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Ultimo aggiornamento Lunedì 26 Luglio 2010 Il passato è ciò che ti ricordi, che immagini di ricordare, che ti convinci di ricordare o che fingi di ricordare. The past is what you remember, imagine you remember, convince yourself you remember, or pretend to remember. |
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Questa pagina è dedicata a Bengasi, città della Libia nord-orientale capoluogo della Cirenaica, ubicata sull'estremità opposta a Tripoli nel golfo della Sirte. Seconda città della Libia per dimensioni, Bengasi dispone un porto sul mare Mediterraneo e di un aeroporto internazionale, Tra le attività principali della regione l'agricoltura, la pesca e l'allevamento di ovini. Bengasi sorge sul luogo dell'antica colonia greca di Esperide. Fu dominio dei turchi fino alla conquista da parte degli italiani (1911) e poi protettorato inglese fino alla proclamazione dell'indipendenza della Libia (1951). This page is devoted to Bengasi, city of Libya north-oriental chief town of the Cirenaica, situated on the opposite extremity to Tripoli in the gulf of the Sirte. Second city of Libya for dimensions, Bengasi prepares an I bring on the Mediterranean sea and of an international airport, Among the principal activities of the region the agriculture, the fishing and the breeding of ovine. Bengasi rises on the place of the ancient Greek colony of Esperide. It was dominion of the Turks up to the conquest from the Italian (1911) and then English protectorate up to the proclamation of the independence of Libya (1951).
Bengasi e la Cirenaica Come doveva essere Bengasi
Varie vedute e particolari di Viale della Vittoria
BENGASI i
miei ultimi ricordi d’infanzia 10
- 06 -1940 01- 02 -1941 Da
pochi giorni erano cominciate le vacanze scolastiche per l'Estate e il caldo
africano era cominciato e come si notava! Stava per terminare una di
quelle comuni tormente di GHIBLI e nel pomerigio, nessuno osava camminare per le
strade. Io avevo ultimato le lezioni nella mia Scuola Elementare, all'Istituto Stavo
attraversando la Piazza Municipio, (adesso “Omar
El Muktar”)
in direzione della via Kasser Ahmed, forse per andare all’Istituto La Salle,
sito nella via Fiume, per informarmi quando avrei potuto ritirare la mia Licenza
Elementare. Ero
appena arrivato in detta Piazza, al lato della Moschea musulmana “Giama
El Chebir”, adiacente al mercato arabo “Suk
el Dlam”, quando vidi un assembramento di persone che
ascoltavano alcuni altoparlanti che informavano che l’Italia
era entrata in guerra a fianco della Germania, contro l’Inghilterra e
la Francia. Era
il giorno 11 giugno 1940, alle ore 13,30 circa. Gli
altoparlanti del Municipio di Bengasi ne davano l’informazione, però Benito
Mussolini aveva dichiarato la guerra il 10 di Giugno, all’imbrunire, a Roma,
evidentemente le comunicazioni con la Libia erano “lente”. Data
la mia età, non mi fu facile capire bene il significato di quei continui
comunicati, alternati con solenne marce militari ed inni fascisti. Avevo
12 anni e 3 mesi e andavo all’Istituto per ritirare, come dicevo, la “mia”
Licenza, per poi presentarla alla Segretaria della Scuola Media, alla quale
dovevo ora iscrivermi e sita nella stessa Via Fiume. Peró, considerato
l’insolito movimento nella Piazza, ripresi la via Sidi
Salem, passai sotto l’arco, e dopo percorsi la via Sidi Oman e quidi Sidi Said per tornare al nº 46, della via dove abitavo per,
commentare l’accaduto coi miei. All’incrocio
fra Sidi Oman e Sidi Said vi era un “almacen”, era pieno di arabi che
festeggiando l’inizio della guerra, che secondo loro, era contro gli
“ebrei”, ragion per la quale gli ebrei della zona si rinchiudevano tutti
nelle loro case e mettevano davanti le loro porte, bandiere italiane per cosí
far credere agli arabi che li abitavano famiglie italiane e cosí evitare
eventuali problemi. La presenza immediata dei carabinieri italiani e di quelli
arabi, gli Zaptié, evitó che le cose si complicassero per gli ebrei. La
mia casa aveva: alla sua destra, una casa di ebrei e alla sinistra una di arabi,
eccellenti persone in tutti e due i casi, di fronte avevamo la casa del
Maresciallo dei carabinieri con la sua famiglia. Avevano una bambina di nome
“Mara” di circa 3 o 4 anni. Le
notizie che venivano trasmesse da Radio
Roma erano confuse, euforiche ed ottimistiche e piú che altro sembrava
che si stesse festeggiando qualcosa di importante ma facile.
Giá all’imbrunire, la notizia si era sparsa in tutta la città e solo
si notava tra la gente eccitazione mista ad allegria. Il
ventidue di Giugno, solamente dodici giorni dopo il nostro ingresso nelle
ostilità, la Francia si arrendeva, naturalmente per merito unico dei tedeschi.
Il Maresciallo Petain, il militare più decorato della Francia, firmava
l’armistizio e collaborava attivamente coi tedeschi.
Mio fratello Melo si trovava attestato col suo 21° Reggimento di
Artiglieria motorizzata nella ”Ridotta Capuzzo”, lungo la frontiera con
l’Egitto, gia da vari mesi mentre Dante, fidanzato di mia sorella Lina, era
attestato nella Difesa Costiera della Regia Marina a Bengasi. La
mia famiglia era composta dai miei genitori (44 anni e 40 anni ) da due
fratelli: (Melo: 20 anni e Tanino: 16 anni) ed una sorella (Lina:18 anni), una
famiglia giovane ed affiatatissima! Eravamo
realmente uno per tutti e tutti per uno. Mia
madre era la regina della casa e mio padre reggeva la sua ditta di autotrasporti
composta da quattro autocarri: un ”FIAT Questo
Ristorante e Hotel, era l’unico che a Bengasi, quando per qualsiasi motivo
mancava la corrente, aveva luce elettrica, giacchè aveva gruppi elettrogeni
propri. La sua ubicazione era la seguente: uscendo dalla Berca (km 5) per andare
all’aeroporto di Benina (km.20), all’ottavo km, sulla sinistra (Lato Sud) vi
era una Caserma per un Reggimento di Ascari (soldati eritrei), poco piu´ avanti
vi era la caserma del 21° Reggimento di
Artiglieria, (dove prestava servizio mio fratello Melo, come Sergente), poco
pi’u avanti ancora vi era a destra, il Giardino Zoologico chiamato “Bosco
Littorio”. Mio
zio Angelo Valastro, in Libia sin dal 1912-1913, appena occupata, fu uno dei
pionieri di Bengasi. Lui, realizzò la prima “tranvia” a cavallo che univa
la Berca con Bengasi (circa L´Hotel
aveva terreni, dove si facevano pure corse di cavalli, luoghi per giocare con le
Bocce, piscine per bagnarsi, autorimesse, e vivai di fiori, con grandi riserve
di acqua, la cui distribuzione, agli arabi della zona, era gratuita. Le
domeniche, tutte le riunioni familiari dei Valastro e dei Musmarra si realizzavano
al “Bosco Littorio” Mio
fratello Melo, arruolatosi volontario nell’Esercito, aveva da pochi mesi
finito il suo corso nell’Accademia militare di Tripoli ed era stato destinato
al 21° Reggimento di Artiglieria con sede al Fueihat (Bengasi), pure
vicinissimo all’Hotel
Ristorante Bosco Littorio del nostro zio Angelo, però vi rimase
solo pochi mesi poiché il suo Reggimento, per apparenti esercizi militari, per
“manovre”, fu traslocato quasi nella sua totalità, dal Fueihat alla
Frontiera con l’Egitto (sic!) nel mese di Marzo o Febbraio 1940, ed il dieci
di Giugno,(allo scoppio della Guerra) già si trovava in prima linea, nella
Ridotta Capuzzo, di fronte a Sollum (Egitto, inglese).
Mio
fratello Tanino stava con noi a Bengasi e lavorava nel ”Patronato Nazionale
per l’Assistenza Sociale”, nel quale era entrato, appena si era diplomato Ragioniere.
Mia sorella Lina stava in casa. Fatte
queste precisazioni, sará ora più facile andare avanti.
Nei
giorni seguenti al dieci di Giugno, l‘ottimismo era elevato, infatti il
ventidue di Giugno la Francia si arrendeva e dopo pochi giorni, le truppe
italiane in Africa Orientale, occupavano BERBERA, capitale della Somalia
britannica, mentre i nostri alleati e camerati tedeschi, in Europa avanzavano
strepitosamente su tutti i fronti. La
vittoria era sicura, la guerra non si sarebbe prolungata più del prossimo 15
di Agosto per i più ottimisti, mentre i meno ottimisti,
dicevano che la guerra doveva esser necessariamente una “blitzkrieg”
(guerra lampo) da vincersi in meno di due anni, altrimenti
l’avremmo persa senza dubbio. (Questi ultimi, disgraziatamente, furono
profeti.) Una
cosa strana successe la notte dell’undici giugno alla frontiera tra la
Cirenaica e l’Egitto. Gli
inglesi, fecero prigionieri nella Ridotta Capuzzo (Ex Sidi Omar), vari soldati e
ufficiali italiani in un breve “raid comando”, senza nemmeno sparare un
colpo, dovuto al fatto che ancora l’esercito italiano alla frontiera “non
sapeva” che già eravamo in guerra. Melo,
mio fratello, raccontava poi la ”faccenda”, meravigliato, giacché lui si
trovava nella Ridotta Capuzzo e non fu preso prigioniero, per pura casualità. Peró
torniamo a Bengasi, ov’ero io e tutta la mia famiglia.
