Bengasi         

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Ultimo aggiornamento Lunedì 26 Luglio 2010

Il passato è ciò che ti ricordi, che immagini di ricordare, che ti convinci di ricordare  o che fingi di ricordare.

The past is what you remember, imagine you remember, convince yourself you remember, or pretend to remember.  

 

                                         

 

Questa pagina è dedicata a Bengasi, città della Libia nord-orientale capoluogo della Cirenaica, ubicata sull'estremità opposta a Tripoli nel golfo della Sirte.  Seconda città della Libia per dimensioni, Bengasi  dispone un porto sul mare Mediterraneo  e di un aeroporto internazionale, Tra le attività principali della regione l'agricoltura, la pesca e l'allevamento di ovini.  Bengasi sorge sul luogo dell'antica colonia greca di Esperide. Fu dominio dei turchi  fino alla conquista da parte degli italiani (1911) e poi protettorato inglese fino alla proclamazione dell'indipendenza della Libia (1951).

This page is devoted to Bengasi, city of Libya north-oriental chief town of the Cirenaica, situated on the opposite extremity to Tripoli in the gulf of the Sirte. Second city of Libya for dimensions, Bengasi prepares an I bring on the Mediterranean sea and of an international airport, Among the principal activities of the region the agriculture, the fishing and the breeding of ovine.  Bengasi rises on the place of the ancient Greek colony of Esperide. It was dominion of the Turks up to the conquest from the Italian (1911) and then English protectorate up to the proclamation of the independence of Libya (1951). 

 

Bengasi e la Cirenaica

Come doveva essere Bengasi

 

 

wpe27.jpg (124603 byte) Piano regolatore redatto negli anni '30 dagli architetti Ottavio Cabiati, Guido Ferrazza, Alberto Alpago-Novello

wpeD.jpg (52943 byte) Progetto Piazza 28 Ottobre e palazzina del vice-governatore

wpe22.jpg (33607 byte)  Realizzazione 

wpe24.jpg (59680 byte) 1970

downtownbenghazi.jpg Oggi

 wpeF.jpg (280664 byte) wpe11.jpg (180679 byte) Cattedrale con il campanile mai costruito e particolare della parte absidale

wpe19.gif (73203 byte) Cattedrale

wpe1B.jpg (41064 byte) Cattedrale

wpe13.jpg (54287 byte) Inizio di Viale della Vittoria e palazzi dogana

wpe19.jpg (51624 byte)  wpe22.jpg (64881 byte)  wpe29.jpg (38703 byte)  wpe2D.jpg (177935 byte)

Varie vedute e particolari di Viale della Vittoria

wpe2B.jpg (71097 byte) Progetto della Cassa di Risparmio della Cirenaica 

wpe15.jpg (37201 byte)  Palazzo della Cassa di Risparmio

wpe12.jpg (37123 byte) Teatro Municipale

wpe1.jpg (36333 byte) Piazza Ammiraglio Cagni

wpe17.jpg (40151 byte) Piazza del Re

wpe1.jpg (170562 byte) wpeD.jpg (29942 byte) Palazzo Nobile Albergo Italia

wpe10.jpg (74987 byte) 1935 Panorama di Bengasi dall'alto 

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Stazione ferroviaria

Bengasi Ponte della "Giuliana"

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BENGASI

i miei ultimi ricordi d’infanzia

10 - 06 -1940    01- 02 -1941

Da pochi giorni erano cominciate le vacanze scolastiche per l'Estate e il caldo africano era cominciato e come si notava!  Stava per terminare una di quelle comuni tormente di GHIBLI e nel pomerigio, nessuno osava camminare per le strade. Io avevo ultimato le lezioni nella mia Scuola Elementare, all'Istituto LA SALLE.

Stavo attraversando la Piazza Municipio, (adesso “Omar El Muktar”) in direzione della via Kasser Ahmed, forse per andare all’Istituto La Salle, sito nella via Fiume, per informarmi quando avrei potuto ritirare la mia Licenza Elementare.

Ero appena arrivato in detta Piazza, al lato della Moschea musulmana Giama El Chebir”, adiacente al mercato arabo Suk el Dlam”, quando vidi un assembramento di persone che ascoltavano alcuni altoparlanti che informavano che l’Italia era entrata in guerra a fianco della Germania, contro l’Inghilterra e la Francia.

Era il giorno 11 giugno 1940, alle ore 13,30 circa.

Gli altoparlanti del Municipio di Bengasi ne davano l’informazione, però Benito Mussolini aveva dichiarato la guerra il 10 di Giugno, all’imbrunire, a Roma, evidentemente le comunicazioni con la Libia erano “lente”.

Data la mia età, non mi fu facile capire bene il significato di quei continui comunicati, alternati con solenne marce militari ed inni fascisti.

Avevo 12 anni e 3 mesi e andavo all’Istituto per ritirare, come dicevo, la “mia” Licenza, per poi presentarla alla Segretaria della Scuola Media, alla quale dovevo ora iscrivermi e sita nella stessa Via Fiume. Peró, considerato l’insolito movimento nella Piazza, ripresi la via Sidi Salem, passai sotto l’arco, e dopo percorsi la via Sidi Oman e quidi Sidi Said per tornare al nº 46, della via dove abitavo per, commentare l’accaduto coi miei.

All’incrocio fra Sidi Oman e Sidi Said vi era un “almacen”, era pieno di arabi che festeggiando l’inizio della guerra, che secondo loro, era contro gli “ebrei”, ragion per la quale gli ebrei della zona si rinchiudevano tutti nelle loro case e mettevano davanti le loro porte, bandiere italiane per cosí far credere agli arabi che li abitavano famiglie italiane e cosí evitare eventuali problemi. La presenza immediata dei carabinieri italiani e di quelli arabi, gli Zaptié, evitó che le cose si complicassero per gli ebrei.

 La mia casa aveva: alla sua destra, una casa di ebrei e alla sinistra una di arabi, eccellenti persone in tutti e due i casi, di fronte avevamo la casa del Maresciallo dei carabinieri con la sua famiglia. Avevano una bambina di nome “Mara” di circa 3 o 4 anni.

Le notizie che venivano trasmesse da Radio Roma erano confuse, euforiche ed ottimistiche e piú che altro sembrava che si stesse festeggiando qualcosa di importante ma facile.

         Giá all’imbrunire, la notizia si era sparsa in tutta la città e solo si notava tra la gente eccitazione mista ad allegria.

Il ventidue di Giugno, solamente dodici giorni dopo il nostro ingresso nelle ostilità, la Francia si arrendeva, naturalmente per merito unico dei tedeschi. Il Maresciallo Petain, il militare più decorato della Francia, firmava l’armistizio e collaborava attivamente coi tedeschi.

         Mio fratello Melo si trovava attestato col suo 21° Reggimento di Artiglieria motorizzata nella ”Ridotta Capuzzo”, lungo la frontiera con l’Egitto, gia da vari mesi mentre Dante, fidanzato di mia sorella Lina, era attestato nella Difesa Costiera della Regia Marina a Bengasi.

La mia famiglia era composta dai miei genitori (44 anni e 40 anni ) da due fratelli: (Melo: 20 anni e Tanino: 16 anni) ed una sorella (Lina:18 anni), una famiglia giovane ed affiatatissima!  Eravamo realmente uno per tutti e tutti per uno.

Mia madre era la regina della casa e mio padre reggeva la sua ditta di autotrasporti composta da quattro autocarri: un ”FIAT 21” , due “FIAT 34” ed un “LANCIA 3RO”. I due “ 34” avevano il rimorchio e tutti erano con motori Diesel, dedicati al trasporto di merci, (poiché in Libia, non esistevano “linee ferrate”), e una vettura: Fiat “Balilla”, credo, mod.’38. Il Garage dei camioni era al Fuheiat, nell’area del “Ristorante ed Hotel BOSCO LITTORIO”, allora conosciutissimo perché vi alloggiavano sopratutto gli ufficiali di alto rango.

Questo Ristorante e Hotel, era l’unico che a Bengasi, quando per qualsiasi motivo mancava la corrente, aveva luce elettrica, giacchè aveva gruppi elettrogeni propri. La sua ubicazione era la seguente: uscendo dalla Berca (km 5) per andare all’aeroporto di Benina (km.20), all’ottavo km, sulla sinistra (Lato Sud) vi era una Caserma per un Reggimento di Ascari (soldati eritrei), poco piu´ avanti vi era la caserma del 21° Reggimento  di Artiglieria, (dove prestava servizio mio fratello Melo, come Sergente), poco pi’u avanti ancora vi era a destra, il Giardino Zoologico chiamato “Bosco Littorio”.

Mio zio Angelo Valastro, in Libia sin dal 1912-1913, appena occupata, fu uno dei pionieri di Bengasi. Lui, realizzò la prima “tranvia” a cavallo che univa la Berca con Bengasi (circa 5 km ). Quasi di fronte al Giardino Bosco Littorio, e fece costruire un grande e moderno Hotel Ristorante che chiamó pure Bosco Littorio.

L´Hotel aveva terreni, dove si facevano pure corse di cavalli, luoghi per giocare con le Bocce, piscine per bagnarsi, autorimesse, e vivai di fiori, con grandi riserve di acqua, la cui distribuzione, agli arabi della zona, era gratuita. Le domeniche, tutte le riunioni familiari dei Valastro e dei Musmarra si realizzavano al “Bosco Littorio”

Mio fratello Melo, arruolatosi volontario nell’Esercito, aveva da pochi mesi finito il suo corso nell’Accademia militare di Tripoli ed era stato destinato al 21° Reggimento di Artiglieria con sede al Fueihat (Bengasi), pure vicinissimo all’Hotel Ristorante Bosco Littorio del nostro zio Angelo, però vi rimase solo pochi mesi poiché il suo Reggimento, per apparenti esercizi militari, per “manovre”, fu traslocato quasi nella sua totalità, dal Fueihat alla Frontiera con l’Egitto (sic!) nel mese di Marzo o Febbraio 1940, ed il dieci di Giugno,(allo scoppio della Guerra) già si trovava in prima linea, nella Ridotta Capuzzo, di fronte a Sollum (Egitto, inglese).  

Mio fratello Tanino stava con noi a Bengasi e lavorava nel ”Patronato Nazionale per l’Assistenza Sociale”, nel quale era entrato, appena si era diplomato Ragioniere. Mia sorella Lina stava in casa.

Fatte queste precisazioni, sará ora più facile andare avanti. 

Nei giorni seguenti al dieci di Giugno, l‘ottimismo era elevato, infatti il ventidue di Giugno la Francia si arrendeva e dopo pochi giorni, le truppe italiane in Africa Orientale, occupavano BERBERA, capitale della Somalia britannica, mentre i nostri alleati e camerati tedeschi, in Europa avanzavano strepitosamente su tutti i fronti.  La vittoria era sicura, la guerra non si sarebbe prolungata più del prossimo 15 di Agosto per i più ottimisti, mentre i meno ottimisti, dicevano che la guerra doveva esser necessariamente una blitzkrieg” (guerra lampo) da vincersi in meno di due anni, altrimenti l’avremmo persa senza dubbio. (Questi ultimi, disgraziatamente, furono profeti.)

Una cosa strana successe la notte dell’undici giugno alla frontiera tra la Cirenaica e l’Egitto.

Gli inglesi, fecero prigionieri nella Ridotta Capuzzo (Ex Sidi Omar), vari soldati e ufficiali italiani in un breve “raid comando”, senza nemmeno sparare un colpo, dovuto al fatto che ancora l’esercito italiano alla frontiera “non sapeva” che già eravamo in guerra.

Melo, mio fratello, raccontava poi la ”faccenda”, meravigliato, giacché lui si trovava nella Ridotta Capuzzo e non fu preso prigioniero, per pura casualità.

Peró torniamo a Bengasi, ov’ero io e tutta la mia famiglia.      

La guerra, inaspettata, non fu cosí, sebbene per alcuni mesi le cose siano andate bene in Libia. Infatti, gli italiani eran entrati in Egitto ed erano arrivati pure a Sidi El Barrani il 15 di Settembre 1940 e più esattamente fino a MAKTILA ( 25 km ad est di Sidi El Barrani), e Melo dal fronte, ottimista, ci prometteva di portare “un portafoglio con pelle d’inglese”. Ci diceva lui, che, quando al Fronte lui stesso caricava il suo cannone 105/28, baciava il proiettile e gli diceva: ”Oh Dio, fagli fare il massimo effetto contro il nostro nemico”.

Per l’allegria e l’entusiasmo suscitato da quest’occupazione ed avanzata italiana, su Sidi El Barrani, il Prefetto di Bengasi: l’On. Epifani, organizzó una festa, per il 16 Settembre, alle ore venti, onde fare un discorso riferito all’evento, nella Piazza della Prefettura, però tale discorso, non si poté concretare perché nel momento in cui avrebbe dovuto cominciare,suonarono per la prima volta a Bengasi, le  sirene d’allarme e tutta la gente si disperse allarmata velocemente: erano le ore venti circa di quella sera!

Aerei inglesi avevano attaccato e bombardato l’aeroporto militare di Benina ( 20 km da Bengasi).  Poi, verso le 21,30 ricominció, il silenzio!  Più tardi, a mezzanotte, si sentí uno strano avvicinarsi di aerei, ricordo che mia madre disse: ”Meno male, stanno arrivando i nostri”, ed immediatamente una volta ancora l’allarme con la risposta dell’artiglieria antiaerea italiana, che allora ci sembrava poderosa e che dopo vedemmo, quanto era ridicola!.  Non ricordo dov’era mio padre, peró mia madre, Lina, Tanino, il gatto, ed io ci mettemmo sotto il letto, sicuri così di stare protetti.  I boati delle bombe ci stordivano, non capivamo nulla, non avevamo nessuna esperienza né conoscimento. Saranno state due ore di bombardamento, peró a noi sembró un secolo e quando tutto finí, perfino, pensammo che l’artiglieria nostra avesse distrutto tutti gli aerei incursori....e invece nó, neanche uno come semplice dimostrazione; l’inesperienza, la poca ed arcaica Difesa Antiaerea, obbligò ad usare contro gli aerei, l’artiglieria costiera della marina, che in quell’epoca era unicamente per bersagli marittimi, inoltre il bombardamento dell’aeroporto militare di Benina, aveva inutilizzato i caccia militari e le piste per il loro decollo, per poter difendere eventualmente lo spazio aereo bengasino.

Il giorno seguente uscimmo da casa, e vedemmo distruzioni di edifici interi, feriti, morti e mutilati che erano prelevati dalle macerie, da Esercito, Croce Rossa, pompieri, volontari, ecc. ecc.  Melo, stava a Sidi El Barrani, ed venne a Bengasi verso Novembre per ritirare munizioni e portarle al fronte marmarico, assieme ad un gruppo di soldati del suo reggimento. Nel tragitto, dal fronte a Bengasi, durante un bombardamento a Derna, dove stava passando, in un rifugio sotterraneo, s’incontrò improvvisamente con mio padre, rifugiato, pure lui, nella stessa caverna: cose del destino!!!     Noi eravamo sfollati nel Villaggio Baracca ( 80 km ad  Est di Bengasi), da varie settimane, giacchè i bombardamenti a Benagasi erano troppo frequenti: due, tre e quattro volte al giorno.

 

 

IL GOVERNATORE GENERALE DELLA LIBIA: MARESCIALLO ITALO BALBO

Intanto, nello stesso mese di Giugno in cui era cominciata la guerra, il giorno 28, alle 17,30, Il Governatore della Libia, Maresciallo Italo Balbo, nel tornare con il suo aereo, da una missione militare, fu abbattuto sopra la rada di Tobruk dall’artiglieria dell’incrociatore SAN GIORGIO per un “errore”. ( Si disse molti anni dopo, che lui sarebbe andato in Egitto per cedere agli inglesi, la Colonia Libia e dichiararla indipendente, ragion per la quale il servzio segreto lo avrebbe condannato a morte prima che tornasse a Bengasi, potendogli cosi dare onori militari ed occultare il fine della missione, evidentemente strana, evitando così di farlo passare come un traditore dell’Italia e del Fascismo, di cui lui era uno dei quattro fondatori, assieme a Mussolini.

Il suo corpo si distrusse. Io sono stato a salutare, assieme alla mia mamma, la sua salma, nella Palazzina del Governatore, dove solo si vedeva la bara funebre che lo conteneva (si presume) e sopra la stessa, la sua sciabola dorata, il suo cappello militare bianco di Maresciallo dell’Aria e la bandiera italiana: Era, ricordo, il 30 di Giugno od il 31, del 1940.  Sembra che lui si fosse accorto dall’inizio che l’entrata in guerra , sarebbe stato un gravissimo errore politico per l’Italia. Lui grande fascista, era l’unico che aveva la forza e il coraggio di contestare ciò, direttamente a Mussolini, e si dice che questi nel 1934, l’abbia mandato come Governatore in Libia per toglierselo di torno.

Nel 1938 ebbe un forte scontro col Duce per non volere accettare la legge sulle questioni razziali, e che dimostró chiaramente con la sua legge del “Suà-Suà”, nello stesso 1938: vedi Corriere della Sera del 24-12-2005. Fu un gran protettore degli arabi.

In quanto alla sua morte accidentale, sorsero varie versioni, la verità credo non si conoscerá mai.   C’é un libro di Mondadori:  “Tobruk 1940, la vera storia della fine di Italo Balbo”, che presenta una versione abbastanza documentata.

 

03.10.1940, GIOVEDì

Da varie notti, in conseguenza dei continui bombardamente inglesi su Bengasi, all’imbrunire sfollavamo da Bengasi andando a “DRIANA” a 34 km a est, (l’ex Adrianopolis, fondata dall’Imperatore Adriano), sulla “Litoranea Balbia”. Un paesello desolato, con un lago circondato da palme e quattro casette rustiche, arabe. Di notte si poteva dormire o osservare i bombardamenti su Bengasi, come se stessimo assistendo ad un film, la mattina tornavamo a Bengasi. Dormivamo al lato del lago in piccole tende. Intanto, nasce a San Paolo del Brasile, una bambina: Elisa Sgarzi, figlia di Manilo e di Paulina Martins, (lui italiano e lei brasiliana d’origine portoghese), nel quartiere “Ipiranga”, persona che entro diciassette anni avrebbe cambiato la mia vita e il mio destino!   Io avevo dodici anni,6 mesi e 22 giorni.!

Quando Italo Balbo fu abbattuto con il suo aereo, Melo, lo vide cadere, perché si trovava a Tobruck per motivi militari. Si disse pure che l’errore fu voluto da Mussolini stesso, che non sopportava l’eccessivo protagonismo che aveva acquisito Italo Balbo, in Libia, sopratutto da parte degli arabi che per lui avevano una speciale predilezione. Fu lui, fra le altre cose, l’autore della legge del Suá-Suá” per la quale gli arabi avevano gli stessi diritti e doveri degli italiani ed avevano inoltre la stessa nazionalità (Suá-Suá vuol dire infatti “uguale-uguale). In realtà questa legge, già si praticava da molto tempo, prima che la stessa nascesse, per questo motivo io ebbi come compagni nell’Istituto La Salle diversi arabi mussulmani, uno dei quali: Mohammed Mousa fu poi Ministro delle Relazioni Estere del Re Idriss El Senussi, quando gli inglesi formarono in Libia, un loro Regno satellite: The United Kingdom of Lybia e del quale io, da Buenos Aires, fui un correspondente della stampa locale. Durante uno dei tantissimi bombardamenti notturni a Bengasi, una notte, mentre stavamo tutti rifugiati nel rifugio della famiglia Costa, amicissimi di famiglia e vicini di casa, che stava sotto il loro edificio di quattro o cinque piani, all’angolo tra la via Generale Briccola e la Piazza Municipio, io, assieme ad ANTONIO COSTA, (nato a Bengasi il 19.12.1926 e morto a Roma il 24.02.1942 come profugo della Libia), unico figlio maschio dei Costa, quasi mio coetaneo e molto amico, scoprimmo un caso di spionaggio, importante.

