libia, Tripoli, Bengazi, Gadames, Cirene, Sabratha, Leptis Magna e moltissimo altro sul "Nostro Paese".

Alcune riprese aeree di Tripoli mi hanno mostrato una città completamente diversa da quella che ricordo, tuttavia rivedere il Suk e qualche altra immagine invariata rispetto a quelle parcheggiate in memoria mi hanno fatto tornare indietro di 35 anni.

Un poco di "dolore" nel vedere come è stata architettonicamente cambiata la Cattedrale , dove quasi tutti quelli come me hanno ricevuto i primi Sacramenti, trasformata oggi in Moschea. Nondimeno, essere riuscito comunque ad intravedere in queste nuove forme la vecchia silhouette della mia chiesa parrocchiale è stata sicuramente un´emozione. Il programma andava avanti nel proporre in chiave turistica scorci di ogni angolo del Paese, presentando e prospettando la Libia come prossima frontiera turistica per tutti coloro che volessero trascorre alcuni giorni in un mondo ancora "incontaminato" dal turismo di massa.Tutto bello, tutto sereno e pacifico.  Nel corso della trasmissione è stato intervistato, dal giornalista RAI, il Ministro del Turismo Sig. Ammar El Tayef il quale, candidamente, ha dichiarato che la Libia ed il popolo Libico sono assolutamente senza pregiudizio alcuno nei confronti di culture e religioni diverse e che sono prontissimi a dare ampia dimostrazione della loro pacifica e fraterna ospitalità a tutti coloro che volessero andare in Libia. FALSO! Falso Sig. Ministro! Non è assolutamente vero ciò che Lei sostiene nell´intervista. La Vostra fraterna ospitalità è concessa a tutti fuorché a coloro che come me, forse, per diritto di nascita ne avrebbero appena un poco di "diritto" più di chiunque altro. Noi nativi della Libia siamo esclusi da questa cortese ospitalità a causa di una legge del "Popolo Libico" almeno così dice il Colonnello Gheddafi. Naturalmente metto in discussione anche la professionalità del giornalista RAI che ha intervistato il Ministro, perché se quest´ultimo, per logiche ragioni, non ha precisato la restrizione nei confronti di noi Profughi della Libia, limitatamente ai nativi,mi sarei aspettato da un professionista dell´informazione almeno una domanda, se non in maniera provocatoria, posta quantomeno in forma educatamente interlocutoria. All´affermazione del Ministro avrebbe potuto ( dovuto ? ) chiedere se è quando l´invito ad andare in Libia sarebbe stato esteso anche a noi "Pieds Noir" libici. Evidentemente la domanda non è stata fatta, forse perché il giornalista RAI nemmeno sa che esistiamo, noi Profughi nativi della Libia, forse perché lo sa ma non gliene importa nulla di quattro nostalgici che talvolta soffrono di malinconia, forse perché aveva ordini di scuderia di non urtare la suscettibilità del Sig. Ministro El Tayef. Praticamente, come per i Governi Italiani che si sono succeduti in questi ultimi 35 anni, anche per la RAI noi siamo Italiani di serie B,  non esistiamo o, comunque, non siamo degni della considerazione che, quelli come me, un po´ romantici ed anche un po´ arrabbiati, pretenderebbero di avere. Ritengo che per un principio di reciprocità, come atto di protesta civile in relazione alla mancata considerazione pretesa dalla RAI nei confronti di noi profughi nati in Libia, dovremmo attuare una serrata dei nostri borsellini e, tutti insieme, motivando il gesto, facessimo a meno di pagare il canone RAI. Sono indubbiamente conscio che questa non è una strada percorribile, tuttavia ho voluto esternarVi  il mio disappunto, ritenendomi a pieno titolo un Italiano come tutti gli altri, con gli stessi doveri e gli stessi diritti, anche quello di recarmi in Libia alla stessa stregua di tutti gli altri miei connazionali, con la umana motivazione in più di rimettere piede nel Paese dove sono nato. Mi ritengo leso nella mia dignità di uomo libero se questo non è possibile, ancora di più mi sento oltraggiato nel momento in cui il mio Paese, anche attraverso il più esteso mezzo di informazione nazionale, non da segno di ricordare che esistiamo anche "noi" Da troppi anni ormai questo problema sussiste, ogni tanto se ne parla e poi ripassa nel dimenticatoio, ritengo che se noi "profughi nativi" non alzeremo un po´ i toni della nostra voce, staremo a compiangerci per gli anni a venire sino a quando, per ovvie ragioni anagrafiche, non avremo più la forza nemmeno di pestare su una tastiera di un computer per dire ciò che pensiamo e così la RAI potrà divulgare, indisturbata,  qualsiasi altra informazione sulle attrattive turistiche della Libia e sulla "indiscriminata"  e fraterna ospitalità della Libia e del suo Popolo e del suo Governo. Tanto ritenevo di doverVi, Distinti saluti                Salvatore  Barbara .  Un profugo "nativo" della Libia  