La
guerra, inaspettata, non fu cosí, sebbene per alcuni mesi le cose siano andate
bene in Libia. Infatti, gli italiani eran entrati in Egitto ed erano arrivati
pure a Sidi
El Barrani il 15 di Settembre 1940 e più esattamente fino a MAKTILA
( Per
l’allegria e l’entusiasmo suscitato da quest’occupazione ed avanzata
italiana, su Sidi El Barrani, il Prefetto di Bengasi: l’On. Epifani, organizzó
una festa, per il 16
Settembre, alle ore venti, onde fare un discorso riferito
all’evento, nella Piazza della Prefettura, però tale discorso, non si poté
concretare perché nel momento in cui avrebbe dovuto cominciare,suonarono per la
prima volta a Bengasi, le sirene
d’allarme e tutta la gente si disperse allarmata velocemente: erano le ore
venti circa di quella sera! Aerei
inglesi avevano attaccato e bombardato l’aeroporto militare di Benina
( Il
giorno seguente uscimmo da casa, e vedemmo distruzioni di edifici interi,
feriti, morti e mutilati che erano prelevati dalle macerie, da Esercito, Croce
Rossa, pompieri, volontari, ecc. ecc. Melo,
stava a Sidi El Barrani, ed venne a Bengasi verso Novembre per ritirare
munizioni e portarle al fronte marmarico, assieme ad un gruppo di soldati del
suo reggimento. Nel tragitto, dal fronte a Bengasi, durante un bombardamento a
Derna, dove stava passando, in un rifugio sotterraneo, s’incontrò
improvvisamente con mio padre, rifugiato, pure lui, nella stessa caverna: cose
del destino!!! Noi
eravamo sfollati nel Villaggio Baracca ( IL
GOVERNATORE GENERALE DELLA LIBIA: MARESCIALLO ITALO BALBO Intanto,
nello stesso mese di Giugno in cui era cominciata la guerra, il giorno 28, alle
17,30, Il Governatore della Libia, Maresciallo
Italo Balbo, nel tornare con il suo aereo, da una missione
militare, fu abbattuto sopra la rada di Tobruk
dall’artiglieria dell’incrociatore SAN
GIORGIO per un “errore”. ( Si disse molti anni dopo, che lui
sarebbe andato in Egitto per cedere agli inglesi, la Colonia Libia e dichiararla
indipendente, ragion per la quale il servzio segreto lo avrebbe condannato a
morte prima che tornasse a Bengasi, potendogli cosi dare onori militari ed
occultare il fine della missione, evidentemente strana, evitando così di farlo
passare come un traditore dell’Italia e del Fascismo, di cui lui era uno dei
quattro fondatori, assieme a Mussolini. Il
suo corpo si distrusse. Io sono stato a salutare, assieme alla mia mamma, la sua
salma, nella Palazzina del Governatore, dove solo si vedeva la bara funebre che
lo conteneva (si presume) e sopra la stessa, la sua sciabola dorata, il suo
cappello militare bianco di Maresciallo dell’Aria e la bandiera italiana: Era,
ricordo, il 30 di Giugno od il 31, del 1940.
Sembra che lui si fosse accorto dall’inizio che l’entrata in guerra ,
sarebbe stato un gravissimo errore politico per l’Italia. Lui grande fascista,
era l’unico che aveva la forza e il coraggio di contestare ciò, direttamente
a Mussolini, e si dice che questi nel 1934, l’abbia mandato come Governatore
in Libia per toglierselo di torno. Nel
1938 ebbe un forte scontro col Duce per non volere accettare la legge sulle
questioni razziali,
e che dimostró chiaramente con la sua legge del “Suà-Suà”,
nello stesso 1938: vedi Corriere della Sera del 24-12-2005. Fu
un gran protettore degli arabi. In
quanto alla sua morte accidentale, sorsero varie versioni, la verità credo non
si conoscerá mai. C’é un
libro di Mondadori: “Tobruk
1940, la vera storia della fine di Italo Balbo”, che presenta
una versione abbastanza documentata. 03.10.1940,
GIOVEDì Da
varie notti, in conseguenza dei continui bombardamente inglesi su Bengasi,
all’imbrunire sfollavamo da Bengasi andando a “DRIANA”
a Quando
Italo Balbo fu abbattuto con il suo aereo, Melo, lo vide cadere, perché si
trovava a Tobruck per motivi militari. Si disse pure che l’errore fu voluto da
Mussolini stesso, che non sopportava l’eccessivo protagonismo che aveva
acquisito Italo Balbo, in Libia, sopratutto da parte degli arabi che per lui
avevano una speciale predilezione. Fu lui, fra le altre cose, l’autore della
legge del “Suá-Suá”
per la quale gli arabi avevano gli stessi diritti e doveri degli italiani ed
avevano inoltre la stessa nazionalità (Suá-Suá
vuol dire infatti “uguale-uguale). In realtà questa legge, già si praticava
da molto tempo, prima che la stessa nascesse, per questo motivo io ebbi come
compagni nell’Istituto La Salle diversi arabi mussulmani, uno dei quali:
Mohammed Mousa fu poi Ministro delle Relazioni Estere del Re Idriss El Senussi,
quando gli inglesi formarono in Libia, un loro Regno satellite: The
United Kingdom of Lybia e del quale io, da Buenos Aires, fui un
correspondente della stampa locale. Durante uno dei tantissimi bombardamenti
notturni a Bengasi, una notte, mentre stavamo tutti rifugiati nel rifugio della
famiglia Costa, amicissimi di famiglia e vicini di casa, che stava sotto il loro
edificio di quattro o cinque piani, all’angolo tra la via Generale Briccola e
la Piazza Municipio, io, assieme ad ANTONIO COSTA, (nato a Bengasi il 19.12.1926
e morto a Roma il 24.02.1942 come profugo della Libia), unico figlio maschio dei
Costa, quasi mio coetaneo e molto amico, scoprimmo un caso di spionaggio,
importante. Dato
che a Bengasi vi era, fra le altre,una discreta comunitá di indiani (sudditi
britannici) era logico che vi fosser pure spie. Antonio ed io, una notte durante
il bombardamento aereo, uscimmo dal rifugio per vedere nell’oscuritá, se vi
era qualcuno di notte che forniva informazioni ai piloti degli aerei inglesi per
mezzo di segnali luminosi. Oh che
sorpresa! In pieno bombardamento, dal quarto piano dell‘edificio Costa, da una
finestra scoprimmo una trasmissione luminosa in MORSE. Immediatamente informammo
la Polizia, e in pochi momenti, questa venne e prese i cinque indiani,
“spie”, che si erano nascosti sotto i letti o dentro gli armadi attaccapanni
e che li portò via. L’indomani non ci furono bombardamenti, e dopo, per molto
tempo, gli aerei inglesi, bombardavano ciecamente la città, senza conoscere
obiettivi precisi. Peró
adesso comincia un periodo fatale, dovuto
al fatto che l’8 Dicembre del 1940, gli inglesi attaccarono in massa sul
fronte marmarico, da Maktila al
Sud (dove stava allora mio fratello Melo, col Gruppo di artiglieria della
Divisione “Maletti”, la 1ª Div.ne Libica, la 2ª Div.ne LIBICA, la 64ª
Div.ne CAMICIE NERE e la 63ª Div.ne
del XXI° Corpo d’Armata), con nuovi carri armati (Matilda) blindati,ed
impenetrabili dai proiettili anticarri d’allora
e con riforzi di varie divioni di Indiani, australiani ecc., cominciarono
una avanzata travolgente ed irrefrenabile. Fu
una battaglia breve, però feroce e travolgente. I mezzi corazzati nemici erano
poderosi. Quando tutto era già
perso, e perfino le “Camicie nere”, si erano arrese, solo i soldati della Prima
Divisione Libica lottavano ancora. I soldati libici, fecero il loro
battesimo di sangue in forma sorprendetnte ed eroica, e superarono agli stessi
connazionali cattolici. L’Italia dovrà sempre onorare quei soldati libici,
(italiani islamici), che difesero la loro bandiera italiana, tanto o meglio che
gli stessi italiani d’Italia. Melo stesso rimase meravigliato per la loro
abnegazione. Sebbene
sia stata una sconfitta, l’esercito della rinata “Roma dei Cesari”, fece
un solo fronte contro l’avversario, senza fare, così, come succedeva da più
di duemila anni prima, nessuna differenza religiosa fra i combattenti romani e
quelli di altre religioni, né fra i civili, i discendenti e conterranei
dell’Imperatore romano ”SETTIMIO SEVERO”, nato a LEPTIS MINOR, (adiacente a LEPTIS MAGNA, che dopo assorbì la MINOR, formando così
una sola città: LEPTIS MAGNA),
mostrarono di essere degni discendenti del Grande Imperatore. Nel
frattempo, la situazione per i civili, a Bengasi, si fece impossibile e le donne
e i bambini cominciarono a sfollare, dalla Cirenaica orientale e dopo da quella
occidentale. Mia madre, previdente come sempre, trasferí a Tripoli, con la
Cassa di Risparmio della Libia, tutto il denaro che aveva la nostra famiglia a
Bengasi, somma che arrivó a £. 131.000, (non sono molto sicuro
della somma, dato che io ero un ragazzo allora, e non mi preoccupavo per
nulla del denaro della famiglia) soldi che poi, furono in parte il sostentamento
col quale vivimmo durante la guerra, oltre ad altre minime entrate extra
(sussidi, lavori di mio padre, ecc. ecc.) amministrati dalla migliore
amministratrice che sia esistita nel mondo: mia Madre! E´
merito suo che noi, non siamo mai
stati alloggiati nei campi dei profughi,
come la maggior parte degli italiani della Libia. E ció non lo dico, per
disprezzare loro, ma per ammirare ancora di più chi mi mise al mondo. Lo stesso
mio zio Angelo Valastro, super milionario e pioniere di Bengasi, andó a finire
e morí in un campo profughi di Lecce, in Italia. Cosí
il giorno 1 febbraio 1941, quando la disfatta era evidente e travolgente,
sfollai coi miei familiari da Bengasi, mentre gli inglesi e gli australiani si
trovavano a Derna, (circa Tanino,
nel Patronato fu pure militarizzato. Da mio fratello Melo, nessuna notizia, solo
si sapeva che c’erano migliaia e migliaia di morti e di prigionieri. Con
un’autocorriera militare “ad hoc”, partimmo verso Tripoli il primo
Febbraio: alle ore 13,40. Dalla autocorriera militare volli vedere per
l’ultima volta la mia cara Bengasi,
che scompariva tra le moschee e le palme di datteri. Mio
padre e lo stesso Tanino non potevano venire con noi: solamente donne e bambini.
Loro sarebbero partiti per Tripoli, appena gli sarebbe stato permesso e con
altri eventali mezzi di trasporto. Con
noi viaggiava una signora, con una figlia e un figlio, che con mia madre
simpatizzò e parlavano continuamente. Era la moglie di un capitano
dell’esercito che rimaneva a difesa di Bengasi. All’allontanarci dalla città,
la signora a un tratto cominciò a guardare dal finestrino suo, verso fuori, con
molta insistenza, e ci disse che fra pochi minuti saremmo passati davanti
all’accampamento militare di suo marito. E fù così, a un tratto ci indicò
la tenda del comandante, suo marito, vi era impressa con lettere bianche molto
grandi: “T’AMO ITALIA MIA”. Non
ho mai potuto sapere se il Capitano ri riferiva alla nostra Patria o a sua
moglie che si chiamava pure ITALIA. Era
un giorno pieno di luce, color sabbia, poiché vi era un poco di Ghibli (il
vento del Sahara), e la corriera andava, andava, ed andava, piena di donne e
qualche ragazzo, fra i quali io. Non so se avevo fame, sete, caldo o freddo,
paura o che so io, eravamo tutti insensibili. Arrivammo ad Agedabia
e si fece rifornimento di combustibile, scendemmo e cercammo di trovare qualcosa
da mangiare, v’era un piccolo Suk
arabo e con Lina riuscimmo a trovare e comprare uno o due pagnotte, che un arabo
aveva sotto il barracano che le copriva. Poco dopo, ripartimmo malinconicamente:
era il pomeriggio del primo febbraio 1941. Queste date, per noi italiani
d’Africa, anziani nostalgici della nostra terra, non si possono mai
dimenticare, sono indelebili, come il nostro desiderio di ritornare a Bengasi La
notte fra il tre e il quattro, a Zuetina (Agedabia), fu preso prigioniero mio padre che, assieme ad una
colonna di automezzi militari, si spostava verso Tripoli, col suo Lancia 3RO.