Dato che a Bengasi vi era, fra le altre,una discreta comunitá di indiani (sudditi britannici) era logico che vi fosser pure spie. Antonio ed io, una notte durante il bombardamento aereo, uscimmo dal rifugio per vedere nell’oscuritá, se vi era qualcuno di notte che forniva informazioni ai piloti degli aerei inglesi per mezzo di segnali luminosi.  Oh che sorpresa! In pieno bombardamento, dal quarto piano dell‘edificio Costa, da una finestra scoprimmo una trasmissione luminosa in MORSE. Immediatamente informammo la Polizia, e in pochi momenti, questa venne e prese i cinque indiani, “spie”, che si erano nascosti sotto i letti o dentro gli armadi attaccapanni e che li portò via. L’indomani non ci furono bombardamenti, e dopo, per molto tempo, gli aerei inglesi, bombardavano ciecamente la città, senza conoscere obiettivi precisi.

Peró adesso comincia un periodo fatale, dovuto al fatto che l’8 Dicembre del 1940, gli inglesi attaccarono in massa sul fronte marmarico, da Maktila al Sud (dove stava allora mio fratello Melo, col Gruppo di artiglieria della Divisione “Maletti”, la 1ª Div.ne Libica, la 2ª Div.ne LIBICA, la 64ª Div.ne  CAMICIE NERE e la 63ª Div.ne del XXI° Corpo d’Armata), con nuovi carri armati (Matilda) blindati,ed impenetrabili dai proiettili anticarri d’allora  e con riforzi di varie divioni di Indiani, australiani ecc., cominciarono una avanzata travolgente ed irrefrenabile.

Fu una battaglia breve, però feroce e travolgente. I mezzi corazzati nemici erano poderosi.  Quando tutto era già perso, e perfino le “Camicie nere”, si erano arrese, solo i soldati della Prima Divisione Libica lottavano ancora. I soldati libici, fecero il loro battesimo di sangue in forma sorprendetnte ed eroica, e superarono agli stessi connazionali cattolici. L’Italia dovrà sempre onorare quei soldati libici, (italiani islamici), che difesero la loro bandiera italiana, tanto o meglio che gli stessi italiani d’Italia. Melo stesso rimase meravigliato per la loro abnegazione.

Sebbene sia stata una sconfitta, l’esercito della rinata “Roma dei Cesari”, fece un solo fronte contro l’avversario, senza fare, così, come succedeva da più di duemila anni prima, nessuna differenza religiosa fra i combattenti romani e quelli di altre religioni, né fra i civili, i discendenti e conterranei dell’Imperatore romano SETTIMIO SEVERO”, nato a LEPTIS MINOR, (adiacente a LEPTIS MAGNA, che dopo assorbì la MINOR, formando così una sola città: LEPTIS MAGNA), mostrarono di essere degni discendenti del Grande Imperatore.

Nel frattempo, la situazione per i civili, a Bengasi, si fece impossibile e le donne e i bambini cominciarono a sfollare, dalla Cirenaica orientale e dopo da quella occidentale. Mia madre, previdente come sempre, trasferí a Tripoli, con la Cassa di Risparmio della Libia, tutto il denaro che aveva la nostra famiglia a Bengasi, somma che arrivó a £. 131.000, (non sono molto sicuro  della somma, dato che io ero un ragazzo allora, e non mi preoccupavo per nulla del denaro della famiglia) soldi che poi, furono in parte il sostentamento col quale vivimmo durante la guerra, oltre ad altre minime entrate extra (sussidi, lavori di mio padre, ecc. ecc.) amministrati dalla migliore amministratrice che sia esistita nel mondo: mia Madre!

E´ merito suo che noi, non siamo mai stati alloggiati nei campi dei profughi, come la maggior parte degli italiani della Libia. E ció non lo dico, per disprezzare loro, ma per ammirare ancora di più chi mi mise al mondo. Lo stesso mio zio Angelo Valastro, super milionario e pioniere di Bengasi, andó a finire e morí in un campo profughi di Lecce, in Italia.

Cosí il giorno 1 febbraio 1941, quando la disfatta era evidente e travolgente, sfollai coi miei familiari da Bengasi, mentre gli inglesi e gli australiani si trovavano a Derna, (circa 200 km ad Est di Bengasi). Mio padre, come tanti altri, dovette cedere all’Esercito, i suoi camion e lui stesso fu militarizzato immediatamente utilizzando il suo stesso Lancia 3RO, per conto dell’Esercito, col grado di ”Sergente Maggiore”.

Tanino, nel Patronato fu pure militarizzato. Da mio fratello Melo, nessuna notizia, solo si sapeva che c’erano migliaia e migliaia di morti e di prigionieri. Con un’autocorriera militare “ad hoc”, partimmo verso Tripoli il primo Febbraio: alle ore 13,40. Dalla autocorriera militare volli vedere per l’ultima volta la mia cara Bengasi, che scompariva tra le moschee e le palme di datteri.

Mio padre e lo stesso Tanino non potevano venire con noi: solamente donne e bambini. Loro sarebbero partiti per Tripoli, appena gli sarebbe stato permesso e con altri eventali mezzi di trasporto.  Con noi viaggiava una signora, con una figlia e un figlio, che con mia madre simpatizzò e parlavano continuamente. Era la moglie di un capitano dell’esercito che rimaneva a difesa di Bengasi. All’allontanarci dalla città, la signora a un tratto cominciò a guardare dal finestrino suo, verso fuori, con molta insistenza, e ci disse che fra pochi minuti saremmo passati davanti all’accampamento militare di suo marito. E fù così, a un tratto ci indicò la tenda del comandante, suo marito, vi era impressa con lettere bianche molto grandi: “T’AMO ITALIA MIA”.

Non ho mai potuto sapere se il Capitano ri riferiva alla nostra Patria o a sua moglie che si chiamava pure ITALIA. 

Era un giorno pieno di luce, color sabbia, poiché vi era un poco di Ghibli (il vento del Sahara), e la corriera andava, andava, ed andava, piena di donne e qualche ragazzo, fra i quali io. Non so se avevo fame, sete, caldo o freddo, paura o che so io, eravamo tutti insensibili. Arrivammo ad Agedabia e si fece rifornimento di combustibile, scendemmo e cercammo di trovare qualcosa da mangiare, v’era un piccolo Suk arabo e con Lina riuscimmo a trovare e comprare uno o due pagnotte, che un arabo aveva sotto il barracano che le copriva. Poco dopo, ripartimmo malinconicamente: era il pomeriggio del primo febbraio 1941. Queste date, per noi italiani d’Africa, anziani nostalgici della nostra terra, non si possono mai dimenticare, sono indelebili, come il nostro desiderio di ritornare a Bengasi

La notte fra il tre e il quattro, a Zuetina (Agedabia), fu preso prigioniero mio padre che, assieme ad una colonna di automezzi militari, si spostava verso Tripoli, col suo Lancia 3RO. Carri armati australiani e autoblindate avevano circondato Bengasi e l’anello si chiudeva ad Agedabia contro il mare (Operazione “Beda Fomm”).   Noi (mia madre, Lina ed io) eravamo passati da li, appena un giorno e mezzo prima e siamo riusciti ad andare a Tripoli!  Tanino passó il tre e ci raggiunse a Tripoli dopo più di una diecina di giorni, dato che camminó con altre persone attraversando il deserto sahariano per non essere catturato dagli inglesi.  Mio padre, catturato dagli australiani, fu riportato a Bengasi come prigioniero civile e la cittá cadde in mano agli inglesi il 6 di Febbraio 1941.

 L’ultimo autocarro di mio padre, il “3RO” col quale fu catturato, rimase in mano degli australiani, i quali lasciarono la Libia appena seppero dell’arrivo dei primi contingenti tedeschi equipaggiati con carri armati Panzer, poichè loro sapevano che sarebbero andati a combattere solo contro gli italiani in Libia, le cui armi erano improprie per affrontare una guerra moderna e meccanizzata, e non contro i tedeschi che erano bene armati, per affrontare una guerra moderna del tipo “Blitzkrieg”.

 

         Ringrazio fervidamente la collaborazione dell’Arch. Angelo Nicosia, (angelonicosia2@alice.it), ex compagno dell’Istituto La Salle di Bengasi, per aver “pulito” il mio sbiadito italiano.

 

Ing. J.A.Musmarra

Buenos Aires

E.Mail: musmarra@hotmail.com

 

 

BENGASI

 

Dedico questo lavoro rievocativo, a mio figlio Manlio, perché me l’ha chiesto, a mio figlio Manilo, perché il tema gli interessa, a tutti i miei familiari viventi e non viventi, in questa grande e generosa Argentina, alla “Nostra” adorata Italia e a tutti gli altri miei familiari, che riposano nelle amate e ardenti sabbie desertiche del Sahara libico e della Marmarica.

 

 

 

La ex “Cuarta Orilla de Italia”

 

L’autore di questo lavoro é nato in Libia, a Bengasi, essendo figlio di genitori italiani, già radicati in Africa (Egitto) dal 1895, che poi si trasferirono in Libia, poco dopo che l’allora Cirenaica e Tripolitania, passarono dalla già pluricentenaria amministrazione turca alla amministrazione italiana.

Discendente da un vecchio africanista, frequentò la Scuola Elementare a Bengasi, nell’Istituto La Salle fino a tutto il 1940. Scoppiata la Guerra , si rifugia a Tripoli nel Febbraio del 1941, e poi il 5 Ottobre 1941, in Italia, con una parte della sua famiglia, rimanendo l’altra parte, (essendo militarizzata), fra Bengasi e Tripoli, mentre un altro componente della stessa famiglia, che era sottufficiale di complemento del 21° Regg. di Artiglieria motorizzata del Regio Esercito Italiano, ferito, viene preso come “prigioniero di guerra” e portato come tale in Egitto, da li dopo in Sud Africa, e per ultimo in Inghilterra.

Solamente nel 1946 poté riunirsi con la sua famiglia, in Italia, ad Arezzo.

Nel 1948, dopo aver ripreso gli studi in Italia, conseguì il Diploma di Maturità Scientifica, nell’ex Regio Liceo Scientifico “F. Redi di Arezzo.

In conseguenza della grave situazione economica, nella quale si trovava l’Italia distrutta e sconfitta, dopo la Seconda Guerra Mondiale, assieme ai familiari sopravviventi del conflitto, emigra in Argentina poiché era loro proibito di tornare in Libia, lasciando in Italia, l’altro fratello Tanino, morto in guerra a solo diciannove anni d’età.

In Argentina, come “Bachiller” (Maturità), immediatamente lavora e studia contemporaneamente, senza tregua, per realizzare la sua grande aspirazione: arrivare a esser un ingegnere, poiché non gli fu possibile entrare nell’Accademia navale militare italiana, come era suo desiderio. In Argentina, frequentò simultaneamente tre corsi universitari nella “Facultad de Ingenieria”, dipendente dall’Universidad Nacional de Buenos Aires, conseguendo:

 nel 1962 la laurea come “Agrimenso Nacional”                  UNBA  

      1964 “                      “Ingeniero Geodesta-Geofisico”          UNBA

      1965 “                      “Ingeniero en Petroleo”               UNBA

Entrò allora, nel Dicembre del 1964, nell’Impresa Statale argentina “Yacimientos Petroliferos Fiscales”, cominciando come Ingegnere assistente e dopo il pensionamento, nel dicembre del 1989, come “Gerente di Interpretazione e Investigazione Geofisica dell’Impresa”.

E’ stato il primo e unico Ingegnere straniero, che ha fatto carriera nell’Impresa Statale, dove la nazionalità argentina era indispensabile.

Dopo, da pensionato, per non offrire il proprio servizio a Imprese petrolifere straniere, fra le altre attività, si dedicò alla fabbricazione di “Dinamzzatoir Omeopatici”, brevettando un modello innovatore personale ¨HIEMUS.

A richiesta dei suoi figli, scrive adesso questo breve riassunto storico della Libia, e di altri temi, sempre storici e/o familiari.

I temi trattati sulla Libia, sono fondamentalmente ricordi propri e diretti, inquadrandoli, dopo, nel tempo storico di ciascuno e con l’appoggio della consultazione della profusa bibliografia corrispondente ai vari periodi.  

 

 

Bengasi vista e raccontata da me

Ing. G.A. Musmarra  

(musmarra@hotmail.com)  

Buenos Aires

Argentina  

 

Prima di cominciare a scrivere sulla “Libia Italo Araba”, del secolo XX è conveniente fare un breve riassunto storico, sugli antecedenti che hanno legato l’Italia alla Libia.

              La Libia , dal tempo dei greci e dei romani, ha avuto molti contatti continui con gli italiani e sopratutto con i siciliani, giacché l’ubicazione della Sicilia unisce questa, come un ponte fra la Libia e l’Italia, la cui distanza non arriva a 500 km e, motivo per la quale, gli italiani del Continente, dicono che i siciliani sono “mezzo arabo”: cosa questa non confutabile, non solo per la sua posizione geografica ma anche per le tracce somatiche di molti isolani, per le abitudini, per le parole arabe acquisite e sicilianizzate, nell’arco della dominazione araba.

 

Il nome di LIBIA, se deve alle notizie più remote e che riconducono ai “Libi”, cioè a quelle popolazioni contro le quali dovettero combattere pure i greci della Cirenaica. Herodoto enumera una lunga serie di nomi di genti in cui si dividevano i “Libi”, senza potere loro assegnare una ben definita posizione geografica, ciò non di meno é a loro che si deve il nome “LIBIA”. Più tardi, il nome di Libi fu sostituito con “Berber” (e la zona fu chiamata Berberia), e le loro genti, cominciarono a ricevere prodotti dell’arte e dell’industria fenicia (cartaginese) e i primi elementi di civilizzazione.

I Fenici cominciarono a commerciare con i Libi per mezzo di empori commerciali, gli “emporia” che si diffusero lungo tutta la costa Sirtica. Uno di questi Emporium, lo ubicarono in un posto che chiamarono “LBQY” o ”LPQY”, (nei dintorni di Leptis Magna) .

Quando i Cartaginesi spadroneggiavano nel mediterraneo, si appropriarono di questi “Emporia” commerciali, fino al limite Est del “Territorio della Gran Sirte”, dove la “ARAE dei fratelli Phileni”, (ubicata nell’attuale Muktar el Chebir), segnava la frontiera con il territorio greco della Cirenaica.

I Cartaginesi chiamarono uno dei propri Emporium, “LIBKS” e dopo LEBSCIS, e il posto dove lo istallarono, prese il nome di LEBSCIS, e quando arrivarono i romani questo nome si trasformò in “LEPTIS”,, che era divisa in due parti: LEPTIS MAGNA e LEPTIS MINOR .

 A Macar Uliat (Tripoli), gli stessi cartaginesi o i fenici lo chiamarono, dopo, ”OEA” e a sua volta la località, “SABRAT” si chiamò SABRATHA. Queste tre città, insieme, formarono un connesso che chiamarono “TRIPOLIS” (tre città). Quando OEA, ebbe dei problemi con Leptis, lei stessa, prese per se il Nome di TRIPOLIS, rimanendo OEA come nome originale della città di TRIPOLIS.

In LEPTIS MINOR, nacque l’Imperatore romano SEPTIMIUS SEVERUS. Durante il suo regno, le due LEPTIS crebbero molto rapidamente, e LEPTIS MINOR fu assorbita da LEPTIS MAGNA per cui restò una sola LEPTIS: la MAGNA.    L ’Imperatore si sposò due volte: la prima moglie fu un’africana (Berbera) chiamata PACCIA MARCIANA, con la quale non ebbe figli e che morì presto, e la seconda fu JULIA DOMNA, di origine siria, persona molto sagace e con forte personalità e che fu una grande collaboratrice di Septimius e poi, una volta decesso l’Imperatore, del loro figlio CARACALLA, che lo seguì nel trono. A JULIA DOMNA, le deve il suo nome tutto il promontorio che forma la Punta Giuliana.

 

A TRIPOLI v’é un Castello antico chiamato comunemente, “Turco”.

Questo Castello sarebbe stato costruito dai romani, dopo fu fortificato dagli arabi, per esser distrutto e ricostruito dagli spagnoli e dai Cavalieri di Malta. L’edificio attuale non conserva nulla che sia anteriore all’epoca spagnola, cioè al principio del secolo XVI. Si può supporre che alcuni resti della fortificazione, romana, prima, e bizantina poi, si conservino sopra i basamenti, sui quali si appoggiarono le costruzioni posteriori.

Questo Castello, questa muraglia fortificata, spicca sulle altre costruzioni e i viaggiatori e i marinai dell’antichità, lo resero celebre

 

Durante la presenza degli italiani a Tripoli, all’entrata dello stesso castello, a sinistra, vi era una statua equestre dell’imperatore Settimio Severo, che le autorità libiche, sia del Regno senussita, che della Repubblica Jamahiria di Libia, hanno preservato in seguito.

Gli arabi ebbero una primitiva origine in ARABIA, tra la grande penisola asiatica, sulle sponde del Mar Rosso, l’Oceano Indiano ed il Golfo Persico. Prima i greci e dopo i romani amministrarono queste terre del Nord Africa, alle quali i primi, gli dettero il nome di LIBIA, però non era solo la attuale Libia, ma tutto il nord dell’Africa, a partire del limite occidentale dell’Egitto, fino al Marocco.

Non esistevano abitanti stabili, ma solo nomadi e berberi, da cui il nome BERIBERI o BERBERI, che ancora si usa per definire certe tribù nomadi. Per esempio, i “Tuareg”, molto conservatori e che rappresentano il risultato di mescolanze fra “bianchi” del Nord Europa, e ”negri” africani e/o arabi stessi, cioè sia puri che arabizzati, o che abitano in tutto il Magreb (Libia, Tunisia, Algeria, Marocco).

Tali tribù, quasi tutte nomadi, ostacolavano tutti gli invasori e le genti residenti dell’Africa Mediterranea, limitrofe.  Avevano caratteristiche molto speciali, erano molto guerrieri e generalmente amanti delle cose altrui… e si opponevano a qualsiasi persona che volesse invadere il loro territorio: greci, romani, turchi, italiani ecc, non per questioni politiche, ma per mantenere le loro forme di vivere in aggruppamenti tribali.

Non c’era ancora uno stato di evoluzione sufficiente, che permettesse loro di lasciare la loro vita da nomadi, fare radici, e pensare “nazionalmente”. Per fortuna loro, l’arrivo dell’Islamismo con gli arabi dell’oriente, fu un fattore che unificò tutte le tribù, non solamente per la religione ma sopratutto per la lingua che parlavano e che fu il primo denominatore comune che ebbero i “magrebini”, dall’Egitto fino al Marocco.