 

 

SABBIA

Sulle ali del ghibli
talvolta compari
bionda,impalpabile,
fin quassù
tra verdi, dolci colline
così lontane,così lontane...
per ricordarmi le radici
del mio essere,
della mia infanzia,
della mia giovinezza,                                                                                      del mio primo amore                                                                                       per ricordarmi
degli amici perduti.
Ineffabile,beffarda,crudele
ti prego
non valicare il mare
non tornare mai più
tra queste verdi colline
ospitali e generose d'oblio :
non è giusto che vedano
le mie lacrime,silenziose.
S. Grungo


 

SABBIE

Sabbie calde e lucenti come polveri di stelle cadono sulle mie mani                                     arse dal sole o come in una clessidra mentre scorre la vita.

Era bello giocare in riva al mare creare castelli immaginari e formine                                  per donarli a quegli occhi, occhi innocenti di bambine.

Sabbie infinite lontane come deserti senza fine .................                                         il mio cuore addolorato cerca nel pugno della mano                                                      quel dolce ricordo del mio paese lontano.                                                                  Antonella Chiodi  

             

                                                                            

 

SABBIE

Sabbia, per noi nati in Libia, chiamata anche "Scatolone di Sabbia"  ha un significato tutto particolare, perché é un elemento principale della nostra vita. Siamo nati "insabbiati”, abbiamo respirato la sabbia  che il Ghibli porta con il suo alito caldo,  l'abbiamo ingoiata con i cibi, ma sopratutto l'abbiamo amata e si continua ad amarla.  Sabbia finissima e  dorata delle dune del Sahara, enormi montagne che lentamente e inesorabilmente avanzano mosse dal vento.  Sabbia bionda del deserto che per un miracolo di natura si cristallizza trasformandosi in una bruna e bellissima  rosa petrea. Sabbia grigia delle sconfinate spiagge di Zuara che sfida  l'eleganza dell'azzurro del “Mare Nostrum”, il cui colore é il riflesso di un cielo limpido e terso, dipinto dal pastello turchese del Creatore. Sabbia bianca di calde spiagge e infiniti fondali marini, il cui ricordo é impresso nella nostra mente di precursori della pesca subacquea, di scrutatori e scopritori delle reliquie di sommerse città Elleniche, Fenicie e Romane, di relitti affondati dal procelloso mare e da pirati Saraceni o, prosaicamente, dalle guerre alle quali l'umanità non sa rinunciare. Sabbie infuocate di Maamura, villaggio agricolo-pastorizio, costruito con in mente i nomadi Arabi che l'Amministrazione Coloniale volle provare ad assire a una loro parcella; folle pretensione perché l'anima nomade sopravvive in  quanto libera di vagare tra le enormi estensioni desertiche, seguendo rotte ataviche perdute nel tempo, riconosciute solo dal loro istinto. Il rituale accampamento sotto le primitive tende arricchite con pelli di caprini e ovini, animali essenziali che provvedono alle loro necessità vitali. Indivisibili dai loro dromedari, animali locomotori dai passi agili e felpati, autentici navigli del deserto, senza dei quali la vita del nomade sarebbe ancor più contrastata.  Oasi, miraggio che si traduce in realtà, giardino di Dio che emerge fra la sconfinata solitudine e arsura, dove l'acqua sgorga fresca e dolce, a volte salmastra ma sempre benvenuta. Oasi, dove cresce la palma da dattero, provveditrice di ombre ristoratrici, frutti deliziosamente indimenticabili, nonché il nettare della loro anima, il leghbi, ultimo tributo che offre generosamente all'uomo che, nel suo ingordo desiderio, la ferisce a morte.
Sabbie di spiagge inondate da coloro che amano sollazzarsi in un mare trasparente  e calmissimo, durante il periodo in cui l'infuocato alito del Ghibli s'infila in qualunque fessura coprendo ogni cosa con un velo di polvere giallo-rossiccia. Quell'alito infuocato che continua poi il suo viaggio ad altissime quote, visita Malta, tinge d'oro le gocce di pioggia che umidiscono la Sicilia e spesso prosegue per Roma dove  recapita il suo messaggio Africano, inviato come dono da Sabratha e Leptis Magna al Colosseo. Sabbie che, fedeli custodi delle civilizzazioni Ellenica, Fenicia e Romana, nonchè la Faraonica e la Saracena, hanno preservato, quasi intatte, intere città, anfiteatri, bagni termali, tempi, statue, colonne, capitelli e tutto ciò che in arte sapevano creare, tramandando ai posteri un ricordo della loro grandezza. Scavi di Sabratha e Leptis, Cirene, gioielli del patrimonio dell'umanità, un'umanità che purtroppo ha sfregiato con la sua violenza bellica tali storiche testimonianze, un'umanità che continua a distruggere le vestigia di cultura e ció che rappresenta la nascita di questa, sulla terra Mesopotamica. Sabbie macchiate di sangue, perché custodi di giacimenti di “oro nero, lo “scremento del diavolo", che fa gola ai mortali avidi di ricchezze e poteri...