Carri armati australiani e autoblindate avevano circondato Bengasi e l’anello
si chiudeva ad Agedabia contro il mare (Operazione “Beda Fomm”).
Noi (mia madre, Lina ed io) eravamo passati da li, appena un giorno e
mezzo prima e siamo riusciti ad andare a Tripoli!
Tanino passó il tre e ci raggiunse a Tripoli dopo più di una diecina di
giorni, dato che camminó con altre persone attraversando il deserto sahariano
per non essere catturato dagli inglesi. Mio
padre, catturato dagli australiani, fu riportato a Bengasi come prigioniero
civile e la cittá cadde in mano agli inglesi il 6 di Febbraio 1941. L’ultimo
autocarro di mio padre, il “3RO” col quale fu catturato, rimase in mano
degli australiani, i quali lasciarono la Libia appena seppero dell’arrivo dei
primi contingenti tedeschi equipaggiati con carri armati Panzer,
poichè loro sapevano che sarebbero andati a combattere solo contro gli italiani
in Libia, le cui armi erano improprie per affrontare una guerra moderna e
meccanizzata, e non contro i tedeschi che erano bene armati, per affrontare una
guerra moderna del tipo “Blitzkrieg”.
Ringrazio fervidamente la
collaborazione dell’Arch. Angelo Nicosia, (angelonicosia2@alice.it),
ex compagno dell’Istituto La Salle di Bengasi, per aver “pulito” il mio
sbiadito italiano. Ing.
J.A.Musmarra Buenos Aires E.Mail: musmarra@hotmail.com
BENGASI Dedico questo lavoro
rievocativo, a mio figlio Manlio, perché me l’ha chiesto, a mio figlio
Manilo, perché il tema gli interessa, a tutti i miei familiari viventi e non
viventi, in questa grande e generosa Argentina, alla “Nostra” adorata Italia
e a tutti gli altri miei familiari, che riposano nelle amate e ardenti sabbie
desertiche del Sahara libico e della Marmarica. La ex
“Cuarta Orilla de Italia” L’autore di questo lavoro é nato in Libia, a Bengasi,
essendo figlio di genitori italiani, già radicati in Africa (Egitto) dal 1895,
che poi si trasferirono in Libia, poco dopo che l’allora Cirenaica e
Tripolitania, passarono dalla già pluricentenaria amministrazione turca alla
amministrazione italiana. Discendente da un vecchio africanista, frequentò Solamente nel 1946 poté riunirsi con la sua famiglia, in Italia, ad Arezzo. Nel 1948, dopo aver ripreso gli studi in Italia, conseguì
il Diploma di Maturità Scientifica, nell’ex Regio Liceo Scientifico “F.
Redi di Arezzo. In conseguenza della grave situazione economica, nella
quale si trovava l’Italia distrutta e sconfitta, dopo In Argentina, come “Bachiller” (Maturità),
immediatamente lavora e studia contemporaneamente, senza tregua, per realizzare
la sua grande aspirazione: arrivare a esser un ingegnere, poiché non gli fu
possibile entrare nell’Accademia navale militare italiana, come era suo
desiderio. In Argentina, frequentò simultaneamente tre corsi universitari nella
“Facultad de Ingenieria”, dipendente dall’Universidad
Nacional de Buenos Aires, conseguendo:
nel 1962 la
laurea come “Agrimenso Nacional”
UNBA “
1964 “ “
“
“Ingeniero Geodesta-Geofisico”
UNBA “
1965 “ “
“
“Ingeniero en Petroleo”
UNBA Entrò allora, nel Dicembre del 1964, nell’Impresa
Statale argentina “Yacimientos Petroliferos Fiscales”, cominciando come
Ingegnere assistente e dopo il pensionamento, nel dicembre del 1989, come
“Gerente di Interpretazione e Investigazione Geofisica dell’Impresa”. E’ stato il primo e unico Ingegnere
straniero,
che ha fatto carriera nell’Impresa Statale, dove la nazionalità argentina era
indispensabile. Dopo, da pensionato, per non offrire il proprio servizio a
Imprese petrolifere straniere, fra le altre attività, si dedicò alla
fabbricazione di “Dinamzzatoir Omeopatici”, brevettando un modello
innovatore personale ¨HIEMUS. A richiesta dei suoi figli, scrive adesso questo breve
riassunto storico della Libia, e di altri temi, sempre storici e/o familiari. I temi trattati sulla Libia, sono fondamentalmente ricordi
propri e diretti, inquadrandoli, dopo, nel tempo storico di ciascuno e con
l’appoggio della consultazione della profusa bibliografia corrispondente ai
vari periodi.
Bengasi vista e raccontata da me Ing. G.A. Musmarra Buenos Aires Argentina
Prima di cominciare a scrivere sulla “Libia Italo
Araba”, del secolo XX è conveniente fare un breve riassunto storico, sugli
antecedenti che hanno legato l’Italia alla Libia.
Il nome di LIBIA, se deve alle notizie più remote e che
riconducono ai “Libi”, cioè a quelle popolazioni contro le quali dovettero
combattere pure i greci della Cirenaica. Herodoto enumera una lunga serie di
nomi di genti in cui si dividevano i “Libi”, senza potere loro assegnare una
ben definita posizione geografica, ciò non di meno é a loro che si deve il
nome “LIBIA”. Più tardi, il nome di Libi fu sostituito con “Berber” (e
la zona fu chiamata Berberia), e le loro genti, cominciarono a ricevere prodotti
dell’arte e dell’industria fenicia (cartaginese) e i primi elementi di
civilizzazione. I Fenici cominciarono a commerciare con i Libi per mezzo
di empori commerciali, gli “emporia” che si diffusero lungo tutta la costa
Sirtica. Uno di questi Emporium, lo ubicarono in un posto che chiamarono
“LBQY” o ”LPQY”, (nei dintorni di Leptis Magna) . Quando i Cartaginesi spadroneggiavano nel mediterraneo, si
appropriarono di questi “Emporia” commerciali, fino al limite Est del
“Territorio della Gran Sirte”, dove la “ARAE dei fratelli Phileni”,
(ubicata nell’attuale Muktar el Chebir), segnava la frontiera con il
territorio greco della Cirenaica. I Cartaginesi chiamarono uno dei propri Emporium,
“LIBKS” e dopo LEBSCIS, e il posto dove lo istallarono, prese il nome di
LEBSCIS, e quando arrivarono i romani questo nome si trasformò in “LEPTIS”,,
che era divisa in due parti: LEPTIS MAGNA
e LEPTIS MINOR . A Macar
Uliat (Tripoli), gli stessi cartaginesi o i fenici lo chiamarono, dopo, ”OEA” e a sua volta la località, “SABRAT” si chiamò SABRATHA.
Queste tre città, insieme, formarono un connesso che chiamarono “TRIPOLIS”
(tre città). Quando OEA, ebbe dei problemi con Leptis, lei stessa, prese per se
il Nome di TRIPOLIS, rimanendo OEA come nome originale della città di TRIPOLIS.
In LEPTIS MINOR, nacque l’Imperatore romano SEPTIMIUS
SEVERUS. Durante il suo regno, le due LEPTIS crebbero molto rapidamente, e
LEPTIS MINOR fu assorbita da LEPTIS MAGNA per cui restò una sola LEPTIS: A TRIPOLI v’é un Castello antico chiamato comunemente,
“Turco”. Questo Castello sarebbe stato costruito dai romani, dopo
fu fortificato dagli arabi, per esser distrutto e ricostruito dagli spagnoli e
dai Cavalieri di Malta. L’edificio attuale non conserva nulla che sia
anteriore all’epoca spagnola, cioè al principio del secolo XVI. Si può
supporre che alcuni resti della fortificazione, romana, prima, e bizantina poi,
si conservino sopra i basamenti, sui quali si appoggiarono le costruzioni
posteriori. Questo Castello, questa muraglia fortificata, spicca sulle
altre costruzioni e i viaggiatori e i marinai
dell’antichità, lo resero celebre Durante la presenza degli italiani a Tripoli,
all’entrata dello stesso castello, a sinistra, vi era una statua equestre
dell’imperatore Settimio Severo, che le autorità libiche, sia del Regno
senussita, che della Repubblica Jamahiria di Libia, hanno preservato in seguito. Gli arabi ebbero una primitiva origine in
ARABIA, tra la grande penisola asiatica, sulle sponde del Mar Rosso, l’Oceano
Indiano ed il Golfo Persico. Prima i greci e dopo i romani amministrarono queste
terre del Nord Africa, alle quali i primi, gli dettero il nome di LIBIA, però
non era solo la attuale Libia, ma tutto il nord dell’Africa, a partire del
limite occidentale dell’Egitto, fino al Marocco. Non esistevano abitanti stabili, ma solo
nomadi e berberi, da cui il nome BERIBERI o BERBERI, che ancora si usa per
definire certe tribù nomadi. Per esempio, i “Tuareg”, molto conservatori e
che rappresentano il risultato di mescolanze fra “bianchi” del Nord Europa,
e ”negri” africani e/o arabi stessi, cioè sia puri che arabizzati, o che
abitano in tutto il Magreb (Libia, Tunisia, Algeria, Marocco). Tali tribù, quasi tutte nomadi, ostacolavano
tutti gli invasori e le genti residenti dell’Africa Mediterranea, limitrofe.