Però gli stessi arabi, come invasori, quando arrivarono nel Magreb, affrontarono una forte resistenza da parte dei locali. E questi, una volta arabizzati, ugualmente mantennero le loro vecchie abitudini e tradizioni.

L’arrivo dell’Islamismo, per mezzo di Maometto (nato il 27 agosto 570, da una nobile famiglia guardiana d’un Tempio), conseguì che gli arabi uscissero dalle loro terre e formassero un grande impero e in poco tempo, occupando Siria, Palestina, Armenia, Mesopotamia, Persia e parte dell’India, Egitto, Libia, Tunisia e Marocco. Coloro che si stabilizzarono in Africa del Nord, si fusero con l’esigua popolazione indigena, dando origine a un popolo arabo-africano che gli italiani chiamarono “Mori” o “Saraceni”, e loro stessi si chiamarono “ magreb” (occidentali).  Come già s’é detto, loro portarono la lingua araba e l’Islamismo, come fattore coagulante per tutte le tribù, per questa ragione gli stranieri chiamarono “arabi” tutti quelli che parlavano l’arabo, indipendentemente dall’etnia d’origine: grave errore!

E’, come se adesso chiamassimo “inglesi” tutti quelli che parlano l’inglese.

Nel secolo VIII, i Saraceni attraversarono lo Stretto di Gibilterra (“Jebel el Tarik”, che deriva dal nome di un guerriero berbero arabizzato: TARIK,) e in Spagna, fondarono un regno che durò otto secoli, poi, tentarono d’invadere pure la Francia , però non ebbero un esito favorevole (Poitiers, anno732).

L’immenso impero arabo durò poco, già che si smembrò in tre imperi minori e indipendenti, con capitali: Bagdad, Cairo, e Cordova. Pero le conquiste della Spagna, della Sicilia, ecc, da parte degli arabi, fu senza dubbio un fattore di progresso inusitato in Europa, che viveva in un tremendo oscurantismo, a causa del dominio del cristianesimo romano.

Che fra gli arabi siano esistiti: tuareg, berberi e beduini, non alterava la missione civilizzatrice che loro portavano dove arrivavano. I Beduini erano e sono arabi nomadi che abitavano in Arabia, Siria e Africa del Nord, fondamentalmente nel deserto sahariano. Pastori e guerrieri, erano gelosi della loro indipendenza tribale e non riconoscevano altre autorità che non fossero il loro Sheik o padrone d’un villaggio.  Erano catalogati come valenti, pero molto indolenti, scaltri con poco scrupoli, barbari e ”menefreghisti”.

Pero, quantunque la loro ignoranza, amavano la poesia e l’arte oratoria.

 

 Però adesso, torniamo indietro ed attraverso l’immaginario “Tunnel del Tempo”, andiamo alla cara nostra Bengasi ed a un modesto periodo della sua storia antica.

 

ZEUSS, il Dio della Mitologia greca, era figlio di RHEA e di SATURNO, e a sua volta, sposo di JUNO (Giunone).

 Inoltre Zeuss aveva come fratelli: NETTUNO (POSEIDON) come Dio del Mare, e PLUTON come Dio dell’Inferno, rimanendo lui stesso come Dio del Cielo e della Terra.

Zeuss aveva spodestato suo padre SATURNO e tutto il potere lo divise con i suoi fratelli.

Egli aveva una figlia prediletta, che si chiamava Athenas e che i romani chiamarono MINERVA.

Un giorno, in una delle sue passeggiate lungo la costa africana e precisamente per le spiagge dell’attuale Bengasi, trovandosi nei dintorni del Lago Tritonis, oggi Sebca ain es Selmani, ebbe un fortissimo mal di testa, ragion per cui, Vulcano, che lo accompagnava, gli dette un forte colpo sul capo, con una ascia, e così’ ....nacque MINERVA, ragion per la quale.......

 

La Dea MINERVA è bengasina!!!!

 

E per di più è nata in una delle due spiagge della zona balnearia, per eccellenza, di Bengasi chiamata Giuliana.

Questa caratteristica, è molto interessante per tutti i bengasini, però più ancora lo sarà per quei pochi bengasini che, come me, siamo nati alla Giuliana.

Però, chi era Minerva?

Secondo la mitologia, lei era la personificazione dell’arte militare e aveva un valore riflessivo e sereno, tutto al contrario di quello del Dio Marte, che era audace, irriflessivo ed impetuoso. Come conseguenza del carattere guerriero di Minerva, se la trasformò nel simbolo della serenità intellettuale e morale, del pensiero e del lavoro e della saggezza.

Era inoltre la divinità protettrice della città di Acropoli, tale è il caso di Atene, che porta il nome della Dea.

Le sue statue sempre erano strategicamente ubicate in posti alti. I suoi altari si trovavano non solamente nei templi, ma anche nelle strade e sopratutto agli incroci stradali, nella stessa forma come noi cristiani facciamo poi, coi nostri Santi

 

Il luogo ove sorge, adesso, Bengasi dovette esser stato abitato fin da tempi remotissimi, poiché a non grande distanza da essa, furono raccolti numerosi manufatti litici. La città antica si elevava su di una penisola rocciosa detta: ”Pseudopenias” ed era fiancheggiata dalla Laguna TRITON (odierna Sebca ain Selmani).

    Tritonis, figlio di Nettuno, era stato nominato come Dio delle Onde, una divinità d’inferiore ordine, celebre, secondo Strabone, per il Tempio di Venere che sorgeva su di un’isoletta, e a lui era stata dedicata questa Laguna.

  La regione fu identificata fin dai tempi antichi con quella delle ESPERIDI, sede dei famosi e feracissimi orti; e da qua venne alla città il suo primo nome: “ESPERIDE”, contenente il Lago Tritoni. 

Ma di essa pochissimo rimane, sia per la sovrapposizione delle costruzioni posteriori, sia per il fanatismo religioso degli arabi d’allora.

 

 Però questo Lago Tritonis , ha una gran parte del suo contorno che forma la Punta Giuliana di Bengasi (Geziret Jeliana), che col tempo, per questioni di erosione marina, si trasformò da Lago, in una eccellente Baia, che sbocca sul mare.  

                                                                                       

                     Bengasi con il Promontorio “Punta Giuliana” e “Tritonia” 

010- L'ARCO DEI FILENI NEL 1965-ING.LICIO FUGARDI-oggi distr.bmp

 

L’Arco dei Fratelli Fileni, costruito durante il governatorato di Italo Balbo,

               in Libia che segnava il confine tra la Cirenaica e la Tripolitania

 

El arco de los hermanos FILENI, construido durante la Gobernación de  Italo Balbo, en Libia, que marca la frontera entre Cirenaica y Tripolitania  

 

Bene, però, dopo questa breve parentesi su Minerva e su Settimio Severo, torniamo indietro.

 

Uscendo da Bengasi e percorrendo l’ex Viale De Martino, per andare al ponte della Giuliana  (allora galleggiante), a circa Mt. 200, già s’intravede a sinistra il lago Tritonis. Una volta passato il ponte, si é già a Geliat Gelian, la spiaggia delle alghe marine. (Geliat = punta  , promontorio)

 

Questa meravigliosa Baia Tritonis, di pacifiche acque, fu usata dai greci, dai romani e dai turchi, come porto naturale e per rifugio sicuro, ricordandomi un poco, fra altro, il porto di Cartagine.

 

 Fino all’anno 1937, non vi era ancora nessun ponte e per arrivare alla Giuliana si usava il servizio di una o due barche a remi, che in pochi minuti portavano all’altra sponda, mediante il pagamento di un infimo prezzo. E che in ogni viaggio trasportava perfino sei persone: Altri tempi allora!...

Naturalmente se c’era vento o mar mosso, il viaggio era impossibile, a meno che uno volesse contornare, a piedi od altro, quasi tutto il Lago Tritonis..!

 

Ricordo come fosse adesso, che poco prima di arrivare al Ponte, sulla destra, si trovava la Società Elettrica Libica, che forniva elettricità a tutta Bengasi e il cui direttore era l’Ing. De Silani: suo figlio Giancarlo, era un mio compagno e carissimo amico, nell’Istituto La Salle. Con lui, del quale non ho più saputo niente, giuocavamo, sulla spiaggia, di fronte alla sua casa, alla “Guerra Navale”, cannoneggiando con sassi le nostre barchette di legno, fatte a mano da noi stessi.

Arrivati a questo punto é opportuno cercare di capire il “perché” e il “come” si produce la presenza italiana in Libia nel secolo XX, trasportandoci a tal uopo, ai fatti storici dell’epoca e alla situazione geopolitica mondiale, sopratutto europea.

Però questo tema, sarà motivo di un altro capitolo.

 P.S. L’autore è grato all’arch. Angelo Nicosia di Palermo (angelonicosia2@alice.it) ex compagno nell’Istituto La Salle di Bengasi, (anni 1937-40) per la sua apprezzata collaborazione  al correggere, migliorare ed aggiornare  il mio giá sbiadito italiano.

                                                                    


 

 ( HESPERIDES = BERENICE = BEN GHAZI  = BENGASI )

 

    TRES  NOMBRES;  UNA MISMA CIUDAD

TRE NOMI: UNA MEDESIMA CITTA’

 L I B I A

 LIBIA

 

 

1)  HESPERIDES

 

Dai tempi antichissimi della Mitologia Greca, era conosciuto un luogo paradisiaco, sulle sponde del Mediterraneo, che era destinato la Ninfa , esso era come il Giardino degli Dei. A tale ninfa, la chiamavano “l’Hesperide” e questo giardino si chiamò anche “HESPERIDES”, e si trovava molto vicino dal “Rio LETHES”, O LETHON).

Il “Rio dell’Olvido” nel quale si immergervano gli spiriti dei morti, prima di arrivare agli INFERI (da non confondere con l’Inferno dei cristiani) aveva la proprietà di fare dimenticare il Passato e conoscere il Futuro.

 

 Desde los tiempos antiquísimos de la Mitología Griega , era conocido un lugar paradisiaco, a orillas del  Mediterráneo, que era custodiado por la Ninfas , y era como el Jardín de los Dioses. A esas ninfas las llamaban  “ las Hespérides” y ese jardín se llamó también “HESPERIDES”, estaba muy cerca del “Río LETHES”.  ( o Lethon). El “Río del Olvido”, en el que se sumergían los espíritus de los muertos antes de llegar a los INFEROS ( no confundir con el Infierno cristiano…),  tenia la propiedad de hacerles olvidar el Pasado y conocer el Futuro.

 

 

2)       BERENICE.

 

      Il Generale Magas, generale greco al servizio dei Faraoni Ptolomei in Egitto, cercò di ottenere l’indipendenza da Cirene, dalla dinastia tolemaica d’Egitto.

      Egli era figlio di Berenice e di Felipe: un nobile macedone, nato prima che Berenice si sposasse nuovamente con il poderoso PTLOMEO I SOTER, il fondatore della dinastia greca dei Ptolomei in Egitto.

      Quando la Cirenaica fece parte dell’Egitto, Magas ottenne per mezzo della madre Berenice, che Cirene si trasformasse in un Regno indipendente, che logicamente fosse governato dallo stesso Magas (276- 250, AC ).

      Subito dopo le diverse successioni, una figlia di Magas, chiamata anche Berenice (II), si sposò con Ptolomeo III, l’Evergete, e così il Regno di Cirene ritornò all’Egitto.

      E nello stesso tempo che fu fondata la “città” di BERENICE, passo alla storia col nome HESPERIDE. 

 

El General Magas, general griego al servicio de los Faraones Ptolomeos en Egipto, logró obtener la independencia de Cirene, de la dinastía ptolemaica de Egipto.

El era hijo de BERENICE y de Felipe ; un noble macedonio, nacido antes que Berenice se casara nuevamente con el poderoso PTOLOMEO  I SOTER, el fundador de la dinastía griega de los Ptolomeos en Egipto.

Como que Cirenaica era parte de Egipto, Magas obtuvo por medio de la madre Berenice, que Cirene se transformara en un Reino independiente que lógicamente gobernaba Magas (276- 250, AC ).

 Luego, después de varias sucesiones, una hija de Magas, también llamada BERENICE (II), se casó con  Ptolomeo III, el Evergete, y así el Reino de Cirene volvió a Egipto.

 Es en ese tiempo que es fundada la “ciudad” de BERENICE, pasando a la historia el nombre HESPERIDES

.  .

 

3)  BEN GHAZI

 

Morto l’ultimo Faraone dei Ptolomeos: Apione, nel 96 AC , lascò la Cirenaica a Roma, che impiegò 20 anni per decidersi a prenderne possesso. Dopo ci furono i romani, e a seguito di molte lotte intestine, fu occupata dagli arabi e poi dai bizantini.

Finalmente, nel 1636, il Pascià di Tripoli: Mehmed Saghizli e soprattutto suo figlio Osman Saghizli, l’occupò e gli cambiò nome, chiamandola adesso:BEN GHAZI.

Durante l’Amministrazione italiana (1911-1942), tale nome si italianizzò in BENGASI.

Con l’indipendenza della Libia, si ritornò alla precedente denominazione: BENGHAZI, con una sola parola.

 

 Muerto el ultimo Faraón de lo Ptolomeos,: Apione. En el 96 AC , dejó Cirenaica a Roma, quien tardo 20 años para decidirse a tomar posesión. Después e fueron los romanos, hubo muchas luchas intestinas  fue ocupada por los árabes y luego por los bizantinos. Finalmente en el 1638, el Pasciá de Trípoli; Mehmed Saghizli y sobretodo su hijo Osman Saghizli la ocupa y le cambia el nombre, llamándola ahora; BEN GHAZI. Durante la Administración italiana (1911-1942) ese nombre se italianizó en BENGASI.

Con la independencia de Libia, se vuelve a la anterior  denominación; BENGHAZI, en una sola palabra.

 

Ing.J.A.Musmarra

 XII-MMVIII

Buenos Aires

 


 

                                                

 

                                                                                                      LA MIA BENGASI

                  Lo scorso autunno, mi trovavo in casa di mia sorella Teresa, ("Sina", per i familiari) e sfogliando distrattamente alcuni vecchi numeri dell'Oasi, il notiziario trimestrale degli Ex Allievi Lasalliani, mi sono riconosciuto con stupore ed emozione in una vecchia foto pubblicata nel n. 3 di Settembre-Dicembre 1993, che ritraeva tutti gli alunni della prima elementare, nel 1932. Ho provato sorpresa ed un'intensa emozione, e incredulo, ho voluto avere la conferma del riconoscimento dai miei tre figli: Donatella,Emanuele e Anna, e tutti e tre, unitamente a mia moglie Graziella, senza esitazione hanno puntato il dito su quel bimbetto che accovacciato a terra, "all'araba", al centro della prima fila, con il perenne ciuffetto ribelle sugli occhi, guardava la macchina fotografica. Ero io a cinque anni d’età, assieme a tanti altri amici Fratelli Cristiani, la cui scuola era in Via Torino a Bengasi. E' stata per me una gran gioia rivedermi bambino. E poi, sfogliando ancora, rivedere alcune foto di Bengasi, la città che è rimasta nel mio cuore. E così sono andato a rivedermi tutti i numeri arretrati che ho potuto reperire, leggendo avidamente gli articoli che la riguardavano, emozionandomi, quando descrivevano luoghi e fatti a me tanto familiari.

Successivamente, per la ricorrenza del Santo Natale, la mia adorata sorella, vedendomi così interessato, mi ha regalato due libri meravigliosi:" LA MIA LIBIA" di Paola Hoffmann e "LA LIBIA" di Torquato Curotti. Libri interessantissimi, che ho letto immediatamente in pochi giorni e che tutti i profughi o meglio tutti i discendenti di "Italiani di Libia" dovrebbero leggere, per comprendere  che cosa significa, il "Mal d'Africa". Un male sottile, pieno di nostalgia, che nessuno può capire se non ha vissuto in Libia, e che cosa esso rappresenti per noi anziani, ancora oggi, a distanza di cinquantaquattro anni, da quando siamo stati costretti ad abbandonarla.

"LA MIA LIBIA" ha dato nome e collocazione storico-ambientale a strade e fatti che si erano persi nella mia memoria. Le descrizioni precise e dettagliate di luoghi e fatti a me noti hanno all'improvviso fatto riemergere nella mia memoria, come tanti flash-back, episodi e particolari dimenticati o meglio, che credevo dimenticati e che ora invece si rincorrono velocemente uno dietro l'altro nella mia mente, mentre scrivo questi appunti. Mio padre, dopo anni di duro e tenace lavoro, aveva finalmente costruito tra il 1930 e il 1939, una bella casa a due piani, con prospetti in Viale Regina n. 43-45-49 e 51, Via Zarrugh Raed n. 1-3 e 5 e Via Luahi n. 1-3-5 e 9, (poi parzialmente distrutta durante la seconda ritirata), nella quale abitavo al primo piano, assieme alle mie sorelle Rosa ed Agata ed ai miei fratelli germani Giovanni, Pino e Sina Giudice, figli del primo marito di mia madre, morto in guerra nel 1919. I miei genitori Emanuele Nicosia e Grazia Liotta gestivano, autonomamente, due attività commerciali al piano terra dello stabile. Un locale bar con annessi sala biliardi e sala giochi, e un locale per generi alimentari, tra loro intercomunicanti, siti sul Viale Regina quasi di fronte al Comando Truppe del Generale Nasi, mentre nei locali di Via Luahi n. 9, i miei fratelli Giovanni e Pino Giudice, gestivano una fabbrica per la produzione di "seltz" e di bibite gassate in bottigliette di vetro, (quelle che avevano come tappo una pallina di vetro che si abbassava con la pressione del dito), e un deposito di vino che mio padre importava dalla sua città natia, Vittoria, in Sicilia. Sono vissuto, quindi, in un ambiente di lavoro e di varia astrazione umana e sociale, tra italiani, arabi, maltesi, ebrei, somali, eritrei, etc, dando anch'io alla famiglia un modesto contributo di lavoro come cassiere (a tempo perso) durante la siesta dei miei, leggendo i miei giornaletti preferiti: il Monello, Mandrake con il suo fido servo Lotar, Cino e Franco con il cane Rin Tin Tin, Gordon e altri di cui non ricordo il titolo. Crescevo così coccolato per la mia tenera età, a contatto con gli avventori abituali che giocavano al biliardo, la sera, nei due saloni avvolti dal fumo delle sigarette, oppure al bar. Militari somali e ascari eritrei del vicino Comando Truppe, che la sera mangiando uova sode e vino si ubriacavano, litigando spesso, seduti attorno ad un tavolo.  mentre io imparavo tutti i piccoli trucchi del mestiere dal banconista arabo Milud Ben Farag, mio mentore e dal suo giovane aiutante sudanese Iadin (Eden) Zaret e dal cameriere Ahmed. Vivevo anche a contatto con i nativi, miei coetanei, con i quali avevo fraternizzato, avendo facilmente imparato alcune frasi essenziali in arabo, quelle più comuni per capire ed essere capiti e per difendermi, rispondendo a tono. Parole e frasi purtroppo, oggi, in parte dimenticate.