Non potrei alludere alla sabbia divorziandola dalle vivenze della mia prima gioventù, Sabbia di dune circostanti a Maamura, sulle quali, bambino, ghermii raggi solari che avrebbero poi definitivamente sanato certe affezioni respiratorie, durante un periodo bellico in cui le medicine non erano facilmente reperibili. Sabbia scaldata dal sole e che contribuì a riabilitare una mia estremità inferiore, fratturata malamente in un incidente sul sinuoso ma spettacolare Ciglione di Garian, nel Gebel; sabbie e sole che mi curarono e che poi, volendo testimoniare la loro efficacia, fecero che il mio fisico  permettesse destreggiarmi con successo in  molteplici sport in due Continenti. Sabbia sulla quale iniziai i primi giuochi estivi, costruendo dapprima castelli, poi le “piste” che simulavano i percorsi dei Giri d’Italia e Tours de France, dove le multicolori biglie di terracotta che le ricorrevano impulsate dall’abile colpetto di dito, pretendevano rappresentare i grandissimi Coppi, Bartali, Magni e tanti altri corridori ciclisti. Sabbia calpestata in lunghe battute di caccia alla lepre e pernice.
Sabbia che mi vide sul mio “cavallo di ferro”, sfidare la sua mobilità e capacità di fare cadere chiunque volesse attraversarla in sella, concedendomi il trionfo assoluto nel premio motociclistico "La Rosa del Deserto" il cui trofeo fu meravigliosa imitazione in argento di tale fiore pètreo, modellato dal Maestro Orafo Prof. Angelini, orgoglio dell’ artigianato Italo-Libico. Sabbie che con il maturare degli anni si trasformavano in letto di sogni erotici, sulle quali fantasticavamo qualche bella compagna di scuola oggetto dei primi innamoramenti, magari unilaterali. Sabbie che posteriormente diventavano complici nei primi contatti con la bella amata che, sdraiata su quel caldo giaciglio, permetteva di appoggiare la testa sul suo soffice ventre, semplice posizione che riusciva comunque a farci vedere le romantiche stelle, benché fosse di giorno. Sabbie che se non mute, avrebbero raccontato di clandestini bagni notturni, primi baci e carezze non più innocenti, all’argentea luce della luna, o in quelle notti Africane, buie come un velluto nero e dove le miriadi di stelle spiccavano tremule.
Sabbie che s'insinuavano attraverso qualunque fessura, persiane e finestre chiuse, nelle afose giornate o notti di Ghibli. Sabbie marine o desertiche che erano le nostre costanti compagne, che forse allora ci importunavano, ma che oggi vorremmo essere ancora li fra loro, per assaporare indimenticabili piatti di cous-cous, dolci datteri, mandorle e cacawuias, succosi fichi d'India che i venditori ambulanti sbucciavano con destrezza. Sabbie da cui germogliavano le grosse e divampanti angurie la cui polpa ghiacciata, composta da milioni di microscopici cristalli, era assai dissetante nelle lunghe notti del Ramadan. Sabbie e terre sabbiose che vigorose braccia dei nostri Avi Italiani insieme a quelle di Arabi ed Ebrei di lì originari, producevano immense estensioni di grano, orzo, frutteti, ortaggi, fiori e anche "sbule" o pannocchie di granturco, che abbrustolite sulla brace, sgranocchiavamo avidi.  Infinite estensioni di sabbia su fondali marini, dove crescevano foreste d'alghe danzanti al ritmo delle correnti e delle onde, da cui ogni tanto guizzava qualche cernia bianca; Sabbie che dopo una giornata al mare non riuscivamo a togliere completamente dai nostri corpi malgrado le docce in spiaggia. Sabbie che portavamo con noi a casa e lasciavamo nella vasca da bagno, testimone della giornata trascorsa.
Sabbia che spesso fu organica parte del primo e posteriori baci furtivi, magari rubati sott’acqua.
Ottobre l956. Dal molo del porto si stacca la motonave che ci avrebbe portati in Sicilia. Echeggia la sirena, lentamente il naviglio si dirige verso l'imboccatura dalla quale tante volte mi tuffai  tra folto gruppo di nuotatori per raggiungere il traguardo della piattaforma del Castello dove le due famose colonne sovrastate dalla Caravella Romana e il Cavaliere Gefariano facevano da guida.  
La motonave, molto lentamente, compie il tragitto che inversamente costituiva la “traversata del porto”, permettendo a coloro che ci scortano nelle loro barche, costeggiarci remando a turno, sventolando fazzoletti  per darmi l'addio che per alcuni sarà definitivo. Con il cuore in gola mi viene voglia di tuffarmi per ritrovarmi nelle mie acque amate che non volevo lasciare, ma i miei genitori, stringendosi  a me in un gesto affettuoso, avrebbero impedito un mio tentativo d'evasione.
Distolsi lo sguardo dalle barche colme di amici, visi a me cari, molti dei quali non avrei più rivisto. Ammirai per l'ultima volta il panorama che pian piano si allontanava, il meraviglioso Porto di Tripoli, fra i più belli e naturali del mondo, guardai le guglie del campanile le cui campane aiutai a suonare durante le mie incursioni di chierichetto, nella Cattedrale dove imparai a comunicarmi con Dio.
Il caro Dio misericordioso che  ha fatto si che nel Paese dove emigrai definitivamente, in questa terra tropicale che ho scelto come mia e dei miei posteri, ci fossero anche alcune dune di sabbia, simili a quelle che lasciai una vita fa e che per me simboleggiano un pezzetto di quella terra dove nacqui, e del mio indimenticabile Sahara.                                       Vecchiettini Franco