Avevano caratteristiche molto speciali, erano molto guerrieri e
generalmente amanti delle cose altrui… e si opponevano a qualsiasi persona che
volesse invadere il loro territorio: greci, romani, turchi, italiani ecc, non
per questioni politiche, ma per mantenere le loro forme di vivere in
aggruppamenti tribali. Non c’era ancora uno stato di evoluzione
sufficiente, che permettesse loro di lasciare la loro vita da nomadi, fare
radici, e pensare “nazionalmente”. Per fortuna loro, l’arrivo
dell’Islamismo con gli arabi dell’oriente, fu un fattore che unificò tutte
le tribù, non solamente per la religione ma sopratutto per la lingua che
parlavano e che fu il primo denominatore comune che ebbero i “magrebini”,
dall’Egitto fino al Marocco. Però gli stessi arabi, come invasori, quando
arrivarono nel Magreb, affrontarono una forte resistenza da parte dei locali. E
questi, una volta arabizzati, ugualmente mantennero le loro vecchie abitudini e
tradizioni. L’arrivo dell’Islamismo, per mezzo di
Maometto (nato il 27 agosto 570, da una nobile famiglia guardiana d’un
Tempio), conseguì che gli arabi uscissero dalle loro terre e formassero un
grande impero e in poco tempo, occupando Siria, Palestina, Armenia, Mesopotamia,
Persia e parte dell’India, Egitto, Libia, Tunisia e Marocco. Coloro che si
stabilizzarono in Africa del Nord, si fusero con l’esigua popolazione
indigena, dando origine a un popolo arabo-africano che gli italiani chiamarono
“Mori” o “Saraceni”, e loro stessi si chiamarono “ magreb”
(occidentali). Come già s’é
detto, loro portarono la lingua araba e l’Islamismo, come fattore coagulante
per tutte le tribù, per questa ragione gli stranieri chiamarono “arabi”
tutti quelli che parlavano l’arabo, indipendentemente dall’etnia
d’origine: grave errore! E’, come se adesso chiamassimo “inglesi”
tutti quelli che parlano l’inglese. Nel secolo VIII, i Saraceni attraversarono lo Stretto di
Gibilterra (“Jebel el Tarik”, che deriva dal nome di un guerriero berbero
arabizzato: TARIK,) e in Spagna, fondarono un regno che durò otto secoli, poi,
tentarono d’invadere pure L’immenso impero arabo durò poco, già che
si smembrò in tre imperi minori e indipendenti, con capitali: Bagdad, Cairo, e
Cordova. Pero le conquiste della Spagna, della Sicilia, ecc, da parte degli
arabi, fu senza dubbio un fattore di progresso inusitato in Europa, che viveva
in un tremendo oscurantismo, a causa del dominio del cristianesimo romano. Che fra gli arabi siano esistiti: tuareg,
berberi e beduini, non alterava la missione civilizzatrice che loro portavano
dove arrivavano. I Beduini erano e sono arabi nomadi che abitavano in Arabia,
Siria e Africa del Nord, fondamentalmente nel deserto sahariano. Pastori e
guerrieri, erano gelosi della loro indipendenza tribale e non riconoscevano
altre autorità che non fossero il loro Sheik o padrone d’un villaggio.
Erano catalogati come valenti, pero molto indolenti, scaltri con poco
scrupoli, barbari e ”menefreghisti”. Pero, quantunque la loro ignoranza, amavano la poesia e l’arte oratoria. Però
adesso, torniamo indietro ed attraverso l’immaginario “Tunnel del Tempo”,
andiamo alla cara nostra Bengasi ed a un modesto periodo della sua storia
antica. ZEUSS, il Dio
della Mitologia greca, era figlio di RHEA e di SATURNO, e a sua volta, sposo di
JUNO (Giunone). Inoltre
Zeuss aveva come fratelli: NETTUNO (POSEIDON) come Dio del Mare, e PLUTON
come Dio dell’Inferno, rimanendo lui stesso come Dio del Cielo e della
Terra. Zeuss aveva spodestato suo padre SATURNO e tutto il potere lo divise con i
suoi fratelli. Egli aveva una figlia prediletta, che si chiamava Athenas e che i romani
chiamarono MINERVA. Un giorno, in una delle sue passeggiate lungo la costa africana e
precisamente per le spiagge dell’attuale Bengasi, trovandosi nei dintorni del
Lago Tritonis, oggi Sebca ain es Selmani, ebbe un fortissimo mal di testa,
ragion per cui, Vulcano, che lo accompagnava, gli dette un forte colpo sul capo,
con una ascia, e così’ ....nacque MINERVA, ragion per la quale....... E per di più è nata in una delle due spiagge della zona balnearia, per
eccellenza, di Bengasi chiamata Giuliana. Questa caratteristica, è molto interessante per tutti i bengasini, però
più ancora lo sarà per quei pochi bengasini che, come me, siamo nati alla Giuliana. Però, chi era Minerva? Secondo la mitologia, lei era la personificazione dell’arte militare e
aveva un valore riflessivo e sereno, tutto al contrario di quello del Dio Marte,
che era audace, irriflessivo ed impetuoso. Come conseguenza del carattere
guerriero di Minerva, se la trasformò nel simbolo della serenità intellettuale
e morale, del pensiero e del lavoro e della saggezza. Era inoltre la divinità protettrice della città di Acropoli, tale è il
caso di Atene, che porta il nome della Dea. Le sue statue sempre erano strategicamente ubicate in posti alti. I suoi
altari si trovavano non solamente nei templi, ma anche nelle strade e sopratutto
agli incroci stradali, nella stessa forma come noi cristiani facciamo poi, coi
nostri Santi Il luogo ove sorge, adesso, Bengasi dovette esser stato
abitato fin da tempi remotissimi, poiché a non grande distanza da essa, furono
raccolti numerosi manufatti litici. La città antica si elevava su di una
penisola rocciosa detta: ”Pseudopenias” ed era fiancheggiata dalla Laguna
TRITON (odierna Sebca ain Selmani). Tritonis,
figlio di Nettuno, era stato nominato come Dio delle Onde, una divinità
d’inferiore ordine, celebre, secondo Strabone, per il Tempio di Venere che
sorgeva su di un’isoletta, e a lui era stata dedicata questa Laguna. La regione fu
identificata fin dai tempi antichi con quella delle ESPERIDI, sede dei famosi e
feracissimi orti; e da qua venne alla città il suo primo nome: “ESPERIDE”,
contenente il Lago Tritoni. Ma di essa pochissimo rimane, sia per la sovrapposizione
delle costruzioni posteriori, sia per il fanatismo religioso degli arabi
d’allora. Però questo
Lago Tritonis , ha una gran parte del suo contorno che forma
Bengasi con il Promontorio “Punta Giuliana” e “Tritonia”
in Libia che segnava il confine tra El
arco de los hermanos FILENI, construido durante Bene, però, dopo questa breve parentesi su Minerva e su
Settimio Severo, torniamo indietro. Uscendo da Bengasi e percorrendo l’ex Viale De Martino,
per andare al ponte della Giuliana (allora
galleggiante), a circa Mt. 200, già s’intravede a sinistra il lago Tritonis.
Una volta passato il ponte, si é già a Geliat Gelian, la spiaggia delle alghe
marine. (Geliat = punta ,
promontorio) Questa meravigliosa Baia Tritonis, di pacifiche acque, fu
usata dai greci, dai romani e dai turchi, come porto naturale e per rifugio
sicuro, ricordandomi un poco, fra altro, il porto di Cartagine. Fino
all’anno 1937, non vi era ancora nessun ponte e per arrivare alla Giuliana si
usava il servizio di una o due barche a remi, che in pochi minuti portavano
all’altra sponda, mediante il pagamento di un infimo prezzo. E che in ogni
viaggio trasportava perfino sei persone: Altri tempi allora!... Naturalmente se c’era vento o mar mosso, il viaggio era
impossibile, a meno che uno volesse contornare, a piedi od altro, quasi tutto il
Lago Tritonis..! Ricordo come fosse adesso, che poco prima di arrivare al
Ponte, sulla destra, si trovava Arrivati a questo punto é opportuno cercare di capire il
“perché” e il “come” si produce la presenza italiana in Libia nel
secolo XX, trasportandoci a tal uopo, ai fatti storici dell’epoca e alla
situazione geopolitica mondiale, sopratutto europea. Però questo tema, sarà motivo di un altro capitolo. P.S.
(
HESPERIDES
= BERENICE = BEN GHAZI = BENGASI
)
TRES
NOMBRES; UNA MISMA CIUDAD TRE
NOMI: UNA MEDESIMA CITTA’ L
I B I A LIBIA 1)
HESPERIDES Dai
tempi antichissimi della Mitologia Greca, era conosciuto un luogo paradisiaco,
sulle sponde del Mediterraneo, che era destinato la Ninfa
, esso era come il Giardino degli Dei. A tale ninfa, la chiamavano
“l’Hesperide” e questo giardino si chiamò anche “HESPERIDES”, e si
trovava molto vicino dal “Rio LETHES”, O LETHON). Il “Rio dell’Olvido” nel quale si immergervano gli spiriti dei morti, prima di arrivare agli INFERI (da non confondere con l’Inferno dei cristiani) aveva la proprietà di fare dimenticare il Passato e conoscere il Futuro.
Desde
los tiempos antiquísimos de 2)
BERENICE.
Il
Generale Magas, generale greco al servizio dei Faraoni Ptolomei in Egitto,
cercò di ottenere l’indipendenza da Cirene, dalla dinastia tolemaica
d’Egitto.
Egli era figlio di Berenice
e di Felipe: un nobile macedone, nato prima che Berenice si sposasse
nuovamente con il poderoso PTLOMEO I SOTER, il fondatore della dinastia greca
dei Ptolomei in Egitto.
Quando
Subito dopo le diverse
successioni, una figlia di Magas, chiamata anche Berenice (II), si sposò con
Ptolomeo III, l’Evergete, e così il Regno di Cirene ritornò all’Egitto.
E nello stesso tempo che fu
fondata la “città” di BERENICE, passo alla storia col nome HESPERIDE.
El
General Magas, general griego al servicio de los Faraones Ptolomeos en Egipto,
logró obtener la independencia de Cirene, de la dinastía ptolemaica de
Egipto. El
era hijo de BERENICE y de Felipe ; un noble macedonio, nacido antes que
Berenice se casara nuevamente con el poderoso PTOLOMEO
I SOTER, el fundador de la dinastía griega de los Ptolomeos en Egipto. Como
que Cirenaica era parte de Egipto, Magas obtuvo por medio de la madre
Berenice, que Cirene se transformara en un Reino independiente que lógicamente
gobernaba Magas (276- Luego,
después de varias sucesiones, una hija de Magas, también llamada BERENICE (II),
se casó con Ptolomeo III, el
Evergete, y así el Reino de Cirene volvió a Egipto. Es
en ese tiempo que es fundada la “ciudad” de BERENICE, pasando a la
historia el nombre HESPERIDES .
. 3)
BEN GHAZI Morto
l’ultimo Faraone dei Ptolomeos: Apione, nel Finalmente,
nel 1636, il Pascià di Tripoli: Mehmed Saghizli e soprattutto suo figlio
Osman Saghizli, l’occupò e gli cambiò nome, chiamandola adesso:BEN GHAZI. Durante
l’Amministrazione italiana (1911-1942), tale nome si italianizzò in BENGASI. Con
l’indipendenza della Libia, si ritornò alla precedente denominazione:
BENGHAZI, con una sola parola. Muerto
el ultimo Faraón de lo Ptolomeos,: Apione. En el Con
la independencia de Libia, se vuelve a la anterior
denominación; BENGHAZI, en una sola palabra.