Sono note riguardanti strade, negozi e ambienti che molti lettori forse non individueranno o gradiranno leggere, ma che potrebbero rievocare ad altri bengasini nostalgici, emozioni e cari ricordi come è successo a me leggendo il libro della Hoffmann,. E per questo mi dilungo a scriverle, corredandole anche di fatti strettamente personali, perché‚ spero che possano leggerle anche i miei due teneri nipotini Roberta e Angelo, quando saranno in età per poterlo fare. Forse quando io non ci sarò più, per raccontare loro a voce, come fanno tutti i nonni, episodi allegri o tristi della propria vita. Dal 1928 al 1941, ho passato gran parte della mia vita in casa di mio zio Diego, fratello maggiore di mio padre, in un grande edificio a due piani, con esercizio di bar e sala biliardi a piano terra e con l'abitazione al primo piano. La casa estesa tra la Via San Francesco d'Assisi e Via Zuara, faceva angolo acuto con il Corso Italia e parte di questo angolo, occupato dal bar, era coperto con un ampia terrazza, antistante il salotto "buono" dell'abitazione. Sembrava il ponte di comando di una nave! era il mio regno incontrastato, dal quale giocando, potevo osservare tutto quello che succedeva di sotto, sulle strade:

Il Circolo degli Ufficiali, tra  Piazza Cagni e Via Torino, con il via vai continuo dei giovani ufficiali agghindati nelle loro bianche uniformi e accompagnati da leggiadre signorine, che arrivavano, mollemente sedute nelle nere carrozzelle; Le accese partite di calcio che si svolgevano nella grande palestra scoperta dell'antistante scuola elementare Giosuè Carducci e il passaggio frenetico degli automezzi militari che spesso si scontravano con fragore con altri mezzi di trasporto. Proprio assistendo ad uno di questi incidenti, quando avevo quattro anni, è legato purtroppo, un triste ricordo della mia vita: una carrozzella distrutta e un cavallo disteso per terra, in una larga pozza di sangue. Spaventato dal rumore delle ferraglie e impressionato dal repentino spettacolo di morte, mi sono accasciato lentamente a terra, svenuto, con le mani avvinghiate alle sbarre della ringhiera. Sono rimasto così, sotto il sole per un bel po’ di tempo, sino a quando la moglie del Commissario Orecchio, vicina di casa, non provvide a farmi soccorrere dai miei, che vennero preoccupatissimi a sollevarmi.  Non ricordo quanto tempo rimasi a terra, quel giorno, ma so che da allora, quando vedo  sangue, la scena del mancamento, puntualmente si ripete.

La prima strada da me frequentata, è ovvio, è stata la Via San Francesco d'Assisi, meglio nota come Via Torino.  Era la strada dei più moderni negozi d’abbigliamento gestiti quasi esclusivamente da italiani, e della Chiesa più frequentata dai bengasini, la Chiesa di San. Francesco d'Assisi. Di fronte, sull'altro lato della strada, c'era una sala cinematografica, la Sala Italia, in cui io avevo libero accesso, in cambio di qualche caffè, sorbito a sbafo dal bigliettaio, al bar di mio zio Diego. Era una sala piccola ma graziosa, con pochi posti, sia in platea, che in tribuna la quale aveva due gallerie laterali  dove io, dopo aver visto i film western con Tom-Mix sul suo cavallo bianco e con il largo cappello da cow-boy in testa, oppure quelli muti di Charlot, sonorizzati da un pianista che strimpellava sul pianoforte collocato sotto lo schermo, mi addormentavo regolarmente, rannicchiato nella poltroncina di ferro in prima fila. A fine spettacolo, qualcuno del bar veniva a prelevarmi. In questa sala ho visto un film che è rimasto impresso nella mia memoria, perché segnò una svolta indelebile  della mia fanciullezza: "I ragazzi della Via Paal".

Adiacente al bar c'era lo studio fotografico del Cav. Gaetano Nascia e Figlio, il più attrezzato della città, dopo quello di Dinami, con i suoi fondali sceneggiati color seppia, le poltroncine di vimini con l'immancabile bouquet di fiori su un trespolo di legno e il parco lampade. Era uno studio molto frequentato, e le sue fotografie stampate su uno spesso cartoncino con i lati frastagliati e la classica firma, campeggiano ancora sulle pareti di casa nostra e ritengo d’altre famiglie bengasine. Poi, percorrendo la strada più avanti, c'erano i negozi di vini del  sig. Antonino Russo, all'angolo di una stradina coperta, e del sig. Porromuto. Il negozio del sig. Francesco Senia, quello del tappezziere Macaluso, il negozio di pelletterie "Alla Città di Napoli", la pizzeria del sig. Mezzasalma  che tra l'altro, faceva delle favolose frittelle, le "crispelle" di riso con il miele o con le alici, che erano una delizia E c'erano tanti altri negozi d’abbigliamento: l'emporio del sig. Rosario Russo pieno di giocattoli, tessuti, pianoforti, articoli per regali, c'era pure l'Albergo Torino, il ristorante Centrale e una farmacia. Ed infine, ricordo, c'era un negozio di generi alimentari, che esponeva nelle sue vetrine meravigliosi piatti di pietanze già pronte, che in molti gustavano con gli occhi e col naso incollato al vetro, (cosa che di tanto in tanto, piccolino, facevo anch'io). Non è che mi mancava allora l'occasione di gustare pietanze simili, in casa di mia zia Grazia, ma era la sapiente preparazione del piatto esposto, che attirava la mia attenzione. A casa nostra, di solito, si mangiava in modo più frugale sia a causa dell'attività commerciale esercitata dai miei, che lasciava poco tempo per queste cose, sia perché‚ "loro", pensavano al risparmio. Conservare in cassaforte tanti "filus", quei bei bigliettoni da cento lire, grandi come fazzoletti da naso, era l'aspirazione di tutti gli italiani d’Africa, allora!.

Sicuramente, non era come ai giorni d'oggi, che si ricorre spesso alle pizzerie o ai fast-food !. Raramente si andava al ristorante ! E le pietanze a base di carne si mangiavano, di solito, soltanto la domenica, quando il pranzo era fatto a base di casalinghe tagliatelle in brodo di gallina con piccole palline di carne macinata, e poi gallina disossata ripiena di riso con fegatini macinati, e frutta e dolce fatto in casa. Una domenica, però, non mangiai la solita gallina! successe, infatti, che, approfittando dell'assenza delle mie cugine Rosa, Nellina e Franca che erano andate a messa, m’impossessai di tutti i cioccolatini che la più grande di esse, Rosa, prepotente e autoritaria, (se lo poteva permettere perché‚ aveva tredici anni più di me che ne avevo cinque, allora), teneva conservati gelosamente in un cassetto. Per consumare il frutto della marachella, senza essere visto, mi nascosi sotto il suo letto. Un letto di ferro, con le spalliere arcuate dipinte con motivi floreali e delimitate da due pomoli di rame che aveva una rete appoggiata su alti cavalletti di ferro, i cosiddetti "trispiti". E per maggior sicurezza mi sdraiai tra la parete e una grossa e bassa cassapanca di legno, che c'era sotto il letto, dove la cara cugina, che dopo alcuni anni sarebbe diventata mia cognata, raccoglieva il suo corredo nuziale.

A tavola la mia assenza non destò meraviglia o preoccupazione perché io ero aduso a queste improvvise sparizioni. Infatti, quando le cose non mi andavano per il verso giusto, in una delle due "mie" case, io prendevo i pochi indumenti personali, li raccoglievo in un ampio tovagliolo e salutando imbronciato, mi trasferivo nell'altra casa stringendo nella mano "la truscia" (fagotto), sotto l'occhio divertito dei familiari, ormai abituati a questo mio sdegnoso modo di agire.

Guardarono sotto tutti i letti, compreso quello dove ero nascosto io, malauguratamente senza scorgermi, perché ero più corto della cassapanca che mi occultava interamente. Poi, cominciarono a cercarmi nei vari posti che solevo frequentare, al porto, dove io ero solito andare in compagnia di altri ragazzi più grandi o dietro la stazione ferroviaria nella Sebcha, dove spesso con loro, andavo a caccia con la fionda o con le trappole.  Ma tutte le ricerche condotte, anche da amici e vicini di casa, furono vane e si cominciò a pensare al peggio. Io allora, ero il più piccolo, amato e unico rappresentante maschio di una "famiglia" siciliana che angosciata per la mia lunga assenza, si riunì nel salotto della casa di mio zio, piangendomi per morto. Certo, non era tempo di sequestri, come sarebbe avvenuto da noi oggi, ma l'idea che mi fosse capitata qualcosa di grave cominciò a serpeggiare in famiglia, mano a mano che passava il tempo, infruttuosamente. E ogni parente che  veniva per consolare mia madre, i suoi lamenti si facevano sempre più alti: "figghiu, figghiu miu", diceva lei, struggendosi nel pianto. E furono proprio quegli alti lamenti a farmi svegliare di soprassalto !.

Mia madre aveva un carattere forte e non l'avevo mai sentita piangere, prima di allora, né dopo per la verità, sino alla morte di mio fratello Giovanni, e quel pianto che mi giungeva dalla stanza accanto attraverso il sottile muro a cui io ero addossato, che ci separava, mi sconvolse. Uscito dal mio nascondiglio, mi presentai carponi nel vano di porta dell'attiguo salone, e piangendo anch'io, chiesi il perché di quelle lacrime collettive. Quello che accadde di lì a pochi secondi, non posso descriverlo.  In un attimo mi furono tutti addosso, felici, e contenti, sollevandomi, abbracciandomi, baciandomi e chiedendomi in coro il motivo della mia lunga assenza da casa.

La Via San Francesco d'Assisi, ultimava nella zona dove prima c'era il vecchio Cimitero Arabo, ad angolo con la Via Roma e  col Palazzo delle Poste, vicino al quale c'era una libreria con vendita di giornali e il negozio di generi alimentari gestito anni prima da un altro fratello minore di mio padre, Salvatore. "U zu' Turiddu" con sua moglie Marietta e le tre figlie Rosetta, Franca ed Elsa.

A dieci anni, la mia attività ricreativa preferita era, la pesca, che io praticavo utilizzando una canna preparata con le mie mani. Partivo per le mie scorribande in bicicletta, (allora si poteva fare!), e mi dirigevo verso il porto, dove andavo a pescare sull'antemurale, dopo la Dogana e la Stazione Marittima , nel luogo dove attraccavano le maone, grandi barconi a motore che trasbordavano a terra i passeggeri dalle navi, che arrivando da Siracusa, allora, non potevano attraccare al molo, per il suo basso fondale. E durante il tragitto spesso mi fermavo per entrare o osservare alcuni locali pubblici, per lo più bar, che erano quelli che maggiormente attiravano la mia attenzione. All'angolo tra il Viale Regina e la Via Gasr Ahmed, ricordo, c'era una moderna tabaccheria di proprietà dell'ex Brigadiere Troia, ben assortita di tanti tabacchi e dove io compravo le sigarette preferite da mio padre, le "Macedonia Extra"; nella stessa strada c'era l'appaltatore d’opere edili, il sig. Stefano Fugardi, marito della modista sig.ra Fugardi, e il laboratorio per la produzione e riparazione di carri dei fratelli Cusumano. Poi continuando sullo stesso lato del Viale Regina, c'era un bar dove vicino abitava il Dott. Fusco, medico di famiglia, di fronte alla Caserma dei Carabinieri, dopo, all'angolo di Via Bazar, c'era un grande emporio di prodotti per l'edilizia, e di ferramenta e colori di proprietà del sig. Pietro Ruffatto. Il Viale Regina terminava all'angolo con Via Aghib, su un grande slargo trapezoidale. Era la Piazza Generale Cagni, con tanti fabbricati moderni sui lati ed un monumento sito al centro a mò di spartitraffico.

Sull'altro lato della piazza, c'era il Palazzo Prosdocimo, con un fornitissimo negozio di generi alimentari, poi il grande bar Zizzo, e subito dopo il negozio di cappelli della sig.ra Gina Modafferi, quello del sig. Menta e quello del sig. Papouchado.

Dai lati opposti della piazza, si dipartivano due larghe strade: una alberata, che si chiamava Viale della Stazione, conduceva alla Berka, passando davanti alla Stazione Ferroviaria e alle case popolari I.N.C.I.S., l'altra chiamata Corso Italia, finiva nella zona del porto. Questa era la strada più bella della città, con le sue palme altissime sui marciapiedi, con i suoi cento negozi di articoli vari, e con gli studi dei professionisti più noti , tutti residenti in palazzi costruiti di recente dagli italiani, confinante con il quartiere arabo retrostante. Proprio all'inizio del Corso Italia, a sinistra, c'era un bel palazzo in stile coloniale a due piani, (come quasi tutta l'edilizia bengasina), in cui aveva sede il Circolo degli Ufficiali, con i suoi ampi saloni sempre brulicanti di militari e  con i rossi campi da tennis, sull'area retrostante. Una sede, che era l'ambita meta di tutte le ragazze e anche d’alcune signore della borghesia, che aspiravano di partecipare al braccio di qualche giovane ufficiale, alle periodiche feste che ivi si tenevano. Di fronte al circolo c'era il negozio d’articoli da regalo della sig.ra Santa Raimondi, suocera del Dott. Beccali che aveva sposato la figlia Rosetta e i cui figli Giorgio e Mario erano nati in un appartamento sito nel nostro palazzo di Viale Regina.   Ricordo che il padre di Rosetta, Nunzio Ammirata, aveva una fabbrica di candele in Via Mercato Nuovo, mentre lo zio Angelo Raimondi con la moglie Concetta Fontana, aveva un negozio d’articoli da regalo in Corso Italia, vicino alla modista sig.ra Fugardi. Dopo lo sfollamento da Bengasi, questi due negozi furono trasferiti dai proprietari, a Palermo, in Corso Vittorio Emanuele.

Dopo il Circolo degli Ufficiali, c'erano le Scuole Elementari e le Scuole Medie,  due grandi edifici con ampi spazi a verde, in uno dei quali io ho completato gli studi elementari, iniziati presso i Fratelli Cristiani. C'era pure una grand’area recintata di fronte le scuole, in Viale Giacomo De Martino, dove c'erano due palestre coperte e un campo di calcio, sede di epiche battaglie a calci negli stinchi, che mi hanno lasciato il segno. Di quel periodo scolastico,ricordo poche cose, forse perché marinavo spesso le lezioni: il cucchiaio colmo di olio di fegato di merluzzo con gocce di limone che ci obbligavano a prendere ogni mattina per migliorare la "razza";  il grembiule nero con il colletto bianco e il fiocco azzurro; i nomi di alcuni miei compagni: Emanuele Carfì, oriundo di Gela, (diventato Deputato del P.C.I. e morto alcuni anni fa, Angelo  Jacobucci di Palermo, Massimo Magnani e la sorella, oriundi di Cerignola e il cognome di una mia maestra, "Buongiardino", zia di un mio fraterno amico di nome Nino Rosano, (mi sembra oriundo da Siracusa), che abitava in Viale Regina, vicino casa mia. Suo padre faceva il calzolaio e il cortile di casa sua era il ritrovo d’altri comuni amici tra i quali ricordo solo: Aldo e Gilda Giardinella, Lillina Sisto, Lina Cusimano, Lucia e Maria Bellavia, figlie di "Ciccia" e "Peppino" Bellavia, miei compaesani di Agira.  Questi gestivano, insieme con Filippo Bruno (detto Pacione), una piccola fabbrica di pasta fresca vicino casa nostra. Un uomo affabile e simpatico, Peppino Bellavia, dal perenne cordiale sorriso fra le labbra, ereditato anche dalle due sue care figliole. Lucia e Maria che vive in Belgio, a Bruxelles, assieme al marito Luigi Musumeci, nato ad Agira come me.

Di fronte alle scuole c'era la casa di mio zio Diego all'angolo di Via San Francesco d'Assisi, di cui ho già scritto prima. E adiacenti alla casa, lungo il corso, c'erano alcune fornite cartolerie e librerie e sopratutto per noi scolari che ci andavamo spesso c'era, una salumeria fornita di ogni ben di Dio, sempre affollata: mi sembra si chiamasse Bocconi. Altro negozio che attirava la mia attenzione era quello di biciclette e di vari articoli sportivi, di proprietà di Valentino Maganza, sito all'angolo di Via Santa Barbara, vicino al bar di mio zio Salvatore. A questo punto, la strada si allargava e ricordo c'era il Ristorante Bella Napoli e una serie d’edifici moderni, in cui avevano le loro sedi le istituzioni religiose e politiche più rappresentative della Colonia, mentre il lato destro era occupato quasi totalmente da negozi e bar al piano terra e da abitazioni al primo . Lungo il corso, c'era un lungo palazzo con porticato, sede del Convento delle Suore di Ivrea o di San Francesco, in cui andavano a scuola le mie cugine, ( come si conveniva per le famiglie della buona borghesia), e c'era pure la Sede del Vescovato, l'Unione Militare, la libreria del sig. Guido Vitale, il negozio di articoli sportivi del sig. Mario Pappalardo e un grande negozio di carne macellata del sig. Giulio Viciani, vicino al negozio di generi alimentari del sig. Epifani.

Un ricordo preciso, legato a questa piazza, è rappresentato da un mezzo corazzato inglese, un carro armato Mark 2, catturato dagli italiani nei primi mesi di guerra, sul fronte egiziano ed esposto per lungo tempo, come trofeo, alla curiosità del popolo e di noi ragazzi che tutti attorno, soddisfatti e fieri, tastavamo le pareti d'acciaio, forate e completamente ricoperte da una patina di sabbia rossiccia. A destra, girando dal Corso, c'era l'albergo ristorante Italia e il Bar  del sig. Malvicini.  Certamente il bar piu’ snob tra i tanti della città, con il largo marciapiedi antistante sempre pieno di tavolini all'ombra di larghi ombrelloni bianchi, dove un giorno mio zio Diego sorprese, scandalizzato, le sue figlie e le mie sorelle che sorbivano l'aperitivo, sedute attorno al tavolinetto, con le sigarette in bocca e le gambe accavallate. Vergogna !!!!. disse e dopo averle indotte ad alzarsi, se ne andò sdegnato, per quell'atteggiamento poco usuale nelle nostre famiglie.

Sull'altro lato della piazza a destra, c'erano il Palazzo del Littorio, il Palazzo del Governo, il Palazzo Sichemberg e il Circolo dei Commercianti. A sinistra invece, c'era il bar pasticceria Savoia, il Tribunale, il fioraio Crocivera, la C.I.T., la Cassa di Risparmio della Cirenaica, dove lavorava un nostro inquilino il Dott. Luigi Beccali, e altri fabbricati sedi di Banche, Agenzie di viaggio e Consolati esteri. Sul quarto lato, a chiusura della piazza, si erigeva imponente l'alta mole del Teatro Municipale Berenice, con la sua ampia scalinata e l'alto porticato di marmo, in cui ricordo prima della guerra, fu esposta al pubblico su un palchetto in legno, la prima autovettura di piccola cilindrata, prodotta dalla Fiat, la mitica Topolino. Dalla Piazza del Re, girando a destra si andava verso il Municipio, percorrendo la Via Roma, una moderna strada con palazzoni, alti e in parte porticati.           Gli edifici più rappresentativi, per le loro linee architettoniche, erano il Palazzo della Banca d'Italia a sinistra e il grande Palazzo delle Poste, ad angolo con la Via S. Francesco d'Assisi, vicino al quale c'era il Mercato coperto di recente costruzione, che aveva occupato il vecchio Cimitero arabo, quindi, un po’ defilato sulla destra, c'era il Mercato coperto del pesce. Percorsa l'ampia Via Roma, la strada si restringeva notevolmente perché entravamo nel quartiere arabo della città. In questa strada, chiamata Via Generale Briccola, rammodernata di recente con grandi palazzi porticati, c'erano i negozi più forniti di Bengasi, gestiti in massima parte da ricchi ebrei e da commercianti indiani, che ostentavano le loro mercanzie, le loro stoffe di seta cinese, gli avori, i tappeti, e quanto di meglio si poteva trovare in commercio allora proveniente dalle Indie. Ricordo alcuni nomi di grandi empori, primo tra tutti quello di Angelo Aprile, poi quelli di Cardinale e Belleli, Franz Fiorentino, Cosimo Scarpaci, dei fratelli Legziel, e il negozio di argenteria di Fortunato Costa.