 

 

Caro diario, ho scoperto come andare a Tripoli 

Caro Diario, cercando sul web arrivo per caso al sito dell'Ambasciata Italiana di Tripoli Libia che m'invita a visitare il paese, i rapporti Italia Libia sono buoni e normalizzati e molti enti si curano di rafforzarli sul piano turistico, commerciale e culturale, apprendo  infatti che Il Ministero degli Affari Esteri mette a disposizione Borse di Studio per studenti Libici,  programmi di formazione post universitaria, vengono anche  finanziati sei  progetti di ricerca archeologica con Università Italiane, insomma viene proprio voglia d'andarci. Mi piacerebbe  andarci per vedere, ad esempio, se tra tanti progetti di restauro è stato fatto qualcosa anche per il cimitero Italiano...... All'improvviso mi viene un dubbio, il messaggio è rivolto ai cittadini italiani, allora dato che io non posso andarci perchè troppo giovane forse non sono Italiano. Adesso che ci penso bene tante  volte mi sono  sentito dire da qualche  scrupoloso impiegato "Ah ma lei non è Italiano, qui c'è scritto che è nato in Libia". Mi viene voglia proprio voglia di andare a Tripoli, basta  trovare altre quattro persone dato che c'è scritto che per i viaggi organizzati di almeno 4 persone il visto viene concesso direttamente all'arrivo in Aeroporto  a Tripoli, l'unica eccezione sono le persone che sul passaporto hanno il visto d'ingresso in Israele, io ho il passaporto appena rinnovato quasi quasi ci vado ma non so scegliere tra ,

Tripoli  Libano, Tripoli Arcadia (Grecia), Tripoli (Parish of Saint Ann) Jamaica , Tripoli dipartimento di Atlantida Honduras, Tripolis Giresun (Turchia),                                                    

Oppure negli Stati Uniti:, Tripoli Mill New Hampshire, Tripoli (Bremer) Iowa, Tripoli (Lincoln) Wisconsin, Tripoli (Cortland) New York, Tripoli (Washington) New York ,Tripoli  (Cambria) Pennsylvania Tripoli Heights Virginia,                                                                                