Ing.J.A.Musmarra
XII-MMVIII Buenos
Aires
Lo scorso autunno, mi trovavo in casa di mia sorella Teresa, ("Sina",
per i familiari) e sfogliando distrattamente alcuni vecchi numeri dell'Oasi, il
notiziario trimestrale degli Ex Allievi Lasalliani, mi sono riconosciuto con
stupore ed emozione in una vecchia foto pubblicata nel n. 3 di
Settembre-Dicembre 1993, che ritraeva tutti gli alunni della prima elementare,
nel 1932. Ho
provato sorpresa ed un'intensa emozione, e incredulo, ho voluto avere la
conferma del riconoscimento dai miei tre figli: Donatella,Emanuele e Anna, e
tutti e tre, unitamente a mia moglie Graziella, senza esitazione hanno puntato
il dito su quel bimbetto che accovacciato a terra, "all'araba", al centro della prima fila, con il perenne
ciuffetto ribelle sugli occhi, guardava la macchina fotografica. Successivamente,
per la ricorrenza del Santo Natale, la mia adorata sorella, vedendomi così
interessato, mi ha regalato due libri meravigliosi:" LA MIA LIBIA" di
Paola Hoffmann e "LA LIBIA" di Torquato Curotti. Libri
interessantissimi, che ho letto immediatamente in pochi giorni e che tutti i
profughi o meglio tutti i discendenti di "Italiani di Libia"
dovrebbero leggere, per comprendere che
cosa significa, il "Mal d'Africa". "LA
MIA LIBIA" ha dato nome e collocazione storico-ambientale a strade e fatti
che si erano persi nella mia memoria. Sono
note riguardanti strade, negozi e ambienti che molti lettori forse non
individueranno o gradiranno leggere, ma che potrebbero rievocare ad altri
bengasini nostalgici, emozioni e cari ricordi come è successo a me leggendo il
libro della Hoffmann,. Il
Circolo degli Ufficiali, tra Piazza
Cagni e Via Torino, con il via vai continuo dei giovani ufficiali agghindati
nelle loro bianche uniformi e accompagnati da leggiadre signorine, che
arrivavano, mollemente sedute nelle nere carrozzelle; La
prima strada da me frequentata, è ovvio, è stata Adiacente
al bar c'era lo studio fotografico del Cav. Gaetano Nascia e Figlio, il più
attrezzato della città, dopo quello di Dinami, con i suoi fondali sceneggiati
color seppia, le poltroncine di vimini con l'immancabile bouquet di fiori su un
trespolo di legno e il parco lampade. Era uno studio molto frequentato, e le sue
fotografie stampate su uno spesso cartoncino con i lati frastagliati e la
classica firma, campeggiano ancora sulle pareti di casa nostra e ritengo
d’altre famiglie bengasine. Sicuramente,
non era come ai giorni d'oggi, che si ricorre spesso alle pizzerie o ai
fast-food !. Raramente si andava al ristorante ! E le pietanze a base di carne
si mangiavano, di solito, soltanto la domenica, quando il pranzo era fatto a
base di casalinghe tagliatelle in brodo di gallina con piccole palline di carne
macinata, e poi gallina disossata ripiena di riso con fegatini macinati, e
frutta e dolce fatto in casa. A
tavola la mia assenza non destò meraviglia o preoccupazione perché io ero
aduso a queste improvvise sparizioni. Infatti, quando le cose non mi andavano
per il verso giusto, in una delle due "mie"
case, io prendevo i pochi indumenti personali, li raccoglievo in un ampio
tovagliolo e salutando imbronciato, mi trasferivo nell'altra casa stringendo
nella mano "la truscia"
(fagotto), sotto l'occhio divertito dei familiari, ormai abituati a questo mio
sdegnoso modo di agire. Guardarono
sotto tutti i letti, compreso quello dove ero nascosto io, malauguratamente
senza scorgermi, perché ero più corto della cassapanca che mi occultava
interamente. Poi, cominciarono a cercarmi nei vari posti che solevo frequentare,
al porto, dove io ero solito andare in compagnia di altri ragazzi più grandi o
dietro la stazione ferroviaria nella Sebcha, dove spesso con loro, andavo a
caccia con la fionda o con le trappole. Ma
tutte le ricerche condotte, anche da amici e vicini di casa, furono vane e si
cominciò a pensare al peggio.
Io allora, ero il più piccolo, amato
e unico rappresentante maschio di una "famiglia" siciliana che angosciata per la mia lunga assenza, si
riunì nel salotto della casa di mio zio, piangendomi per morto. Mia
madre aveva un carattere forte e non l'avevo mai sentita piangere, prima di
allora, né dopo per la verità, sino alla morte di mio fratello Giovanni, e
quel pianto che mi giungeva dalla stanza accanto attraverso il sottile muro a
cui io ero addossato, che ci separava, mi sconvolse. A
dieci anni, la mia attività ricreativa preferita era, la pesca, che io
praticavo utilizzando una canna preparata con le mie mani. Partivo per le mie
scorribande in bicicletta, (allora si poteva fare!), e mi dirigevo verso il
porto, dove andavo a pescare sull'antemurale, dopo Sull'altro
lato della piazza, c'era il Palazzo Prosdocimo, con un fornitissimo negozio di
generi alimentari, poi il grande bar Zizzo, e subito dopo il negozio di cappelli
della sig.ra Gina Modafferi, quello del sig. Menta e quello del sig. Papouchado. Dai
lati opposti della piazza, si dipartivano due larghe strade: una alberata, che
si chiamava Viale della Stazione, conduceva alla Berka, passando davanti alla
Stazione Ferroviaria e alle case popolari I.N.C.I.S., l'altra chiamata Corso
Italia, finiva nella zona del porto. Questa era la strada più bella della città,
con le sue palme altissime sui marciapiedi, con i suoi cento negozi di articoli
vari, e con gli studi dei professionisti più noti , tutti residenti in palazzi
costruiti di recente dagli italiani, confinante con il quartiere arabo
retrostante. Dopo
il Circolo degli Ufficiali, c'erano le Scuole Elementari e le Scuole Medie,
due grandi edifici con ampi spazi a verde, in uno dei quali io ho
completato gli studi elementari, iniziati presso i Fratelli Cristiani. C'era
pure una grand’area recintata di fronte le scuole, in Viale Giacomo De
Martino, dove c'erano due palestre coperte e un campo di calcio, sede di epiche
battaglie a calci negli stinchi, che mi hanno lasciato il segno. Di
fronte alle scuole c'era la casa di mio zio Diego all'angolo di Via San
Francesco d'Assisi, di cui ho già scritto prima. Un
ricordo preciso, legato a questa piazza, è rappresentato da un mezzo corazzato
inglese, un carro armato Mark 2, catturato dagli italiani nei primi mesi di
guerra, sul fronte egiziano ed esposto per lungo tempo, come trofeo, alla
curiosità del popolo e di noi ragazzi che tutti attorno, soddisfatti e fieri,
tastavamo le pareti d'acciaio, forate e completamente ricoperte da una patina di
sabbia rossiccia. Sull'altro lato
della piazza a destra, c'erano il Palazzo del Littorio, il Palazzo del Governo,
il Palazzo Sichemberg e il Circolo dei Commercianti. La
Via Generale Briccola, finiva in un’ampia piazza, dove aveva sede il
Municipio. Una costruzione, che occupava tutto il lato sinistro della piazza,
contornata da altri edifici coloniali, con bassi porticati bianchi in cui i
nativi seduti su sgangherate sedie attorno ai tavolinetti di ferro,
sorseggiavano il caffè alla menta con le arachidi o fumavano nei loro narghilè. A
destra di Porta Sabri c'era il Lazzaretto, davanti al quale sostavano spesso con
aspetto trasandato e malaticcio, vecchie meretrici arabe, le cosiddette "mabruke", anziani beduini ammantati nei loro laceri barracani
di lana, assaliti da nugoli di mosche, e vicino a loro, piccoli, scalzi, bambini
arabi, con l'eterno moccolo giallo pendente dal naso sempre incrostato e sporco. Altro
percorso che io facevo spesso, in bicicletta, era il periplo della Sebcka, un
vasto spiazzo di terreno lagunare
collegato con il mare del porto grande, che serviva da idroscalo per
l'idrovolante di Italo Balbo. Oltre
questi gioiosi ricordi, però, c'è un altro, macabro questa volta! Poi nel 1938,
la conquista dell'Etiopia sconvolse la nostra vita familiare. I miei fratelli,
Giovanni con la moglie Rosa e Pino, che erano in Africa Orientale, si
trasferirono ad Asmara e fecero fortuna con un emporio di materiale edile. La vita a
Bengasi, per noi Italiani, scorreva felice e con tanta soddisfazione, lavorando
sodo e guadagnando bene, sino a quando scoppiò la guerra. Poi tutto cominciò a
diventare difficile, con il passare del tempo. All'avvicinarsi
di quel suono tipico e caratteristico che facevano i motori degli aerei inglesi
(Uaan--Uaan--Uaan), che riconoscevo subito a distanza, la volta celeste si
illuminava d'incanto, scrutata da decine di fotoelettriche che sciabolavano
l'aria, alla ricerca del nemico. Quando l’aereo era inquadrato da una di esse,
tutte le altre collocate attorno alla città, si dirigevano sull'obbiettivo
formando come una grande piramide di fasci di luce. E cominciava "lo
spettacolo", che con grande infantile incoscienza ogni sera andavo ad
assistere !!. All'improvviso,
ecco, il primo tremendo scoppio, che sembrò bloccarmi il respiro, facendo
tremare il pavimento della terrazza sotto i miei piedi.
Poi un secondo, un terzo, un altro ancora e non ebbi il coraggio di
continuare a contarli, perché in un attimo scappai giù nelle scale, scendendo
a precipizio e saltando i gradini a quattro a quattro, orientandomi nel buio,
seguendo il corrimano, per arrivare il più presto possibile nel sottoscala,
dove mi attendevano terrorizzati i miei familiari. Ci
misero a disposizione uno stanzone, disadorno, in cui sistemammo i materassi per
terra, allineati a stretto contatto uno con l'altro, lungo le due pareti, in
modo da formare due grandi lettoni. Allora,
era opinione generale che doveva trattarsi di "una
guerra lampo", come avevano fatto in Europa i tedeschi. A
novembre, intanto, mia zia Grazia con le figlie, Rosa con Graziellina, Nellina e
il piccolo Diego, figlio di Sina, erano partiti per l'Italia. Gli altri della
famiglia, il 17 Gennaio 1941, caricate sulle autovetture la maggior parte delle
cose indispensabili, partirono a gruppi, me compreso, alla volta di Tripoli. A
Sirte, non trovammo posto nell'albergo omonimo e ci dovemmo accontentare di
dormire, accomodati alla meglio, su poltrone e divani. Il giorno dopo
riprendemmo il cammino, passando per Lepts-Magna, le cui rovine scorgevamo da
lontano, e così, sfiniti, arrivammo a Tripoli, ospiti di amici che ci
alloggiarono. A
Tripoli, intanto il tempo passava e i bollettini di guerra con le notizie dalla
Cirenaica erano sempre più preoccupanti. Il
giorno dopo, scrutavamo il cielo in apprensione, confortati dalla presenza ai
fianchi del convoglio, dei mezzi navali veloci che ci scortavano e degli aerei
che volteggiavano sulle nostre teste. Infatti, durante il viaggio successivo di
ritorno, la nave Conte Verde, venne affondata dagli aerosiluranti inglesi con
tutto il suo carico di guerra. Così,
iniziava la mia vita in Patria, da profugo, prima a Ferla sino al 04 aprile
1941, (quando improvvisamente morì mio zio Diego), poi a Vittoria sino al 1946
e quindi ad Agira, dove ero nato, il 20.01.1927. Ed allora dico: arrivederci Bengasi! Angelo
Nicosia XXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXX
Dalla Guerra Italo - Turca (28.9.1911 ÷ 18.10.1912) all’Indipendenza (24.12.1951) (vista da un bengasino
italiano: J.A.Musmarra,)
INTRODUZIONE “Durante gli
ultimi secoli, le imprese coloniali dei popoli europei furono numerose in tutto
il mondo: una nazione, approfittando della propria forza, invadeva le terre di
un altro popolo più debole e s’impossessava dei loro averi, che saccheggiava.