La Via Generale Briccola, finiva in un’ampia piazza, dove aveva sede il Municipio. Una costruzione, che occupava tutto il lato sinistro della piazza, contornata da altri edifici coloniali, con bassi porticati bianchi in cui i nativi seduti su sgangherate sedie attorno ai tavolinetti di ferro, sorseggiavano il caffè alla menta con le arachidi o fumavano nei loro narghilè. Ricordo che c'era un fornitissimo bar di proprietà del sig. Parlato e la tabaccheria più antica di Bengasi, la n. 1, gestita dal fratello Giovanni Parlato, la farmacia del Dott. Rinaldi, la torrefazione di caffè del sig. Giovanni Costa ed infine il gran bazar "Cirenaica" del sig. Giacomo Papouchado. Di fronte c'era la Moschea el Chebir, con il suo snello minareto che svettava in alto, in cui il Muezzin, la sera, intonava la sua dolce cantilena di preghiere. A destra della moschea, iniziava una stradina stretta e coperta come una galleria, che diventava ancora più impercorribile per le mille cose che erano esposte disordinatamente a terra e per il gran numero di nativi che gesticolando, t’invitavano ossequiosi a comprare le loro cose, toccandoti con le mani gli abiti. Era il Suk el Dlam con i suoi mille negozietti piccoli e stracolmi di mercanzie: stoffe di cotone o di seta vivacemente colorata, barracani, spezie, (il pepatissimo filfil), tappeti, oggetti di cuoio, ceste di datteri neri, droghe, profumi inebrianti e tinture rosse e densamente profumate, l'"henna", con la quale le donne arabe si tingevano le mani e il viso, e poi tanti dolci.  Dolci di mandorla, il gustoso "halgum", la "halua" e mille, mille cose buone ancora. Il gran mondo arabo, nell'espressione più genuina.    Addentrandoci oltre questo stretto percorso, e percorrendo altre stradine del quartiere arabo, si raggiungeva, passando dalla Piazza dell'Erba, la Via Osman Bahchek e da qui si raggiungeva la zona dei Fondugh e, in Viale Regina, il Comando Truppe della Colonia, allora retto dal Generale Nasi. Questo poligono stradale, racchiudeva la gran parte della città vecchia, che si estendeva ancora, con cento strette e contorte stradine, verso nord, nella zona dei Sabri. Percorrendo il Viale Regina, a sinistra della Via Sciuechat, s’incontrava dopo la Piazza Fondugh , il grande arco d’ingresso allo Stadio comunale, teatro d’epiche partite a calcio, di parate militari con le truppe di colore cammellate e di spettacoli equestri offerti dai cavalieri berberi durante le visite del Re e del Duce a Bengasi. In Viale Regina, c'era il panificio del sig. Salvatore Breccia e c'era un altro esercizio commerciale gestito  da un mio parente, lo zio Pietrino Gulino e da sua moglie, sorella di mio padre di nome Teresa ( ma chiamata "Zia Trisina" dai parenti), unitamente ai figli, Titta, Giovanni  e Angela. Il Viale, terminava con la Porta Sabri, l'antica porta d’accesso alla città, subito dopo il nuovo grande Fondugh. Ai lati di tale porta, c'era a sinistra una grand’area recintata con muri altissimi, comprendente gli edifici dell'Ospedale Coloniale. Grandi padiglioni di stile coloniale, in cui avevano sede i vari reparti, sempre affollati d’ammalati. In quel luogo, nel 1939, unitamente a mia sorella Sina, (che fece poi da balia al nascituro), sono andato a fare visita ad una mia parente, moglie del Maresciallo Francesco Arena, di nome "Ciccina" che aveva partorito prematuramente il figlio primogenito, Enzo. Questi era così piccolino, così paonazzo che io, impressionato da quell’insolita visione, mentre gli facevano il bagnetto, sono svenuto, accasciandomi per terra, tra lo sgomento dei parenti.

A destra di Porta Sabri c'era il Lazzaretto, davanti al quale sostavano spesso con aspetto trasandato e malaticcio, vecchie meretrici arabe, le cosiddette "mabruke", anziani beduini ammantati nei loro laceri barracani di lana, assaliti da nugoli di mosche, e vicino a loro, piccoli, scalzi, bambini arabi, con l'eterno moccolo giallo pendente dal naso sempre incrostato e sporco. Fuori porta, invece, aveva inizio una grande estensione di terreni pieni di verdi rigogliose palme, tra la strada che conduceva a Tocra e una spiaggia splendida, sul mare. Era il palmeto dei Sabri, dove, dopo i primi bombardamenti, abbiamo trovato temporaneo rifugio in alcune case arabe. Più in la, a destra della strada, c'erano le fornaci di calce dei sigg. Giardinella, dove io mi recavo per prendere lezioni private di latino, da Lucia. Lucia era la figlia maggiore di Giuseppe Giardinella e di sua moglie, la "sig.ra Peppina" che assieme a Sarino, Iolanda, Emilio, Aldo e Gilda, vivevano in una moderna casa a due piani, in Via Zarrugh Raed, poco lontano da casa nostra. In quella casa io sono cresciuto come un figlio, assieme agli  altri, dopo l'immatura scomparsa del sig. Giardinella, avvenuta nel 1934. E ricordo ancora oggi, con commozione, che la piccola Gilda, che allora aveva quattro anni, chiamava familiarmente e con affetto, i miei genitori, "papà Nenè" e "mamma Grazietta". Era un'abitazione bella e spaziosa ad un piano, tutta bianca, con una sola porta d’ingresso. All'interno c'era un ampio spiazzo quadrato porticato, con tante camere tutt'attorno. Queste, prendevano luce dalle porte e da strette finestre protette da fitte griglie di legno, le "musciarabieh" e le belle donne arabe circolavano liberamente senza il velo sul viso, com’erano costrette a fare quando uscivano per strada.  Ricordo i pranzi luculliani che erano preparati in questa casa per festeggiare la fine del digiuno, imposto dalla loro religione, per il "Ramadan".

Altro percorso che io facevo spesso, in bicicletta, era il periplo della Sebcka, un vasto spiazzo di terreno  lagunare collegato con il mare del porto grande, che serviva da idroscalo per l'idrovolante di Italo Balbo. Partivo sempre da Via San Francesco d'Assisi e quindi, percorrevo il Viale Giacomo De Martino, passando davanti alle scuole elementari Giosuè Carducci, poi più avanti, a destra c'era la fabbrica d’alcolici della ditta Xuereb, che ricordo, produceva tra l'altro, una squisita "anisette", e poi c'era, verso la Sebcha , una clinica privata di proprietà del Dott. Prosdocimo: mi sembra si chiamasse la Quisisana. A metà strada c'erano tante case unifamiliari con graziosi giardinetti fioriti, ben tenuti e recintati tutt'attorno, con alte cancellate di ferro battuto. Dietro queste ville a sinistra, c'era il grande  Palazzo della G.I.L., un edificio di colore oscuro, imponente, con una enorme piazza antistante, dove noi, Giovani Italiani del Littorio: balilla, avanguardisti, piccole italiane etc, etc, incolonnati e coperti per tre, marciavamo impettiti e felici !!!, (contrariamente a quello che per tantissimi anni hanno detto  molti italiani.) Più avanti ancora, a destra, iniziavano gli stabilimenti industriali tra i quali, ricordo, quello della Ditta Igino Palla e di Adolfo D'Andrea, con tanti barconi in ferro affondati, semisommersi dall'acqua, proprio dove aveva inizio il ponte in ferro che conduceva alla Giuliana. Ponte che fu parzialmente demolito durante la guerra, per lasciare ammarare agevolmente gli idrovolanti Savoia Marchetti, che avevano la loro base nella Sebcha. Alla spiaggia della Giuliana sono legati i ricordi più belli della mia fanciullezza. Infatti, tutte le estati, io trascorrevo le vacanze al mare, sempre ospite di mio zio Diego che aveva una bella villetta lungo la strada prospiciente la spiaggia o dei sigg. Giardinella, e percorrevo giornalmente la lunga striscia di sabbia finissima, passando e ripassando e a volte soffermandomi a guardare le cabine dello stabilimento balneare del sig. Carlo Trevisani, il ristorante a mare dei Malvicini , La Sirena e gli altri chalet in legno, colorati vivacemente, con i terrazzini recintati e coperti di stuoie di palme, sempre affollati di allegra gioventù in costume da bagno. Lo chalet del Governatore, e quello degli Ufficiali, invece erano sempre presidiati da giovani militari in divisa bianca, candida, con la pistagna del colletto rigido, che vigilavano le terrazze a mare, gremite di muscolosi giovanotti e giovani damigelle con costume castigato, all'ombra di bianchi ombrelloni. Assieme ai miei soliti amici, giocavamo al "chiodo", lanciandolo roteante in aria per farlo infiggere con la punta nella sabbia bagnata del bagnasciuga, a Jo-Jo, a tamburello, con le cinque pietruzze da lanciare in aria, e sopratutto ci divertivamo un mondo con le altalene.    Queste, collocate lungo la spiaggia, erano realizzate con travi di legno alte circa cinque metri, con una coppia di sedili autonomi appesi ad un'asse di ferro e su cui noi ci dondolavamo allegramente e velocemente, sfidandoci a chi andasse più in alto dell'altro. C’era pure l'altalena, ad un solo sedile, e su questo, spesso, ci mettevamo in due persone contrapposte, spingendolo con i piedi, una volta ciascuno, abbassandoci sulle ginocchia.

Oltre questi gioiosi ricordi, però, c'è un altro, macabro questa volta! Un pomeriggio  dell'anno 1935, mentre ero intento a pescare sugli scogli, vicino al Monumento a Mario Bianco, primo soldato italiano morto a Bengasi il 19 Ottobre del 1911, durante lo sbarco delle truppe italiane per l'occupazione della Cirenaica, ho rinvenuto nascosto parzialmente dalle alghe, il cadavere di un uomo, nudo, con le orbite degli occhi e altre parti molli del corpo mancanti e pieno di minuti crostacei appiccicati su gran parte della pelle. Una visione raccapricciante! Allontanatomi velocemente, diedi l'allarme ad alcuni militari che erano in servizio, nella zona e che accompagnai sul posto.  Mi dissero che si trattava, sicuramente, del corpo di un marittimo imbarcato sulla nave da carico "Attilio", che molti giorni prima, salpata da Bengasi, era stata sorpresa al largo da una violenta mareggiata. La nave, virando per ritornare in porto, si era rovesciata su un fianco, affondando, a causa dello spostamento del carico di grano, trasportato sciolto nelle stive. Non ci furono superstiti!.

  Continuando il periplo della Sebcha, girando a sinistra, dopo il ponte, prima di arrivare alla spiaggia della Giuliana, si passava davanti al Cimitero Italiano e dopo le Saline, c'era l'aeroporto, sempre affollato, dall'inizio della guerra da aerei da combattimento e di giovani piloti con il casco di pelle morbida in testa. All'aeroporto A. De Bernardis della Benina è legato un altro caro episodio della mia gioventù. Io, allora avevo tredici anni, e frequentavo la casa d’alcuni miei parenti e in casa loro, in Via Suliman Tebel, ho avuto il piacere di incontrare uno di questi giovani ufficiali piloti, un ragazzo di 22 anni di nome Menotti Ippolito, che era il fidanzato della primogenita. Con interesse, affascinato dal suo portamento alto e signorile e dalla sua divisa bianca, con l'aquila d'oro appesa sul petto, stavo sempre ad ascoltarlo, quando mi parlava del suo aereo da caccia e del suo mondo. E in seguito, suggestionato, volli tentare anch'io di apprendere le prime nozioni di pilotaggio e acquistai i tre volumi pubblicati dal Ministero dell'Aeronautica:"Nozioni teoriche per gli allievi piloti". Edizione S.A. Poligrafica Italiana, Anno 1940, che ancora conservo gelosamente.    Purtroppo, Menotti, "nell'adempimento del dovere verso la Patria ", il 16.01.1942, lasciò vedova mia cugina, con un batuffolo rosa di tre mesi in braccio, di nome Ines, e io, profugo in Italia, non ho avuto, dopo, l'opportunità di realizzare la mia aspirazione. Verso sud ho fatto qualche gita familiare al Guarscia, un'oasi di verde intenso sita a circa 10 Km. dalla città, dove andavamo a fare qualche pic-nic fra i giardini del villaggio agricolo italiano, il Lunedì di Pasqua. Nel 1937, invece, sono andato a Derna, la "Perla della Cirenaica", com’era chiamata per la presenza di un'oasi meravigliosa e piena di giardini oltre alle solite palme di datteri. Una breve vacanza fatta dalle nostre famiglie, assieme ad altri amici, il sig. Russo e signora e il sig.  La Cognata, a bordo di nostre autovetture e delle due auto, una Bianchi e un'Alfa Romeo che la coppia di sposi formata dai miei fratelli con i figli di mio zio, avevano portato in Libia dal loro viaggio di nozze in Italia. Una vacanza meravigliosa, della quale ricordo la lunga strada asfaltata che percorreva l'altipiano, passando tra campi rigogliosi pieni d’alberi in fiore, tra i Villaggi Luigi Razza e Beda Littoria e le case coloniche che i "Ventimila" contadini italiani, l'anno dopo, nell'ottobre del 1938, avrebbero abitato per cercare di dissodare e rendere fertili quelle distese steppose che si perdevano a vista d'occhio verso le lontane oasi di Cufra. Prima di arrivare a Derna, ci siamo fermati a pranzare a Cirene per poter visitare le rovine greco-romane e per andare ad Apollonia, che vedevamo sulla nostra sinistra. Resti di anfiteatri con colonne abbattute , tombe, strade sconnesse con basole di pietra calcarea sbrecciata e solcata dalle ruote in ferro dei carri, con ciuffi di sterpaglie secche negli interstizi e sparsi un po’ d'ovunque sugli altri reperti archeologici che erano in uno stato di completo apparente abbandono. Qualcuno della comitiva, indicava e illustrava quelle rovine, che unitamente a quelle intraviste lungo la Via Balbia, a Lepts Magna, durante la fuga verso Tripoli, desidererei rivedere oggi, con più competenza, assieme a mio figlio Emanuele, anche lui architetto. Ritornando a Bengasi, siamo entrati in città dalla Berka, percorrendo il Viale Vittorio Veneto e la Via Stazione , passando davanti alla Caserma Moccagatta, alla Caserma degli allievi Zaptiè, (i famosi carabinieri libici a cavallo), alla fabbrica della "Birra Cirene" e al Deposito Foraggi dell'esercito coloniale. Anche a questo luogo è legato un ricordo della mia infanzia, pieno di vivide luci rosse. Una notte, il Deposito Foraggi di cui sopra, che era stato realizzato in  una vastissima buca sotto il livello stradale, alla Berka, fu dato alle fiamme da alcuni beduini ribelli, seguaci di Omhar El Mukhtar.     Fiamme altissime che si vedevano distintamente sopra le terrazze dei palazzi, dalle quali, sgomenti, le osservavamo, intimoriti delle altissime lingue di fuoco che salivano al cielo crepitando intensamente. Uno scenario dantesco, mai visto prima, da noi ragazzi. Altro percorso a me abituale era quello del lungomare Benito Mussolini, che rappresentava per noi ragazzini, il campo di gara per memorabili sfide in bicicletta. Dalla linea di partenza, sita vicino la Dogana , e segnata a terra col gesso, tra i due alti obelischi marmorei, sormontati dalla Lupa di Roma e dal Leone di San. Marco, si arrivava al traguardo, davanti alla Cattedrale.  Per gli adulti, invece, quel marmoreo Lungomare, rappresentava il luogo in cui il pomeriggio, potevano passeggiare a piedi o mollemente seduti, sulle tipiche carrozzelle arabe, trainate da ronzini malandati e con il cupolone di cerata nera abbassato, per vedere ed essere visti. Carrozzelle scoperte, condotte di solito da arabi, con il classico turbante bianco-sporco in testa e la sigaretta arrotolata, tenuta all'angolo della bocca. Con le redini in una mano e con l'altra mulinando nell'aria, la schioccante frusta, la "zotta", che finiva la sua veloce corsa sulle gambe del povero cavallo. Qualche volta, purtroppo, questo schiocco l'ho sentito ed assaggiato anch'io, sulle mie gambe imberbi, quando ero scoperto dal cocchiere mentre ero accoccolato sull'assale posteriore della carrozza e mi lasciavo trasportare da clandestino, assieme ai clienti, lungo la strada. Sul lungomare si affacciavano alcuni grossi palazzoni moderni e la caratteristica sagoma del Palazzo del Governatore, con il suo alto e bianco torrione quadrato che sembrava un minareto. Quella larga, sontuosa, strada voluta dal Governatore De Bono, svoltava a destra dopo circa quattrocento metri, proprio all'altezza della Cattedrale e poi sempre alberata da palme rigogliose, passava davanti al "Grande Albergo Berenice" e si congiungeva con il Viale Giacomo De Martino, costeggiando il porto piccolo, con il suo molo sempre pieno d’imbarcazioni da diporto. La Cattedrale era una massiccia costruzione con due grandi cupole rivestite di rame e con un'ampia scalinata di marmo che la rendeva più possente, "una copia mal riuscita del S.Antonio di Padova" come giustamente la definisce la sig.ra  Paola Hoffmann. Era il luogo dove, la domenica, si dava convegno l'alta borghesia, i funzionari del Governo coloniale con le famiglie al completo, agghindate  a festa, i rappresentanti del Governo militare, il prefetto Vellani e il vescovo Monsignor Candido Moro, per assistere ostentatamente alla Santa Messa, al suono della Marcia Reale. A fianco alla Cattedrale c'era  il bel Palazzo dell'Episcopato, nei cui locali, di pomeriggio ci riunivamo per partecipare alle lezioni di catechismo e sopratutto, per sfidarci in interminabili partite a Calcio Balilla, o bigliardino come lo avrebbero chiamato oggi. . In quell'albergo, nel 1936, abbiamo festeggiato le doppie nozze tra i miei fratelli germani, Giovanni e Sina Giudice, con Rosa e Giovanni Nicosia, figli di mio zio Diego. (Ho capito, così, solo dopo tanti anni, perché io ero tanto coccolato in casa di mio zio Diego. Ero il falso scopo, allora, delle continue visite reciproche dei fidanzatini). Una cerimonia grandiosa, come si addiceva allora, alla categoria dei commercianti affermati. Un pranzo nuziale, a cui partecipò tutto l’entourage del clan Nicosia, seduto attorno ad un lunghissimo tavolo disposto ad U, dove fu immortalato dal fotografo, Cav. Gaetano Nascia, con numerose foto che conserviamo ancora.