Magari anche in Italia che è più comodo,

Tripoli Massalengo (LO)  Tripoli Vellezzo Bellini (PV)  Tripoli San Giorgio di Mantova (MN)
Tripoli Buttapietra (VR)  Tripoli Lugo di Vicenza (VI)  Tripoli Montechiarugolo (PR)
Non riesco a scegliere  e per questa volta resto a casa, oramai è tardi, vado a leggere una favola a mia figlia per addormentarla  e poi ne leggo una per me dal mio libro   preferito che raccoglie le dichiarazioni dei politici italiani sulla questione...... 
Orsomax

 

 

Per rivederti ancora

Là dove il mare insabbia la conchiglia                                                                cullando la duna divenuta riva                                                                             vagava il mio sguardo nomade e incerto                                                                     e solo la sabbia osservava muta                                                                             il doloroso viaggio e l’anelato approdo.                                                                   

Ora son vecchio, mi affaccio ai ricordi di una vita                                                      son vecchio nelle rughe, cinerei i capelli                                                                 son vecchio nelle vene sul dorso delle mani                                                              uomo vissuto attraverso i sentimenti                                                                   amante perduto tra le emozioni del passato.

Eri la mia vita, ed io la tua sopravvivenza                                                             sanguina ancora il cuor vessato dall’ingiuria                                                            cercando ancora invano un ultimo rifugio                                                                  per ritrovare, della mia terra, gli aspri odori                                                               e i volti cari della mia breve infanzia.

Vagano le ombre degli avi ormai lontani                                                                     e il sorriso di mio padre, che mi offrì la vita                                                             ma che non mi portò mai via                                                                                 e mi ha lasciato con le braccia vuote                                                                       muto testimone di tanta solitudine.

Ed ora brindo a te, terra che non ci sei                                                                calda e profumata, ardente e fragrante                                                                   ti cerco nel fondo della mia coppa                                                                         gli occhi chiusi ,dischiusa la memoria                                                                     con membra agili e corvini i miei capelli

percorrerò i lunghi tuoi cammini                                                                            mi perderò nella sabbiosa nebbia                                                                            e gusterò bagnandomi le labbra                                                                        l’ultima goccia nel fondo del bicchiere.                                                           Conservata per rivederti ancora

                                    P. C.

 

 

LETTERA APERTA

Carissimo Paolo, per tempo, già il primo giorno che tu avevi comunicato, nel tuo sito, la data del raduno tripolino avevo dato, immediatamente, la mia adesione.
Il trascorrere del tempo, però, ha fatto sì che per il 2 luglio 2005 venissero a trovarsi, contemporaneamente, due altre manifestazioni, per me altrettanto valide ed importanti
Ovviamente sono rimasto mentalmente e psicologicamente unito al vostro (nostro) convegno, durante il quale mi ripromettevo, anche, di far conoscere gli scritti che ho potuto pubblicare scegliendo tra il meglio degli interventi di questo sito.
Auspico di poter essere presente in un prossimo incontro, ovviamente, con la speranza di non avere altre contemporanee manifestazioni.
Però ho sempre la tristezza ed anche l'amarezza di vedere come le promesse e gli impegni che sono stati manifestati da altissime cariche del Governo Italiano al nostro Convegno a Roma dello scorso mese di ottobre 2004 siano rimaste solamente delle promesse a tempo indeterminato, ovvero delle dichiarazioni di intenti, ovvero (lo possiamo dire?) delle concrete prese in giro. Forse a livello governativo italiano si ritiene che gli Italiani di Libia siano una specie che, ovviamente e naturalmente per ragioni anagrafiche, sia ineluttabilmente in via di estinzione.
Così non deve essere; dal momento che abbiamo i nostri diritti intangibili, che sono uguali ai diritti di tutti i cittadini della Repubblica Italiana. Orbene non possiamo più accettare di essere trattati da cittadini italiani di seconda categoria. Abbiamo aspettato abbastanza. E' venuto il momento di fare sapere il nostro grido di dolore per essere trattati così squallidamente e vergognosamente. abbiamo il diritto di rivedere, se vogliamo, la nostra Libia, la nostra terra dalla quale siamo stati proditoriamente e barbaramente cacciati per colpe non nostre.
A suo tempo, alcuni mesi fa, ho inviato una "lettera aperta" all'Onorevole Ministro degli Affari Esteri, Gianfranco Fini. Non potrò che reiterarla.
Quindi, amici Tripolini, amici Italiani di Libia, non demordiamo, ma continuiamo nella lotta e nel nostro impegno per avere riconosciuto il nostro diritto inalienabile di rivedere la nostra cara Libia se lo vogliamo. Grazie e saluti ed abbracci a tutti, Nicolino Tosoni

         

 

LA MACCHINA DEL TEMPO.