Nessuno metteva in dubbio tale stato di cose perché si trattava di qualcosa che
tutti praticavano dalla notte dei tempi e tutti: colonizzatori e colonizzati
accettavano o si rassegnavano a questa cruda realtà, come se fosse una fatalità
inevitabile, contestuale alla storia. La scoperta e la conquista dell’America da parte degli
europei introducono, però, un’importante variante. Per la prima volta e per ragioni religiose, il
colonizzatore interroga se stesso sulla correttezza dell’Impresa
colonizzatrice e a seguito di forti dibattiti di Giuristi e Teologi si arma di
ragioni umane e divine per giustificare le sue conquiste. Da allora in poi e
senza tralasciare, quello che sempre fu, vale a dire un atto di forza e di
rapina, la colonizzazione si attribuisce un merito a se stessa, per una
“Missione Evangelizzatrice e Civilizzatrice” verso i popoli: togliere dallo
stato che loro ritenevano animale, quelle genti che vivevano come selvaggi e
umanizzarli, grazie al cristianesimo e alla cultura occidentale che li ispirava. Affinché quest’obiettivo possa avere qualche apparenza
di realtà, è imprescindibile stabilire, come un fatto indiscutibile e
scientifico, che il colonizzato non abbia i conoscimenti e le luci
indispensabili per giudicare da se stesso ciò che più gli convenga. dato
che si tratta di un essere invalido e primitivo i cui interessi e convenienze
sono meglio conosciute dalla potenza coloniale una forma di autoritá benevola..
secondo me dovresti toglierlo! Eppure nel XIX° secolo, le varie imprese coloniali
europee, sia in Africa sia in Asia, quasi trascurano
questo desiderio di giustificazione
religiosa e morale, e invadono e occupano numerosi territori che cominciano a
sfruttare immediatamente, senza altra spiegazione che la necessità di
provvedersi di materie prime. “Quando Hitler, nel suo libro Mein Kampf, spiega
che nel programma del Partito Nazional Socialista, figura in un posto
preminente, l’acquisizione con le buone o con le cattive maniere, delle
colonie per istallare gli eccendenti demografici del popolo tedesco, non fa
altro che scrivere su una carta ció che quasi tutte le grandi potenze europee
stavano facendo, naturalmente senza dirlo con tanta chiarezza, dal secolo XV
”, così scrisse Mario Vargas LLosa: Famoso scrittore di fama
internazionale, analista e politico del Perù.)
( “ v Con questa premessa molto
eloquente, e tenendo in conto che nella storia del colonialismo europeo erano in
prima linea fondamentalmente: Francia ed Inghilterra, fino al XX° secolo,
quello che scrisse Hitler era del tutto conseguente con le politiche ormai più
che utilizzate dai “Signori della Democrazia e della Libertà” in
Europa. Questo è il contesto, su come
si deve analizzare oggi, l’occupazione da parte
dell’ Italia della Cirenaica e della Tripolitania, nel 1911.
Occupazione, è bene dirlo, che è stata compiuta con il tacito consenso delle
maggiori potenze europee, dell’epoca poiché queste terre erano già colonie
del vasto Impero Ottomano. E’ quindi allo scopo di essere
il più imparziale possibile, è opportuno regredire nel tempo e analizzare i
fatti e i metodi usati, secondo le mentalità imperanti allora, non oggi. Se non si analizzasse in questo
modo e criticassimo i fatti di altre epoche con la mentalità moderna, si
cadrebbe in un gravissimo errore e tutto sarebbe considerato assurdo. Così, come fu nel passato, i
turchi occuparono immensi territori. E poi dopo gli arabi, i
francesi, gli inglesi, i portoghesi, gli olandesi, i belgi, ecc, tutti fecero
esattamente, la stessa cosa! I “casus belli”
giustificativi per queste occupazioni, in sostanza furono sempre create dagli
invasori. Sia nel passato e sia nel recente presente: Nessuno invita gli
invasori!!! Però, come non giustificare
l’Italia ad avere pure lei le Colonie, se averle in quell’epoca era
un’aspirazione di qualsiasi nazione e sopratutto quando nel proprio territorio
nazionale c’era troppa gente e mancava la terra su cui lavorare, ragion per
cui, entrava in funzione automaticamente, la valvola di sfogo chiamata:
Emigrazione all’Estero., Naturalmente era più facile
“occupare” un territorio straniero e farlo diventare nazionale. Si
risolvevano così i problemi interni dei paesi super popolati.
Questo era in fondo il “colonialismo”. Un braccio allungato del
territorio nazionale!!! Dopotutto Se l’Italia, non avesse
occupato Per
i turchi inoltre quella “Cassa di sabbia” (come volgarmente era chiamata),
non era una Colonia importante, a dedurre da quanto poco là fecero
nel lungo tempo in cui ci rimasero. Non
dimentichiamoci inoltre che gli arabi, lasciarono parte delle loro terre
d’origine (Oriente occidentale) e occuparono fra l’altro tutto ciò che si
trovava sulla costa mediterranea dell’Africa: Egitto Cirenaica Tripolitania
Tunisia Algeria Marocco ed inoltre attraversarono lo stretto di Gibilterra e
occuparono anche Chi li aveva invitati?
Nessuno!!!! Cosicché “chi é senza
peccato, getti la prima pietra” si suol dire. Quindi fare i puritani oggi
quando si ha un passato sporco, come minimo fa sorridere. Per questo motivo condannare
oggi l’Italia come nazione imperialista in senso dispregiativo non
corrisponde, sarebbe solo un assurdo storico, infatti, non esiste in Europa o
nel mondo, un paese che non lo sia stato prima dell’Italia. Gli arabi che oggi nascono e
crescono in Libia, sono pure loro figli o discendenti di altri popoli invasori
ed, in questo caso dei loro progenitori, di etnia araba. Apparentemente tutte le differenti origini degli abitanti della
Libia sembrano essersi ridotti in due grandi gruppi: quelli delle Zone
interne e quelli delle Zone costiere, cosa questa che lo stesso Omar
Al Muktar affermò e per cui disse che a quest’ultimi (quelli delle “città
e zone costiere”) “ li odiava “, stante che lui era un Beduino
dell’interno. (Leggere a tal proposito il “Giudizio a Omar al Muktar”). (Google/Omar al Muktar/Wikipedia: The Free
Encyclopedia,/ External links,/ Secrete proceedings in the Benghazi Trial.)
RESISTENZA DEI
BEDUINI La gran resistenza dei beduini
(GENTE
DELL’INTERNO) contro gli occupanti italiani,
fu secondo me, un’ostilità sbagliata, completamente errata, perché
fondamentalmente di carattere “religioso” cosí come lo stesso massimo
oppositore: Omar al Muktar ripetette varie volte di fronte al Tribunale che lo
giudicò. Fu una battaglia cruenta e una
lunga guerra fatta d’imboscate, torture ecc. perché i beduini, e non gli
arabi, consideravano gli italiani come se fossero nemici dell’Islamismo,
percependoli come nuovi crociati, ragion per cui
ci dichiararono perfino “ Di indipendenza non si parlò
mai, né v’erano aspirazioni nazionaliste in quell’epoca a parte di un
possibile Emirato a Giarabub. I
grandi movimenti nazionalisti e di indipendenza sopra tutto in Africa e
nell’Oriente occidentale, sorsero dopo E tutto ciò fu per non dividere
in due Non fu per eventuali lotte
indipendentiste contro la dominazione militare inglese. Perfino quando il Magreb,
influenzato da Nasser, cominciò con i movimenti rivoluzionari per ottenere
l’Indipendenza incitando il suo popolo a lottare contro i Francesi (Tunisia
Algeria.) contro gli Spagnoli (Marrocco) ecc. ecc, in Libia e con sorpresa,
esisteva una tranquillità incomprensibile, neanche allora si parlava di
Indipendenza. Né gli inglesi in
Cirenaica, né i francesi nella Tripolitania ebbero problemi con i nativi. Fu l’ONU che si oppose, a che Però torniamo indietro, agli
anni appena posteriori al 1911-12.