Poi nel 1938, la conquista dell'Etiopia sconvolse la nostra vita familiare. I miei fratelli, Giovanni con la moglie Rosa e Pino, che erano in Africa Orientale, si trasferirono ad Asmara e fecero fortuna con un emporio di materiale edile. La ferramenta FERRA.FRA.GIU. consentì loro di espandere la propria attività anche ad Addis Abeba, ma un triste destino aspettava il maggiore dei miei fratelli, Giovanni. Il 16.10.1939, a Addis Abeba, nella capitale dell'Impero (!!), una,  comunissima infiammazione dell' appendice intestinale, non diagnosticata in tempo, dal suo medico di fiducia, il cognato Michele Trigilio, si trasformò in pochissime ore in peritonite e mia cognata Rosa restò vedova, con la piccola Graziella, di 11 mesi, orfana di padre. Nelle famiglie Giudice-Nicosia c'è stata sempre una triste fatalità!. Nei momenti di maggiore necessità, gli uomini più rappresentativi della famiglia, venivano improvvisamente a mancare. Prima, Angelo Giudice, padre di mio fratello germano Giovanni, che morì durante la guerra 1916/1918, poi questi nel 1939, all'apice della sua scalata imprenditoriale ed infine mio zio Diego, nel 1941, quando profughi da pochi giorni a Ferla, in Sicilia, le nostre famiglie erano alla disperata ricerca di un’attività per rifarsi una vita, dopo aver abbandonato tutti i nostri averi in Africa.

La vita a Bengasi, per noi Italiani, scorreva felice e con tanta soddisfazione, lavorando sodo e guadagnando bene, sino a quando scoppiò la guerra. Poi tutto cominciò a diventare difficile, con il passare del tempo. La scarsità dei rifornimenti cominciò a preoccuparci, e il commercio iniziò a risentirne anche se, dicevano, doveva trattarsi di una guerra lampo, che avremmo sicuramente vinto.  Infatti, così sembrò inizialmente, con la veloce avanzata delle nostre truppe, verso Alessandria d'Egitto e Marsa Matrùk. Ma prima la morte di Italo Balbo, sul cielo di Tobruk, (abbattuto si vociferava, "casualmente", dalla nostra contraerea), dopo, l'affondamento della nostra nave da guerra San Giorgio e quindi i bombardamenti che iniziarono a distruggere la nostra città, ci fecero allarmare moltissimo. Noi ragazzi, però, nati nel clima di "Credere, Obbedire e Combattere", e ignari della sorte che ci sarebbe toccata, ci entusiasmavamo a sentire i bollettini di guerra, che magnificavano la fulminea avanzata verso il Cairo. Avevano richiamato alle armi come artigliere, anche mio padre, che sotto il peso dei suoi cinquantuno anni, era stato costretto a vestire la divisa militare della M.V.S.N., (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale) del regime e ad aggregarsi ad un presidio della contraerea, alla Giuliana. E così, io facevo il tifo per lui, la sera, salendo sul terrazzo, appena si sentiva l'ululato lugubre delle sirene, che ci avvertivano delle incursioni di aerei nemici. Armato di una bagnarola di lamierino di ferro zincato che tenevo alta sulla mia testa, con le due mani serrate sui larghi manici, per proteggermi dalle schegge, (così credevo), stavo ad osservare il cielo, atteggiandomi a "piccola vedetta ……….libica", con l'elmetto in testa come il "Feroce Saladino", di buona memoria giovanile.

All'avvicinarsi di quel suono tipico e caratteristico che facevano i motori degli aerei inglesi (Uaan--Uaan--Uaan), che riconoscevo subito a distanza, la volta celeste si illuminava d'incanto, scrutata da decine di fotoelettriche che sciabolavano l'aria, alla ricerca del nemico. Quando l’aereo era inquadrato da una di esse, tutte le altre collocate attorno alla città, si dirigevano sull'obbiettivo formando come una grande piramide di fasci di luce. E cominciava "lo spettacolo", che con grande infantile incoscienza ogni sera andavo ad assistere !!. Un inferno di fuoco!. Si udivano le mitragliere pesanti, che sparavano continuamente proiettili traccianti, che rapidamente salivano in cielo rincorrendosi luminosi, e poi a mano a mano affievolendosi, ricadevano a parabola verso terra. Si udiva il rumore dei cannoncini a tiro rapido, che anch'essi facevano la loro parte. Ed infine, c'erano i cannoni della contraerea che facevano un chiasso infernale, ma intervallato, illuminando l'aria con vivide fiammate azzurrine. In cielo, le nuvolette grigio-bianche lasciate dagli scoppi, venivano illuminate dalle fotoelettriche che inseguivano inutilmente un puntino grigio-nero che si allontanava indisturbato. Erano gli aerei ricognitori nemici, troppo ad alta quota per essere colpiti, dicevamo tra noi, forse inconsciamente, per giustificarci dell'inutile sbarramento di fuoco fatto della nostra contraerea. Ma una sera avvenne qualcosa di diverso. Improvvisamente apparve in cielo, nella posizione indicata dalle fotoelettriche, una palla di fuoco e io cominciai a saltare e gridare con gioia: Colpito !!,  Colpito !!, e aspettavo con orgoglio di vedere cadere quell'aereo nemico abbattuto dalla "contraerea di mio padre". Però quella palla luminosa non scendeva velocemente, ma si dondolava dolcemente in cielo. Sembrava che si dirigesse sulla mia testa, e così impressionato, scappai nel sottoscala a raccontare l'accaduto.  Mi fu detto che si trattava di un "bengala".  Un aggeggio di guerra che serviva al nemico per illuminare a giorno gli obiettivi, per fotografarli o per meglio individuarli durante il bombardamento. Che ne sapevo io di bengala e bengala!!! Per me allora, lettore di Emilio Salgari, il Bengala era la patria di Sandokan e delle sue tigri di Mompracem, e così risalii in terrazza in tempo per vederlo spegnere e sbriciolarsi, alla fine, in una cascata di scintille. Poi, la sera del 15 settembre 1940, qualcosa cambiò nel mio scenario notturno d’osservazione. Il classico rumore degli aerei inglesi d'alta quota, non era quello usuale. Dovevano essere in molti, gli aerei che si avvicinavano a Bengasi e l'attività della contraerea si fece più frenetica e anche le fotoelettriche sembravano impazzite.

All'improvviso, ecco, il primo tremendo scoppio, che sembrò bloccarmi il respiro, facendo tremare il pavimento della terrazza sotto i miei piedi.  Poi un secondo, un terzo, un altro ancora e non ebbi il coraggio di continuare a contarli, perché in un attimo scappai giù nelle scale, scendendo a precipizio e saltando i gradini a quattro a quattro, orientandomi nel buio, seguendo il corrimano, per arrivare il più presto possibile nel sottoscala, dove mi attendevano terrorizzati i miei familiari. Quella sera, dopo il segnale di cessato pericolo, siamo andati a dormire  vestiti, sicuri che da lì a poco gli aerei nemici sarebbero ritornati. Ma anche se non ci furono altri allarmi, dormimmo poco.  Infatti, il Viale Regina era percorso continuamente da automezzi dei vigili del fuoco, da camion militari e da autoambulanze che facevano la spola tra l'Ospedale e le zone della città che erano state colpite, specialmente con il porto dove era stata affondata una nave da trasporto piena di militari, facendo una strage. I cadaveri o quello che restava di essi, venivano trasportati sui camion avvolti in lenzuola, accatastati alla rinfusa, tanto erano numerosi. Il giorno dopo, appena alzato, feci colazione e con noncuranza, inosservato, mi allontanai da casa:  volevo andare a vedere le zone bombardate e mi diressi verso il porto. Le strade, nella zona, erano tutte intasate di detriti d’edifici colpiti dalle bombe. Mi avvicinai con la fida bicicletta al Teatro Municipale Berenice  e potei osservare più da vicino gli effetti devastanti della guerra. Strade piene di grandi buche con alberi divelti o tranciati dalle schegge, serrande metalliche squarciate, infissi divelti e senza vetri, sparsi tutt'intorno. Edifici diroccati, altri incendiati dagli spezzoni incendiari e poi, macchie di sangue, sangue, sangue un pò dovunque. Una scena apocalittica, allora, per un ragazzo di 14 anni, alla sua prima esperienza del genere. Oggi anche i bambini sanno cos'è la guerra, martellati dalla televisione, con scene di distruzione e di morte, in Bosnia, in Cecenia, nel mondo intero.  Ma allora non c'era la televisione e le scene di guerra, li vedevamo al cinema, prima del film, con il "Cine Giornale Luce", in bianco e nero, e così facevano meno impressione. Vederle per la prima volta al naturale, con quell'odore di morte è stato terribile !. Quella visione mi fece subito indietreggiare. Sentii piegarmi le gambe, alla vista di tutto quel sangue, e così scappai via di corsa verso casa. Trovai i miei familiari riuniti in negozio a parlottare. Discutevano preoccupati, di quello che era accaduto la sera prima e di ciò che poteva accadere successivamente. Le caserme del Comando Truppe, di fronte casa nostra, quella sera, erano state risparmiate ma ancora per quanto tempo, si chiedevano i miei?  E così fu presa una decisione collegiale, da tutte le famiglie del clan Nicosia e da altri parenti che vivevano nel nostro ambiente: non era prudente restare in città, quella notte, vicino a probabili obiettivi di guerra. Ma dove era opportuno sfollare ?. Occorreva trovare una sistemazione sicura, non lontano dalla città, affinché gli adulti, potessero di giorno continuare le loro attività lavorative, e raggiungerci, la sera, alla chiusura degli esercizi commerciali.

Ci misero a disposizione uno stanzone, disadorno, in cui sistemammo i materassi per terra, allineati a stretto contatto uno con l'altro, lungo le due pareti, in modo da formare due grandi lettoni. Al centro della stanza, un separé, realizzato con una corda, alla quale erano state fissate con le mollette, alcune lenzuola, salvava la pudicizia: maschi a destra e femmine a sinistra !!,  tutti accorpati e divisi per nuclei familiari. Sembrava un campo di concentramento. Il bombardamento sulla città, per i membri della famiglia che non erano mai saliti prima con me sulla terrazza,  quella notte, rappresentò uno spettacolo di guerra da non perdere.   E così restammo per molto tempo, con il naso per aria a fare congetture, sulle zone che venivano colpite dal nemico, seguendo tranquilli sotto le alte palme, le luci delle fotoelettriche che inseguivano gli aeri nemici. Il giorno dopo ci siamo dati da fare per migliorare i nostri alloggiamenti, e i nostri genitori, ritornati dalla città con i mezzi e gli attrezzi necessari, si misero a costruire con tavole di legno e lamiera ondulata,  un’ ampia baracca, adiacente e intercomunicante, con il precedente alloggio. Furono, così, approntati i servizi igienici alla turca e la cucina con zona pranzo incorporata! Siamo rimasti nel palmeto dei Sabri circa quattro mesi, come in un villaggio turistico d’oggi, in allegra compagnia, specialmente per noi più piccoli.

Allora, era opinione generale che doveva trattarsi di "una guerra lampo", come avevano fatto in Europa i tedeschi. Ed infatti, la guerra, sembrava riguardare altre città, in Egitto, lontano da noi:  Marsa Matruk, Sollum, Sidi El Barrani, Giarabub e tranquilli noi seguivamo le cronache di guerra ignari di quello che di li a qualche mese ci sarebbe capitato. Ma gli eventi incalzavano e le notizie che sentivamo e leggevamo sul giornale locale "Cirenaica Nuova" cominciarono a diventare preoccupanti. Gli sviluppi delle battaglie in corso su El Alàmein e sul fronte libico, li apprendevamo, di giorno, dalla voce di Mario Appelius, nei bollettini di guerra italiani e dopo di nascosto, la notte, quando chiusi in casa al buio, ci sintonizzavamo su Radio Londra e aspettavamo di sentire i quattro colpi di tamburo della quinta sinfonia di Beethoven: "Ta-Ta-Ta---Taan"  e subito, dopo la voce suadente e familiare del Colonnello Stevens, ci faceva intuire che il bollettino di guerra ascoltato prima, dalla radio del regime, era totalmente falso. E ogni giorno che passava, il fronte di guerra si avvicinava sempre più a Bengasi!

A novembre, intanto, mia zia Grazia con le figlie, Rosa con Graziellina, Nellina e il piccolo Diego, figlio di Sina, erano partiti per l'Italia. Gli altri della famiglia, il 17 Gennaio 1941, caricate sulle autovetture la maggior parte delle cose indispensabili, partirono a gruppi, me compreso, alla volta di Tripoli.

A Sirte, non trovammo posto nell'albergo omonimo e ci dovemmo accontentare di dormire, accomodati alla meglio, su poltrone e divani. Il giorno dopo riprendemmo il cammino, passando per Lepts-Magna, le cui rovine scorgevamo da lontano, e così, sfiniti, arrivammo a Tripoli, ospiti di amici che ci alloggiarono. Ci fermammo lì sino alla fine di febbraio del 1941 . Durante quel soggiorno, assistetti ad un triste evento:  l'affondamento di un idrovolante Savoia Marchetti, della Croce Rossa, all’interno del porto. Mi trovavo sul molo assieme ad altri amici e stavo osservando la manovra d'ammaraggio dell'aereo che era già a pelo d'acqua, quando improvvisamente, un piccolo peschereccio, sbucato fuori tra due navi ancorate al molo,  non accorgendosi della manovra in corso, gli tagliò la strada. Il pilota resosi conto all'ultimo momento della presenza dell'ostacolo, richiamò disperatamente a se la cloche, dando gas ai motori, che rombando spasmodicamente tentavano di far riprendere quota all'aereo, ma questo, in fase di stallo, si piegò sul fianco destro e scivolò d'ala verso l'acqua, in cui cominciò ad immergersi. Furono attimi di sgomento e di terrore per tutti noi. Immediatamente iniziarono i soccorsi e così furono portati in salvo alcune persone. Altre purtroppo perirono, annegate.

A Tripoli, intanto il tempo passava e i bollettini di guerra con le notizie dalla Cirenaica erano sempre più preoccupanti. Tobruk, la nostra roccaforte, il 22 gennaio 1941, era stata occupata, e il Generale Graziani succeduto ad Italo Balbo, ordinò la ritirata dei nostri militari da tutta la Cirenaica , chiedendo l'aiuto dei tedeschi che avrebbero inviato in Libia il famoso Generale Rommel con la " Deutsches Afrika Korp" forte dei suoi carri armati pesanti, Tigre e delle squadriglie di aerei Stukas !. La guerra si avvicinava inesorabilmente a Tripoli e così, cominciammo a meditare che era più opportuno espatriare definitivamente dalla Libia, ma purtroppo questo proposito non era facile realizzarlo. I servizi di linea dell'Ala Littoria, la progenitrice dell'Alitalia d’oggi, erano insufficienti e così cercammo disperatamente altri mezzi di fortuna. Finalmente a piccoli gruppi, chi su navi da trasporto militari, chi in aereo, riuscimmo a rientrare in Patria. Mia sorella Sina con il figlio Angelo e la domestica Graziella, partirono in aereo il 10 febbraio del ‘41. Mia madre e mio padre, in idrovolante, con le mie sorelle, Rosa ed Agata per Marsala. Al gruppo formato da me, da mio zio Filippo Giudice e moglie, dal fratello di Maria Burrafato, Pinuzzo Giudice e dalla famiglia di mio zio Salvatore al completo, toccò in sorte la motonave "Conte Rosso", che una sera di plenilunio partì da Tripoli, verso l'Italia, assieme alla nave Conte Verde ed altre navi ancora, cariche di profughi, scortate da mezzi navali della marina militare. Ci sistemammo alla meglio, sdraiati sul pavimento, coprendoci con le poche cose che c’eravamo portate appreso. Temevamo di essere attaccati dal nemico e non dormimmo molto la notte, anche per il freddo. Ma per fortuna non avvenne nulla.

Il giorno dopo, scrutavamo il cielo in apprensione, confortati dalla presenza ai fianchi del convoglio, dei mezzi navali veloci che ci scortavano e degli aerei che volteggiavano sulle nostre teste. Infatti, durante il viaggio successivo di ritorno, la nave Conte Verde, venne affondata dagli aerosiluranti inglesi con tutto il suo carico di guerra. Il 02 Marzo 1941, arrivammo finalmente a Napoli,  stanchi, sporchi, ma salvi!.

Così, iniziava la mia vita in Patria, da profugo, prima a Ferla sino al 04 aprile 1941, (quando improvvisamente morì mio zio Diego), poi a Vittoria sino al 1946 e quindi ad Agira, dove ero nato, il 20.01.1927. Ho tentato di ritornare a Bengasi, e nel 1969, c'ero quasi riuscito. Avevamo preparato i passaporti, per raggiungere da turisti mio cognato Giovanni, che per nostalgia e per opportunità era rientrato a Tripoli con la moglie e i figli: Diego, Angelo e Graziella che intanto era nata a Vittoria. Ma per mia sfortuna, (o fortuna) non siamo riusciti a partire perché il 1 Settembre del 1969 ci fu il “colpo di stato” del Colonnello Gheddafi e il cambio di governo in Libia. Dal 1969,  sono passati altri venticinque anni e il sogno di rivedere Bengasi, che ritengo sia vivo in tutti gli "Italiani di Libia" non si è ancora realizzato, e chissà se si realizzerà mai, almeno, per quelli della mia età!  Mi auguro soltanto che un domani possano aprirsi le frontiere, almeno, per i nostri figli, affinché questi, visitando e conoscendo la Libia , possano comprendere il sentimento e l’amore che abbiamo avuto noi anziani, verso quella terra che abbiamo amato tanto. Oggi vivo a Palermo, con la famiglia, nonno felice e "priatu" (soddisfatto) di due splendidi nipotini, con la segreta speranza di potere un giorno ritornare con loro a Bengasi, per rivedere ancora una volta i luoghi legati alla mia fanciullezza, felice e spensierata. Sono trascorsi da allora 54 anni. Però ho rivisto Bengasi!

Ed allora dico: arrivederci Bengasi!

Angelo Nicosia

 

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L  I  B  Y  A

 

Dalla Guerra Italo - Turca (28.9.1911 ÷ 18.10.1912)

all’Indipendenza (24.12.1951)

(vista da un  bengasino italiano:  J.A.Musmarra,)

                                         

 

 

INTRODUZIONE

 

 

 “Durante gli ultimi secoli, le imprese coloniali dei popoli europei furono numerose in tutto il mondo: una nazione, approfittando della propria forza, invadeva le terre di un altro popolo più debole e s’impossessava dei loro averi, che saccheggiava. Nessuno metteva in dubbio tale stato di cose perché si trattava di qualcosa che tutti praticavano dalla notte dei tempi e tutti: colonizzatori e colonizzati accettavano o si rassegnavano a questa cruda realtà, come se fosse una fatalità inevitabile, contestuale alla storia.

La scoperta e la conquista dell’America da parte degli europei introducono, però, un’importante variante.

Per la prima volta e per ragioni religiose, il colonizzatore interroga se stesso sulla correttezza dell’Impresa colonizzatrice e a seguito di forti dibattiti di Giuristi e Teologi si arma di ragioni umane e divine per giustificare le sue conquiste. Da allora in poi e senza tralasciare, quello che sempre fu, vale a dire un atto di forza e di rapina, la colonizzazione si attribuisce un merito a se stessa, per una “Missione Evangelizzatrice e Civilizzatrice” verso i popoli: togliere dallo stato che loro ritenevano animale, quelle genti che vivevano come selvaggi e umanizzarli, grazie al cristianesimo e alla cultura occidentale che li ispirava.

Affinché quest’obiettivo possa avere qualche apparenza di realtà, è imprescindibile stabilire, come un fatto indiscutibile e scientifico, che il colonizzato non abbia i conoscimenti e le luci indispensabili per giudicare da se stesso ciò che più gli convenga. dato che si tratta di un essere invalido e primitivo i cui interessi e convenienze sono meglio conosciute dalla potenza coloniale una forma di autoritá benevola.. secondo me dovresti toglierlo!

 Eppure nel XIX° secolo, le varie imprese coloniali europee, sia in Africa sia in Asia, quasi trascurano  questo desiderio di  giustificazione religiosa e morale, e invadono e occupano numerosi territori che cominciano a sfruttare immediatamente, senza altra spiegazione che la necessità di provvedersi di materie prime.

 

“Quando Hitler, nel suo libro Mein Kampf, spiega che nel programma del Partito Nazional Socialista, figura in un posto preminente, l’acquisizione con le buone o con le cattive maniere, delle colonie per istallare gli eccendenti demografici del popolo tedesco, non fa altro che scrivere su una carta ció che quasi tutte le grandi potenze europee stavano facendo, naturalmente senza dirlo con tanta chiarezza, dal secolo XV ”, così scrisse Mario Vargas  LLosa: Famoso scrittore di fama internazionale, analista e politico del Perù.)

        (  La Nación.” 09/ENERO /2009. Buenos Aires  )

 

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Con questa premessa molto eloquente, e tenendo in conto che nella storia del colonialismo europeo erano in prima linea fondamentalmente: Francia ed Inghilterra, fino al XX° secolo, quello che scrisse Hitler era del tutto conseguente con le politiche ormai più  che utilizzate dai “Signori della Democrazia e della Libertà” in Europa.

Questo è il contesto, su come si deve analizzare oggi, l’occupazione da parte  dell’ Italia della Cirenaica e della Tripolitania, nel 1911. Occupazione, è bene dirlo, che è stata compiuta con il tacito consenso delle maggiori potenze europee, dell’epoca poiché queste terre erano già colonie del vasto Impero Ottomano.

E’ quindi allo scopo di essere il più imparziale possibile, è opportuno regredire nel tempo e analizzare i fatti e i metodi usati, secondo le mentalità imperanti allora, non oggi.

Se non si analizzasse in questo modo e criticassimo i fatti di altre epoche con la mentalità moderna, si cadrebbe in un gravissimo errore e tutto sarebbe considerato assurdo.

Così, come fu nel passato, i turchi occuparono immensi territori.

E poi dopo gli arabi, i francesi, gli inglesi, i portoghesi, gli olandesi, i belgi, ecc, tutti fecero esattamente, la stessa cosa! 

I “casus belli” giustificativi per queste occupazioni, in sostanza furono sempre create dagli invasori. Sia nel passato e sia nel recente presente: Nessuno invita gli invasori!!!

Però, come non giustificare l’Italia ad avere pure lei le Colonie, se averle in quell’epoca era un’aspirazione di qualsiasi nazione e sopratutto quando nel proprio territorio nazionale c’era troppa gente e mancava la terra su cui lavorare, ragion per cui, entrava in funzione automaticamente, la valvola di sfogo chiamata: Emigrazione all’Estero.,

Naturalmente era più facile “occupare” un territorio straniero e farlo diventare nazionale. Si risolvevano così i problemi interni dei paesi super popolati.

   Questo era in fondo il “colonialismo”. Un braccio allungato del territorio nazionale!!!

Dopotutto la Cirenaica e la Tripolitania , cioè l’attuale Libia, erano state quasi abbandonate dall’Amministrazione turca, tanto che i loro territori nell’enorme estensione avevano pochissimi abitanti che vivevano in uno stato prevalentemente tribale, e inoltre, poiché erano tanto vicini all’Italia, rappresentavano una vera occasione per fare pure noi ciò, che avevano già fatto le altre potenze europee: stendere un braccio e.  colonizzarle!!.

Se l’Italia, non avesse occupato la Libia , questa, sarebbe stata sicuramente occupata dalla Francia per ingrandire le sue colonie in Africa: Tunisia e Algeria oppure dall’Inghilterra: Egitto e Sudan.

 Per i turchi inoltre quella “Cassa di sabbia” (come volgarmente era chiamata), non era una Colonia importante, a dedurre da quanto poco là fecero  nel lungo tempo in cui ci rimasero.

 Non dimentichiamoci inoltre che gli arabi, lasciarono parte delle loro terre d’origine (Oriente occidentale) e occuparono fra l’altro tutto ciò che si trovava sulla costa mediterranea dell’Africa: Egitto Cirenaica Tripolitania Tunisia Algeria Marocco ed inoltre attraversarono lo stretto di Gibilterra e occuparono anche la Spagna , la  Sicilia ecc. ecc. 

Chi li aveva invitati?   Nessuno!!!!

Cosicché “chi é senza peccato, getti la prima pietra” si suol dire. Quindi fare i puritani oggi quando si ha un passato sporco, come minimo fa sorridere.

Per questo motivo condannare oggi l’Italia come nazione imperialista in senso dispregiativo non corrisponde, sarebbe solo un assurdo storico, infatti, non esiste in Europa o nel mondo, un paese che non lo sia stato prima dell’Italia.

 

Gli arabi che oggi nascono e crescono in Libia, sono pure loro figli o discendenti di altri popoli invasori ed, in questo caso dei loro progenitori, di etnia araba.

Apparentemente tutte le differenti origini degli abitanti della Libia sembrano essersi ridotti in due grandi gruppi: quelli delle Zone interne e quelli delle Zone costiere, cosa questa che lo stesso Omar Al Muktar affermò e per cui disse che a quest’ultimi (quelli delle “città e zone costiere”) “ li odiava “, stante che lui era un Beduino dell’interno. (Leggere a tal proposito il “Giudizio a Omar al Muktar”). (Google/Omar al Muktar/Wikipedia: The Free Encyclopedia,/ External links,/ Secrete proceedings in the Benghazi Trial.)

 

 

RESISTENZA DEI BEDUINI

 

La gran resistenza dei beduini (GENTE DELL’INTERNO) contro gli occupanti italiani, fu secondo me, un’ostilità sbagliata, completamente errata, perché fondamentalmente di carattere “religioso” cosí come lo stesso massimo oppositore: Omar al Muktar ripetette varie volte di fronte al Tribunale che lo giudicò.

Fu una battaglia cruenta e una lunga guerra fatta d’imboscate, torture ecc. perché i beduini, e non gli arabi, consideravano gli italiani come se fossero nemici dell’Islamismo, percependoli come nuovi crociati, ragion per cui  ci dichiararono  perfino “ la Guerra Santa.”

 

Di indipendenza non si parlò mai, né v’erano aspirazioni nazionaliste in quell’epoca a parte di un possibile Emirato a Giarabub.

 I grandi movimenti nazionalisti e di indipendenza sopra tutto in Africa e nell’Oriente occidentale, sorsero dopo la Seconda Guerra Mondiale e nel caso della Libia, l’Indipendenza fu data dalla ONU, di fronte alla possibilità di restituire la Tripolitania all’Italia (proposta americana) e rendere indipendente la Cirenaica (proposta inglese).

E tutto ciò fu per non dividere in due la Libia.

Non fu per eventuali lotte indipendentiste contro la dominazione militare inglese.

Perfino quando il Magreb, influenzato da Nasser, cominciò con i movimenti rivoluzionari per ottenere l’Indipendenza incitando il suo popolo a lottare contro i Francesi (Tunisia Algeria.) contro gli Spagnoli (Marrocco) ecc. ecc, in Libia e con sorpresa, esisteva una tranquillità incomprensibile, neanche allora si parlava di Indipendenza.  Né gli inglesi in Cirenaica, né i francesi nella Tripolitania ebbero problemi con i nativi.

Fu l’ONU che si oppose, a che la Libia fosse divisa in due parti, cosa che mi sembrò ben fatta.

Però torniamo indietro, agli anni appena posteriori al 1911-12.                   Evidentemente i beduini, mali informati “ad hoc” dai turchi, credettero che gli italiani andavano in Cirenaica e Tripolitania come nuovi “Crociati”.

Fu l’Italia che attribuì il nome: LIBIA alle due regioni congiunte di Cirenaica e Tripolitania, (che era, infatti, l’antica denominazione romana) e pure fu l’Italia che inoltre definì esattamente le sue frontiere, che ancora oggi sono vigenti e che prima non esistevano!

L’opposizione beduina contro l’Italia fu, ripeto, sbagliata nel suo fondamento. La Chiesa non aveva nulla a che vedere con quell’occupazione, sebbene le brillassero gli occhi facendo speculazioni sul futuro.

Le truppe italiane sbarcate a Tripoli non erano truppe VATICANE, ma ITALIANE.

 

 

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PERCHE L’ITALIA TOLSE AI TURCHI LA “LIBIA” ?

 

Quest’innocente domandina è mal formulata, infatti dovrebbe dirsi: Perché l’Italia occupò le “COLONIE”  turche:  Cirenaica e Tripolitania  dato che, ripeto, fu l’Italia ad unificarle e a chiamarle  “LIBIA”.

In questo caso vi saranno varie risposte, apparentemente tutte “logiche”.

Parlando di Libia ci stiamo riferendo a queste regioni senza frontiere definite fra Tunisia ed Egitto che facevano parte dell’ex Impero Ottomano. (Turchia)

Quella chiamata guerra Italo-Turca, fu per problemi fra Turchia e Italia. Non vi fu una guerra contro i “libici”, ma contro i “turchi”. Inoltre i turchi in Libia, erano tanto invasori quanto, dopo, lo saranno gli italiani che li cacciarono via da questa “Cassa di sabbia”.

 

Per questo, finita la guerra (1912), il Trattato di Pace si firmó fra Turchia e Italia; giacchè la LIBIA , come Paese o Colonia, non esisteva! I nativi della Cirenaica e della Tripolitania generalmente di origine “araba” avevano pure contrastato, prima, e continuamente, contro i turchi, i quali mediante la pena di morte per decapitazione o la forca risolvevano questi problemi coi nativi, cosa questa che d’altra parte era abbastanza comune persino in tutti i paesi auto-denominati “civilizzati” e fondamentalmente nei domini turchi.

In Cirenaica e Tripolitania succedeva lo stesso, la severità dei turchi aveva originato un clima di repulsione agli stessi molto marcato e il beduino Omar Al Muktar aveva lottato pure contro di loro.

Però, non per ottenere un’Indipendenza, dal punto di vista nazionalista, ma per il modo di trattare dei turchi verso gli indigeni.

Intorno al “Castello Turco” di Tripoli era comune vedere sovente, al mattino, sopra dei pali teste di libici decapitati dalla superficiale giustizia ottomana.

Per tal motivo vi era in Italia una credenza generalizzata che i libici avrebbero ricevuto gli italiani come liberatori di questo insopportabile giogo.

Si diceva persino che i libici li avrebbero ricevuti con rossi tappeti stesi ai loro piedi. Era evidente che queste informazioni provenivano dagli arabi delle città costiere, già familiarizzati con gli italiani, per i loro continui contatti commerciali e pescherecci.

 

Eppure è opportuno riconoscere che fra i libici vi era una parte che appoggiava i turchi, (i beduini) infatti, fra essere una colonia di un paese musulmano o di un paese “infedele”, sceglievano di rimanere coloni d’un paese musulmano, soprattutto, coloro che erano fondamentalisti fanatici o appartenevano a qualche setta religiosa: in particolare i “Senussiti” dell’interno!

Questi si trovavano nella posizione che diceva che: era meglio un cattivo conosciuto che un buono da conoscere.

Fu così che i senussiti, (Setta religiosa ultraconservatrice) logicamente appoggiati fortemente dai turchi, che già avevano quasi promesso al Gran Senusso Mohamed Idriss ( il cui nonno aveva fondato la “Confraternitá religiosa senussita” a Giarabub) la possibile creazione di un Emirato o uno stato senussita, nella stessa Oasi di Giarabub, si trasformaron in grandi nemici degli italiani

 

Il Capo operativo di questa setta fu Omar Al Muktar, maestro nell’insegnamento del Corano, oriundo di Janzour (paesello all’Est della Cirenaica da non confondere con l’altro Janzour, vicino a Tripoli, citta’ molto famosa e con molta storia) e pertanto beduino cirenaico e rappresentante di Idriss.

I turchi con i nativi solo avevano in comune una cosa: la Religione.

In questo caso e contrariamente a quanto si supponeva, l’unità religiosa fra turchi e beduini di Giarabub pesò molto di più che le differenti origini di etnie, razze, abitudini ecc. ecc, pur non avendo neanche un minimo passato remoto comune comparabile agli infiniti vincoli di questa Terra con Roma, alla quale, nella sua epoca, le apportò un Imperatore: Septimius Severus, nato a Leptis Magna, oltre a varie legioni “libiche” in Europa.  

 

Inoltre, i pochi chilometri di mare che la separavano dall’Italia (meno di 500), sono molto eloquenti ed incontrastabili, così come lo erano i ripetuti contatti e le relazioni fra le due sponde durante secoli e secoli.

E per completare, sapendo che da sempre, poco ha influito nelle relazioni fra i paesi una comune religione, l’Italia, era completamente sicura che la Libia non avrebbe avuto una possibile reazione locale di carattere religioso

L’esempio più chiaro l’ha dato sempre la stessa Europa che, avendo in sostanza una stessa religione: la Cristiana , é stata continuamente campo d’interminabili guerre e battaglie fra i suoi paesi.

Cosa che d’altra parte é successo e succede pure nel mondo islamico fra Sciiti e Sunniti ecc ecc.

 

Però nel caso della Libia questa differenza di religione, intelligentemente manipolata dai turchi, pesò e molto, a dedurlo da come furono accolti gli italiani, dai nativi “arabi” o “arabo-parlanti”.

E’ chiaro che dicendo “arabo-parlanti” s’includono i berberi delle oasi, i beduini, e le popolazioni delle tribù dell’interno sempre più primitive e più scontrose od intrattabili, molto differenti da quelli delle zone costiere o marittime, come logica conseguenza diretta del contatto umano continuo con gente dell’estero, con la quale sono più familiarizzati e per questo motivo più trattabili

 

Analizzare i motivi della Guerra Italo Turca dopo quasi 100 anni non sarà necessario, dato che il lettore interessato al caso ha a sua disposizione una bibliografia copiosa, eccellente ed amplia, sul tema.

Quello che è sicuro è che il Regno d’Italia, si trovò indotto in quest’avventura coloniale e quasi spinto ad essa, contando anticipatamente sull’appoggio di Francia, Inghilterra, Germania, Russia e persino della Chiesa romana ecc, dato che la presenza di una colonia turca in questa posizione strategica sul Mediterraneo, era per lo meno poco comoda.

L’apertura del Canale di Suez aveva valorizzato enormemente la posizione strategica mediterranea della Libia.

Peró, agli inglesi non piaceva l’idea di avere una frontiera in comune con la Francia e lo stesso, dicasi, per i francesi nei riguardi degli inglesi.

Per questo motivo la soluzione che la Libia fosse italiana era gradita a queste due potenti nazioni. Un sandwich perfetto com’è stato per l’Uruguay fra il Brasile e l’Argentina.

Inoltre era conosciuto il malessere dei libici delle città, per gli abusi dei turchi e, la guerriglia contro loro, era di dominio pubblico.

 

Tutto ciò convinse l’Italia ad attraversare il Mediterraneo aprendo così una fonte di lavoro per gli italiani per frenare, in questo modo, l’emigrazione degli stessi, verso le due Americhe.

 

All’inizio dell’ostilità fra Turchia e Italia, i berberi, beduini ecc. dell’interno dimenticarono la loro opposizione verso i turchi, anzi al contrario, si unirono a questi creando così una lotta armata di guerriglia, fatta di attentati, assassinii, torture e mutilazioni, verso qualsiasi italiano, sia civile o militare, che fosse capitato nelle loro mani.

Non vi furono “prigionieri italiani” nella guerra del 1911, perché dopo averli presi, venivano torturavano e poi li ammazzavano tutti!!!

Poco dopo sbarcati, gli italiani come ho già detto, si trovarono in un ambiente inaspettatamente ostile e molto ben manipolato dai turchi, adesso  amici dei nativi.

Gli arabi delle città furono minacciati e sottomessi dai beduini e persino dovettero pagare loro “tributi”.

E la guerra, che avrebbe dovuto esser breve e relativamente facile, costò, prima che si trasformasse in una vera “Pace”: venti anni di lotte e migliaia di morti fra i due contendenti.

La guerra con la Turchia finì presto: il 18 Ottobre 1912. Però la guerriglia armata comandata dal beduino Omar Al Muktar della tribù Mnifa, nato a Janzour nel 1862 (un Villaggio nel Gebel cirenaico), capo dei senussiti e molto vicino al pretendente ad un possibile trono: Sidi Mohamed Idriss Al Mahdi Al Senussi (residente permanente in Turchia ), durò circa 20 anni, e terminò solo con la sua morte, nel 1931).

 

Per conoscere meglio ció che successe dopo i quindici giorni dello sbarco degli italiani a Tripoli, in Sciara Sciat, nel 1911 é meglio leggere testualmente ció che v’é nella documentata “STORIA d’ITALIA”,

 

www.cronologia.leonardo.it e soffermarsi all’anno 1911.

 

 

“Il 26 novembre 1911, sotto la direzione del generale CANEVA e al comando del generale De Chaurand la IIIa divisione l'11° bersaglieri, due squadroni di cavalleria e parecchia artiglieria si spinsero avanti per rioccupare le posizioni che in seguito alla battaglia di un mese prima erano state abbandonate. Tutti gli obiettivi furono raggiunti nonostante la tenace resistenza del nemico che lasciò nelle mani italiane dieci cannoni e 400 feriti prigionieri e sul campo numerosi morti. Si calcola che i turchi e gli arabi abbiano avuto circa 3000 uomini fuori combattimento; gli Italiani 16 morti e 109 feriti.

Nella moschea e nel villaggio di Henni e nel cimitero di Chui gli italiani poterono costatare l'inaudita ferocia del nemico e i corrispondenti esteri guardando i soldati barbaramente mutilati nelle giornate del 23 e 26 ottobre denunziarono al mondo civile le barbarie degli arabi e dei turchi della cui sorte esso si era fino allora preoccupato e lagnato.