Evidentemente i beduini, mali informati “ad hoc” dai turchi,
credettero che gli italiani andavano in Cirenaica e Tripolitania come nuovi
“Crociati”. Fu l’Italia che attribuì il
nome: LIBIA alle due regioni congiunte di Cirenaica e Tripolitania, (che era,
infatti, l’antica denominazione romana) e pure fu l’Italia che inoltre definì
esattamente le sue frontiere, che ancora oggi sono vigenti e che prima non
esistevano! L’opposizione beduina contro
l’Italia fu, ripeto, sbagliata nel suo fondamento. Le truppe italiane sbarcate a
Tripoli non erano truppe VATICANE, ma ITALIANE. v PERCHE L’ITALIA TOLSE AI TURCHI LA “LIBIA” ? Quest’innocente domandina è mal formulata, infatti
dovrebbe dirsi: Perché l’Italia occupò le “COLONIE”
turche: Cirenaica
e Tripolitania dato che, ripeto,
fu l’Italia ad unificarle e a chiamarle “LIBIA”. In questo caso vi saranno varie risposte, apparentemente
tutte “logiche”. Parlando di Libia ci stiamo riferendo a queste regioni
senza frontiere definite fra Tunisia ed Egitto che facevano parte dell’ex
Impero Ottomano. (Turchia) Quella chiamata guerra Italo-Turca, fu per problemi fra
Turchia e Italia. Non vi fu una guerra contro i “libici”, ma contro i
“turchi”. Inoltre i turchi in Libia, erano tanto invasori quanto, dopo, lo
saranno gli italiani che li cacciarono via da questa “Cassa di sabbia”. Per questo, finita la guerra (1912), il Trattato di Pace
si firmó fra Turchia e Italia; giacchè In Cirenaica e Tripolitania succedeva lo stesso, la
severità dei turchi aveva originato un clima di repulsione agli stessi molto
marcato e il beduino Omar Al Muktar aveva lottato pure contro di loro. Però, non per ottenere un’Indipendenza, dal punto di
vista nazionalista, ma per il modo di trattare dei turchi verso gli indigeni. Intorno al “Castello Turco” di Tripoli era comune
vedere sovente, al mattino, sopra dei pali teste di libici decapitati dalla
superficiale giustizia ottomana. Per tal motivo vi era in Italia una credenza generalizzata
che i libici avrebbero ricevuto gli italiani come liberatori di questo
insopportabile giogo. Si diceva persino che i libici li avrebbero ricevuti con
rossi tappeti stesi ai loro piedi. Era evidente che queste informazioni
provenivano dagli arabi delle città costiere, già familiarizzati con gli
italiani, per i loro continui contatti commerciali e pescherecci. Eppure è opportuno riconoscere che fra i libici vi era
una parte che appoggiava i turchi, (i beduini) infatti, fra essere una colonia
di un paese musulmano o di un paese “infedele”, sceglievano di rimanere
coloni d’un paese musulmano, soprattutto, coloro che erano fondamentalisti
fanatici o appartenevano a qualche setta religiosa: in particolare i
“Senussiti” dell’interno! Questi si trovavano nella posizione che diceva che: era
meglio un cattivo conosciuto che un buono da conoscere. Fu così che i senussiti, (Setta religiosa
ultraconservatrice) logicamente appoggiati fortemente dai turchi, che già
avevano quasi promesso al Gran Senusso Mohamed Idriss ( il cui nonno aveva
fondato la “Confraternitá religiosa
senussita” a Giarabub) la possibile creazione di un Emirato o uno stato
senussita, nella stessa Oasi di Giarabub, si trasformaron in grandi nemici degli
italiani Il Capo operativo di questa setta fu Omar Al Muktar, maestro nell’insegnamento del Corano,
oriundo di Janzour (paesello all’Est della Cirenaica da non confondere con
l’altro Janzour, vicino a Tripoli, citta’ molto famosa e con molta storia) e
pertanto beduino cirenaico e rappresentante di Idriss. I turchi con i nativi solo avevano in comune una cosa: In questo caso e contrariamente a quanto si supponeva,
l’unità religiosa fra turchi e beduini di Giarabub pesò molto di più che le
differenti origini di etnie, razze, abitudini ecc. ecc, pur non avendo neanche
un minimo passato remoto comune comparabile agli infiniti vincoli di questa
Terra con Roma, alla quale, nella sua epoca, le apportò un Imperatore: Septimius
Severus, nato a Leptis Magna, oltre
a varie legioni “libiche” in Europa. Inoltre, i pochi chilometri di mare che la separavano
dall’Italia (meno di 500), sono molto eloquenti ed incontrastabili, così come
lo erano i ripetuti contatti e le relazioni fra le due sponde durante secoli e
secoli. E per completare, sapendo che da sempre, poco ha influito
nelle relazioni fra i paesi una comune religione, l’Italia, era completamente
sicura che L’esempio più chiaro l’ha dato sempre la stessa
Europa che, avendo in sostanza una stessa religione: Cosa che d’altra parte é successo e succede pure nel
mondo islamico fra Sciiti e Sunniti ecc ecc. Però nel caso della Libia questa differenza di religione,
intelligentemente manipolata dai turchi, pesò e molto, a dedurlo da come furono
accolti gli italiani, dai nativi “arabi” o “arabo-parlanti”. E’ chiaro che dicendo “arabo-parlanti”
s’includono i berberi delle oasi, i beduini, e le popolazioni delle tribù
dell’interno sempre più primitive e più scontrose od intrattabili, molto
differenti da quelli delle zone costiere o marittime, come logica conseguenza
diretta del contatto umano continuo con gente dell’estero, con la quale sono
più familiarizzati e per questo motivo più trattabili Analizzare i motivi della Guerra Italo Turca dopo quasi
100 anni non sarà necessario, dato che il lettore interessato al caso ha a sua
disposizione una bibliografia copiosa, eccellente ed amplia, sul tema. Quello che è sicuro è che il Regno d’Italia, si trovò
indotto in quest’avventura coloniale e quasi spinto ad essa, contando
anticipatamente sull’appoggio di Francia, Inghilterra, Germania, Russia e
persino della Chiesa romana ecc, dato che la presenza di una colonia turca in
questa posizione strategica sul Mediterraneo, era per lo meno poco comoda. L’apertura del Canale di Suez aveva valorizzato
enormemente la posizione strategica mediterranea della Libia. Peró, agli inglesi non piaceva l’idea di avere una
frontiera in comune con Per questo motivo la soluzione che Inoltre era conosciuto il malessere dei libici delle città,
per gli abusi dei turchi e, la guerriglia contro loro, era di dominio pubblico. Tutto ciò convinse l’Italia ad attraversare il
Mediterraneo aprendo così una fonte di lavoro per gli italiani per frenare, in
questo modo, l’emigrazione degli stessi, verso le due Americhe. All’inizio dell’ostilità fra Turchia e Italia, i
berberi, beduini ecc. dell’interno dimenticarono la loro opposizione verso i
turchi, anzi al contrario, si unirono a questi creando così una lotta armata di
guerriglia, fatta di attentati, assassinii, torture e mutilazioni, verso
qualsiasi italiano, sia civile o militare, che fosse capitato nelle loro mani. Non vi furono “prigionieri italiani” nella guerra del
1911, perché dopo averli presi, venivano torturavano e poi li ammazzavano
tutti!!! Poco dopo sbarcati, gli italiani come ho già
detto, si trovarono in un ambiente inaspettatamente ostile e molto ben
manipolato dai turchi, adesso amici
dei nativi. Gli arabi delle città furono minacciati e
sottomessi dai beduini e persino dovettero pagare loro “tributi”. E la guerra, che avrebbe dovuto esser breve e
relativamente facile, costò, prima che si trasformasse in una vera “Pace”:
venti anni di lotte e migliaia di morti fra i due contendenti. La guerra con Per conoscere meglio ció che successe dopo i
quindici giorni dello sbarco degli italiani a Tripoli, in Sciara Sciat, nel 1911
é meglio leggere testualmente ció che v’é nella
documentata “STORIA d’ITALIA”, www.cronologia.leonardo.it
e soffermarsi all’anno 1911. “Il 26 novembre 1911, sotto la direzione del
generale CANEVA e al comando del generale De Chaurand Nella moschea e nel villaggio di Henni e nel
cimitero di Chui gli italiani poterono costatare l'inaudita ferocia del
nemico e i corrispondenti esteri guardando i soldati barbaramente mutilati nelle
giornate del 23 e 26 ottobre denunziarono al mondo civile le barbarie degli
arabi e dei turchi della cui sorte esso si era fino allora preoccupato e
lagnato. Uno di questi corrispondenti, quello del “ Journal",
così scriveva: "Ho visto in una sola moschea diciassette italiani
crocefissi con i corpi ridotti allo stato di cenci sanguinolenti e informi; ma i
cui volti serbano ancora le tracce di un'infernale agonia. Si è passata per il
collo di questi disgraziati una lunga canna e le braccia riposano su questa
canna. Sono stati poi inchiodati al muro e morirono a fuoco lento fra sofferenze
inenarrabili. Dipingervi il quadro orrendo di queste carni decomposte che
pendono pietosamente sulla muraglia insanguinata, è impossibile. In un angolo
un altro corpo è crocefisso ma siccome era quello di un ufficiale si sono
raffinate le sue sofferenze. Gli si cucirono gli occhi. Tutti i cadaveri ben
inteso erano mutilati evirati in modo indescrivibile e i corpi apparivano gonfie
come informe carogne. Ma non è tutto! Nel cimitero di Chui che serviva di
rifugio ai turchi e donde tiravano da lontano potemmo vedere un altro
spettacolo. Sotto la porta stessa di fronte alle trincee italiane cinque soldati
erano stati sepolti fino alle spalle; le teste emergevano dalla sabbia nera del
loro sangue: teste orribili a vedersi; vi si
leggevano tutte le torture della fame e della sete. Devo ancora parlarvi di
tutti gli altri orrori, devo descrivere tutti quegli altri corpi che sono stati
trovati sparsi nei palmeti fra i cadaveri degli indigeni? Lo spettacolo è
indescrivibile. È un calvario spaventoso del quale ho seguito le fasi con le
lacrime agli occhi, pieno d'immensa pietà pensando alle madri di quei
disgraziati figliuoli". E GASTONE LEROUG, corrispondente del Matin
scrisse: I piccoli bersaglieri caduti il 23 ottobre non morirono solamente
da eroi ma anche da martiri. Non trovo parole adatte per esprimere l'orrore
provato oggi quando in un cimitero abbandonato abbiamo scoperto questi miseri
avanzi. Nel villaggio di Henni e nel cimitero arabo era stato operato un vero
macello: degli ottanta infelici fatti prigionieri i cui cadaveri si trovavano lì
è certo che almeno la metà erano caduti vivi nelle mani degli arabi e che
tutti sono stati portati in questo luogo cintato da mura dove gli arabi erano al
riparo dal piombo italiano. Allora è avvenuta la più terribile e ignobile
carneficina che si possa immaginare. Si sono loro tagliati i piedi, strappate le
mani, evirati e poi sono stati crocefissi. Un bersagliere ha la bocca squarciata
fino alle orecchie, un altro ha il naso segato in piccoli tratti, un terzo ha
infine le palpebre cucite con lo spago da sacco. Quando si pensi che due ore
prima di cadere questi eroi avevano diviso amichevolmente il rancio con gli
arabi che dovevano torturarli, non si può non provare un indicibile senso di
stupore e di orrore.” Fonti
citazioni e testi Prof. PAOLO GIUDICI - Storia
d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini 1930 Nella battaglia di Sciara Sciat participó pure il Regg. XXI° d’Artiglieria italiano. Questo Reggimento fu negli anni ‘30
trasferito a Bengasi, alla Berca (Fuheiat) e participerá nel 1941 alla
conquista di Sidi El Barrani e Marsa Matruk (Egitto), agli ordini del Gen
Maletti. In questo Regg.to Il Primo “Gruppo” di
fuoco era comandato dal Serg. Carmelo.A.Musmarra, (mio fratello)
L’inizio di tale guerriglia e la marcata repressione
italiana si possono far coincidere con il molto deplorabile genocidio di Sciara
Sciat, realizzato dai turchi e dai beduini, con i quasi ottanta prigionieri
italiani catturati nella battaglia omonima, che, nella sua prima fase, fu
favorevole ai turchi beduini e dopo immediatamente agli italiani. Come risposta a
quanto successo a Sciara Sciat, dopo pochi giorni arrivò in Libia una
squadriglia di aerei seguita poi da dirigibili. Il giorno 1
Novembre del 1911 fu eseguito il primo bombardamento aereo nella storia
dell’umanità con un aereo BLERIOT guidato del Tenente GIULIO GAVOTTI che
gettava con la mano, dalla cabina di volo, bombe di La prima conseguenza di Sciara Sciat non si fece
aspettare.
1911 Dalle costatazioni
sul genocidio di Sciara Sciat ed al vedersi di fronte a orde selvagge primitive,
gli italiani dovettero necessariamente adottare misure di sicurezza e di
controllo, estremamente severe per mantenere l’ordine interno.
1912 Qualsiasi beduino che fosse stato trovato armato nelle sue
Oasi, case o qualsiasi altro posto, sarebbe stato giudicato dalla Giustizia
militare con la pena di morte, mediante la forca. Le misure furono esemplari e includevano anche i
collaboratori dei beduini, fossero familiari o amici. I ribelli che avessero commesso reati minori, furono
inviati nelle Isole Tremiti o all’isola di Ustica, in Italia, posti questi
dove furono sempre confinati gli oppositori politici romani, italiani, ecc Nel 1911
furono confinati alle Tremiti, circa milletrecento libici,
che si opponevano all'occupazione coloniale italiana. A distanza di un anno, circa un terzo di
questi erano già morti. L'arcipelago però continuò a svolgere la sua funzione di
confino anche per gli italiani, ospitando tra l'altro anche il futuro Presidente
della Repubblica Sandro
Pertini e Amerigo
Dumini. Nel 1932
l'arcipelago divenne comune autonomo, con la denominazione di Comune di Isole
Tremiti. Oggi è un posto per il Turismo Internazionale. Solamente così si riuscì parzialmente a mantenere un
poco di sicurezza, non solo per i militari, ma anche per i civili italiani,
stranieri ed arabi delle città, tanto più perché, nel Maggio del 1914,
l’Italia entrò in guerra contro l’Austria ed i problemi libici passarono in
secondo piano, mantenendosi colà, solo piccole guarnigioni militari, nelle
postazioni costiere strategiche. TERMINA LA 1° GUERRA MONDIALE Solo una volta finita Mi preme raccontavi adesso, un episodio familiare,
capitatoci in quel tempo: Il marito di una mia cugina che, dopo aver aperto un
negozio di moda femminile in Via Torino a Bengasi chiamato “Città di
Firenze”, mentre con la sua impresa costruiva la strada da Bengasi a Benina,
fu sorpreso assieme ad altri lavoratori, dai ribelli beduini e fu torturato ed
ucciso. Lo distesero al suolo e dopo avergli buttato sopra la pancia della brace
di carbone, gli fecero bollire addosso, il loro te, usandolo come un fornello
umano. Terminata Vi furono vari cambi di Governatori, i quali cercarono di
arrivare ad un accordo coi senussiti cirenaici e
finalmente si firmò un atto molto importante: “Il
Trattato di Regima”, che in pratica
non servì a nulla poiché i beduini non lo rispettarono mai.
Ebbero concesso un’amministrazione autonoma, sempre sotto sovranità
italiana, delle quattro più importanti oasi dell’interno: Giarabub,
Cufra, Augila, Gialo ed una bandiera propria regionale, (tutta verde, il
colore che simbolizza TRATTATO DI REGIMA. Il testo dell'accordo con Mohammed Idris era stato
predisposto il 21 ottobre 1920. Il giorno successivo, Sforza inviava il seguente
telegramma a Imperiali (Ambasciatore italiano a Londra) «Regio
Governo è venuto a un'intesa col Saied Idris
el-Senussi per perfezionare in rapporto con la situazione presente
della Cirenaica il noto modus vivendi con Saied Idris stesso, rimanendo ben inteso nei limiti dell'accordo
segreto del 31 luglio 1916 concluso fra Italia ed Inghilterra. Restando appunto
nei detti limiti il Governo per propria delegazione, affida al Saied
Idris l'amministrazione autonoma di alcune oasi dell'interno, in modo e forma
che resti chiaramente integra ora e sempre la sovranità dell'Italia su tutta Il
25 ottobre I
senussiti firmarono l’accordo di Regima, peró dopo non lo rispettarono in
assoluto ed allora, la situazione
mutava negli anni successivi in seguito al sorgere di difficoltà con il Senusso,
circa l'attuazione dell'Accordo di Regima. Il 29 aprile 1923, infine il Ministro
d'Italia al Cairo Aldrovandi Marescotti, inviava al nuovo Ministro delle
Colonie, Federzoni il seguente telegramma: “Ho inviato al Senusso seguente
comunicazione: "All'Emiro Saied Mohamed Idris el Senussi. Heliopolis. Ho
l'onore di comunicarvi che il Governo italiano ha dovuto prendere in
considerazione la sistematica violazione da parte vostra degli accordi già
intervenuti tra il Governo italiano e voi. Tale violazione è giunta al punto
che voi avete stretto segreta intesa con i ribelli della Tripolitania ed avete
usurpato la sovranità italiana in entrambe le Colonie libiche accettando
emirato su di esse. Debbo pertanto dichiararvi d'ordine del mio Governo che il
Governo del Re denunzia gli accordi intervenuti tra il Governo italiano e voi.
Firmato: Aldrovandi, Inviato Straordinario e Ministro Plenipo-tenziario di Sua
Maestà il Re d'Italia."». (Aldrovandi Marescotti a Federzoni Il Cairo
29 aprile 1923 h. 11.00 ASE P 1919-30 1397)” Tutta
questa corrispondenza ha solo lo scopo di dimostrare che l’Italia offrí ai
sennussiti, varie opportunità, accordi, e concessioni, mai rispettati poi da
loro. In vista dell’inutilità di fare accordi con loro,
l’Italia finalmente mandò come Governatore della Libia il Generale Rodolfo
Graziani il quale riuscì ad isolare i senussiti tagliando loro ogni possibilità
di ricevere continuamente rifornimenti ed armi dalla frontiera, prima
inesistente, con l’Egitto. Egli evidenziò la frontiera dal mare mediterraneo,
fino a Giarabub con del filo spinato e fece pattugliare con gli aerei tale
frontiera per evitare il passaggio di carovane con merci di contrabbando,
cammelli, armi, e munizioni oltre a uomini per
i senussiti. Santa medicina!! I
senussiti rimasero isolati e i loro assalti si ridussero drasticamente. La lotta frontale contro i ribelli senussiti non poteva più
evitarsi. FINISCE FINALMENTE Con Graziani e la sua strategia, i ribelli dovettero
ridurre le loro attività ad assalti sporadici e meno frequenti però non per
questo meno mortali, finché il giorno 11 settembre Uno Zaptie, (carabiniere indigeno, aggregato alle truppe
italiane) lo riconobbe Omart Al Muktar fra i prigionieri beduini catturati,
e lo indicó all’ufficiale italiano. IL PROCESSO DI OMAR AL MUKTAR Durante il processo, Omar Al
Muktar disse al Giudice che lo interrogava: “GLI ABITANTI DELLE CITTA’, MI ODIANO, PERCHE’ IO PORTO LORO MALA SORTE
ED IO POI, LI ODIO, PERCHE’ LORO NON AIUTANO “IO
ED I MIEI UOMINI, SIAMO DECISI A MORIRE PER “IO
NON MI PENTO DI CIO’ CHE ABBIA FATTO, PERCHE’ QUESTA È STATA Il Giudice, rispose a Omar Al
Muktar: Lei ha detto: “DIO MI HA ABBANDONATO“. E se
LUI non lo salvò, adesso è
E’ evidente che per Omar Al
Muktar, gli italiani erano gli “infedeli” per eccellenza. Lui lottò per una
“Causa religiosa”, non per altri motivi politici o sociali.
Lui era un fervente
fondamentalista religioso islamico e maestro nella diffusione del Corano e
vedeva in ogni soldato italiano un Crociato, un avversario della religione
islamica e questo, secondo me, fu un fatale errore. Egli non lottò per
l’Indipendenza della Cirenaica o della Tripolitania ma affinché l’Islamismo
non scomparisse da queste regioni, cosa questa che l’Italia né pensò né
avrebbe potuto pensarlo, in nessun momento. Tutto era lontano da
quello che avvenne il 18.03.1937 quando gli ULAMA, riuniti a Gerusalemme assieme
ad altri islamici, decisero di donare a Benito Mussolini, a Tripoli, una
“Spada dell’Islam”, proclamandolo
inoltre “Difensore dell’Islam” e dicendogli le seguenti parole: “Vibrano
accanto ai nostri, in questo momento, gli animi dei musulmani di tutte le sponde
del Mediterraneo, che pieni di ammirazione e speranza vedono in te, il grande
uomo di Stato che guida con le mani ferme il nostro destino.” Questo cambio radicale di
opinione posteriore, dimostra quanto si erano sbagliati i beduini e come
l’Italia non era antislamica . Errare humanum est! Quando Omar fu processato, molto coraggiosamente, confermò
i suoi crimini e la sua responsabilità nei massacri, tutti fatti per difendere
la religione islamica. E le sue ultime parole, con il Corano in mano, furono: “Da Dio veniamo e a Dio torniamo” Omar Al Muktar fu impiccato il 16 di Settembre 1931
all’alba. Ad essa assistette, tra gli altri, una mia zia che aveva
una panetteria nella Piazza principale di Soluck: Pasqualina Valastro, nata ad
Alessandria d’Egitto. Un’immediata e molto anelata Pace seguirono dopo. Un’epoca di fraternità si sparse per tutta Inoltre, in quell’epoca, fu l’Italia che scoprì, il
Petrolio in Libia. Non posso omettere di ricordare, forse perché é una
notizia a me più cara, dato che riguarda la mia professione di “Ingegnere
Petrolifero”, (specializzato in prospezione geofisica del Petrolio), che poco
prima della seconda guerra mondiale, l’allora Governatore della Libia,
Maresciallo Italo Balbo, aveva mandato a chiamare il brillante Conte,
Professore, Geologo italiano: Ardito
Desio, per fare una prospezione geologica-geofisica ad Agedabia, in cerca di
acqua (come spesso succede, così come e´ successo in Argentina il 13.12.1907)
e lui in forma molto segreta, riuscì a perforare a più di 2.000 metri,
(quando, le massime profonditá di perforazioni, ottenute nell’ epoca, nei
paesi petroliferi, non arrivavano a 1.000 metri), estraendo campioni di sabbie
impregnate di insperato Petrolio:
(Corriere della Sera, 16/Gennaio/2000, pag21, terza pagina); e mio fratello,
sottufficiale di Artiglieria del 21 Regg. a Bengasi, custodí un tempo, il
Giacimento acquifero-petrolifero. Questo notevole sviluppo, fu sospeso solo nel 1940
all’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Come conseguenza della perdita della Libia da parte
dell’Italia, essa rimase fino al 1951 come Protettorato inglese e francese
sotto l’autorità dell’ONU In seguito i libici, giá emancipati, potettero
riorganizzarsi e avere l’Indipendenza che fu concessa loro dall’ONU come “Regno
Unito di Libia” sotto l’egida di Mohamed
Idriss Al Senussi, unica autorità con precedenti storici
condivisi con i nativi che avevano obbedito ad Omar Al Muktar: l’ex
braccio armato della Senussia, dando così origine alla nascita del :
DEL REGNO UNITO DI LIBIA 24-dicembre-1951 Questo potrebbe, esser stato o non, il primo passo
strategico per arrivare poi, eventualmente, a una moderna Repubblica. Quanto segue posteriormente é quasi storia recente e
sorpassa i limiti da me proposti per questa breve rievocazione
storico-sentimentale, fatta da un italiano nato a Bengasi, che nutre per questa
città un amore analogo a quello del “Primo Amore” nella vita di qualsiasi
essere umano. BANDIERE SUCCESSIVE
LIBICHE
Bandiera dal 19.Nov.1977 P.S. I
miei ringraziamenti, all’amico ed ex compagno di scuola nell’Istituto
Ing.J.A.Musmarra
musmarra@hotmail.com
Buenos Aires
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