Uno di questi corrispondenti, quello del “ Journal", così scriveva: "Ho visto in una sola moschea diciassette italiani crocefissi con i corpi ridotti allo stato di cenci sanguinolenti e informi; ma i cui volti serbano ancora le tracce di un'infernale agonia. Si è passata per il collo di questi disgraziati una lunga canna e le braccia riposano su questa canna. Sono stati poi inchiodati al muro e morirono a fuoco lento fra sofferenze inenarrabili. Dipingervi il quadro orrendo di queste carni decomposte che pendono pietosamente sulla muraglia insanguinata, è impossibile. In un angolo un altro corpo è crocefisso ma siccome era quello di un ufficiale si sono raffinate le sue sofferenze. Gli si cucirono gli occhi. Tutti i cadaveri ben inteso erano mutilati evirati in modo indescrivibile e i corpi apparivano gonfie come informe carogne. Ma non è tutto! Nel cimitero di Chui che serviva di rifugio ai turchi e donde tiravano da lontano potemmo vedere un altro spettacolo. Sotto la porta stessa di fronte alle trincee italiane cinque soldati erano stati sepolti fino alle spalle; le teste emergevano dalla sabbia nera del loro sangue: teste orribili a vedersi; vi si leggevano tutte le torture della fame e della sete. Devo ancora parlarvi di tutti gli altri orrori, devo descrivere tutti quegli altri corpi che sono stati trovati sparsi nei palmeti fra i cadaveri degli indigeni? Lo spettacolo è indescrivibile. È un calvario spaventoso del quale ho seguito le fasi con le lacrime agli occhi, pieno d'immensa pietà pensando alle madri di quei disgraziati figliuoli".

E GASTONE LEROUG, corrispondente del Matin scrisse: I piccoli bersaglieri caduti il 23 ottobre non morirono solamente da eroi ma anche da martiri. Non trovo parole adatte per esprimere l'orrore provato oggi quando in un cimitero abbandonato abbiamo scoperto questi miseri avanzi. Nel villaggio di Henni e nel cimitero arabo era stato operato un vero macello: degli ottanta infelici fatti prigionieri i cui cadaveri si trovavano lì è certo che almeno la metà erano caduti vivi nelle mani degli arabi e che tutti sono stati portati in questo luogo cintato da mura dove gli arabi erano al riparo dal piombo italiano. Allora è avvenuta la più terribile e ignobile carneficina che si possa immaginare. Si sono loro tagliati i piedi, strappate le mani, evirati e poi sono stati crocefissi. Un bersagliere ha la bocca squarciata fino alle orecchie, un altro ha il naso segato in piccoli tratti, un terzo ha infine le palpebre cucite con lo spago da sacco. Quando si pensi che due ore prima di cadere questi eroi avevano diviso amichevolmente il rancio con gli arabi che dovevano torturarli, non si può non provare un indicibile senso di stupore e di orrore.”

 

Fonti citazioni e testi

Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini 1930
ALBERTO CONSIGLIO - V.E. III il Re silenzioso. (8 puntate su Oggi 1950)
COMANDINI - L'Italia nei cento anni - Milano
MACK SMITH Storia del Mondo Moderno - Storia Cambridge X vol.
MONDADORI . Le grandi famiglie d'Europa - I Savoia. 1972
O' CLERY - The making of Italy - Kegan&Trubner Londra 1892
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (i 33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (i 20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA (i 14 vol.) Einaudi
STORIA D'ITALIA Cronologica 1815-1990 -De Agostini
+ ALTRI TESTI VARI, DELLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE  

 

Nella battaglia di Sciara Sciat participó pure il

Regg. XXI° d’Artiglieria italiano.

Questo Reggimento fu negli anni ‘30 trasferito a Bengasi, alla Berca (Fuheiat) e participerá nel 1941 alla conquista di Sidi El Barrani e Marsa Matruk (Egitto), agli ordini del Gen Maletti.

In questo Regg.to Il Primo “Gruppo” di fuoco era comandato dal Serg. Carmelo.A.Musmarra, (mio fratello)

 

 

 

 

L’inizio di tale guerriglia e la marcata repressione italiana si possono far coincidere con il molto deplorabile genocidio di Sciara Sciat, realizzato dai turchi e dai beduini, con i quasi ottanta prigionieri italiani catturati nella battaglia omonima, che, nella sua prima fase, fu favorevole ai turchi beduini e dopo immediatamente agli italiani.

 

Come risposta a quanto successo a Sciara Sciat, dopo pochi giorni arrivò in Libia una squadriglia di aerei seguita poi da dirigibili.

 Il giorno 1 Novembre del 1911 fu eseguito il primo bombardamento aereo nella storia dell’umanità con un aereo BLERIOT guidato del Tenente GIULIO GAVOTTI che gettava con la mano, dalla cabina di volo, bombe di 2 Kg . sulla cavalleria turca e beduina e fu cosí grande il caos ed il panico nel quale caddero i turco-beduini di fronte a questa “nuova arma” sconosciuta, che gli arabi si dispersero per trovare rifugio nelle oasi dove proteggersi.

La prima conseguenza di Sciara Sciat non si fece aspettare.

 

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1911

 

Dalle  costatazioni sul genocidio di Sciara Sciat ed al vedersi di fronte a orde selvagge primitive, gli italiani dovettero necessariamente adottare misure di sicurezza e di controllo, estremamente severe per mantenere l’ordine interno.

 

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1912

 

Qualsiasi beduino che fosse stato trovato armato nelle sue Oasi, case o qualsiasi altro posto, sarebbe stato giudicato dalla Giustizia militare con la pena di morte, mediante la forca.

Le misure furono esemplari e includevano anche i collaboratori dei beduini, fossero familiari o amici.

I ribelli che avessero commesso reati minori, furono inviati nelle Isole Tremiti o all’isola di Ustica, in Italia, posti questi dove furono sempre confinati gli oppositori politici romani, italiani, ecc

Nel 1911 furono confinati alle Tremiti, circa milletrecento libici, che si opponevano all'occupazione coloniale italiana.

A distanza di un anno, circa un terzo di questi erano già morti.

L'arcipelago però continuò a svolgere la sua funzione di confino anche per gli italiani, ospitando tra l'altro anche il futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini e Amerigo Dumini. Nel 1932 l'arcipelago divenne comune autonomo, con la denominazione di Comune di Isole Tremiti. Oggi è un posto per il Turismo Internazionale.

 

Solamente così si riuscì parzialmente a mantenere un poco di sicurezza, non solo per i militari, ma anche per i civili italiani, stranieri ed arabi delle città, tanto più perché, nel Maggio del 1914, l’Italia entrò in guerra contro l’Austria ed i problemi libici passarono in secondo piano, mantenendosi colà, solo piccole guarnigioni militari, nelle postazioni costiere strategiche.

 

TERMINA LA 1° GUERRA MONDIALE

 

Solo una volta finita la Guerra con l’Austria (4.Nov.1919), l’Italia cominciò a preoccuparsi ed occuparsi della Libia. Durante tutti questi anni i beduini, in sostanza, spadroneggiavano nei territori all’interno e sotto il comando di Omar Al Muktar, commettevano continuamente assalti criminosi, strazianti torture, incendi e sabotaggi frenando moltissimo le costruzioni di strade, istallazioni elettriche, costruzioni civili e potuarie, case ecc.

Mi preme raccontavi adesso, un episodio familiare, capitatoci in quel tempo: Il marito di una mia cugina che, dopo aver aperto un negozio di moda femminile in Via Torino a Bengasi chiamato “Città di Firenze”, mentre con la sua impresa costruiva la strada da Bengasi a Benina, fu sorpreso assieme ad altri lavoratori, dai ribelli beduini e fu torturato ed ucciso. Lo distesero al suolo e dopo avergli buttato sopra la pancia della brace di carbone, gli fecero bollire addosso, il loro te, usandolo come un fornello umano.

 

Terminata la Prima Guerra Mondiale, l’Italia per qualche tempo si dedicò a risolvere i suoi problemi interni, economici, sociali, politici ecc. per poi occuparsi della Libia e della sua tranquillità interna.

Vi furono vari cambi di Governatori, i quali cercarono di arrivare ad un accordo coi senussiti cirenaici e  finalmente si firmò un atto molto importante:

“Il Trattato di Regima”, che in pratica non servì a nulla poiché i beduini non lo rispettarono mai.  Ebbero concesso un’amministrazione autonoma, sempre sotto sovranità italiana, delle quattro più importanti oasi dell’interno: Giarabub, Cufra, Augila, Gialo ed una bandiera propria regionale, (tutta verde, il colore che simbolizza la Religione Islamica ), che loro potevano usare sempre accompagnata da quella italiana, (cosa che non fecero mai).

 

 

TRATTATO DI REGIMA.

 

Il testo dell'accordo con Mohammed Idris era stato predisposto il 21 ottobre 1920. Il giorno successivo, Sforza inviava il seguente telegramma a Imperiali (Ambasciatore italiano a Londra)

«Regio Governo è venuto a un'intesa col Saied Idris el-Senussi per perfezionare in rapporto con la situazione presente della Cirenaica il noto modus vivendi con Saied Idris stesso, rimanendo ben inteso nei limiti dell'accordo segreto del 31 luglio 1916 concluso fra Italia ed Inghilterra. Restando appunto nei detti limiti il Governo per propria delegazione, affida al Saied Idris l'amministrazione autonoma di alcune oasi dell'interno, in modo e forma che resti chiaramente integra ora e sempre la sovranità dell'Italia su tutta la Cirenaica così come è internazionalmente stabilita».       (Sforza a Imperiali Roma 23 ottobre 1920 h. 24.00 ibidem)

Il 25 ottobre 1920 l 'Accordo era firmato a Regima, località da cui prendeva il nome. L'Ambasciatore italiano a Parigi, Bonin Longare, inviava il 26 ottobre al Ministro degli Esteri francese, Pichon, un Aide-Mémoire informandolo che: «Le Gouvernement Italien [...] a confié à Said Idris l'Administration autonome de quelques oasis de l'intérieur dans des conditions dont il résulte clairement au présent et à l'avenir que la souveraineté de l'Italie sur toute la Cyrenaïque demeure telle qu'elle est établie par les actes internationaux en vigueur». (Aide-Mémoire di Bonin Longare a Pichon Parigi 26 ottobre 1920 ibidem)

I senussiti firmarono l’accordo di Regima, peró dopo non lo rispettarono in assoluto ed allora, la situazione mutava negli anni successivi in seguito al sorgere di difficoltà con il Senusso, circa l'attuazione dell'Accordo di Regima. Il 29 aprile 1923, infine il Ministro d'Italia al Cairo Aldrovandi Marescotti, inviava al nuovo Ministro delle Colonie, Federzoni il seguente telegramma:

“Ho inviato al Senusso seguente comunicazione: "All'Emiro Saied Mohamed Idris el Senussi. Heliopolis. Ho l'onore di comunicarvi che il Governo italiano ha dovuto prendere in considerazione la sistematica violazione da parte vostra degli accordi già intervenuti tra il Governo italiano e voi. Tale violazione è giunta al punto che voi avete stretto segreta intesa con i ribelli della Tripolitania ed avete usurpato la sovranità italiana in entrambe le Colonie libiche accettando emirato su di esse. Debbo pertanto dichiararvi d'ordine del mio Governo che il Governo del Re denunzia gli accordi intervenuti tra il Governo italiano e voi. Firmato: Aldrovandi, Inviato Straordinario e Ministro Plenipo-tenziario di Sua Maestà il Re d'Italia."». (Aldrovandi Marescotti a Federzoni Il Cairo 29 aprile 1923 h. 11.00 ASE P 1919-30 1397)”

Tutta questa corrispondenza ha solo lo scopo di dimostrare che l’Italia offrí ai sennussiti, varie opportunità, accordi, e concessioni, mai rispettati poi da loro.

In vista dell’inutilità di fare accordi con loro, l’Italia finalmente mandò come Governatore della Libia il Generale Rodolfo Graziani il quale riuscì ad isolare i senussiti tagliando loro ogni possibilità di ricevere continuamente rifornimenti ed armi dalla frontiera, prima inesistente, con l’Egitto. Egli evidenziò la frontiera dal mare mediterraneo, fino a Giarabub con del filo spinato e fece pattugliare con gli aerei tale frontiera per evitare il passaggio di carovane con merci di contrabbando, cammelli, armi, e munizioni oltre a uomini  per i senussiti.

Santa medicina!!  I senussiti rimasero isolati e i loro assalti si ridussero drasticamente.

La lotta frontale contro i ribelli senussiti non poteva più evitarsi.

 

 

FINISCE FINALMENTE LA GUERRIGLIA SENUSSITA

 

Con Graziani e la sua strategia, i ribelli dovettero ridurre le loro attività ad assalti sporadici e meno frequenti però non per questo meno mortali, finché il giorno 11 settembre 1931 in una battaglia vicino all’oasi di ZONTA, i ribelli con Omar Al Muktar  in testa ( 73 anni d’etá) furono sconfitti e questi fu catturato, ferito ad una spalla.

Uno Zaptie, (carabiniere indigeno, aggregato alle truppe italiane) lo riconobbe Omart Al Muktar fra i prigionieri beduini catturati,  e lo indicó all’ufficiale italiano.

 

 

IL PROCESSO DI OMAR AL MUKTAR

 

Durante il processo, Omar Al Muktar disse al Giudice che lo interrogava:

GLI ABITANTI DELLE CITTA’, MI ODIANO, PERCHE’ IO PORTO LORO MALA SORTE ED IO POI, LI ODIO, PERCHE’ LORO NON AIUTANO LA CAUSA DELLA LORO RELIGIONE, PER LA QUALE SOLAMENTE IO, LOTTO.”

 “IO ED I MIEI UOMINI, SIAMO DECISI A MORIRE PER LA NOSTRA RELIGIONE.”

 “IO NON MI PENTO DI CIO’ CHE ABBIA FATTO, PERCHE’ QUESTA È STATA LA VOLONTA ’ DI DIO.”

Il Giudice, rispose a Omar Al Muktar: Lei ha detto: “DIO MI HA ABBANDONATO“.  E se LUI non lo salvò, adesso è la Giustizia umana che lo giudica.”

 

E’ evidente che per Omar Al Muktar, gli italiani erano gli “infedeli” per eccellenza. Lui lottò per una “Causa religiosa”, non per altri motivi politici o sociali.  

Lui era un fervente fondamentalista religioso islamico e maestro nella diffusione del Corano e vedeva in ogni soldato italiano un Crociato, un avversario della religione islamica e questo, secondo me, fu un fatale errore.

Egli non lottò per l’Indipendenza della Cirenaica o della Tripolitania ma affinché l’Islamismo non scomparisse da queste regioni, cosa questa che l’Italia né pensò né avrebbe potuto pensarlo, in nessun momento.

 

Tutto era lontano da quello che avvenne il 18.03.1937 quando gli ULAMA, riuniti a Gerusalemme assieme ad altri islamici, decisero di donare a Benito Mussolini, a Tripoli, una “Spada dell’Islam”,  proclamandolo inoltre “Difensore dell’Islam” e dicendogli le seguenti parole:

 “Vibrano accanto ai nostri, in questo momento, gli animi dei musulmani di tutte le sponde del Mediterraneo, che pieni di ammirazione e speranza vedono in te, il grande uomo di Stato che guida con le mani ferme il nostro destino.”

Questo cambio radicale di opinione posteriore, dimostra quanto si erano sbagliati i beduini e come l’Italia non era antislamica .

Errare humanum est!

Quando Omar fu processato, molto coraggiosamente, confermò i suoi crimini e la sua responsabilità nei massacri, tutti fatti per difendere la religione islamica.

E le sue ultime parole, con il Corano in mano, furono:

 

“Da Dio veniamo e a Dio torniamo”

 

Omar Al Muktar fu impiccato il 16 di Settembre 1931 all’alba.

 

 

Ad essa assistette, tra gli altri, una mia zia che aveva una panetteria nella Piazza principale di Soluck: Pasqualina Valastro, nata ad Alessandria d’Egitto.

Un’immediata e molto anelata Pace seguirono dopo.

 

Un’epoca di fraternità si sparse per tutta la Libia fra italiani ed arabi e nei seguenti nove anni di Pace gli italiani fecero notevoli costruzioni civili e monumentali: la Litoranea , una strada asfaltata che univa la Tunisia con l’Egitto ( 1300 km ), il Monumento marmoreo ai Fratelli PHYLENI (Cartaginesi), aeroporti, scuole, costruzione di dozzine di moderni villaggi colonici adiacenti alla Litoranea, centrali elettriche, porti ed aeroporti, ferrovie locali e fu altresì promulgata una importante legge per gli arabi residenti: quella detta in lingua locale del SUA’ SUA’ che significava: Uguaglianza fra libici ed italiani.

Inoltre, in quell’epoca, fu l’Italia che scoprì, il Petrolio in Libia.

Non posso omettere di ricordare, forse perché é una notizia a me più cara, dato che riguarda la mia professione di “Ingegnere Petrolifero”, (specializzato in prospezione geofisica del Petrolio), che poco prima della seconda guerra mondiale, l’allora Governatore della Libia, Maresciallo Italo Balbo, aveva mandato a chiamare il brillante Conte, Professore, Geologo italiano: Ardito Desio, per fare una prospezione geologica-geofisica ad Agedabia, in cerca di acqua (come spesso succede, così come e´ successo in Argentina il 13.12.1907) e lui in forma molto segreta, riuscì a perforare a più di 2.000 metri, (quando, le massime profonditá di perforazioni, ottenute nell’ epoca, nei paesi petroliferi, non arrivavano a 1.000 metri), estraendo campioni di sabbie impregnate di insperato Petrolio: (Corriere della Sera, 16/Gennaio/2000, pag21, terza pagina); e mio fratello, sottufficiale di Artiglieria del 21 Regg. a Bengasi, custodí un tempo, il Giacimento acquifero-petrolifero.

 

Questo notevole sviluppo, fu sospeso solo nel 1940 all’inizio della Seconda Guerra Mondiale.

Come conseguenza della perdita della Libia da parte dell’Italia, essa rimase fino al 1951 come Protettorato inglese e francese sotto l’autorità dell’ONU

 

In seguito i libici, giá emancipati, potettero riorganizzarsi e avere l’Indipendenza che fu concessa loro dall’ONU come “Regno Unito di Libia” sotto l’egida di Mohamed Idriss Al Senussi, unica autorità con precedenti storici  condivisi con i nativi che avevano obbedito ad Omar Al Muktar: l’ex braccio armato della Senussia, dando così origine alla nascita del : 

 

 

 DEL REGNO UNITO DI LIBIA

24-dicembre-1951

 

 

Questo potrebbe, esser stato o non, il primo passo strategico per arrivare poi, eventualmente, a una moderna Repubblica.

 

 

Quanto segue posteriormente é quasi storia recente e sorpassa i limiti da me proposti per questa breve rievocazione storico-sentimentale, fatta da un italiano nato a Bengasi, che nutre per questa città un amore analogo a quello del “Primo Amore” nella vita di qualsiasi essere umano.

 

 

BANDIERE  SUCCESSIVE LIBICHE

 

 

Bandiera Dal 1951 al 1969           

Bandiera

Dal 1969 al 1972    

Bandiera

Dal   1972 al 1977

 

 

Libia

Bandiera dal 19.Nov.1977

 

 

P.S.

I miei ringraziamenti, all’amico ed ex compagno di scuola nell’Istituto La Salle di Bengasi: dr. arch. Angelo Nicosia (angelonicosia2@alice.it), per aver corretto pazientemente il mio sbiadito italiano.

 

                                                                                      Ing.J.A.Musmarra

                                                                                   musmarra@hotmail.com

                                                                         Buenos Aires  

                                                         

 

 

 

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